Diario dell’ottobre ’22

Mi sono ripromesso di non dire niente – e quando si dice niente si intende IL niente – per un anno.
A gennaio ho scritto una sorta di reportage cittadino di provincia sulla dimensione del silenzio degli ultimi due anni. Poco prima, a giugno del ’21, me ne ero andato a riconnettermi coi fenicotteri rosa del Delta in un vecchio albergo che una volta era la casa dei pescatori di anguille.
Proseguendo nel solco, me ne sono andato a scalare le strade di montagna. A mille metri di quota in pieno inverno non si trovavano che strade sdrulcite, polverose.
Poco dopo, annus 2022, è successo di tutto nel mondo.
In questo tempo, che mi è parso confuso, prima di tutto per me, mi è sembrato di diventare una persona normale, specchiato con me stesso e basta.
Che va al lavoro, va all’extra-lavoro, fa ormai le stesse cose.
Ma qual è l’eugenetica della persona normale? Non saprei.
Penso di aver tentato un approdo nel niente di che, per una inversione di rotta nel sentimento dell’aria, essendo colpa stavolta dell’aria stessa.
Penso di non essere l’unico.
Nel frattempo tutto andava a gonfie vele, e la solidità degli anni si è fatta sentire.
Vorrei approfondire però questo meccanismo, questo particolare. Perderci un attimo di tempo.

Ora penso di averne individuato le cause.
Se prima il fuori era il dentro delle cose, e la vita come si sa scorre in mille modi stratificati tali per cui persone sensibili come il sottoscritto, poco inclini al romanzo, inteso come interiorità che rivelano qualcosa del caos del vivere, devono spesso uscire di casa a vedere cose a caso, ora dicevo questo meccanismo, chiamiamolo così, si è inceppato.
Il fuori non è più il dentro inverato, e si rivà al dentro, al romanzo, alla normalizzazione.
Sono andato a interrogare alcuni colleghi professionisti di questo campo della mente e spiegando cosa avevo scoperto.
Dopo una certa incredulità, valutando bene il mio discorso, non da subito afferrato, hanno dovuto ammettere che le cose stavano così.
Ci hanno proprio trovato il modo di bloccare tutti i segreti boschivi con l’interruzione generale degli ultimi anni.

Ma per fortuna sono mica nato ieri. Infatti penso che si tratti ancora dell’adattamento il problema, bisogna trovarci ogni volta un altro modo personale per uscire di nuovo da tutto e ripresentare le evidenze, riattivare il già visto.
Tra tutte le sorprese, mi ha scritto un laureando della magistrale dell’università di Parma, che non conoscevo, per inviarmi, a titolo gratuito, il suo elaborato, evidentemente trovando qualche traccia che avevo lasciato alcuni anni fa.
Questo mi ha fatto rinsavire subito, meglio di tutti i discorsi.
A quante persone succede una cosa del genere nella vita?

Il guardarsi dentro continuamente è stata una tortura che non rifarò, ma siccome sono anche spietato con me stesso, avevo deciso comunque di fermarmi.
Guarda caso, pensavo di non aver fatto nulla nel frattempo, e invece ho anche fatto mille letture interessanti.
Non sono riuscito a scrivere un mini saggio su Frankestein di Mary Shelley, solo perché mi ha sconvolto come non centri niente con la sua rappresentazione iconica assurta a sostituta immagine nell’interpretazione filmica di Boris Karloff.
La cosa che fa più sorridere è che la copertina della nuova edizione Einaudi presenta una illustrazione, elaborazione grafica della locandina del mostro di Karloff.
Proprio come ora, nella temperie romantica diciamo così nel generare un nuovo mondo guardando alle arditezze del dentro, di tutti i principi, di tutti i maestri (Godwin, il padre, Milton, Darwin e Galvani), la Shelley, quasi per gioco, visto come i suoi amici famosi lo considerano (Byron propone, Shelley marito incoraggia ad ampliare la prima stesura così da arrivare al pubblico), Shelley dicevo monta una macchina narrativa simile alla creatura del dottor Frankenstein, che infatti è il dottore, primo errore da rinfrescare.
Le prime illustrazioni della creatura del libro si rifanno a Prometeo, come citato nel sottotitolo del testo, the Modern Prometheus.
E qui veniamo al dunque… se anche assemblato (qua va bene assemblamento), per risonanza non può che ricordare prima della visione cinematografica le nudità scolpite del mito greco, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini.
Quindi capiamo meglio nel libro perché egli cerchi come unico desiderio una figura come lui per avere uno specchio della sua situazione, poi negatagli.
E una volta generata questa macchinazione della ragione, come si può controllare?
Il di dentro forzato, bloccato, dei nostri anni e il limite di un’estetica prettamente interna della mente che si incontrano, dove chi è buono uccide perché non sa nemmeno di farlo nel tentativo di ricongiungersi agli altri imitandoli e sentendosi parte della vita.

Essi sono i segnali, come l’ultima visita al Po del ’21 prima della dipartita di altri, ulteriori principi dell’umanità degli ultimi duemila anni.

Altri titoli che ho letto nel periodo di interdizione/cortocircuito generale sono stati:

– Nadar, Quando ero fotografo;

– Giovanni Comisso, Gente di mare;

– Marzio G. Pian, Artico. La battaglia per il Grande Nord;

– Jan Morris, Trieste;

– Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini;

– Tullio Kezich, Su La Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno. La storia di un film che ha fatto epoca;

– Tazinaki, Vita segreta del Signore di Bushu;

– Anna Achmàtova, Poema senza eroe;

– Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore;

– Gemma Calabresi Milite, La crepa e la luce;

– Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliatti Dezza, a cura di, La città che cura. Microaree e periferie della salute;

– Franco Nero con Lorenzo De Luca, Django e gli altri. Molte storie, una vita;

– Emily Dickinson, Questa parola fidata;

– Hugo von Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti;

– Fausto coppi, Non ho tradito nessuno. Autobiografia del Campionissimo attraverso i suoi scritti;

– Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa;

– Conrad, Tifone;

– Pietro Scaramuzzo, Tropicalia. La rivoluzione musicale nel Brasile degli anni Sessanta;

– Elio Pagliarani, Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984);

– Mario Tobino, Le libere donne di Magliano;

– Adolfo Giurato, Canzoniere Vicentino;

– Ignazio Silone, Il seme sotto la neve;

– Charles Mingus, Peggio di un bastardo. Edizione del centenario con due testi inediti dell’autore;

– Lev Tolstoj, Infanzia. Adolescenza. Giovinezza;

– J. G. Ballard, Tutti i racconti. Vol. III;

– John Lennon, Yoko Ono, All we are saying. L’ultima grande intervista;

– Joyce Carol Oates, Sulla boxe;

– Enrico Crispolti, Burri «esistenziale»;

– Michael Pollan, Come cambiare la tua mente;

– David Halberstam, AIR. La storia di Michael Jordan;

– Ada Gobetti, Diario partigiano;

– Piero e Ada Gobetti, Tutto in me è amore. Antologia delle lettere 1918-1926;

– Cristina Campo, Gli imperdonabili;

– Raymond Chandler, Il grande sonno;

– Tommaso Campanella, La Città del Sole;

– Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Parmigianino, «peritissimo alchimista»;

– Ulf Stark, La grande fuga;

– Stephen King, Carrie;

– Hermann Melville, Billy Budd;

– Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Scialle nero;

– Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Berecche e la guerra;

– Samuel Beckett, Poesie in inglese;

– Piero Chiara, La spartizione. La comica avventura di un uomo diviso fra tre donne;

– Elizabeth Kolbert, La sesta estinzione;

– Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Con le leggi fondamentali della stupidità umana;

– Gianni Minà, Maradona: «Non sarò mai un uomo comune». Il calcio ai tempi di Diego;

– Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij;

– Mario Rigoni Stern, Trilogia dell’Altipiano. Storia di Tönle. L’anno della vittoria. Le stagioni di Giacomo;

– Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa;

– Sandro Penna, Poesie, prose e diari.

Preso intanto dalla lettera ricevuta su Meneghello ho acquistato un giorno che ero a Vicenza con due affetti incorniciati (altri segni) le Nuove Carte (2004-2007) pubblicate nel 2012 e God bless che cosa ci ho trovato di nuovo, dopo averlo studiato tutto Meneghello. Al Libera nos a Malo si affianca una scrittura più libera dalla linguistica e dalla rievocazione, ma con la stessa geometria del frammento per progressioni di intuizioni fulminanti e significanti accostati che è la vera cifra della libertà tonale di Meneghello come veneto nel mondo, non a caso migliore amico di Licisco Magagnato, ex geniale direttore museale veronese ricordato in sordina nel 2021 («La conversazione più importante è quella con te». Lettere tra Luigi Meneghello e Licisco Magagnato 1947-1974). 
Anche i ricordi nelle Carte sono sganciati dalla loro polarità temporale, e ora appaiono per quello che sono. La vita è questa e ce la dobbiamo tenere, senza tanti discorsi.
Il fatto di mettersi già a scrivere, invitato come era in quegli anni di ritorno italiano su una colonna di un giornale – oggi sarebbe un blog et similia come nel caso del Campiello dato, anche giustamente, a Nori per la vita di Dostojevskij mischiata alla sua – è un esercizio lì puramente sano, inestetico, e diventa nelle Carte l’apprendistato finale di un fabbro di decennale attività di esercizio.Non è uno specchio vuoto a cui dobbiamo assomigliare, dell’interiorità, o esteriorità, e in cui si realizza il sogno del cronista-reporter di dare spessore e magma all’esperienza fotografata in pochi secondi senza fronzoli.Sembra che sganciare gli scrittori e rimetterli su dei binari qualsiasi, come le colonne di un giornale o il passo scorciato dello scroll, serva tante volte come la carica all’orbita dell’elettrone. Del resto il romanzo d’appendice avrà insegnato qualcosa.

Non stupisce allora che me ne sia andato in bici per Malo (Ur-Malo in Pomo Pero è uno dei pilastri dell’umanità secondo me, assieme a Dante, Ligeti e pochi altri), là, dove ho trovato il modo di finire a Vicenza nell’ultimo periodo, sempre dagli affetti incorniciati, per le strade meno battute, passando per il capitello di Via San Giovanni (Battista, assieme al suo noto amico) e girando dentro lungo l’argine dell’Orolo.
Vecchie case slavate, ora quasi romantiche come i balsami dei sessanta rustici, o i vecchi cortili immaginifici dietro portoni turchesi colonici.
Si raggiunge il bosco delle Maddalene e quindi la Seriola dietro la città, col suo sedano d’acqua verdissimo tra le fonti che zampillano a cerchi perfetti. Si lasciano alle spalle le pietre di Castelnovo e le cornici montuose con le conifere, le durezze si fanno morbide e ridiscendono in orizzontale.
Gli ontani disegnano un piccolo esercito lungo le ciclabili prima che i pioppi facciano da contraltare ai palazzi cittadini. Prendono un ritmo tutto loro d’ingresso al capoluogo, alla grande città. Quasi lo anticipano.
Là, tutto scorre ancora a strati.

Contrasto tra vitalità di un paese (un Paese) e la sua cultura. È importante simpatizzare con la vitalità del luogo in cui si vive, le cose che la gente fa, dice, vuole. «A catso di cane» magari.
«Cioè come?» chiede perplesso l’amico inglese. Spiego alla meglio il senso generale. Lui annuisce: «Sì, ma che c’entra il cane? cosa c’è che non va col suo catso?». Ma questo io non lo so.
Simpatizzare, perfino partecipare marginalmente ai ludi della Vitalità… Ma è anche importante, è praticamente essenziale, non immergersi. Non diventare dei pundits, cioè oracoli, bonzi, o anche solo dottori… Dottori del catso.

(L.M., L’apprendistato)