Dalla salita dietro Via Castello il traffico di discorsi e andirivieni pare soltanto un piccolo gorgo cezanniano, ridimensionato e incastonato tra mille altre visioni di case, abbaini, terrazzi vuoti, flebili luci d’interno, messo lì, in fondo alla provinciale, sulla rotonda del gran traffico quotidiano che vien giù da Santorso.
A Piazzale Divisione Acqui c’è il retro scoperchiato d’un autobus in panne. Un uomo avanza strisciando con abiti insudiciati da lavoro avanti e indietro supino sotto il gran peso del mezzo azzurro.
Sulla camionetta a fianco, completamente aperta, s’intravvedono pareti di utensili meccanici. Tronchesini, trapani, punzoni. Rivettatrici, morsetti, pinze, cesoie, chiavi. Giraviti e bulini.
Per vedere quanto la città è cambiata bisogna prendersi un’ora d’aria e perdersi in un momento qualsiasi a camminare nel viavai generale di tutti i giorni.
Sono pressappoco le cinque del pomeriggio.
C’è chi è rimasto seduto questo pomeriggio, tra i tavolini, nel silenzio e la rassegnazione generali. Lo noto risalendo via Garibaldi.
Un dialogo surreale di gente immobilizzata, più che un incontro come era prima, come se gli avventori fossero fusi coi camerieri del bar.
Intorno tutti gli altri tavolini sono vuoti. L’attenzione di posa su tre che conversano a lungo giustamente su questa situazione che si è venuta a creare.
Tutte le sedie intorno sono già alzate lì davanti, proprio nel momento solitamente contrario a queste abitudini, nel quadrilatero tra Garibaldi, Scledum, Baretto, Leoncino. Che poi, tipicamente scledense, scappa via a sua volta in salita ondulatoria verso altri posti ridefinendo tutto.
Abitudini, già, è stato un attimo, ci è voluto poco tempo.
L’aria è rarefatta e umida. Immense querce bianche che sembrano gelsi imbiancano l’orizzonte rialzato sopra Via Leonardo Da Vinci dalla Valletta.
I colori malva, malva rosato, ceruleo con illuminazioni al neon si aprono nei ventri dei palazzi pastello sgualciti.
Sono le vecchie madri costrette a partorire i nuovi figli del tempo. Alcuni vorrebbero uscire e inghiottire tutto, come in un destino segnato.
Sembra che questo contrasto stia ora intonandosi con le città più a nord d’Europa, dove il recupero del tessuto urbano è netto e sembra uscire direttamente dalla fase di progetto.
È meno italiano, cioè rarefatto, melodicamente scomposto e perifericamente civico.
Una signora scende da una Fiat bianca a Via Romana Rompato, sotto l’insegna della storica tabaccheria. Sostituisce i necrologi.
Più avanti, nel sottoportico in Via Capitano Sella, con l’insegna bianca e nera dell’ottica come una decorazione prospettica di provincia scamozziana, non c’è più posto per nessuno nell’altra bacheca, da quanto lo spazio dei cartelli è riempito affannosamente.
L’incombenza del disastro e dell’abbassamento d’umore è alle porte, proprio prima di raggiungere il centro della città.
Per la prima volta provo qualcosa di simile alle sensazioni lette nei reportage dall’altra parte del mondo.
Nessuno sembra perdere tempo. Non ci sono le voci, non ci sono gli amici.
Ciò che consideravamo all’aria aperta, il paesaggio di fuori, pare non esistere più.
Ora, in questo giro di brevi anni, sembra ricacciato all’interno.
Sembra anzi di dover andare a toccare una solitudine profonda, come le religiose vie che salgono sopra i Rossi sul Novegno, per trovare una qualche forma di comunicazione con il tutto e con tutti.
Una spinta invertita per le soglie dell’attenzione, che tentennano nel trovare nuovi modi di vivere nella consuetudine di un’apnea sociale solo appena accennata.
L’andare con i pensieri è più stratificato, perché pare ora di dover cacciar fuori quegli umori, che prima invece si dovevano sottrarre, tirar via, per un fuori più autentico, fotografato, e quindi intimo, di comunicazione con gli orologi interni dello stare tra la gente.
Se l’esterno è ricacciato dentro, quest’ultimo grida per il fuori.
E lo spazio della meditazione, della comunicazione, questo spazio dove l’architettura parlava se guardata in mezzo alla gente una lingua di sempre ritrovata pulizia dello sguardo, esercizio fisico e mentale che poi rimaneva, ora sembra a un crocevia, perché il fuori_per_il_dentro non è ancora un ascolto maturato di conclusione, ma uno spostamento in più. Rischia di diventare un fattore in più verso la distrazione e la confusione, verso un ennesimo nuovo realismo del niente da dire, dove ancora dal rosso si vede rosso, dal nero il nero, dove non filtra niente, non si sta bene o male, si galleggia nel simulacro vuoto e basta, come un dato di fatto stavolta di sempre.
Dallo sguardo del panettiere appena arrivato a Piazza Almerico sino a quello delle veterane del Caffè Dante, un angolo tenta di ricostruirsi-tenersi una sua storia di comunità; il centro scommesse chiuso, e, più in là, la bottega delle scarpe fatte a mano.
Tutti guardano fuori, e c’è quindi una complicazione di procedura del guardare.
Il passato archeologico industriale, laggiù ad ovest, non è ancora recuperato, ma ora aiuta moltissimo a rompere questa determinazione.
Le aperture, ad oggi, sono imprevedibili, oscure, non ancora periferiche, non ancora europee tagliate col coltello. E questo nonostante la grandezza, la vastità dell’area tracciata dalla sponda del Leogra, con i suoi aironi che nessuno vede se non scendendo dentro il Timonchio, più a valle ancora la domenica.
Ecco un elemento certo di questa grandezza oggi che incredibilmente si manifesta. Una vera sospensione del tempo, anche drammatica nel suo ancora mancato recupero, però presente, da decifrare ancora tutta. Il frammento nel frammento che apre lo sguardo.
Un lascito da continuare a ristudiare, rismontare, rimontare nelle sue logiche, nelle sue oggettivazioni. Misteriosamente intatto e superstite oggi, più vivo che mai anche dopo il fallimento del grande progetto dei primi anni 2000, prima che la crisi economica globale sgretolasse il sogno della Schio archeologica restituita, come punto di riferimento nuovo in ambito urbanistico nazionale e sovranazionale.
Il progetto del Gregotti, che prevedeva di riportare alla luce la direttrice della Roggia intubata e di appaltare negli anni successivi i punti di raccordo con l’area, che cosa ci direbbe oggi?
Ci racconterebbe di una città sfaldata, con un tessuto non più unitario a levante, anche se sempre più affascinante nelle sue risultanze di stili architettonici disgregati, invecchiati, smussati, ricuciti.
Osservo le paraste sfumate. A memoria so che le troverò, o troverò i loro rimandi, in Via Pasini e Via Pasubio, le storiche vie del centro, piene di vita e nostalgie senza rimpianti, lisce e lavorate dal tempo. Piatte e scolorite come le colonnine di transito andando in quota.
Paraste, intonaci, marmorine intorno, quanto Palazzo Valmarana, una delle mie opere preferite di Palladio, che se ne sta a Vicenza con una trovata scenica in una strada strettissima, piatta e pulita invece che ingorda sulla via, venendo dalla biblioteca e da San Lorenzo, dove ancora le arcate ogivali di finta o non finta profondità sono un segno caratteristico, aprono a spazi della mente, dal disegno, come la proiezione ortogonale, invece di astratte confabulazioni di idee, la pulizia e il richiamo all’abitabilità.
Dalla chiesa parrocchiale di Poleo, andando per altopiani e distretti periferici e vegetali, al quartiere operaio di Schio, a Villa Rossi a Santorso, fino di nuovo a Schio nella chiesa di Sant’Antonio, c’è un sentimento che potremmo chiamare scledense nel Negrin, fatto di un filo conduttore invisibile che spazia non solo sui giardini e per il Rossi, ma più in là, nel giardino come lente che fotografa il movimento ondulatorio di Schio e di un territorio, tra la città e la montagna, né pianura, né acque, né boschi, tra il gusto esotizzante dell’Ottocento, che sognava le magnolie e le piante fuori posto, un pasticcio postmoderno prima del tempo secondo una traduzione dell’aria dell’epoca.
Se con Palladio a Lugo è più la lingua di un secolo a parlare, a Schio, la bottega del Marinali e le sue statue, così come i progetti di Negrin costituiscono una corrente diversa, per morfologia e impianto storico, quasi a sé nel respiro.
Un effetto di amplificazione delle sensorialità tenuto su toni quasi fermi, monocromi, perché il ‘500 delle forme tondeggianti e armoniche di profondità, degli oculi, dell’arco e dei timpani, deve sempre incontrare l’800 delle ghise, del ferro e dei mattoni sul versante occidentale del tessuto urbano.
Credo sia questo il modo di leggere il Negrin se si vuole capire anche Schio.
La provincia, la citazione meno importante, non ha quasi niente a che fare con queste commistioni in senso più ampio.
Allo stesso modo, a regolare il tutto non è una bulimia di concatenazioni. Al contrario sono un silenzio, un essere dimesso, una discrezione, che vengono giù dalle conifere del paesaggio più intorno, a dare il tono a tutto. Una ricorsività non di maniera, dove il silenzio, la fissità, parla moltissimo al contrario. E che oggi non si conosce, o meglio, si fatica a ritrovare e riconoscere come lingua comunicativa, segretamente celata e condivisa.
Qui la linea morbida demarca, demarca anche con fermezza da queste parti, dove si arriva al confine della vita, ad Asiago, con i suoi militi ignoti che fanno pensare tutti i giorni nella pianura dei rimasti.
Un confine labile, eppure eroico e sentitissimo.
A Caregaro Negrin il Rossi affida il progetto futuristico della Fabbrica Alta del belga Vivroux.
Siamo ancora austriaci, all’altezza del’62.
Un modo di sentire intellettualmente italiano che troverà conferma di un suo linguaggio pochi anni più tardi con l’annessione del ’66, profondamente italiano perché riformula dal paradosso, dall’indeterminazione di più strati di storia e di idee e volge a qualcosa di ulteriore, più in là dell’europeo, nell’intersezione di segni piccoli e grandi.
In giro per il Quartiere operaio, che qui ha un colore più di fatica che di appartenenza, trovo anfore segnate dal tempo atmosferico all’aperto, con l’ansa e la spalla che sembrano costituire un contraltare d’ordine a una confusione di piante ed erbe e intonaci sfigurati, lilla, verdi, turchesi, ocra.
Il Seicento che arriva istituzionalizzato è un mondo di finzione e verità, di complessità, finte prospettive, mentre da queste parti è sempre stato un sentimento immersivo presente in tutto, una recita della vita, di teatro, basti pensare ai nomi illustri. Di costruzione, architettura. Soprattutto, di gesto.
Il gesto è sempre andato a sostituire l’impossibilità di una lingua. La lingua era già parlata da tutti, e si parla ancora oggi con una diversità localistica che ha pochi termini di paragoni.
Le ragioni sono sempre state pratiche, piuttosto le dimostrazioni di rappresentanza andavano al segno artistico della bellezza.
Un atteggiamento, un costume che non è mai cambiato, e che oggi, con il mondo del consumo, si è tradotto tantissimo nel suo contrario, nella finzione pura, non celata.
Che dire allora, se resta da andare all’aria aperta per risvegliarla, risvecchiarla, se all’aria aperta non si può andare?
Lo sguardo verso il fuori per rivedere l’interno è ora uno sguardo che è forzato dal fuori e ricacciato al di dentro.
Tutto ciò rimette ancora in discussione questo procedimento di recupero della melodia, di benessere legato alla persona, di condivisione, di vita.
L’armonia è ora come un insieme di elementi da tenere assieme, cercando lo scarto su una bidimensionalità forzata, che è la consuetudine del solito anche nell’evasione.
Il Redentore, dove la visione del prospetto, da davanti, è un insieme rapidissimo di frammenti di visione e pensieri, come la facciata, il transetto, le cupole, l’abside.
E in un certo senso noi oggi siamo come quella visione soffocata da un tasso di complessità esistenziale che sfiora la follia dopo la pandemia (ancora in corso).
Si legge a fisarmonica la faccenda, metaforicamente e non, solo guardando anche da un altro punto, di là del Canale della Giudecca, dove si osserva che tutti quegli elementi non sono in realtà schiacciati, ma tenuti insieme da un procedimento espertissimo e, secondo me, al massimo della sua espressione per tutti i secoli a venire a livello di pensiero. Un algoritmo al contrario. Dove dalla piattezza assoluta rivela a noi ancora il filo, apparentemente ora impossibile, dello scorrere della vita.
Prima mi pareva di dimenticarmi qualcosa d’importante. Ora è diverso.
Anche la ripetizione è positiva, sempre diversa, la vivo molto bene, come diverso è il vedere quotidiano del medesimo oggetto per chi ha capito questo fondamentale assunto umano. Trovo addirittura più stimolante dimenticarmi e riformulare queste intuizioni, come se parlassero, e io stessi iniziando a intravvedere quella meta oscura, da una lingua fissa e sempre remota ma presente come il paesaggio stesso, puro e schietto, inquieto, insondabile sì, ma fermo là a guardarci andare avanti e indietro. Lo vedo ora come il più pettinato ciliegio d’inverno, con la sua chioma messa lì di un giorno qualsiasi, in posa per niente, questo niente, come se potesse far scorrere dappertutto la sua vita arteriosa stando sempre fermo – le Dolomiti davanti a lui lo specchio – nella sua massima, e imprendibile, consapevolezza del ripetersi di tutto e prima di esso, bello sempre e da ammirare prima di questo ripetersi.
“Abbastanza ordinato, nonostante tutto”, sembra dire il ciliegio guardando la montagna, che a sua volta sembrava volesse parlargli, parendogli il suo specchio.
Le risistemazioni sono piccole armonie che all’aperto stupiscono per il potenziale, come la refrattarietà a Largo De Pretto, sotto la novecentesca Via Marconi, dove puoi vedere prospetti d’ogni tipo grazie a un’improvvisa nuova apertura che inquadra l’abside del Duomo oltre il Palazzetto dello Sport.
Più in là nostra Toscana, la nostra Val D’Orcia, quando il sole sale allo zenit d’inverno e le nebbie si diradano tra le cime. L’Enna, il Summano, Il Carega, il Pasubio.
La sera sopraggiunge, e ha assunto un altro significato. Da oscuro e minaccioso si fa ora mistero per accogliere il silenzio, quello vero, non la desolazione diurna, e quindi far parlare da questa meditazione-mediazione i palazzi e le sue storie. Anche qua c’è una inversione che si fa strada.
Il lazzaretto pestilenziale, poi con la croce rossa sopra, a San Francesco, fa un’altra sosta di secoli, senza parlare ancora la lingua di luce pianeggiante del Guercino, più vicino al silenzio del tempo delle steppe dell’Achmàtova.
Prima di essere risvecchiato anche lui, rifotografato insieme a nuovi astanti, nuove occasioni, nuovi temi proposti da nuovi librai, nuove amicizie, nuove occasioni.
Trent’anni di osservazione sono consolidati più in là, sui quartieri di Via Melette, con i profumi bacche e richiami di gelsomini che verranno. Dai palazzi residenziali e le case-villaggio addossati alle creste dei monti, i giardini scomposti, con i vasi da riordinare secondo una consueta procedura familiare.
Che fanno il giro di boa, senza interesse o non interesse. Tenendo insieme tutto, per un giorno, e un’ora, ancora successivi.
