

Questa operetta la composi sui vent’anni, quando cercavo di studiare le metriche tradizionali per cercare altre forme di movimento del ritmo interno.
Ovviamente venni preso in giro, però la ruota gira, e tutto ha un senso, come ci vedo adesso.
Era un tentativo ancora prima di riprodurre a memoria le forme delle letture di sperimentare su una griglia con gli accenti.
Mi aveva un sacco affascinato all’Università la scoperta dei primi ritmi, prime forme di volgare italiano in pochi frammenti con una struttura di ottonari, novenari o decasillabi, a volte uscenti in una rima baciata sui primi endecasillabi.
I temi erano quelli che uscivano dall’epica, e sembravano prendere un respiro quotidiano di descrizione dei fatti storici.
Andavo in giro allora tenendo un taccuino e facendo esperimenti su queste metriche.
Raramente facevo leggere qualcosa a qualcuno, anche perché, come tante volte ho fatto anche dopo, si trattava di andare alla ricerca di forme. Non mi importava creare una mostra di mie belle storie.
Crescendo, poi sarà per me lo studio dell’impaginazione delle pale d’altare e dell’architettura europea ad aprirmi la testa su tutto. Questo gusto e questa mescolanza culturale, e imparare a tenere a mente le strutture hanno fatto il resto.
VIXI quindi è un numero inventato, che si legge come il passato del verbo vivere in latino.
A volte sono andato oltre l’accentazione per avere un po’ di libertà, ma in maniera molto sottile.
La concettualizzazione del ritrovamento dei frammenti è una presa in giro invece dell’intellettualismo estetico tra la gente che si frequentava allora.
Erano, almeno per quanto mi riguarda, i primi passi per rompere appunto il rimo da dentro una struttura, e creare un qualcosa che avesse un’orecchiabilità e un piacere della lettura ritrovati e non spenti nella ricopiatura delle solite cose e sei soliti temi.
D’ogni libro resta viva
la poesia di cui mai si scriva
Le bandiere d’acqua schiva
orsù una tristezza gualiva
L’orizzonte con sé a riva
trascina un’onda oggi tardiva
E alla casa del poeta perduta
giunge in ricordo [una marina muta]
Q[ua]ndo pelle stelle è sera
e s’alza il sole a[l]la scogliera
sopr[a] genti di brughiera
s’accendon gr[a]ndi ombre a ragg[i]era
Pariam f[o]rmiche con pesi giganti
insostenibili p[e]r occhi aitanti
Quante età sono vis[s]ute
in sassi entro s[a]bbie sparute
quali nubi s[o]n cadute
per f[o]rze di mani oggi ossute
Mille volte su mille eran rose
e api le paure più pericolose
R[i]mb[a]lz[a]ndo i sassi attorno
in stagni cadranno col g[io]rno
M[a] un ricordo em[e]rge adorno e
dorate le pietre al tramonto
vecchio e giovane c[o]m[e] l’amore
l’augel che traccia sorrisi alle aurore
S[o]n le nuvole alte ronde
cui il sole p[e]r primo s’infonde
cicatrici un tempo fronde
che un’altra p[io]ggia ora confonde
Il sentiero d[a]l m[a]re alle lune
di giorno è [u]n vuoto alla paura immune
Tre l[e] foglie morte in m[a]no
e c’è lì davver dello strano
q[ua]le il s[e]nso appare invano
N[e]l cuore un silenzio d[’]arcano
Quelle laggiù strapp[a]te al tepore
s[o]l[o] s’un ramo mutavan col[o]re
Vita in volto a bimbi offesi
il riso e il pianto fraintesi
le ombre là gli scogli lesi
li veston di smorfie d’ arresi
L’aquilone dietro case lontano
n[o]n mostra padrone che un moto vano
Silenziosi i desideri
d[i] paesi in preghiera oggi e ieri
pu[o]i vederci accender ceri
in quei d[a]di f[e]rmi in sentieri
È sa[p]ere suoni di campane entrar
e in inganno fin[e]stre chiuse trar
Pr[o]prio mai visto q[ue]l posto
che sia senza piogge e sen[z]a mosto
s[e]nza un dorso ben disposto a
guardarci le stelle d’ agosto
p[e]rché un cieco sa benissimo q[ua]ndo
è sve[gl]io e quando invece va sognando
S[u]lle fo[gl]ie ha piovuto
l’ ult[i]mo sole canuto
ora il fredd[o] sc[a]lda in aiuto
le prime em[o]zioni al cocciuto
e in mezzo a tutto questo ancora un fiore
che non ha che del veleno il colore
Fiori copr[o]n[o] il profumo
passato confusi i[n] un grumo
e nuvol[e] che per fumo
si scambiano senza ombra di humo[u]r
m[a] [i]l c[o]l[o]re del mar la notte credo
non [h]a il colore della notte… credo
C[i] s[o]n foglie che anc[h]e s[e]nza
s[i] stacc[a]n e mostran movenza
e anche lacrime in assenza
d’incendi [ch]e c’hanno parvenza
Ci son stelle che riescon a brillare
e che n[o]n c’ han bisogn[o] d’illuminare
Piove [i]n c[u]ore la dolcezza
d[e]i venti che bussan la mezza
E che trovano carezza
pi[ù] in muri che in porte di pezza
c[o]m[e] madre che conosca l’albore
anni e anni dal suo giorno d’ am[o]r[e]
Si[l]enziosa e chiara l’onda
ritira le spiagg[i]e alla sponda
quelle or sibilano e gronda
la paura che mai poi affonda
la vela g[o]nfia che risalga lungo il mare
non sa più nè salire né calare
Col colore del (suo) prato
rimasta a cader sul selciato
t[u]tt[o] un bianco manto orn[a]to
Ahm[ ]è in paradiso è rinato?
No è una radice – pardon gli occhiali –
scambiato p[e]r [u]n fiore s[e]nza più petali
Si fa[ ]cenere l’ombra alla
riviera tra i falò e farfalla
poi, e la cera sciolta a palla
vi trova candela ancor gialla
Con sé porta il sapo[r]e del mare
un soffio anche a chi non sa nuota[r]e
Il gabbiano che volte[gg]ia
du[e] piume a specc[h]ietto maneggia
nel ci[e]lo un tuono tronegg[ia]
ma il lampo si è perso e sol aleggia
Gli sguardi son detenuti/e[/]vasori
come il ciel che sia impigliato tra gli al[l][o][r]i