
31
Nei giorni successivi Amerigi si era accordato con Sindoito per passare alcune ore al laboratorio. Il suo capo era persona del tutto inaffidabile oltre che antipatica e perciò Sindoito aveva la responsabilità sulle spalle di aprire e chiudere bottega, di sostituirlo e quant’altro.
Questi per di più non si faceva mai vivo il pomeriggio ragion per cui ora Sindoito aveva detto ad Amerigi di passare di lì senza problemi durante quella fascia d’orario.
Si può dire in qualche modo che Amerigi trovò un mezzo impiego lì dentro. Ora la sua mente era tornata attiva e progettava di costruire un nuovo sistema per spostarsi durante le esondazioni.
Stava ancora dalla cugina sulla torretta, ma in quel periodo si trovava bene sia con lei che con Iris, con la quale, dopo un periodo scapestrato per entrambi, era tornato con calma sui luoghi da dove era nata la loro sinergia.
Iris aveva trovato impiego presso la fioraia all’angolo e di sera si era iscritta ad un corso di ballo. Amerigi quando poteva accompagnava Iris a lavoro allungando la strada e soffermandosi su particolari sempre diversi di quella via che piaceva ad entrambi e della quale si erano innamorati nella stessa maniera.
Quella specie di città, ma soprattutto quel posto particolare incastonato tra incastri, cullò Amerigi e Iris come dentro a un grembo materno. Nell’alveo di quelle sensazioni non c’era bisogno di chiedersi se anche loro erano un po’ innamorati oppure no. Amavano perché erano amati da quella madre che li scorporava delle loro abitudini, della loro vecchiezza o giovinezza per lasciarli fanciulli semplicemente guardandosi intorno.
Quell’amore era una cosa più grande e più piccola insieme di una parola.
Non c’era bisogno di pensare a delle immagini o a delle frasi. La vita scorreva perfettamente e questo era tutto ciò che amavano.
Ognuno ci passò da solo trovando poi conferma nell’altro.
Amerigi una volta buttò giù due righe sull’impressione generale di quel posto.
Quando il libraio dice che sta diventando una strada normale di scorrimento, di passaggio da un posto all’altro vuol dire lo stesso di quello che pensavo io e cioè che non ci si ferma più a guardare questi posti. Ad aspettare, a capire. Non tanto le cose che ci stanno dentro, ma l’ambiente, l’atmosfera che si è creata più lo si guarda. Non si ha tempo o ci si è fatti prendere dal tempo e si è turisti ovunque, ma chi conserva un’anima qui ci può vedere una casa se guarda bene, anche se un po’ di pazienza bisogna avercela sempre. E’ questa la differenza. Che c’è il buono e il meno buono, la realtà di provincia, quella della grande città, le due dinamiche che vivono insieme una accanto all’altra, spazi surreali creati da personaggi veri, cioè che è tutto così magico perché è mescolato con grazia come un quadro, dove tutto si tiene in equilibrio precarissimo, ma si tiene, magari sbilanciandosi di qua o di là, ma tenendo un equilibrio. Non c’è mai un elemento che risalta per cui uno ci può dimostrare qualcosa coi suoi discorsi. Perché quello che vale dentro lì sono gli atteggiamenti che stanno sotto le parole. E’ l’unica cosa che c’è da leggere in questa strada. E che grazie ai suoi personaggi così diversi e alle cose che mescola in sé fa venir fuori questo, e lascia gli altri presi semplicemente dalla fretta o distratti per sempre nudi, scoperti lì in mezzo senza protezioni a cui appigliarsi e perfino la scusa di vedere che appena fuori tutto va storto non prende più senso, perché lo si deve dire in un certo modo, sennò è facilissimo essere smascherati. Questa atmosfera aiuta a sentirsi meno soli ecco e a farci capire che non c’è bisogno di dannarsi l’anima per smascherare il falso, perché anche quella è una cosa che va fatta a misura d’uomo. E’ a misura d’uomo qui perché ecco se uno dice una fesseria ti senti meno solo e sai che tutti l’hanno intesa e non devi diventare matto a spiegare perché, perché sai che le parole hanno un limite e basta che uno le sappia usare appena un po’ ma in continuazione per tutto per farti capire che non riuscirai mai a parlare con lui e lui magari riuscirà a dipingerti a un altro come non sei. Intuisci che hai persone che sono semplicemente ignoranti ma buone, o intelligenti ma con buonsenso. Tutto concorre a restare vivo, è un’atmosfera per persone normali, chissà ancora per quanto.
32
Proprio al corso di ballo Iris aveva incontrato del tutto casualmente Randonio.
A Iris erano tremate le gambe quando lo aveva visto entrare e non si era accorta di quanto Randonio fosse imbarazzato a sua volta nel trovarsi di fronte una ragazza della sua età dall’aria così profondamente intelligente.
Lui non era quel genere di sbruffone che tira fuori un numero dal cilindro per vedere se una ragazza gli sta dietro. Avrebbe potuto ripetere il numero dei tizzoni ardenti o qualcosa sul genere, ma non lo fece. Si fece anzi abbastanza serio davanti a quella ragazza capendo, mentre provavano i passi in classe, che quella persona gli instillava molta simpatia seppur non gli avesse ancora dato segno per pensarlo o avesse mosso parola.
Anzi ad un certo punto, nonostante fosse tanto aggraziato e belloccio finì quasi per pestarle un piede in un pezzo corale di dieci elementi.
Iris era arrivata alla sua sinistra e lui era rimasto senza difese tentennando dall’altra parte. Dall’altra parte però c’era un bestione di tre metri molto muscoloso, per cui ritraendosi da un abbraccio con quell’armadio, che avrebbe scatenato il peggio, andò a finire verso Iris sfiorandola.
«Scusa» disse Randonio.
La ragazza non rispose ma accennò a un sorriso.
Fine del primo incontro.
Iris sapeva il suo nome da quel giorno in cui lo vide fuori dall’università, mentre Randonio lo sapeva quando veniva chiamata per nome dal maestro.
Perciò, come si vede, non c’era bisogno di presentazioni.
33
Il resto del paese aveva poco di fantasioso. C’era un gran daffare generalizzato che si distribuiva lungo tre direttrici. Era il cuore strettamente economico dell’isola con i suoi flussi di investimenti, impiegati d’ufficio e gente strampalata con pochi scrupoli.
Qui l’importante è dire che tra un grande viale e l’altro erano stati riempiti di abitazioni gli unici spazi verdi, impedendo quindi a quei viali di respirare e far affannare meno quella gente. A ridosso stavano due grandi giardini. È da lì che ad intuito uno sveglio poteva vedere che i mercanti avevano iniziato i loro affari con il legname, dopo essersi insediati nell’isola.
Sindoito aveva raccontato ad Amerigi una volta che un suo vecchio antenato, un uomo molto competente in fatto di bilanci e gestione, era riuscito a mettere d’accordo quella gente sul fatto di non lucrare inutilmente. Lui che aveva grandi risorse come visione d’insieme era stato soppiantato da gente senza scrupoli all’interno dell’isola; rimaneva il fatto che la piccola attività non fosse più allacciata ai tempi dell’artigianato locale e stesse seguendo i tempi venendo spazzata via da venti terribili.
Sindoito era erede di parte di questi fatti senza volerlo. Era come il suo antenato, molto sicuro, con la differenza che Sindoito era sicuro per il solo fatto di sentirlo e basta. Questo lo faceva andare avanti, ma sentiva una volta staccato dalla famiglia sempre più il peso di questi fatti sulle spalle, perché troppo isolato. Sapeva del resto, come Amerigi, che i programmi nella vita hanno bisogno di concretezza e trovava adesso in quell’uomo saggio una spinta positiva.
Solo la locanda da Gipro faceva da spartiacque dentro quella zona del paese, anche se rimaneva comunque un posto in cui si mischiavano tutti, arrivisti e gente semplice, canaglie travestite da popolani e gente umile irriconoscibile ai più. In quel luogo Sindoito trovava conforto ma anche persone che avrebbe voluto evitare. Il suo pensiero quindi, a causa di quella sua storia particolare, era sbilanciato da forze uguali e contrarie, che tuttavia gli erano semplicemente estranee, proprio perché la sua vita era diversa, ma da questo ne veniva poco a capo certe volte.
Gli serviva un amico. E Amerigi faceva al caso suo proprio per la sua indipendenza da certi discorsi strettamente retorici.
Questi, dal canto suo, era rimasto parecchio urtato come Sindoito nel vedere quei cittadini correre in quell’isola e finire ammassati senza fantasia e senza immaginazione, stipati nel primo lembo di terra disponibile.
C’erano molte villette costruite intorno a paesaggi molto particolari, non esattamente scontati, anzi il contrario: vi erano piccoli segnali di gusto personale e di attenzione alla sensibilità ma che messi insieme facevano intendere il gusto come di maniera, come un oggetto di moda che si mostra appena comprato, anche se raffinatissimo, come ad esempio una statua del poeta Brodskij in uno di questi giardinetti tirati a lucido.
Quella apparteneva al direttore del Palazzo Del Pubblico Dibattito, che era anche direttore della Società di Arti e Scienza dell’isola.
34
Randonio aveva sentito parlare della Società di Arti e Scienza dell’isola.
Questa metteva in circolazione ogni tre settimane un giornale con pezzi scritti di proprio pugno da una sbandata associazione di pseudoscienziati di qualsiasi ramo, anche artistico.
Anche Randonio, che era molto bravo a scuola, aveva formato un piccolo giornale, ma non si sarebbe potuto identificare nessun circolo, nessuna sezione di niente se le persone facenti parte si fossero messe allo stesso tavolo.
Le poche occasioni in cui si trovarono infatti corrisposero a una veloce bevuta alla locanda da Gipro per definire un minimo assetto, o a una riunione nella cucina con le pareti scrostate di uno di loro, o a una partita di pallone al campetto del quartiere Strago.
In quell’occasione veniva fuori tutto il loro spirito. C’era uno, Abigi, che aiutava sempre in campo. Molto cordiale. Anche quando gli arrivava un pallone un po’ lungo sulla fascia lui scattava e dopo essersi schiantato contro il muro, tornando in campo col ginocchio sanguinante faceva finta di niente e si complimentava con gli altri.
Erano tutti giovani e sapevano prendere ogni cosa nel loro giusto verso.
Una sera di marzo Randonio camminava con loro verso il Palazzo Del Pubblico Dibattito, il luogo in cui solitamente si tenevano gli incontri organizzati dai portavoce (1) della Società di Arti e Scienza.
Eccolo che arriva in bicicletta, la incatena contro un palo e fa il suo ingresso in platea. Nel frattempo i compagni di studi sono già entrati. Adesso ci sono tutti. La sala è gremita e tutti iniziano ad assistere alla serata.
Tra il pubblico si scorgono un signore e una signora molto anziani e discreti, evidentemente appassionati di certe letture.
Dietro al tavolo davanti alla platea stavano scorrendo delle diapositive con immagini che destarono subito qualche meccanismo di ricordo a Randonio, ma lì per lì non sapeva dire con esattezza di cosa si trattasse. Era concentrato ad ascoltare il dibattito. Si parlava dell’arte contemporanea come in una miscellanea costituita da fotografie e letture. Interveniva al dibattito un autore che il moderatore della serata presentava come il più importante della sua generazione. Questo era un uomo di mezz’età tutto raggrinzito che lasciava uscire solo un filo di voce mentre leggeva le sue poesie. Teneva un ritmo lentissimo e un tono fatalistico di chi è poco convinto di tutto e sembra rassegnato a dover lasciarci le penne.
Passò un’altra fotografia, l’ennesima, che Randonio riconobbe. L’aveva vista durante una lezione di un corso dell’università. Però qualcosa non quadrava. Al posto del soggetto originale, un’opera di straordinaria importanza, cioè di una merda dentro un water, c’era dell’altro e di pessimo gusto. Allora intuì, dicendolo poi anche ai compagni, che quella non era l’opera originale e gli venne il sospetto che tutto quello a cui stavano assistendo si trattasse di un’enorme messa in scena.
Si parlava delle citazioni, di come tutto fosse finito e ritrito e in quel caso si stava citando un’opera, (che ne citava già un’altra), per prendere in giro questo atteggiamento degli artisti di citare sempre o di riferirsi ad altri nel rompere con una tradizione, che non se ne poteva più.
Tutto era pensato e pesante. Non era gente cattiva quella, forse. Erano in fondo giovani che volevano far qualcosa, ma non c’era nessuna ironia o autoironia almeno. E nessun gusto nemmeno nell’assenza di gusto, altrettanto quanto quelle opere schernite, seppur la fotografia si presti a essere più vivace e dinamica nell’uso di riferimenti a concetti teorici.
Non c’era niente da ridere.
Randonio, prima di rimettersi tra i compagni, che lamentavano una sonora lezione con piegamento di ossa alla società, guardò quella coppia di anziani in fondo alla sala uscire tra i ridolini di tutti i presenti. (2)
«Sei stato bravo eh. Non credevo che fossi così bravo. Ti hanno creduto» si sentiva tra il brusio.
Nota 1: famosi esponenti dell’Irrealismo cosmico
Nota 2: magari quelli erano i genitori di qualcuno di loro, ma secondo l’autore ciò non ha alcuna importanza nell’ambito di questi fatti. O peggio, ciò non farebbe altro che aggiungere ulteriore squallore.
35
Visione di una proposta di rappresentazione alla Società Degli Artisti nell’ambito del recupero del nuovo complesso ad opera di tal Kane (nell’ambito della complessa allusione al film Quarto Potere) Del Pignataro
Flussi
Di libidinosa vertigine
SPASMO
SPASMO
A e i o u
Mondo infernale
Mondo infernale!
Si vede un bolso che si spalma un pomodoro addosso
SANGUE!
SANGUE!
Uno bussa
Chi è?
L’INFERNO!
Lo sgherro ride e si cala il sipario.
Il pubblico si chiede con entusiasmo quale sia la metafora.
Vocifero anch’io ma vengo preso per un fustigatore dei costumi. Io alzo il braccio destro dritto per obiettare.
Spero di non essere stato frainteso.
36
A questo punto della faccenda Randonio lo troviamo intento a tornarsene a casa.
Che bella era via F. con la luce delle otto di sera a primavera inoltrata. Solo il chiasso intorno non cessava quasi mai rispetto alla provincia, da dove venivano Iris, Amerigi e il capitano.
A volte per ritrovare quella luce si doveva aspettare il mattino presto. Qui vi era qualche scintillio che in più portava lo sguardo non esattamente all’infuori ma piuttosto a un’attenzione anche alla coda dell’occhio.
In ogni caso quello stagliarsi della luce tra le case in maniera zenitale era insolita assolutamente. Infatti poteva entrare da lì solo dal taglio sull’ingresso di via del Piombo a metà strada. E per quel posto fatto di alti porticati in cui non entrava mai luce per terra, anche quel semplice dettaglio era del tutto particolare.
A ciò si deve aggiungere l’assenza di rumore potente e maestosa che si mescolava alla luce di quell’ora. Ad Amerigi, che passava di lì anche lui poco dopo, ricordava le case che sembravano di granito nello stesso momento della giornata in campagna.
I giorni successivi Sindoito avvertì Amerigi che un’esondazione sarebbe arrivata a breve. Lo stesso Amerigi dal canto suo adesso era segretamente preoccupato per questo fenomeno. Non ne aveva nessuna esperienza, né d’altra parte esistevano testimonianze sicure tra quella gente.
Aveva sì avviato nuovi progetti e aveva sicuramente delle buone idee, ma non riusciva a scansare quella forte preoccupazione.
Un costante disorientamento produceva ora effetti deleterei lentamente anche su di lui, così come era avvenuto già da molto per il capitano. Bastavano piccole cose, piccoli contrasti ad accentuare una sensazione di nervosismo, sebbene si trovassero in un luogo così consono alle loro aspettative.
Il capitano dov’era? Perché il camino della casa sul dirupo fumava?
Restavano ancora numerosi interrogativi da risolvere. Successe semplicemente che poco per volta Iris, Amerigi e tutti gli altri andarono scordandosi di tali misteri, talmente erano presi dagli interrogativi su tutto ciò che accadeva secondo dopo secondo. Inoltre conoscevano bene i modi del capitano, abituati com’erano ad aspettarsi di tutto da uno come lui.
O per lo meno non ebbero più a pensarci fino a che ciò non tornò fuori da solo nei loro pensieri.
37
Frattanto il cavallo del capitano aveva preso a girare il paese come stabilito.
Durante le sue perlustrazioni incontrava puntualmente il mercato del pesce, i banchi con le verdure di via Attardi, in generale qualsivoglia genere di distrazione ed era quasi sempre tentato di abbandonare ogni impresa.
Il capitano poco attento a queste cose non si era accorto per niente delle deviazioni del suo cavallo, contando solo sul fatto che il suo percorso era breve e rapido, almeno solo in apparenza.
Un giorno d’inverno coperto da brune novembrine il cavallo e Amerigi entrarono insieme tra le barchesse del chiostro a ridosso dei palazzi che davano su via F.
La situazione era alquanto curiosa a vedersi da fuori e Amerigi invece di passare dritto superò i porticati notando delle persone truccate in maniera strana all’ingresso del palazzo.
Proprio quando fu dinnanzi al portone, una vecchia signora imbellettata che passava con leggerezza sicura di sé salutando tutte quelle persone radunate, forse suoi ospiti, si arrestò davanti a lui fissandolo per un tempo che gli parve lunghissimo in quel momento. Amerigi iniziò a sudare freddo non sapendo perché veniva guardato, perché era lì e perché quelle persone erano truccate e agghindate con strani copricapi che ricordavano i cortigiani dell’alto Medioevo. Non notò nemmeno che il cavallo l’aveva seguito alle spalle.
Quella vecchia signora era di molto andata con le cervella e scambiò Amerigi per il suo cavaliere. Cavaliere di che? Amerigi fece presto a capire il malinteso e ad evitare la donna, che anzi trattò con molto riguardo come sempre faceva con tutti, anche se dentro si sé era rimasto ancor più confuso di quanto già non fosse.
Fece anche tempo ad annotarsi di quello strano posto. Gli ricordava alcune pagine che teneva tra i fogli sparsi del suo diario. Quelle erano annotazioni scritte per passare il tempo e per divertimento, lontane da pretenziosità o al contrario da vacuità volgari.
Vide un titolo di richiamo e lesse:
Prima di diventare un comico e un idiota, come poi penserò inevitabilmente rileggendo queste memorie brevi, andavo una sera al cinema assieme all’architetto Giannetta. Inutile ricordare appuntamento con chi. Il nostro amico si trovava a Cersipath per circostanze misteriose. Decidevamo quindi di andare ad indagare. Telefonammo dunque direttamente al bar Mariotti di Ossakio per avere notizie del nostro, il cui gestore Jim ci diceva di andare a vedere proprio a Cersipath, al cinema Australia. Venivamo accolti al cinema da un bovino con la camicia, da una signora oltre la mezza età molto succinta e dal nostro amico. Mi chiedevo intanto se per sbaglio non ero io finito all’altro mondo, ma così non era purtroppo. Con nostro sguardo misterioso attraversavamo l’antingresso ed entravamo al cinema. Subito notavamo l’uguaglianza persone presenti con avventori di bar a Ossakio. La signora ci invitava a passare la linea ipotetica tra Cersipath e Ossakio all’interno di un cinema. Salite le scale ci aspettava un fojer trasformato in sala per i cocktail. Nel frattempo perdevamo il nostro amico che conosceva tutti. Io e l’architetto Gianneta ci domandammo se era possibile entrare nelle sale. Osservavamo così che le sale erano impedite all’accesso ma che un film-concerto passava sullo schermo in fondo alle platee. Osservavamo di conseguenza che era più conveniente aver fatto il pieno e cadere al suolo stramazzando in posizione supina con la testa girata su un fianco. Oppure tutt’al più mettere la gente intorno a noi in posizione di sicurezza, che poteva così passare il tempo guardando anche qualche scena tra una svuotata e l’altra di budella. Il volantino che abbiamo trovato quella sera ricordava che nelle serate successive ci sarebbero stati un mangiafuoco all’ingresso, delle ballerine di tiptap nell’antingresso e un uomo con un serpente a sonagli nel fojer.
Il tutto durò non più di tre serate. Dopodiché ripresi a rivedere la signora succinta girare per Ossakio, in quanto titolare di un bar molto apprezzato dal nostro.
Non tornai più all’Australia per qualche anno.
Nel frattempo al cavallo piacque talmente quel luogo e quella buffa compagnia che non tornò più indietro.
Quando il capitano capì dov’era finito, qualche settimana dopo, gli spettacoli erano già terminati e il locale aveva già chiuso i battenti.
I giorni ancora seguenti si verificò un garbuglio a seguito di quanto era avvenuto.
Cominciarono ad arrivare delle lettere a casa della cugina, dove Amerigi ancora soggiornava per qualche ultimo giorno in attesa di trasferirsi altrove.
Le lettere erano scritte da quell’anziana imbellettata che aveva lasciato poco fa.
Rimane il fatto che lui scambiò le lettere per lettere scritte da Iris e andò incontro a un periodo di totale instabilità.
38
Amerigi continuava a ricevere quelle lettere che pensava di Iris.
Non si curò molto di leggerle sulle prime ma poi il pensiero gli tornò indietro col passare del tempo come una mannaia sulla testa. Iniziò ad agitarsi moltissimo e abbandonò piano piano senza quasi accorgersene l’idea di una buon posto in cui aveva intenzione di trasferirsi proprio nei pressi di un piccolo laboratorio allestito da lui ex novo. Le contingenze lo portarono invece a prendere casa poco fuori dal paese, in compagnia del suo amico Sindoito, in una zona non ben riconoscibile abitata da persone distinte, così come dalla parte peggiore di questa, che finora era riuscito ad evitare. Non fu nemmeno un buon affare poiché la stanza in cui si ritrovarono era al primo piano e con il soffotto crollato. Per cui l’idea tacita di conciliare l’urgenza dell’esondazione si tradusse in realtà in una posizione con ulteriore svantaggi.
Parecchio stordito da tutti questi fatti e senza nessun nuovo progetto o obiettivo per la testa, Amerigi si trovò alquanto impreparato ora ad affrontare tutto ciò. Provò con piccoli lavori, piccoli studi di motori leggeri per velivoli di bassa quota. Con ciò avrebbe potuto decidere di fare delle foto sorvolando l’isola, come di proseguire a nord-ovest oltre l’arcipelago. A bloccarlo non fu tanto una sua incapacità di proseguire nel suo lavoro, quanto l’ansia che lo stava divorando a causa di tutta quella instabilità quotidiana.
Con Iris Amerigi si era veduto ancora con buona frequenza, ma le cose erano precipitate con una velocità senza precedenti nella sua esperienza comunque matura di uomo saggio riguardo alla vita.
Naturalmente ciò era così quanto per Iris quanto per Amerigi adesso. Ma a differenza di quanto fece Amerigi, Iris continuò a restare in quella casa.
Restò d’altra parte molto confusa da parte sua soprattutto anche per via di quel giovane, Randonio, da cui era molto attratta.
Ecco come doveva svolgersi a questo punto un dialogo tra Amerigi e Iris:
«Dovresti trovarti una donna sai»
«Non è il caso»
«Perché, non è vero?». Amerigi ora era completamente in crisi.
«E chi sarebbe, chi dovrebbe essere?»
«Una donna che sa capirti, come me»
«Perché continui a sostenere di saper tutto?»
«Come? Ma se dici sempre questo di me, che sono l’unica a saperlo».
Amerigi era girato di spalle adesso. Non era affatto distratto. Era letteralmente distrutto da tutto questo.
Il dialogo continuò ancora.
Amerigi era molto preoccupato. Soprattutto nel vedere Iris così serena e non timorosa in alcun modo dei suoi sospetti su di lei. Sembrava che parlassero dell’ovvietà, poiché così era naturalmente nella testa di Iris, ma non di Amerigi, portato fuori strada da quelle lettere scritte da un’altra mano.
«Io ti aspetto comunque. Ti conosco. Quando vorrai sai dove trovarmi».
E così dicendo Iris se ne andò confusa a sua volta di vedere l’amico comportarsi in quel modo.
Pensò di aver forzato la mano. Pensò a molte cose malcelate, non dette. Pensò che dovevano aver raggiunto il tempo di staccarsi a causa di quell’amore materno in cui si erano trovati ad essere cullati, che considerava, come lui del resto, puro perché così inespresso.
39
Randonio era salito nella parte alta per rientrare a casa. Abitava in una di quelle palazzine schiacciate di quella strada all’ultimo piano, sebbene non avesse la visuale di Iris ad esempio, per quella particolarità della torretta. Sotto di lui nello stesso stabile vi era un altro locale abitato.
Qui è possibile sentire Randonio salire le scale e attraversare con lo sguardo rapidamente la porta aperta.
Poi Randonio torna indietro. Ha visto qualcosa. Aveva scorto tra la fessura della porta e il muro una corda attraversare la stanza come una ragnatela sul soffitto. Lì erano appesi degli ingrandimenti di foto volanti. Il colpo d’occhio destò stupore in Randonio che decise così di soffermarsi ed entrare.
Sapeva che il vicino non era mai in casa e del resto i due utilizzavano la palazzina più come uno spazio comune in cui muoversi. C’erano degli angoli rientranti sui pianerottoli dove era possibile stendere i panni o notare una libreria o un lavabo incassati. Ogni spazio poi dell’abitazione in cui si apprestava a fare il suo ingresso era stato occupato in quella maniera singolare per cui entrare in casa non corrispondeva a essere fuorviati nei sensi come si può credere a una prima occhiata.
Certo Randonio era discreto ora al momento di varcare la soglia. La porta scivolò contro l’altra parte del muro. Era ben oliata e non fece rumore. Da altri particolari, una riverniciatura interna sempre sulla porta, forse per attutire il rumore e poi ancora arnesi ovunque e soluzioni chimiche collegate a macchine con pipette graduate, si capiva insomma come capì Randonio che il suo inquilino del piano di sotto era un mezzo inventore.
Scorse tra le carte alcuni fogli strappati da altri libri a costituire una specie di biblioteca tutta collegata per temi. Poi, quando trovò uno spazio più aperto alzò la testa per osservare meglio quelle fotografie.
Erano ingrandimenti di particolari o vedute di paesaggio. Ne staccò una per capirne di più. Vide che tra queste ultime sui paesaggi spuntavano qua e là, tutti in punti molto raccolti, carcasse si animali.
Ne staccò un’altra e vide che quei particolari ingranditi non erano di animali, bensì di altri cadaveri, resti umani.
Fu molto colpito da ciò, ma dato che aveva sangue freddo ne prese un’altra ancora.
Da questa vide che tutti i cadaveri umani presentavano le stesse caratteristiche, cioè non vi era alcun segno e i particolari erano particolari dei risvolti di vestito che portavano, tutti uguali che facevano pensare a un camice scuro da infermiere.
Randonio non si era mosso di lì perché lui aveva notato dei corpi abbandonati lungo qualche scarpata verso la raggiera dei corsi d’acqua dell’isola, ma per lo più solo di animali.
A quel punto mollò quanto aveva in mano perché sospettava di trovarsi nel posto sbagliato, cioè dentro la scena di un crimine.
Salì in casa velocemente, si guardò bene intorno e decise di chiudere il becco fintanto che non gli fosse venuta un’idea su cosa fare. Del resto poteva anche sbagliarsi.
40
Dormì malissimo e chiuso in casa col terrore. Aveva anche spostato un armadio davanti alla porta per tentare di preoccuparsi meno.
L’indomani Randonio aveva un’altra lezione di ballo.
Aveva due enormi borse sotto gli occhi. Così barcollante andò, e pure di corsa, ad affrontare la lezione.
Non dovette preoccuparsi per le scale del palazzo, per la porta aperta e così via. Ci vedeva poco fuori.
Arrivò a lezione in queste condizioni, mollò la borsa e si precipitò nella stanza.
Iris era già lì, impeccabile come sempre. Si accorse subito che qualcosa non andava. Dopo due passi il ragazzo finì tra le sue braccia con sguardo non proprio da sognatore.
Iris avrebbe voluto dargli un bacio, ma poi si accorse del suo aspetto orribile di quel giorno.
Si scostò di riflesso e lui cadde per terra di peso. A quel punto Iris si preoccupò e fece intervenire un massaggiatore.
Gli alzarono le gambe per far defluire un po’ di sangue al cervello.
«Mi puoi sentire?»
«Stavo meglio prima». Si accorse poi subito di aver detto qualcosa di equivoco e arrossì.
Iris arrossì anche lei nello stesso istante, ma in quel momento si preoccupò per lui.
«Ti senti bene?»
«Penso si sì»
«È successo qualcosa? Sembri preoccupato»
«Ti racconto dopo se mi rimetto».
«Dove abiti?» fece Iris, sempre con molta semplicità.
«Via F.».
Iris sgranò gli occhi.
«Anch’io» fece.
E qua Randonio iniziò a riprendere bene polso e respiro.
«Bello… prima o dopo l’università?»
«Davanti al banco con la rosa».
Tipica risposta alla Iris che mise al tappeto la tempra di Randonio.
Da qui si può dire che iniziò ad abbandonare ogni vacuità, data anche solamente dalla timidezza, perché si fidava molto ed era molto attratto sentimentalmente da quella ragazza, con la quale si aprì del tutto.
41
Iris sapeva che doveva riaccompagnare a casa quel ragazzo. Era troppo insicura sulle sue condizioni e del resto dovevano fare la stessa strada.
Perciò mise da parte tutta la sua timidezza e s’incamminò con lui.
Anche questo stupì Randonio, sempre più spiazzato con grazia dal suo carattere e dal suo atteggiamento, nonostante rimanesse con lo sguardo molto sospesa per aria.
Entrambi passarono velocemente da una parte all’altra dell’isola. Presero stradine secondarie per evitare il traffico, strade che forse solo loro conoscevano così bene.
Salirono abbastanza rapidi lungo la via, anche perché ora Randonio aveva premuto sull’acceleratore per svelare a Iris il motivo del suo stato confusionale.
«Hai visto quei corpi?» chiese col fiato spezzato.
«Quali corpi?». Iris rifletté un attimo: «Vuoi dire che ce ne sono degli altri?».
Aveva capito al volo.
«Sta a vedere» fece Randonio, imboccando in quel momento preciso la scala che portava al piano superiore della palazzina.
La porta al primo piano era ancora aperta.
Randonio dette una sbirciata e poi facendo attenzione a non calpestare niente tra le carte buttate per terra entrò piano piano con Iris.
Si fece largo nello stesso punto della scorsa volta e le disse di guardarsi un po’ intorno.
42
L’indomani Iris ne parlò con Amerigi. Quel fatto era molto strano. Tornò prepotentemente per un momento in loro l’inquietudine che manifestarono entrando nell’isola.
Resta il fatto che loro quei cadaveri non li avevano visti. Avevano visto solo carcasse di animali. Quanto a quei camici scuri meno che meno.
Amerigi quando aprì bocca al riguardo disse:
«Il capitano deve aver perso la testa. La donna con cui stava non ha mai fatto ritorno da qui. Forse è rimasta implicata in questa faccenda»
«Allora deve aver sospettato di tutto a questo punto. Randonio dice che non si è più fatto vedere a casa».
«Randonio? Casa?» chiese Amerigi.
«Quel ragazzo davanti all’università, i tizzoni ardenti… Abita nel suo stesso palazzo».
Questa volta Amerigi fu sorpreso da Iris ma non provò a chiedere oltre.
Si fidava di lei e da quel tono intuiva che vi era abbastanza sincerità da parte sua. Ma quelle lettere allora? Ancora non capiva.
«Si sarà scocciato adesso» pensò per un attimo lei. Poi tutto passò. Intuì che Amerigi aveva preso a pensare al capitano più di tutto.
«Sarà meglio cercarlo sul serio da questo momento» sostenne Iris.
43
I giorni ancora successivi Sindoito avvertì Amerigi che l’arrivo dell’esondazione era imminente. Lui, già molto pensieroso di suo, ebbe la prontezza di tirar fuori una buona idea.
Forse, pensava ora, posso costruire un’altra imbarcazione, stavolta più piccola.
Fece combaciare così l’esigenza di occuparsi del capitano con quella di pensare a quella contingenza e del resto fu lieto di cimentarsi in quell’opera, dal momento che aveva trovato un suo motivo di ispirazione prediletto.
Si mise al lavoro subito, ma, passate poco più di un paio di settimane, si ritrovò nuovamente del tutto schiacciato e in ansia.
Arrancava Amerigi adesso e arrancava ancora.
C’era il pensiero di cosa fare, il pensiero di Iris, il pensiero della barca, il pensiero del capitano e poi il pensiero di salvarsi la pellaccia dall’esondazione.
Non riusciva a lavorare del tutto destabilizzato da quei fatti a cui si sommava l’incompatibilità della vita con Sindoito che spartiva con lui adesso quello spazio angusto, sebbene i due andassero d’amore e d’accordo.
Sindoito pure aveva i suoi problemi quotidiani, ma Amerigi non aveva bisogno di altre grane.
Passavano inoltre persone malandate, arrampicatori sociali perduti e sconfitti, che si arrabbiavano se nessuno gli prestava ascolto. Era un disastro quella situazione. L’esondazione stava per arrivare e si sarebbe portata dietro tutto. Era inevitabile a quel punto, ma successe ancora dell’altro.
44
Amerigi ebbe la sola fortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto.
Un paio di giorni prima dell’esondazione difatti si era preso il fardello sulle spalle, come non fosse già abbastanza carico di inquietudini, di rintracciare il capitano. Era uomo molto responsabile e il fatto di aver condotto questi e Iris fin laggiù in un certo senso gli gravava come un senso di colpa. Vagò fino a tutto il giorno precedente senza concedersi sosta. Il mattino di quel giorno decise di tornare nel primo posto da dove era partito per iniziare le sue interminabili peregrinazioni. Nulla da fare. Non aveva un secondo di tregua. Prima di ripartire osservò di nuovo qualche foto, non riuscendo a scorgervi nessun particolare in più di quanto non avesse già notato. Teneva le foto in mano e senza volerlo si lasciò scivolare lungo la poltrona a dondolo in vimini del capitano. In quell’esatto istante si addormentò. Intanto la marea con un giorno d’anticipo aveva già iniziato ad entrare nell’isola.
La palazzina dove era crollato dal sonno all’alba, nell’esatto momento del passaggio della marea di fango e detriti, era in un buon posto vista l’ampiezza dei portici, che potevano contenerla trattenendola almeno per qualche tempo.
Quando aprì gli occhi si trovò solo con le scarpe sotto il livello dell’acqua. Era nella mansarda del capitano.
Allora si spicciò ad affacciarsi alla finestra.
C’era di tutto. Il livello dell’acqua era già molto alto ma stava crescendo ancora. Sopra galleggiavano porte, pezzi di mobilia, ammassi di ogni genere di sporcizia.
Amerigi prese ciò che poteva con sé e alla meno peggio si lanciò fuori.
Aveva visto una porta a cui aggrapparsi ma dovette atterrare nell’acqua torbida e muoversi un bel po’ prima di aggrapparsi saldamente.
Bluon. Un ammasso di melma sulla faccia.
Poi, mentre non ci vedeva niente gli arrivò una spallata da un cumulo di resti sulla destra.
Totalmente in affanno si rigirò su sé stesso con la porta piroettando verso un enorme pilastro. Scontro inevitabile.
Il colpo ebbe l’effetto di riportarlo sopra la porta e ora la defluenza si apriva verso un passaggio più grande, portata via più velocemente dalle spinte di corrente che arrivavano dai fianchi.
Ci mise poco Amerigi a finire il suo calvario e ad atterrare su un litorale sabbioso che si estendeva lungo un’estremità sconosciuta dell’isola.
Quel lembo di sabbia coperto da una pineta aveva avuto l’effetto di filtro per le sporcizie e il flusso di melma.
Era stata la sua fortuna poiché altrimenti si sarebbe potuto vederlo finire direttamente a mare e magari cascando giù da una collina a capitombolo.
Il peggio doveva essere passato. Dietro di lui tutto quello strano posto era stato invaso come previsto in quel periodo. L’aveva attraversato tutto, ma era stato un lampo. Ora c’era da riprendersi.
Amerigi si rialzò, si scostò la melma che gli era andata sopra gli occhi e si girò a guardare.
C’era un sole spettrale. Spettrale per quel momento perché luccicava tirando tutto a lucido, mentre intorno c’era solo una gran confusione liquida.
Oggetti sparsi d’ogni tipo. Candele, biciclette, divani, fotografie, sedie, abiti, insegne stradali, scaffali.
C’era di tutto. Amerigi si guardò un attimo il petto per vedere se era ancora vivo e tutto d’un pezzo.
Tutto regolare. Il corpo aveva reagito bene agli urti e agli sconquassi.
Provò a pensare a cosa fare e sentì una strana sensazione impadronirsi di lui.
Come se potesse ripartire per un momento pensò: «Forse posso riprendere fiato adesso», ma si guardò intorno e intorno c’era soltanto una pozza che aveva invaso tutto.
45
Senza pensare tragico Amerigi studiò attentamente cos’era possibile fare e si mosse come aveva sempre fatto.
L’acqua era troppo alta per proseguire a ritroso e tornare in città. Oltretutto non sapeva quanto avrebbe potuto tenere quella piena, bloccata tra i pini rovesciati al di là del canale davanti alle mura.
Dopo essersi tolto alcuni vestiti ed essersi ripulito alla meno peggio si accorse che nella tasca teneva ancora qualche foglio di carta e una penna. La tasca era stata ben chiusa e per sua fortuna era una tasca d’impermeabile.
Allora decise di prendersi nota innanzitutto di tutti quegli oggetti che erano sparsi ovunque, sparpagliati a più non posso, ma prima di questo successe che trovò un piccolo quartiere insediato lì fuori dalle mura.
Questa gente era molto cordiale e sebbene Amerigi per la sua esperienza diffidasse di tutto ora si trovava bene tra quelle persone.
Subito queste avevano notato le sue condizioni e gli avevano prestato soccorso.
Quella era gente che alla rinfusa aveva sistemato delle baracche di emergenza per queste occasioni, ma poi aveva finito per insediarsi in pianta stabile anche perché molti tra quelli si erano sposati e avevano avuto dei figli e perciò vigeva un clima sereno dopotutto.
Era il quartiere Scelsie e gente di diverse credenze e opinioni andava molto d’accordo come poco ormai facevano credere tutti.
Fu vitale per Amerigi trovare un po’ di vita che scorreva dopo tutto quel fracasso. Lì si sistemò, trovò tranquillità e si riprese dalle spossatezze per poter ripartire a lavorare e a pensare.
Difatti per il lavoro c’era molto da fare adesso con progetti vari di ricostruzione e recupero. Roba d’alta ingegneria di cui lui conosceva bene i meccanismi ed era perciò oltretutto benvisto e stimato tra la varia umanità di quella gente del quartiere Scielsie.
Qui ritrovò il suo giovane amico Sindoito, anche lui sospinto fin laggiù dalla marea.
Perlustrava zone, prendeva appunti a più non posso. Era incontenibile Amerigi quando gli si dava carta bianca.
Riuscì a mappare bene tutto il territorio e fare un resoconto sugli oggetti da recuperare.
A quel punto era il principio dell’autunno e ad Amerigi restava da ispezionare solo un atollo centrale dentro l’isola collegato a terra da una vecchia ferrovia. Del resto solo così avrebbe potuto raggiungere ancora l’interno dell’isola. La fanghiglia torbida aveva finito per bloccare ogni altro punto d’accesso.
L’acqua si era comunque abbassata, ma non di molto. Tuttavia la zona dei binari reggeva bene e del resto quello era ancora l’unico modo per raggiungere un pezzo di isola come quello.
46
Il capitano era del tutto galvanizzato da quella nuova situazione.
Spesso nei giorni in cui tirava molta aria lo si vedeva sporgersi da un dislivello sopra il paese con tutta la parvenza di chi altro non aspetta che sfidare il mondo.
«Tu non conosci me ma io conosco te ignoto. Ah se ti conosco».
Facciamo dunque gli auguri al capitano.
Una sfida titanica anch’essa a suo modo.
Per meglio indagare poi sul fatto dei corpi abbandonati aveva preso a fabbricare uno di quei suoi strani ordigni: una stampella rinforzata con un tirante da una parte e una molla dall’altra. Nei casi in cui doveva procedere con le indagini lungo la scarpata da dove erano partiti ciò facilitava il cammino e gli consentiva di fermarsi a osservare la situazione da punti non ben esplorabili.
Poi ripartiva ed ecco come doveva procedere: ad ogni passo la punta sul tirante a forma di cuneo, che era la punta di un piccone, si incastonava nel terreno piovoso; una molla dall’altra parte gli dava la spinta di contraccolpo, poiché ad ogni passo precipitava un poco inesorabilmente verso il basso, spinta che lo riportava in asse col suo cammino longitudinale. Aveva, posizionata accanto alla molla, un sistema di bloccaggio per cui poteva decidere lui quanto in alto spingersi ad ogni risalita data dalla molla. Non più di un paio di metri, al massimo.
Stampella ingegnosa quindi.
Quella bizzarra invenzione stavolta diede i suoi frutti meglio del rilevatore montato sulla coda del cavallo.
Infatti un pomeriggio stava ben bene perlustrando la zona al di sotto della casa col camino fumante, quando con il suo monocolo e quel suo apparecchio sotto la spalla notò una cosa molto importante: c’era un cannocchiale montato sotto la casa diretto sotto a qualche punto verso il paese.
Era chiaro che nessuno l’aveva scorto così incassato e sotto anche i livelli delle banchine.
Allora poteva darsi secondo lui, che qualcuno fosse arrivato fin lì, l’avesse notato ma fosse caduto.
Ciò dava a quell’aspetto una rilevanza assoluta.
Rimaneva però il fatto che i corpi non presentavano segni, ma il capitano era già diretto verso la casa fumante. Aveva presagito qualcosa e non si sbagliava mai su questo.
47
Col passare del tempo João s’era fatto irriconoscibile. Aveva ora totalmente rasata la barba, ma sembrava vecchissimo per via di una berretta portata sul capo che gli schiacciava l’arcata sopra gli occhi impedendogli quasi la vista. Il copricapo poi gli creava una serie di rughe che investivano tutta la fronte. Ciò era forse frutto della sua personalità usuale, ma oramai si poteva dire che avesse perso qualche rotella immerso in tutti quei calcoli e quelle indagini.
Amerigi, dal canto suo, mostrava preoccupanti segni di smarrimento personale. Fu così che un giorno i due si incontrarono.
La vecchia ferrovia disponeva ancora di una locomotiva con poche carrozze, che attraversava le lande più isolate per via del frastagliamento della zona costiera. Collegava anche una piccola zona non raggiungibile via terra situata in una estremità della zona interna oltre la fitta boscaglia. La ferrovia girava come una cerniera attorno al nucleo centrale dell’isola per poi terminare e ripartire dall’atollo che racchiudeva al suo interno.
Amerigi non aveva mai visitato l’atollo e lì infatti era diretto. Il capitano invece aveva preso a perlustrare ogni singolo tratto di boscaglia ad uno ad uno. Quel giorno era alla sua penultima esplorazione. Quando Amerigi salì sul treno i due fecero un bel pezzo di strada assieme. Erano seduti uno di fronte all’altro e non si riconobbero per niente. Il capitano dopo un po’ tirò fuori il suo taccuino con gli appunti delle indagini. Poco dopo Amerigi faceva lo stesso poiché ormai non gli era rimasto altro che prendere nota di quel viaggio.
Brigante d’un canaglia. Tiri fuori anche tu il quadernino. Non vuoi essere da meno che un mascalzone come me.
Uomo più o meno alto. Sembianze di uomo vissuto. Copricapo interessante intagliato con canapa e chele di granchio.
Ah se studi. Lo dico io. Vai a dare lezioni ai contadini. Non fa una piega.
Sguardo di sfida. Da dove viene costui? Interessante grugnito. Forse una lingua locale.
Il capitano borbottava tra sé sommessamente imprecazioni d’ogni genere.
La situazione fece presto a degenerare.
Neanche sai qual è la capitale del Burundi.
Mai stato in Africa, si vede.
Responsabili della bomba atomica.
Forse Nagasaki.
Fazioso e che non sia mai.
Pare quasi un vietnamita.
Tutti buoni a mangiare nel piatto degli altri.
Diffidente e un po’ scroccone.
Continuarono così a lungo a fare le galline come due dotti depositari di tutto il sapere del mondo, uno più scombinato dell’altro. Arrivarono sul punto di mettersi quasi le mani addosso, senonché Amerigi riconobbe nuovamente la ferita sul braccio.
Abbracciò istintivamente il capitano. Questo a momenti non veniva preso da un raptus mentre si annotava un’ultima frase.
Fa l’amico il principino. Gli sganascio io un bel segno di amicizia giù per la nuca.
Da vicino il capitano riconobbe finalmente la voce di Amerigi ma non fece in tempo a trattenere la mano, che piombò addosso all’amico. Amerigi si riebbe dal tramortimento solo qualche minuto più tardi. Il cielo però intanto si era fatto oscuro e minaccioso.
«Seguimi» disse il capitano, quando Amerigi riaprì gli occhi.
48
Il capitano scese dal treno e iniziò a farsi strada subito attraverso la boscaglia. Ora con la falce in mano aveva appena finito di spaventare ancora una volta il povero Amerigi.
Subito dopo si voltò e prese a farsi largo tra un cespuglio. Dalla sicurezza del capitano e dal fatto che non canticchiasse o non imprecasse, Amerigi capì che si doveva trattare di qualcosa di serio. Rinsavì un po’, ma era ancora frastornato.
Il capitano zittì Amerigi, che era già zitto, mettendogli una mano sulla bocca.
Percorsero un sentiero scavato tra i bambù. Il camminamento doveva già essere stato aperto dal capitano in precedenza. Aveva fatto un ottimo lavoro per non venire scoperto.
Forse stiamo entrando in un territorio privato, pensò Amerigi. Poi il capitano si bloccò.
«È lì vedi» disse.
Amerigi vide una baracca costruita con assi prese evidentemente altrove.
«Dalle banchine» disse João. Il capitano era troppo preso dall’andare fino in fondo a quelle sue indagini e non aveva spiegato ancora niente ad Amerigi, il quale sembrava vagare nel vuoto con la mente.
Il capitano si mosse velocemente fin sotto un’architrave pericolante a fianco dell’ingresso. Ma lì avvenne dell’altro.
Uno andò verso il capitano, che prese a correre all’impazzata nella direzione sopra la baracca.
Il suo amico invece ne aveva uno dietro per cui poteva scendere solo nella direzione opposta.
Avevano due grossi cani alle calcagna.
Girandosi Amerigi non prese per errore il sentiero da cui erano arrivati e solo dopo averlo notato con la coda dell’occhio si rese conto che era entrato in una zona recintata.
Il cane correva dietro con una voglia incredibile di addentargli una caviglia. A quel punto Amerigi accelerò fino a perdere i sensi, fece un giro attorno a un’enorme quercia e tornato indietro si aggrappò con le ultime forze residue alla porticina tirandosela dietro. Questa battè con estrema forza sulla rete metallica dall’altra estremità del cardine facendo cadere un’asse d’acciaio pesantissima che bloccò la porta.
Si accorse dopo essere quasi svenuto per la seconda volta che era salvo.
Il cane si scagliò contro ma rimase bloccato dentro la recinzione. Era fuori di sè. Gli occhi rossi scintillanti gli uscivano dalle orbite. Amerigi si alzò e non ci pensò due volte: si mise a correre giù per il sentiero più che poteva, ma non appena lo aveva imboccato ecco subito l’altro cane che correva verso di lui a spron battuto dall’altra parte.
Era circondato. A quel punto Amerigi fece l’unica cosa che poteva. Andò verso la porta della casa e tentò di aprirla per mettersi al riparo.
La porta si mosse subito e Amerigi senza guardare alcunché la richiuse subito dietro di sè mettendo la sicura.
A quel punto era salvo.
49
Amerigi sentì il cane ringhiare. Dentro era buio pesto e l’incalzare di quell’animale, che gli urtava i nervi a più non posso con quel suo verso stridulo e indemoniato, lo spinsero a cercare un’interruttore a tastoni. Filtrava solo un filo di luce da sotto la porta. Poteva vedere che la stanza finiva lì dopo pochi metri, ma forse c’era una porta più in fondo, pensò. L’ombra in movimento che filtrava dal pavimento non gli dava scampo anche quando il cane smise di abbaiare.
Molto debole e con il cuore che come una spugna zuppa assorbiva una scarica di colpi che avrebbero mandato al tappeto chiunque, Amerigi strisciò verso l’estremità della parete opposta. Fece per poggiare il ginocchio a terra quando con la spalla urtò inavvertitamente contro una superficie fuori dal piano della parete.
Allora si scostò indietro.
Silenzio per un paio di secondi…
«SBAAAM! BZZBZBZZ ZZZ»
Tutto illuminato. Un fragore assordante di api in movimento.
Un immenso alveare si aprì alla vista lì davanti su tutte e tre le pareti.
Amerigi collassò all’istante.
50
Chi era che compiva quelle diaboliche macchinazioni?
Erano davvero tali? Non poteva trattarsi di una coincidenza?
Che senso aveva di preciso quella cosa?
Il capitano era riuscito a fuggire con la stampella attraverso un dirupo. Era agitatissimo.
Andò subito a cercare il suo amico guardiacaccia Stilme lì vicino e gli intimò di seguirlo. Questo, che era un tipo molto pronto, era armato di tutto punto e presagì subito che doveva essere successo qualcosa di grave.
Rifecero la strada attraverso la boscaglia.
Raggiunsero la casa, ma stavolta niente. Nessun rumore di cane. Stilme era già pronto col caricatore pieno.
Insieme a loro erano arrivate un paio di persone che presero a correre giù verso il dirupo.
Il guardiacaccia tirò qualche proiettile soporifero, ma non riuscì a capire se avesse raggiunto il bersaglio.
Il capitano si fiondò nell’inseguimento, mentre lui, il guardiacaccia, rimase a perlustrare la zona.
«Fermo!» gridò João.
«So che sei uno s…… non c’è bisogno di dimostrazioni».
«Corri pure dalla mamma vigliacco!».
Stranamente parlando il capitano si caricava e invece di perder fiato acquistava forza per allungare il passo.
Poco dopo, quando gli parve opportuno, decideva di passare per una stradina e di sorprendere il suo uomo girandogli intorno e saltandogli addosso tutto a grande velocità. Non riusciva a vedere quasi niente, così come non era riuscito a vedere quando era arrivato su posto.
«Tu credi di essere uno furbo».
«Mai che paghi».
Prese la curva. «Ahahaa». Tentò un salto ma atterrò sopra a una fossa coperta da della sterpaglia secca e sprofondò giù per un cunicolo.
Lì, appena si riebbe iniziò un ennesimo sproloquio.
Il guardiacaccia nel frattempo si era portato dietro la rimessa. Notò che l’uomo in direzione del quale aveva lasciato partire il colpo era a terra, per cui decise in gran fretta di raggiungere il compagno.
L’individuo steso a terra davanti a lui indossava lo stesso camice scuro che il capitano aveva fotografato.
Lasciò lì il corpo, convinto che sarebbe tornato solo dopo aver recuperato l’amico.
Il capitano poteva raggiungere agilmente la superficie usando la stampella, ma si accorse che un certo punto del terreno presentava una parete da cui filtrava dell’aria. Preparò un ordigno con un inverter per la corrente che aveva già pronto in tasca e dello zolfo grattato da dei cerini.
Quando fece saltare una delle pareti di terra e risalì in superficie vide che non c’era più nessuno. Teneva il terreno franato come scalino e spuntava fuori solo con la testa. Quando la voltò dall’altra parte Stilme stava venendo giù di corsa. Si aiutò con il braccio dell’altro e solo allora fu completamente fuori. Corsero dunque al capanno, entrambi con molto affanno, ma quando sbucarono davanti alla porta il guardiacaccia vide che il corpo era scomparso. Andò di nuovo verso la rimessa ma non notò niente di rilevante. Intanto il capitano stava già sfondando la porta.
51
Amerigi era ancora lì dentro steso a terra nella stanza. Una volta entrati il capitano e il guardiacaccia constatarono che il polso dava ancora segni di vita e si sbrigarono per portarlo giù di lì nel più vicino ospedale.
Tutti e due i soccorritori notarono la strana stanza, illuminata ora in penombra da una luce irreale, piena d’aria ma anche di mistero e d’inquietudine, che tagliava quello spazio in diagonale fino al muro in fondo alla stanza.
«Via, via, via di qui» fece il guardiacaccia, che doveva aver collegato già due o tre tasselli vacanti nella sua mente di ispettore secolare di quei posti.
Il capitano lo intuì e tacque, badando solo a salvare l’amico.
52
Amerigi si riprese dal coma qualche mese più tardi. Nel frattempo la situazione era stata chiarita.
Era stato chiamato in causa perfino dinanzi al Senato dell’isola, come si vedrà poi in seguito. Era stato accusato e poi assolto.
Il Senato svolgeva le normali operazioni di amministrazione all’interno dell’isola ed era composto da pochi membri sempre in successione tra loro a causa delle caratteristiche di quel luogo.
Gli individui sospetti non avevano lasciato alcuna traccia.
La storia era finita lì?
Chi erano? Lavoravano per qualcuno?
Il guardiacaccia e il capitano nei giorni subito successivi s’interrogarono più volte sull’accaduto, specie riguardo quell’uomo dal camice scuro che non ritrovarono più una volta tornati al capanno.
«Ci sono due possibilità. È stato rimosso o se n’è andato da solo».
Il guardiacaccia fece intuire che doveva trattarsi della seconda opzione. Ne aveva avuto sentore da alcune capsule ritrovate in precedenza, perlustrando le zone dove aveva ritrovato i cani.
«Le capsule che ho trovato devono rilassare i muscoli della faccia. L’espressione che ho visto era rilassata come l’espressione di un cadavere, ma non saprei dire se invece stesse dormendo, o facendo finta»
«È probabile che si sia buttato a terra quando hai sparato e abbia ingerito la capsula»
«Ci sono due casi sovrapposti. Quello dei corpi e quello degli animali nell’alveare» sosteneva il guardiacaccia Stilme.
«L’alveare?» chiese il capitano.
«Ho notato che qualcuno faceva stordire i cani lì dentro per poi curarli»
«Quello è già bello che al fresco»
«Dev’esserci di mezzo qualcosa di più grosso. L’isola ha sempre avuto bisogno dei cani per la sorveglianza e la ricerca di gente sperduta. Ogni giorno ne nascono a decine qui. Non si vedono per via dei diversi flussi d’entrata dentro la torbiera»
«Ma ho notato un cannocchiale montato su una casa lungo un dirupo in uno di questi»
«Dev’essere per tener d’occhio la vigilanza e controllare i cani e l’alveare»
«Oppure tutti sono controllati».
53
Amerigi aveva testimoniato con la lamella in bocca perfezionata del capitano. Il capitano l’aveva sistemata integrando un nastro dalla tecnologia impeccabile con diverse registrazioni. Solo quando aveva iniziato a parlare in aula si era reso conto che la sua deposizione era già registrata a tratti e, nonostante dicesse la verità, al Senato importava sentire molto quelle frasi in più, avendo un organico al suo interno del tutto instabile. Aveva bisogno cioè di sentire alcune scontatissime frasi di rito con circonlocuzioni come questa:
Sbaglierei se dicessi di non aver fiducia in voi
Il solipsismo di Amerigi finì per avere effetti del tutto particolari. Altre volte invece Amerigi parlava davvero di giustizia quand’era sottoposto a interrogazione, con uno stile quasi sentimentale e indifeso, ma quelle erano davvero parole che raccontavano il suo carattere e il suo modo di vedere le cose e però ovviamente tutto finiva per mischiarsi come un calderone. D’altronde Amerigi non poteva nemmeno decidere di togliersi la lamella davanti all’intero Senato. Si rammaricò di aver ascoltato il capitano. Questi lo aveva facilmente eluso all’ospedale inserendogli la placca, dal momento che il capitano stesso aveva capito tante cose e voleva giustizia. Nonostante questo il suo gesto era del tutto privo di calcolo e cinismo. Era dettato più dall’istinto della rabbia che gli era venuta per la poca chiarezza e per il ricordo della sua amata. Amerigi dal canto suo probabilmente ancora non si era ripreso del tutto dopo il ricovero d’urgenza all’ospedale. Dovette proseguire.
«Sì sono stato io ad addentrarmi dentro a tutto questo anche se per sbaglio, dal momento in cui non proferisco menzione che non sia data dall’inequivocabilità della mia posizione di cittadino all’interno di una giurisdizione di cui accetto consensualmente di adempierne i doveri».
Quello stile pleonastico piacque molto ai giornalisti e al Senato. Si può dire che se la cavò proprio per quello. Perciò nessuno si era accorto di niente.
Il Senato fece infine luce e dimostrò che quel giro di soldi sporchi ricadeva su certi falsi medici impostori e stabilì che l’alveare era un’installazione artistica dismessa di cui tuttavia erano responsabili i sui ideatori per un collegamento tra questi e il veterinario capo della banda.
La colpa finì su questi ideatori spostando il pubblico dibattito, ma certamente il gioco era molto più grosso. Tra di loro finì in manette quindi il veterinario dall’ordine contraddistinto dal camice scuro, che poi veterinario alla fine non era. Tutto il paese pensò che la colpa fosse solo dell’amministrazione, che d’altro canto era comunque implicata.
Su Amerigi calarono alcune ombre per aver buttato discredito su certe organizzazioni, ma in generale tutti sapevano di queste circostanze e la sua reputazione non subì grossi colpi.
Rimanevano alcuni scettici che ogni tanto dibattevano sull’episodio organizzando convegni dal titolo: “Il cane come…”, “Amerigi come…”, o “L’alveare come il buco nell’ozono”. Riguardo quest’ultimo punto il capitano aveva qualcosa da suggerire.
Altri raccontarono di questa storia come una leggenda: “La leggenda dell’alveare”. Spazi dove bambini e persone comuni con interessi vivi tra i più disparati, senza alcun certificato di scrittori, si trovavano a raccontare questa storia dell’isola e a riscriverla a tal proposito in molti modi diversi, sotto forma di laboratori ad esempio, o anche solo attraverso una conversazione. Solo per ricordarla.
Certamente il caso dei corpi rimaneva il più misterioso. Amerigi non escludeva, ed erano tutti d’accordo anche Iris e gli altri, che alcuni non fossero davvero dei cadaveri.
54
Per Amerigi era arrivato il tempo di andarsene anche di lì.
Vagava spesso adesso in prossimità dei raccordi costieri, ma per un tempo piuttosto contenuto e più per cercare di pensare a qualcosa che lo portasse via con i pensieri.
Lì trovava spesso rifiuti vari tra cui cocci di bottiglia. Collegava spesso quei resti a dei messaggi che qualche disperso avrebbe potuto scrivere e andava alla ricerca di qualcosa del genere, qualcosa che non sapeva bene. Però fu proprio per un pensare del genere che si ricordò delle lettere che un amico di paese, Carlo, gli scriveva con regolarità e di cui non leggeva più da qualche tempo.
Pure lui era rimasto solo e per far passare il tempo aveva iniziato ad appassionarsi di pittura. Era molto bravo e si applicava molto, con un’intelligenza e un metodo che avevano molto a che fare con il carattere di Amerigi. Della lettera gli piaceva in particolare un passo, che aveva secondo lui molta affinità con il suo lavoro:
Spesso lo schematismo nella maniera di pensare è stato fatto riportare a quinta teatrale…
Se la ripeteva nella mente, non avendo più che pochi pensieri e spesso la riformulava. Fosse stato lui avrebbe detto:
Spesso una maniera di esprimersi viene ricondotta a quinta teatrale, laddove questi segni non mostrano affatto una costruzione, artificiale o velleitaria, ma semplicemente, oltre ogni apparenza, alla fine, l’unico modo per essere disposti e distesi, per mostrarne una provenienza autentica.
Un giorno Amerigi camminava lungo le foci. Le maree si andavano diradando e i litorali erano cosparsi di conchiglie. Tutto luccicava e si chinò a raccoglierne una. Più avanti, passato un crinale ne trovò delle altre. Allora si distese, prese a pensare a Iris.
I loro incidenti lasciavano il tempo che trovavano. Ormai non si crucciava più per quelle lettere. Pensava piuttosto a cosa ne sarebbe stato di loro, ma non c’era verso di spiegarsi e nemmeno avrebbe osato chiederle niente.
Era un’immagine attaccata ad un filo con il resto. Ma si sarebbe potuto dire che fosse solo quello, un’immagine.
Girandosi di nuovo trovò soltanto una conchiglia, identica a quella che aveva appena raccolto.
55
Tra Iris e Randonio anche quel quadro sospeso si incrinò un po’ per via dell’assenza dell’amico-spalla Amerigi, ma tutto procedette bene.
Randonio si chiudeva in se stesso. Ciò non corrispondeva a una chiusura ma alla totale assenza di riscontri nella realtà. Era ancora uomo del tutto vero, ma non gli era rimasto nessun amico, nessuna dolce cantilena, nessuno, niente che spiegasse come si sentiva una persona come lui.
L’unica cosa che trovava era uno specchio nella brutalità dell’abbandono e dell’ingiustizia. Così aveva preso l’abitudine a certe letture che non si addicevano per niente a un uomo come lui.
Spesso la violenza che da ciò derivava si rispecchiava appunto, ma sempre con colori opposti, nella sua esperienza.
E così chiuso sempre più in questa spirale ogni tanto perdeva il lume della ragione perché pensava che doveva solo attendere del tempo, ma quel tempo che stava passando non passava mai per lui.
Quando anche Iris perse un riferimento come Amerigi per il solo motivo del tempo che scorreva, che doveva andare avanti, e avanti, Randonio non forzò mai quest’esperienza privata, questo fatto per dare spiegazioni arretrate a suo favore. E anche lì nessuno lo vide. Nessuno ne parlò, mentre ormai si parlava di tutto in paese.
Passò dell’altro tempo e le cose si appianarono, le ferite in qualche modo erano rimaste ma si erano divise a metà e così scacciavano entrambe le parti e le dissipavano col loro lato migliore che era la loro grande forza. Ora Iris e Randonio stavano bene insieme.
Bene se ne avevano sempre voluto.
Randonio un giorno di vento che spazzava via tutto, la spazzatura e i pensieri buoni, passeggiava con Iris. Erano a tratti staccati ma quel vento li portava via bene uniti dove tutto invece intorno non solo non era più poesia, ma era vanità del paese che fingeva di proseguire sempre uguale, laddove i pensieri costituivano un altro paese con tutt’altre dinamiche.
Mentre tutti diventavano stranieri per fuggire la fame, loro erano migrati all’interno del loro paese in aree remote ancora come viaggiatori, finendo per essere quasi dimenticati.
Ma via F. rimaneva un contenitore perché gli altri lo notassero, speravano. Chissà quanto sarebbe durato.
Randonio si fermò davanti al solito mucchio di pietre scure.
Sapeva che tutti erano presenti. C’erano tutti gli spettatori di quella strada.
Era domenica. Non importava se ci fossero stati i colpevoli.
Lo voleva fare.
Era una forma di risarcimento per Amerigi.
Lo ricordarono con un gesto che aveva dentro tutto il significato della loro poesia persa nel tempo e allo stesso tempo uguale a se stessa sempre e forse con un colore di malinconia che solo loro capivano per il tempo che passava assieme a quello dove tutto doveva essere decifrato tra sé.
56
Dopo tutto il periodo in questione di avventure piacevoli e meno piacevoli sull’isola, Amerigi aveva ripreso a camminare con maggiore sicurezza, percorrendo l’intero territorio. Ci si addentrava in lunghe camminate prima di essere colto dalla stanchezza.
Risiedeva ancora in quel posto periferico lugubre, ma di ciò si curava poco.
Indossava ancora le sue scarpe impermeabili per attraversare le zone umide o gli stagni pieni di quei muschi caratteristici che puntualmente incontrava. Riconobbe una xanthoria parietina una volta, un lichene giallo arancio a forma circolare che cresce nelle zone del Mediterraneo. Ciò confermò il fatto che il suo cervello non avesse perso lucidità.
Una mattina stava ripercorrendo quello stagno per ritrovare quel colore particolare. Stava girandosi intorno quando scorse un capanno davanti al quale era stato fissato un tendaggio. C’era un minimo pertugio sul davanti ben nascosto tra i rami ricurvi di un salice, mentre la parte dietro, il capanno appunto, terminava subito a ridosso di un punto troppo difficile da raggiungere per via dell’acqua abbastanza alta.
Amerigi lo scorse per puro caso. Tutto era ben mimetizzato con la vegetazione.
Avvicinandosi, tuttavia, gli sembrò più immerso nel paesaggio che volutamente nascosto, come di un posto dimenticato.
Si portò dietro il pertugio in silenzio. Avanzò con passo prudente, sollevando qualche ramo e il tendaggio a ridosso.
Davanti a lui c’erano alcuni elementi presi qua e là e messi assieme a formare un ambiente preciso. Sembrava di entrare in un locale abitato o in un negozio di decine d’anni addietro, ma con in più questa particolarità: ogni elemento era posizionato staccato dall’altro. Così, quel luogo sembrava un assemblaggio ma senza alcuno scarto di visione con un ambiente vero e proprio. Esempi erano quei lampadari alti a terra rivestiti di stoffe non sintetiche, lavorate e colorate; oppure quei vecchi termosifoni in ghisa bassi e larghi; gli infissi sottili in legno che incorniciavano alcune alte vetrine.
Dietro queste si sporgeva a ridosso un omino basso e tozzo, che indossava una cravatta e una giacca sgualcita. L’ambiente a osservarlo fino a lì dava l’idea di una bottega di barbiere.
L’uomo, molto rilassato e però estremamente concentrato, a tratti spingeva una leva sotto il sedile dove stava seduto per portarsi davanti a un enorme parete a incasso su cui erano collocati degli sportellini. Dal basso Amerigi vide che sopra ogni cassetto era affissa un’etichetta che portava scritto un nome proprio di persona o un nomignolo.
Il vecchio raccoglieva tutto ciò che il mare restituiva. Era un catalogatore infallibile, per cui, con metodo scientifico moderno confrontava in più ogni minima traccia data dal reperto con le persone che incontrava nell’isola, essendovi insediato da tempo immemore. Così ogni reperto aveva un possibile nome di riferimento, il che, considerando la natura mutevolissima di quel posto, costituiva quasi un miracolo. Era un’impresa che richiedeva tutta una vita, ed era, quella, un’operazione altro anche dal calcolo, senza coinvolgimenti effimeri. Forse era l’unico ad aver salvato la memoria di quel posto che erano i suoi momenti occasionali e apparentemente superflui.
Ciò poi era ancor più interessante, una volta che Amerigi ebbe modo di verificarlo, poiché la vita finanziaria e speculativa nell’isola aveva tentato di inglobare tutta quella particolarità lucrando a più riprese, volta per volta, proprio quando ciò era diventato un reperto.
Come sotto quella tenda pareva di stare fino un certo punto dietro una bottega di acconciature, o per lo stesso motivo proseguendo oltre e notando senza interferenze lo svelarsi degli assemblaggi nell’ambiente, così tutto doveva rimanere senza stereotipi come invece si avvertiva lungo le strade che si dipartivano oltre l’osteria da Gipro.
Un paesaggio del genere consente di far respirare gli interstizi quotidiani dei pensieri. C’è sempre un punto di respiro, da qualche parte. C’è soprattutto la consapevolezza di una diversità ancora stratificata e non appiattita, come i sentimenti, come la simpatia e l’antipatia, che nascono dal nulla e restano pur sempre sconosciute. Il rispetto per ciò che non siamo noi.
Anche quell’uomo era convinto che vi fosse un controllo generalizzato a questo riguardo, per cui non era più possibile pensarla diversamente dall’opinione circolante, che, parendo mutevole in ogni sua forma, sembrava anche libera.
Il vecchio catalogava con particolare cura alcune lettere o dei messaggi rinvenuti all’interno di bottiglie. Stava difatti sistemandone uno di questi.
L’incontro che ne seguì con Amerigi fu molto cordiale, sebbene quell’individuo non si esprimesse in alcuna lingua. Comunicarono con pochi gesti e senza timori, come s’intendono due persone che danno l’idea d’intendersi subito.
Più tardi, girandosi, Amerigi riconobbe la carta gialla delle famose lettere di cui si era fatto un’ossessione, per colpa della signora succinta. Si precipitò verso un’altra sedia da barbiere che stava proprio accanto a quella dell’omino, tirò la leva e fu subito davanti alle scaffalature. La carta veniva in fuori da uno degli scompartimenti più bassi.
Il vecchio aveva rinvenuto una di quelle lettere per cui ad un certo punto il fraintendimento era stato svelato. Aveva, grazie al suo metodo d’indagine, rintracciato il mittente per alcune sbavature di rossetto che però non erano visibili senza un’analisi molto accurata, ma essendo del tutto incapace di parlare una lingua comprensibile, quel nome restò sconosciuto. I gesti mostrarono un deciso «No» davanti ad una foto che ad un certo punto gli allungò Amerigi, in cui comparivano Iris e lo stesso Amerigi. A lui bastava così.
Insomma d’un tratto quel mistero si era risolto.
La poesia che aveva scorto con Iris si era comunque già trasformata in un’armonia senza significati, anche se lui non poteva saperlo, per cui, per il resto, era stato possibile far passare qualche tempo e dimenticare l’incastro di cui era caduto vittima.
L’omino, al termine dell’indagine, fece segno ad Amerigi di scrivere il suo cognome su un foglio. Amerigi rispose al gesto scrivendolo di getto senza badare a cosa stava facendo. Il vecchio percorse il deposito sul retro, poi rapidamente tornò con in mano un pacco sigillato molti anni prima.
Amerigi decise di aprirlo nonostante lo sconcerto. Il pacco indicava infatti il nome del fratellastro di Iris.
Questo fratellastro risiedeva in paese adesso, aveva preso a pensare Amerigi. Non aveva idea di questo materiale.
Tranciò il nastro e infilò la mano. Ne estrasse una miriade di appunti, cartoline e missive. Tutte datate come se il fratellastro avesse tentato di spedirle, o forse alla fine aveva semplicemente deciso di gettarle a mare.
Amerigi non sapeva ancora il nome di quell’individuo.
Quando fece gesto l’omino indicò il suo presunto nome segnando con le dita le lancette di un orologio appeso in un angolo. Queste lancette segnavano una serie di numeri, ciascuno dei quali indicava una lettera dell’alfabeto corrispondente. Amerigi lo capì immediatamente e li collegò ottenendo il risultato.
«Trama!» esclamò con un attimo di esitazione. Non sapeva se stesse scherzando, era ancora all’oscuro riguardo come si chiamasse, ma in quel momento il vecchio si era già ritratto in un angolo avvolto dal fumo della sua pipa.
57
Il vecchio aveva una barca ancorata in un corso più sicuro degli altri, da cui tutti, Amerigi, Iris, il capitano, la cugina, Sindoito e Randonio avrebbero facilmente potuto mettersi in mare aperto.
Il capitano alla fine rimase anche se non lo decise mai veramente. Continuò a restare senza nessuno, ma con la cugina a fianco.
Da Flora e Sindoito nacque un figlio, Proio, che andò a scuola da un lontano parente di Amerigi, di cui lui però era all’oscuro sul fatto della sua esistenza.
Solo Iris aveva deciso di rimanere nell’isola con Sindoito.
Amerigi era tornato a casa.
58
Sulle pareti non c’era appeso niente. Erano spoglie e quasi crude. Non ci appendeva niente, anche se lui stesso si era accorto che ora ci sarebbe stata bene una bella carta da parati colorata, perché tutto era nella sua testa, come la stanza dove dormiva quando era bambino, un’accozzaglia di cose con poco senso solo in apparenza, ma che non avrebbero indicato in ogni caso niente dei suoi affetti e della sua vita tutta aperta verso il fuori. Allora quel dentro era di poco conto se bello o brutto perché non era né lì dentro né lì fuori il suo significato, ma nella vita che è una cosa ancora più grande e fuori di lì.
Quello era solo uno specchio che rimandava a fuori se uno veramente voleva guardarci dentro.
Per questo quasi nessuno capiva niente adesso, tutti presi nell’analizzare tutto con una lente di precisione millimetrica senza pensare alla cosa più importante, cioè proprio quello che veniva fuori da un’osservazione come quella di quella stanza.
Un giorno Amerigi attendeva una lettera da Iris. Il postino era passato. L’aveva sentito con la motoretta ripartire dal vialetto. Andò verso la porta, l’aprì e vide una lettera poggiata sopra lo zerbino. Pensò un momento a Iris quel bel giorno quando trovò il progetto del sestante e del cannocchiale. Non si erano più parlati, tranne quando si erano salutati prima della partenza. Gli umori erano tornati gli stessi di prima senza molti discorsi, e di ciò era profondamente lieto, ma gli avrebbe fatto piacere avere sue notizie anche adesso, così come per gli altri amici lasciati sull’isola, nonostante tutto procedesse bene.
Si mosse subito ad aprire la busta.
Estrasse la lettera e lesse. Fu preso da uno stupore che come per effetto di una scarica elettrica gli sollevò gli zigomi già alti sulla faccia.
Era una lettera di Sindoito.
Gli scriveva dal quartiere Scelsie e gli diceva che la moglie Flora, con cui si era sposato da poco, aspettava un figlio.
Era intenzionato a spostarsi vicino a lui e sembrava molto felice dal tono.
«Vicino» pensò Amerigi. Ciò voleva dire che Sindoito avrebbe lasciato l’isola per tornare in quella terra, nonostante tutto quel suo passato particolare da cui era fuggito. Sposato e per di più con un figlio.
Se questa era una cosa rara, certamente lui in ogni caso non l’aveva mai vista fare a nessuno.
Amerigi era molto confortato.
Passava adesso ore in biblioteca e quando poteva andava a cercare qualche libro di geologia per capirne di più, dato che si era appassionato con le sue ultime avventure.
A lui piaceva una certa libreria molto piccola. Per raggiungerla si doveva arrivare al piazzale del paese, girare a sinistra dentro il vecchio mercato con i banchi in marmo del pesce. Si superavano una serie di bar, un altro giro a sinistra ed ecco una piazzetta affollata la sera da giovani studenti. La sera la libreria era sempre aperta e c’era del chiasso che arrivava dentro dalla piazza, però le dimensioni ridotte e l’accoglienza di quel posto rendevano quel vocio abbastanza sopportabile se non all’udito a una percezione generale dell’ambiente.
In quel luogo di sera Amerigi stava sfogliando i suoi libri perché la morfologia del Faso lo aveva affascinato. Aveva scoperto che in realtà l’isola era un’estensione del paese che correva nelle profondità sotto il mare, residuo di un urto tra placche probabilmente.
D’un tratto scorse su una parete di passaggio tra due piccole ale dell’edificio una foto che lo colpì molto.
Scena presa da dietro.
Dei bambini sono intenti a salire uno scivolo di una piscina, un interno tra palazzine alte e grigie. È una giornata con un cielo che dà sul tono grigio e la luce rimbalza sul bordo piscina bianco rendendola come di plastica industriale. Appena percettibile un fastidio. Hanno costumi colorati con braccioli altrettanto colorati. Insieme i colori dei bambini e quelli intorno creano un insieme vario giocoso di colore nonostante quelli più cupi ma non vistosi sullo sfondo.
Amerigi si commosse profondamente. Gli ricordò la sua infanzia.
Forse anche lui era nato in un tempo già falso. Ma la foto era così bella che lasciava tutto lo spazio a quei bambini di giocare dentro la foto con molta umanità e comprensione.
Pensò a tutti quelli che gli avevano voluto bene, suo padre in primis.
E pensò che quello era tutto quello che si poteva e si doveva dire della vita. Sono quelle persone alle quali i suoi pensieri andavano sempre nonostante lo sfondo cupo pesasse anche in lui. Ai suoi amici che lavoravano come lui con la sua stessa passione per i suoi interessi.
Soprattutto a tutti questi che non venivano mai ricordati da nessuno perché l’affetto non esige contraccambi, bisogno di tornaconti e resoconti penna alla mano. Si dà e basta.
Amerigi voleva chiedere al titolare informazioni su quella foto, ma le sue sensazioni dovevano ancora consolidarsi in quel momento. Andò verso il bancone e semplicemente pagò ed uscì pensoso.
Gli capitò di tornare qualche tempo dopo. Era passato un anno e mezzo. Anno e mezzo molto duro con poche consolazioni, forse neanche una. Aveva molto desiderio di rivedere quella foto. Dunque uscì di casa con molta fretta e apprensione e si diresse alla libreria, ma notò con stupore che la foto era stata rimossa. Lì ebbe occasione di pensare ancora all’affetto, che gratuitamente si dona senza chiedere niente, che se ne va, come quella foto che non rivide più, ma che aveva impressa nella mente, per sempre.
59
Tornavamo da via della Potara.
Non so dove fossimo stati io e mio padre. Giravamo dietro il vecchio ospedale. Ormai bisogna già dire vecchio. Già pronto quell’altro. Già pronti i progetti. Le idee. L’amministrazione. La convinzione pratica delle cose.
Invece il Veneto è una terra aperta anche agli erotismi. Basta andare verso Bassano del Grappa e osservare il cielo veronesiano così pieno di vuoto delle pulsioni, con quei diradamenti rosei dei tramonti tutti particolari immersi nelle vallate.
E poi le montagne a ridosso, dappertutto, dove si respira l’asprezza della terra che però è attaccata a quella ruvidezza e non all’alienazione di lavorare come macchine da industria.
L’idea dell’attaccamento al lavoro che suscita questa terra di toni tersi ma duri, durissimi e rocciosi, non è più attaccata al paesaggio, ma a quei capannoni che si vedono attraversando in macchina per strada questi posti. L’identificazione della parola “lavoro” non è più legata perciò a questa connotazione minerale della natura di questo suo territorio. E così il radicamento non avviene più attraverso questi elementi, bensì attraverso quest’aberrazione data da valori alieni attraverso il guardare il paesaggio con i suoi nuovi elementi del tutto incapaci di assorbire emozioni e proiezioni della persona che vi è immersa dentro. Nuovi elementi, i capannoni, i quali non si attaccano più a niente e che non possono essere trasmessi attraverso questo modo alienato di guardare pur sempre ciò che ha un valore profondo nel lavoro, che è questo valore del paesaggio.
Il senso civico si basa su questo. Non importa il pensare. Bisogna fare. Fatto. È andata così. Non importa nemmeno quel nuovo tipo di cinismo che consiste nel comprare e vendere tutto, questa sua nuova deriva, che è arrivata anche qui sì, ma che secondo me qui rimane legata ancora a quell’arcaicità della terra, nel suo aspetto più gretto.
Sopra, il cielo era azzurro-bianco, le case di bianco granitico qua e là, poi il verde e gli scuri della montagna davano l’impressione a tratti di un Veronese, a tratti di un Palma il Vecchio. Una pastosità tersa ma non imbalsamata, mentre per il Veronese si trattava di più di luce dall’interno delle cose.
Ho sempre pensato che per capire Palma il Vecchio bisogna venire da queste parti.
C’è anche la possibilità di vederne davvero uno al Duomo di Schio. Ma io non ho mai voluto superare l’allarme blindato della stanza in cui è rinchiuso, la fossa con gli alligatori, ecc.
I verdi scuri e gli aranci gemmati non bastavano per dare l’idea di un Bassano. Bisognava trovarsi di fronte a un contrasto perché saltassero fuori, come un albero di cachi, il cui arancio invece vivido dava a tutto un tono più sui verdi. Ecco che saltava fuori Bassano.
Il tempo della vita si era allentato e io e mio padre guardavamo queste cose intorno che crescevano invece con un ritmo sempre uguale.
Ma il ritmo, quello dell’alternanza tra paesaggio, costruzioni e paesaggio per la vista e per il semplice camminare, quello era una cosa che si notava subito. Come in me e in mio padre lì in quel momento era ancora respirante, nonostante tutto. C’era uno spruzzo di case qua e là sull’avviamento del paesaggio montuoso, ma una strada già aveva tagliato l’interno del residuo di campagna, un tempo presente ovunque. Forse era l’ultimo tratto rimasto nei paraggi. Un altro era stato tranciato, forse il più grosso, quello cioè dove andavo spesso a correre, al Braglio, con una sensazione bellissima di avere in pochi minuti alle spalle tutto, tutto il paese e la connessa zona industriale.
Il piccolo residuo di antica campagna invece che parte da via della Potara è tagliato specularmente anche dall’altra parte. Lì gli occhi non dovevano fare nemmeno lo sforzo di girarsi per vedere il declivio con cui si diradavano insieme il monte Summano e tutti i paesi e le città circostanti, che sciamano verso l’altopiano. Una specie di orizzonte spostato ad est della vista risalendo via Caussa.
Bisogna scrivere come di un reperto quasi, ho l’impressione, perché ciò assuma una certa importanza.
Un ritmo di respirazione del paesaggio ha bisogno invece di molte cose che non si possono descrivere e inscatolare, anche solo perché disperse o cancellate. Così i popolani ne hanno spesso l’impressione e tacciono, non per qualunquismo.
Così il ritmo. Questa cellula di base. O come lo si voglia chiamare. Dappertutto e con qualsiasi codice semantico, se le cose sono reali.
Una volta girato l’ospedale ci si trova di fronte appunto questa via, che è tutta dritta, fino all’ultima curva a destra, e lì dietro c’è casa mia.
60
In giardino il prugno selvatico asciuga.
Le lacrime di pioggia se n’erano andate, ma le foglie restavano bagnate.
La luce gli si posò sopra così da farle apparire allo stesso tempo lucide e impiastricciate.
Bruno stava forse lì come stava il mare, dietro a una finestra.
La pioggia era terminata e mi chiedevo se fosse ancora come una volta. Pensavo, la pioggia ha smesso. Qualcosa era finito. Avevo pianto un poco. Piangevo mai io. Ma qualcosa di bello sentivo che veniva avanti. Era così ora?
Non era così pensò.
La verità, la verità prima di tutto.
Cercava in tutte le maniere di allontanarla anche se era sincero e la teneva sempre lì accanto, forse come pochi, o anche nessuno era il caso di dire visti i tempi.
Qualcosa svaniva nell’aria come quella lucentezza delle foglie, ma la lucentezza non se n’era andata e lui, che ne aveva l’idea ma senza alcuna sostanza dentro, se ne accorgerà solo dopo ciò di cui si accorgerà in questo momento.
Sentiva che Bruno era lì ora ma non provò a suonare nessun campanello.
Stette un attimo ad aspettare senza guardare alcunché davanti al portone d’ingresso.
L’aveva trovato, pensò allora.
Cercato dappertutto, senza un dettaglio a cui appigliarsi, non un indizio, un’intuizione come le aveva lui, ora sentiva che era là dietro.
Prese il taccuino, si appuntò nome e indirizzo e fece marcia indietro.
Percorse la strada tra i gelsi e i mandorli in fiore. Superò il saliscendi polveroso dei pioppi e la strada sempre uguale di platani. Poi s’arrestò.
Si era perso. Fece per estrarre di nuovo il taccuino e scrivere sopra “fil rouge” ma si calmò improvvisamente. Sopra quel taccuino, nella pagina che aveva appena finito di rigirare, c’era già una scritta simile, ma non se ne accorse per niente. Si fermò alla vista di una casa tagliata dalla luce perfettamente a metà. Ripose tutto senza guardare.
Si spostò un po’ tenendo la casa come punto di fuga.
Una fila di pioppi da sinistra al centro tracciavano un lato dell’immagine che ora aveva sotto gli occhi. Davanti un prato falciato e a destra un boschetto di querce si addentravano in un parco in discesa.
Ora tutte le immagini che aveva visto erano vere, ma dovette dire di andare a mangiare da qualche parte perché di nuovo s’aprisse uno squarcio.
Lo spazio s’ingrandì e finalmente capì.
Bruno. Quei pochi indizi. La donna. L’amore. La vita. Cercare un senso per quella di adulto.
Era chiaro che Bruno aveva sofferto qualcosa come Mauro il mio amico pensai.
Era così. Aveva dovuto ammettere la verità prima di tutto, prima di poter dire com’erano le cose in realtà.
Le immagini della sua e delle altre vite coincidevano, ma non aveva pensieri e si guardò attorno.
Non c’era nessuno. Il tempo era il tempo di bambini che rientravano da scuola.
Non c’era più chiasso, né di risate, né d’altro, ma la gioia c’era e c’era tutto il resto.
C’era l’innocenza che forse era dolcezza, ma il nome di quella non avrebbe detto niente ora.
Era il tempo che sentiva quando era giovane e tutti erano da qualche parte a fare qualcosa. Ricordò Carla, così segreta con Michele ma senza segreti.
Era il tempo. Ed era lo spazio.
Era a metà. Senza essere sospeso.
Non si può dire che la stagione fosse l’autunno.
Rientrare da scuola in quel momento, essere giovane e bambino in quel tempo.
Aspettare senza pensare di farlo, vedere gli altri occupati.
Una lacrima scese comunque, ma quel vuoto che non riusciva a descrivere se non guardando la realtà, era vuoto di tutto, vuoto di scontentezze e di fili pendenti. Era innamorato.
Lo sentì sentendosi così, guardandosi fuori e dentro.
Gli sarebbe servito per le immagini che avrebbe visto dopo senza poterle scrivere o spiegare.
Era lì che era finito l’amore pensò.
61
Ad Amerigi era parso nell’isola di camminare dentro l’antichità con tutto quel movimento multiforme e quelle regole che affioravano qua e là, ma di cui ancora la gente comune non sapeva bene e nemmeno importava lo sapesse, avendolo già in sé come atteggiamento. Ora passeggiava tra le chiese una domenica mattina e aveva trovato invece il pathos delle religioni monoteiste, quelle che poi, bene o male, dettero però in ogni caso una spinta di sublimazione a tutta l’arte in occidente con quell’attenzione raccolta nel perno della fede nell’amore.
Il suo spirito libero gli permetteva di assumere a sé questo o quell’altro particolare, ma con un fondo di libertà più che greco, o ancora arabo, semplicemente umano.
Trovava in Giorgione, un pittore che a lui piaceva molto grazie alle spiegazioni del fratellastro, anche se più cervellotico di altri, questa commistione nei suoi dipinti molto difficili da decifrare. Semplicemente lui da quel punto di vista ci vedeva l’impossibilità di schiacciare tutti gli elementi in un’unica materia. Alcuni di questi elementi poi non potevano essere slegati dal puro simbolo e basta. Era per lui un incrocio quel periodo di culture ancora esente dal terribile disastro della distruzione dei patrimoni locali e delle commistioni distruttive dei suoi tempi.
Poi ci vedeva in lui la sua maniera di lavorare, molto libera ma molto artigiana, con molto criterio e molto studio e impegno.
Ad Amerigi piaceva la pittura pur essendo un calzolaio e per questo capiva molto il suo amico Carlo, che invece era un pittore vero.
Aveva solo scoperto più in avanti nel tempo invece le sue dimestichezze con i viaggi. Pensava ad Agide. C’era stato qualcosa che stava riprendendo, che continuava ancora. Forse il suo viaggio era fatto così. Si sarebbero uniti adesso dopo così tanti anni.
62
Camminando vedo un signore fermo in piedi con la schiena appoggiata a un palo. Davanti altri due chiacchierano. Sono sul lungomare, davanti alla spiaggia. Chissà se quei due sono lì perché uno è il bagnino. È domenica mattina. C’è il cielo grigio.
L’immagine che mi sono portato via era una porta arancione. Segnava il percorso davanti al bagno. Da lì partivano le file degli sdraio, in quel momento impilati al di là delle dune di sabbia, che d’inverno corrono lungo il litorale proprio a ridosso del mare.
Solo due pali di legno colorati arancio, la porta appunto, la sabbia, il mare e il cielo.
Altri volumi compatti. Altre case minute né troppo grandi né troppo piccole. Si potrebbe farne una foto, ho pensato. E far vedere i colori, lasciar stare scrivere e lasciar stare l’arte. Una foto semplicemente. Senza pretese né alte né basse. Ma quella È arte.
Fine
Ogni città, ogni paese, ogni angolo, ogni luogo ha le sue parole, i suoi segni per farsi spiegare.
Per me ad esempio i confini tra Veneto, Emilia-Romagna e Marche non esistono, se non per alcune differenze sostanziali della vista e della percezione in generale, oltre ad alcune città che possono farsi carico di queste differenze.
Attraversando il Veneto e andando giù in Emilia ad esempio, non v’è alcuna differenza passando per la pianura da Rovigo a Ferrara.
Solo a Ferrara, alcune caratteristiche urbane si aggiungono al paesaggio e ne creano un altro.
Ferrara, città della metafisica nebbiosa, ha la nebbia della pianura che racchiude tutti i colori anche veneti, almeno il basso Veneto.
Ma poi le eleganti mura e il mattone e le pietre medioevali illuminate dalla luce dei lampioni trasformano la nebbia e appunto il complesso della città in un’altra cosa.
Ferrara si fa carico di questa diversità per antonomasia.
A Bologna succede lo stesso camminando la sera, sennonché ciò che colpisce è intanto la sensazione che la città si muti poi in una specie di metropoli e che non resti estatica alla maniera di una provincia, come a Ferrara.
Ma andando ancora più giù si vedrà che una città come Rimini è molto meno sondabile per intero, come un posto vicino al mare Adriatico al nord.
È difficile spostare anche la mente lungo la penisola poiché appunto la geografia è molto centrale nel modo di sentire dove ci si trova.
Il nord è proprio nord, il centro è proprio centro e il sud il sud, per la continuità di alcune cose e la discontinuità di altre.Appunto a Rimini non si ha la sensazione di trovarsi in una meta della grassa villeggiatura e nemmeno in una città romana importantissima e piena di reperti, poiché lo stare tra la campagna e il mare poi crea linee che si intersecano continuamente e che prepara alla visione dell’Italia centrale.
Discontinuità appunto ma anche continuità di compenetrazioni.
Il confine lì a pochi passi con le Marche non crea una suggestione abbastanza forte da lasciar intendere di trovarsi in un altro posto.
Solo un livellamento non legato alla geografia, alla terra, al territorio dimostra che l’italiano è probabilmente addomesticabile come tutto il resto, da questo punto di vista.
Sempre a Bologna, ciò che poi mi piaceva molto era guardare appena arrivata primavera (non a primavera inoltrata) i cornicioni delle case segnate da quella luce.
La luce arriva in quel momento dell’anno solo in questi punti precisi. Non si ha mai un vero punto di fuga della vista orizzontale in questa città, ma quasi sempre solo quando si alza la testa verso l’alto, verso questi punti.
Quelle strisce alte forse danno più respiro alle mie sensazioni che si legano indissolubilmente a una certa maniera di guardare la provincia.
Ricordare a Bologna per me è difficile perché i segni della provincia muovono troppo velocemente e polverizzati nel contesto di quella città. Le case sono alte, l’ombra anche di giorno ovunque e manca un fuoco anche per guardare la gente per strada, schiacciata su primi piani sinestetici come le figure di Amico Aspertini.
Quelle strisce prendono il colore della luce locale, ma dato che poi sono posate su case di cemento sebbene colorato quasi ovunque di giallo e rosso, bene quel non sapere il colore mi fa concentrare forse sulla luce che si posa anche in provincia. Senza un nome da dare, non per ignoranza, per convinzione. Che sono forse una mia modalità del guardare che si è fissata nella mia testa, essendo nato dove sono nato.
Passeggiando a Schio trovo spesso quella luce ferma. Mi piace osservarla anche d’inverno, ma in particolare, appena sta per arrivare la primavera, la aspetto volentieri in un posto. Si deve prendere via Caussa e attraversare un piazzale degli autobus, piazzale Divisione Acqui. A questo punto si segue via Baratto. Lì la luce ha il nome delle persone che sanno quei nomi, di quei colori, persone che conosco ed è una cosa loro in un certo senso.
Io anche se li ho imparati non riesco a descrivere le cose nominando quei colori, quegli alberi.
Preso via capitano Giuseppe Sella si gira a sinistra per via Carducci e arrivati all’incrocio tra via Fusinato, via Mazzini e via Baratto, semplicemente mi piace star lì a guardare quell’immagine.
Sono i primi giorni di primavera e sono lì tra un incrocio di strade.
Mi piacerebbe che quel posto fosse una piazza, perché ne ha tutta l’aria, ha l’aria di incontro.
Ma in realtà è solo un incrocio di strade appunto, con uno slargo quasi casuale davanti a un ingresso di una biblioteca.
Mi piacerebbe che fosse una piazza, ma non è una piazza.
Quel posto un nome non ce l’ha.
Epilogo
Amerigi trovò tornando una donna molto simile ad Iris. Ciò lo rese ulteriormente confuso, ma dopo un po’ entrarono in ottima sintonia.
Ora andava anche a sentire le cerimonie la domenica, ci andava con Setra, perché insieme a lei riusciva a scansare le apparenze dappertutto. Aveva bisogno di una persona come lei e così tornò a ripensare anche quei luoghi, qualsiasi luogo.
Dovremmo trovarlo quindi a pensare alla fine delle sue giornate, delle sue tribolazioni, alla fine dei suoi viaggi, in un posto pieno di sentimenti, di romanticismo si può dire, magari con un bel crepuscolo, anche se per niente scontato. Invece no. In quei posti non c’era traccia di lui.
Amerigi ora pensava a Setra in una giornata qualunque e al loro uguale modo di pensare.
Trovò ancora una volta una strada che spiegava bene questo, perché ciò non si rifletteva nei medesimi aspetti, ma in aspetti comuni di senso, aspetti che oggi molti sedicenti professori dell’umanesimo identificano nella maggior parte dei casi erroneamente solo come incastri psichici.
Amerigi era anche pur sempre uno scienziato. E questo non lo poteva accettare.
Ma il bene del padre e il suo bene erano sì dentro quell’immagine, riflessi in quell’immagine di vita, ma non era quella l’immagine.
Il parente di Amerigi, da cui Proio andava a scuola, era stato anch’esso in viaggio anche se non si era mai spostato fuori dal paese.
Lui, il figlio di Sindoito, non aveva ancora iniziato nessun viaggio.
Erano molto simili quei due. Come quando nasce un’amicizia profonda, non ebbero bisogno di ingraziarsi l’un l’altro, o di presentazioni, se non di un comune spirito di sacrificio condiviso. Nessuno avrebbe detto che quei due avrebbero legato. Il maestro era visto come un uomo strano da molti in città. Tuttavia non avvenne proprio niente di strano per Proio, non assuefatto ancora alle follie di stoltezza senza senso del mondo d’oggi.
Iniziò a battere i primi colpi sul tavolo. Era la sua prima prua. Forse, il ricordo di Amerigi e dei racconti di suo padre lo attraversò un momento, nessuno saprebbe dire.
Finì anche la poppa. Iniziò a colorare una scritta su un fianco. Non si sapeva se avrebbe mai preso il largo. La scritta diceva solo:
vita longa