Categoria: Diari / Appunti 2013/2023

  • Ricognizioni di un gennaio postCovid (versione integrale estesa), 2020-2021

    Dalla salita dietro Via Castello il traffico di discorsi e andirivieni pare soltanto un piccolo gorgo cezanniano, ridimensionato e incastonato tra mille altre visioni di case, abbaini, terrazzi vuoti, flebili luci d’interno, messo lì, in fondo alla provinciale, sulla rotonda del gran traffico quotidiano che vien giù da Santorso.
    A Piazzale Divisione Acqui c’è il retro scoperchiato d’un autobus in panne. Un uomo avanza strisciando con abiti insudiciati da lavoro avanti e indietro supino sotto il gran peso del mezzo azzurro.
    Sulla camionetta a fianco, completamente aperta, s’intravvedono pareti di utensili meccanici. Tronchesini, trapani, punzoni. Rivettatrici, morsetti, pinze, cesoie, chiavi. Giraviti e bulini.

    Per vedere quanto la città è cambiata bisogna prendersi un’ora d’aria e perdersi in un momento qualsiasi a camminare nel viavai generale di tutti i giorni.
    Sono pressappoco le cinque del pomeriggio.
    C’è chi è rimasto seduto questo pomeriggio, tra i tavolini, nel silenzio e la rassegnazione generali. Lo noto risalendo via Garibaldi.
    Un dialogo surreale di gente immobilizzata, più che un incontro come era prima, come se gli avventori fossero fusi coi camerieri del bar.
    Intorno tutti gli altri tavolini sono vuoti. L’attenzione di posa su tre che conversano a lungo giustamente su questa situazione che si è venuta a creare.
    Tutte le sedie intorno sono già alzate lì davanti, proprio nel momento solitamente contrario a queste abitudini, nel quadrilatero tra Garibaldi, Scledum, Baretto, Leoncino. Che poi, tipicamente scledense, scappa via a sua volta in salita ondulatoria verso altri posti ridefinendo tutto.

    Abitudini, già, è stato un attimo, ci è voluto poco tempo.
    L’aria è rarefatta e umida. Immense querce bianche che sembrano gelsi imbiancano l’orizzonte rialzato sopra Via Leonardo Da Vinci dalla Valletta.
    I colori malva, malva rosato, ceruleo con illuminazioni al neon si aprono nei ventri dei palazzi pastello sgualciti.
    Sono le vecchie madri costrette a partorire i nuovi figli del tempo. Alcuni vorrebbero uscire e inghiottire tutto, come in un destino segnato.
    Sembra che questo contrasto stia ora intonandosi con le città più a nord d’Europa, dove il recupero del tessuto urbano è netto e sembra uscire direttamente dalla fase di progetto.
    È meno italiano, cioè rarefatto, melodicamente scomposto e perifericamente civico.

    Una signora scende da una Fiat bianca a Via Romana Rompato, sotto l’insegna della storica tabaccheria. Sostituisce i necrologi.
    Più avanti, nel sottoportico in Via Capitano Sella, con l’insegna bianca e nera dell’ottica come una decorazione prospettica di provincia scamozziana, non c’è più posto per nessuno nell’altra bacheca, da quanto lo spazio dei cartelli è riempito affannosamente.
    L’incombenza del disastro e dell’abbassamento d’umore è alle porte, proprio prima di raggiungere il centro della città.
    Per la prima volta provo qualcosa di simile alle sensazioni lette nei reportage dall’altra parte del mondo.
    Nessuno sembra perdere tempo. Non ci sono le voci, non ci sono gli amici.

    Ciò che consideravamo all’aria aperta, il paesaggio di fuori, pare non esistere più.
    Ora, in questo giro di brevi anni, sembra ricacciato all’interno.
    Sembra anzi di dover andare a toccare una solitudine profonda, come le religiose vie che salgono sopra i Rossi sul Novegno, per trovare una qualche forma di comunicazione con il tutto e con tutti.
    Una spinta invertita per le soglie dell’attenzione, che tentennano nel trovare nuovi modi di vivere nella consuetudine di un’apnea sociale solo appena accennata.

    L’andare con i pensieri è più stratificato, perché pare ora di dover cacciar fuori quegli umori, che prima invece si dovevano sottrarre, tirar via, per un fuori più autentico, fotografato, e quindi intimo, di comunicazione con gli orologi interni dello stare tra la gente.
    Se l’esterno è ricacciato dentro, quest’ultimo grida per il fuori.
    E lo spazio della meditazione, della comunicazione, questo spazio dove l’architettura parlava se guardata in mezzo alla gente una lingua di sempre ritrovata pulizia dello sguardo, esercizio fisico e mentale che poi rimaneva, ora sembra a un crocevia, perché il fuori_per_il_dentro non è ancora un ascolto maturato di conclusione, ma uno spostamento in più. Rischia di diventare un fattore in più verso la distrazione e la confusione, verso un ennesimo nuovo realismo del niente da dire, dove ancora dal rosso si vede rosso, dal nero il nero, dove non filtra niente, non si sta bene o male, si galleggia nel simulacro vuoto e basta, come un dato di fatto stavolta di sempre.
    Dallo sguardo del panettiere appena arrivato a Piazza Almerico sino a quello delle veterane del Caffè Dante, un angolo tenta di ricostruirsi-tenersi una sua storia di comunità; il centro scommesse chiuso, e, più in là, la bottega delle scarpe fatte a mano.
    Tutti guardano fuori, e c’è quindi una complicazione di procedura del guardare.

    Il passato archeologico industriale, laggiù ad ovest, non è ancora recuperato, ma ora aiuta moltissimo a rompere questa determinazione.
    Le aperture, ad oggi, sono imprevedibili, oscure, non ancora periferiche, non ancora europee tagliate col coltello. E questo nonostante la grandezza, la vastità dell’area tracciata dalla sponda del Leogra, con i suoi aironi che nessuno vede se non scendendo dentro il Timonchio, più a valle ancora la domenica.
    Ecco un elemento certo di questa grandezza oggi che incredibilmente si manifesta. Una vera sospensione del tempo, anche drammatica nel suo ancora mancato recupero, però presente, da decifrare ancora tutta. Il frammento nel frammento che apre lo sguardo.
    Un lascito da continuare a ristudiare, rismontare, rimontare nelle sue logiche, nelle sue oggettivazioni. Misteriosamente intatto e superstite oggi, più vivo che mai anche dopo il fallimento del grande progetto dei primi anni 2000, prima che la crisi economica globale sgretolasse il sogno della Schio archeologica restituita, come punto di riferimento nuovo in ambito urbanistico nazionale e sovranazionale.
    Il progetto del Gregotti, che prevedeva di riportare alla luce la direttrice della Roggia intubata e di appaltare negli anni successivi i punti di raccordo con l’area, che cosa ci direbbe oggi?
    Ci racconterebbe di una città sfaldata, con un tessuto non più unitario a levante, anche se sempre più affascinante nelle sue risultanze di stili architettonici disgregati, invecchiati, smussati, ricuciti.

    Osservo le paraste sfumate. A memoria so che le troverò, o troverò i loro rimandi, in Via Pasini e Via Pasubio, le storiche vie del centro, piene di vita e nostalgie senza rimpianti, lisce e lavorate dal tempo. Piatte e scolorite come le colonnine di transito andando in quota.

    Paraste, intonaci, marmorine intorno, quanto Palazzo Valmarana, una delle mie opere preferite di Palladio, che se ne sta a Vicenza con una trovata scenica in una strada strettissima, piatta e pulita invece che ingorda sulla via, venendo dalla biblioteca e da San Lorenzo, dove ancora le arcate ogivali di finta o non finta profondità sono un segno caratteristico, aprono a spazi della mente, dal disegno, come la proiezione ortogonale, invece di astratte confabulazioni di idee, la pulizia e il richiamo all’abitabilità.

    Dalla chiesa parrocchiale di Poleo, andando per altopiani e distretti periferici e vegetali, al quartiere operaio di Schio, a Villa Rossi a Santorso, fino di nuovo a Schio nella chiesa di Sant’Antonio, c’è un sentimento che potremmo chiamare scledense nel Negrin, fatto di un filo conduttore invisibile che spazia non solo sui giardini e per il Rossi, ma più in là, nel giardino come lente che fotografa il movimento ondulatorio di Schio e di un territorio, tra la città e la montagna, né pianura, né acque, né boschi, tra il gusto esotizzante dell’Ottocento, che sognava le magnolie e le piante fuori posto, un pasticcio postmoderno prima del tempo secondo una traduzione dell’aria dell’epoca.
    Se con Palladio a Lugo è più la lingua di un secolo a parlare, a Schio, la bottega del Marinali e le sue statue, così come i progetti di Negrin costituiscono una corrente diversa, per morfologia e impianto storico, quasi a sé nel respiro.

    Un effetto di amplificazione delle sensorialità tenuto su toni quasi fermi, monocromi, perché il ‘500 delle forme tondeggianti e armoniche di profondità, degli oculi, dell’arco e dei timpani, deve sempre incontrare l’800 delle ghise, del ferro e dei mattoni sul versante occidentale del tessuto urbano. 
    Credo sia questo il modo di leggere il Negrin se si vuole capire anche Schio.
    La provincia, la citazione meno importante, non ha quasi niente a che fare con queste commistioni in senso più ampio.
    Allo stesso modo, a regolare il tutto non è una bulimia di concatenazioni. Al contrario sono un silenzio, un essere dimesso, una discrezione, che vengono giù dalle conifere del paesaggio più intorno, a dare il tono a tutto. Una ricorsività non di maniera, dove il silenzio, la fissità, parla moltissimo al contrario. E che oggi non si conosce, o meglio, si fatica a ritrovare e riconoscere come lingua comunicativa, segretamente celata e condivisa.

    Qui la linea morbida demarca, demarca anche con fermezza da queste parti, dove si arriva al confine della vita, ad Asiago, con i suoi militi ignoti che fanno pensare tutti i giorni nella pianura dei rimasti.
    Un confine labile, eppure eroico e sentitissimo.
    A Caregaro Negrin il Rossi affida il progetto futuristico della Fabbrica Alta del belga Vivroux.
    Siamo ancora austriaci, all’altezza del’62.
    Un modo di sentire intellettualmente italiano che troverà conferma di un suo linguaggio pochi anni più tardi con l’annessione del ’66, profondamente italiano perché riformula dal paradosso, dall’indeterminazione di più strati di storia e di idee e volge a qualcosa di ulteriore, più in là dell’europeo, nell’intersezione di segni piccoli e grandi.

    In giro per il Quartiere operaio, che qui ha un colore più di fatica che di appartenenza, trovo anfore segnate dal tempo atmosferico all’aperto, con l’ansa e la spalla che sembrano costituire un contraltare d’ordine a una confusione di piante ed erbe e intonaci sfigurati, lilla, verdi, turchesi, ocra.

    Il Seicento che arriva istituzionalizzato è un mondo di finzione e verità, di complessità, finte prospettive, mentre da queste parti è sempre stato un sentimento immersivo presente in tutto, una recita della vita, di teatro, basti pensare ai nomi illustri. Di costruzione, architettura. Soprattutto, di gesto.
    Il gesto è sempre andato a sostituire l’impossibilità di una lingua. La lingua era già parlata da tutti, e si parla ancora oggi con una diversità localistica che ha pochi termini di paragoni.
    Le ragioni sono sempre state pratiche, piuttosto le dimostrazioni di rappresentanza andavano al segno artistico della bellezza.

    Un atteggiamento, un costume che non è mai cambiato, e che oggi, con il mondo del consumo, si è tradotto tantissimo nel suo contrario, nella finzione pura, non celata.
    Che dire allora, se resta da andare all’aria aperta per risvegliarla, risvecchiarla, se all’aria aperta non si può andare?
    Lo sguardo verso il fuori per rivedere l’interno è ora uno sguardo che è forzato dal fuori e ricacciato al di dentro.
    Tutto ciò rimette ancora in discussione questo procedimento di recupero della melodia, di benessere legato alla persona, di condivisione, di vita.
    L’armonia è ora come un insieme di elementi da tenere assieme, cercando lo scarto su una bidimensionalità forzata, che è la consuetudine del solito anche nell’evasione.

    Il Redentore, dove la visione del prospetto, da davanti, è un insieme rapidissimo di frammenti di visione e pensieri, come la facciata, il transetto, le cupole, l’abside.
    E in un certo senso noi oggi siamo come quella visione soffocata da un tasso di complessità esistenziale che sfiora la follia dopo la pandemia (ancora in corso).
    Si legge a fisarmonica la faccenda, metaforicamente e non, solo guardando anche da un altro punto, di là del Canale della Giudecca, dove si osserva che tutti quegli elementi non sono in realtà schiacciati, ma tenuti insieme da un procedimento espertissimo e, secondo me, al massimo della sua espressione per tutti i secoli a venire a livello di pensiero. Un algoritmo al contrario. Dove dalla piattezza assoluta rivela a noi ancora il filo, apparentemente ora impossibile, dello scorrere della vita. 

    Prima mi pareva di dimenticarmi qualcosa d’importante. Ora è diverso.
    Anche la ripetizione è positiva, sempre diversa, la vivo molto bene, come diverso è il vedere quotidiano del medesimo oggetto per chi ha capito questo fondamentale assunto umano. Trovo addirittura più stimolante dimenticarmi e riformulare queste intuizioni, come se parlassero, e io stessi iniziando a intravvedere quella meta oscura, da una lingua fissa e sempre remota ma presente come il paesaggio stesso, puro e schietto, inquieto, insondabile sì, ma fermo là a guardarci andare avanti e indietro. Lo vedo ora come il più pettinato ciliegio d’inverno, con la sua chioma messa lì di un giorno qualsiasi, in posa per niente, questo niente, come se potesse far scorrere dappertutto la sua vita arteriosa stando sempre fermo – le Dolomiti davanti a lui lo specchio – nella sua massima, e imprendibile, consapevolezza del ripetersi di tutto e prima di esso, bello sempre e da ammirare prima di questo ripetersi.
    “Abbastanza ordinato, nonostante tutto”, sembra dire il ciliegio guardando la montagna, che a sua volta sembrava volesse parlargli, parendogli il suo specchio.

    Le risistemazioni sono piccole armonie che all’aperto stupiscono per il potenziale, come la refrattarietà a Largo De Pretto, sotto la novecentesca Via Marconi, dove puoi vedere prospetti d’ogni tipo grazie a un’improvvisa nuova apertura che inquadra l’abside del Duomo oltre il Palazzetto dello Sport.
    Più in là nostra Toscana, la nostra Val D’Orcia, quando il sole sale allo zenit d’inverno e le nebbie si diradano tra le cime. L’Enna, il Summano, Il Carega, il Pasubio.

    La sera sopraggiunge, e ha assunto un altro significato. Da oscuro e minaccioso si fa ora mistero per accogliere il silenzio, quello vero, non la desolazione diurna, e quindi far parlare da questa meditazione-mediazione i palazzi e le sue storie. Anche qua c’è una inversione che si fa strada.

    Il lazzaretto pestilenziale, poi con la croce rossa sopra, a San Francesco, fa un’altra sosta di secoli, senza parlare ancora la lingua di luce pianeggiante del Guercino, più vicino al silenzio del tempo delle steppe dell’Achmàtova.
    Prima di essere risvecchiato anche lui, rifotografato insieme a nuovi astanti, nuove occasioni, nuovi temi proposti da nuovi librai, nuove amicizie, nuove occasioni.

    Trent’anni di osservazione sono consolidati più in là, sui quartieri di Via Melette, con i profumi bacche e richiami di gelsomini che verranno. Dai palazzi residenziali e le case-villaggio addossati alle creste dei monti, i giardini scomposti, con i vasi da riordinare secondo una consueta procedura familiare.
    Che fanno il giro di boa, senza interesse o non interesse. Tenendo insieme tutto, per un giorno, e un’ora, ancora successivi.

  • Diario dell’ottobre ’22

    Mi sono ripromesso di non dire niente – e quando si dice niente si intende IL niente – per un anno.
    A gennaio ho scritto una sorta di reportage cittadino di provincia sulla dimensione del silenzio degli ultimi due anni. Poco prima, a giugno del ’21, me ne ero andato a riconnettermi coi fenicotteri rosa del Delta in un vecchio albergo che una volta era la casa dei pescatori di anguille.
    Proseguendo nel solco, me ne sono andato a scalare le strade di montagna. A mille metri di quota in pieno inverno non si trovavano che strade sdrulcite, polverose.
    Poco dopo, annus 2022, è successo di tutto nel mondo.
    In questo tempo, che mi è parso confuso, prima di tutto per me, mi è sembrato di diventare una persona normale, specchiato con me stesso e basta.
    Che va al lavoro, va all’extra-lavoro, fa ormai le stesse cose.
    Ma qual è l’eugenetica della persona normale? Non saprei.
    Penso di aver tentato un approdo nel niente di che, per una inversione di rotta nel sentimento dell’aria, essendo colpa stavolta dell’aria stessa.
    Penso di non essere l’unico.
    Nel frattempo tutto andava a gonfie vele, e la solidità degli anni si è fatta sentire.
    Vorrei approfondire però questo meccanismo, questo particolare. Perderci un attimo di tempo.

    Ora penso di averne individuato le cause.
    Se prima il fuori era il dentro delle cose, e la vita come si sa scorre in mille modi stratificati tali per cui persone sensibili come il sottoscritto, poco inclini al romanzo, inteso come interiorità che rivelano qualcosa del caos del vivere, devono spesso uscire di casa a vedere cose a caso, ora dicevo questo meccanismo, chiamiamolo così, si è inceppato.
    Il fuori non è più il dentro inverato, e si rivà al dentro, al romanzo, alla normalizzazione.
    Sono andato a interrogare alcuni colleghi professionisti di questo campo della mente e spiegando cosa avevo scoperto.
    Dopo una certa incredulità, valutando bene il mio discorso, non da subito afferrato, hanno dovuto ammettere che le cose stavano così.
    Ci hanno proprio trovato il modo di bloccare tutti i segreti boschivi con l’interruzione generale degli ultimi anni.

    Ma per fortuna sono mica nato ieri. Infatti penso che si tratti ancora dell’adattamento il problema, bisogna trovarci ogni volta un altro modo personale per uscire di nuovo da tutto e ripresentare le evidenze, riattivare il già visto.
    Tra tutte le sorprese, mi ha scritto un laureando della magistrale dell’università di Parma, che non conoscevo, per inviarmi, a titolo gratuito, il suo elaborato, evidentemente trovando qualche traccia che avevo lasciato alcuni anni fa.
    Questo mi ha fatto rinsavire subito, meglio di tutti i discorsi.
    A quante persone succede una cosa del genere nella vita?

    Il guardarsi dentro continuamente è stata una tortura che non rifarò, ma siccome sono anche spietato con me stesso, avevo deciso comunque di fermarmi.
    Guarda caso, pensavo di non aver fatto nulla nel frattempo, e invece ho anche fatto mille letture interessanti.
    Non sono riuscito a scrivere un mini saggio su Frankestein di Mary Shelley, solo perché mi ha sconvolto come non centri niente con la sua rappresentazione iconica assurta a sostituta immagine nell’interpretazione filmica di Boris Karloff.
    La cosa che fa più sorridere è che la copertina della nuova edizione Einaudi presenta una illustrazione, elaborazione grafica della locandina del mostro di Karloff.
    Proprio come ora, nella temperie romantica diciamo così nel generare un nuovo mondo guardando alle arditezze del dentro, di tutti i principi, di tutti i maestri (Godwin, il padre, Milton, Darwin e Galvani), la Shelley, quasi per gioco, visto come i suoi amici famosi lo considerano (Byron propone, Shelley marito incoraggia ad ampliare la prima stesura così da arrivare al pubblico), Shelley dicevo monta una macchina narrativa simile alla creatura del dottor Frankenstein, che infatti è il dottore, primo errore da rinfrescare.
    Le prime illustrazioni della creatura del libro si rifanno a Prometeo, come citato nel sottotitolo del testo, the Modern Prometheus.
    E qui veniamo al dunque… se anche assemblato (qua va bene assemblamento), per risonanza non può che ricordare prima della visione cinematografica le nudità scolpite del mito greco, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini.
    Quindi capiamo meglio nel libro perché egli cerchi come unico desiderio una figura come lui per avere uno specchio della sua situazione, poi negatagli.
    E una volta generata questa macchinazione della ragione, come si può controllare?
    Il di dentro forzato, bloccato, dei nostri anni e il limite di un’estetica prettamente interna della mente che si incontrano, dove chi è buono uccide perché non sa nemmeno di farlo nel tentativo di ricongiungersi agli altri imitandoli e sentendosi parte della vita.

    Essi sono i segnali, come l’ultima visita al Po del ’21 prima della dipartita di altri, ulteriori principi dell’umanità degli ultimi duemila anni.

    Altri titoli che ho letto nel periodo di interdizione/cortocircuito generale sono stati:

    – Nadar, Quando ero fotografo;

    – Giovanni Comisso, Gente di mare;

    – Marzio G. Pian, Artico. La battaglia per il Grande Nord;

    – Jan Morris, Trieste;

    – Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini;

    – Tullio Kezich, Su La Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno. La storia di un film che ha fatto epoca;

    – Tazinaki, Vita segreta del Signore di Bushu;

    – Anna Achmàtova, Poema senza eroe;

    – Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore;

    – Gemma Calabresi Milite, La crepa e la luce;

    – Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliatti Dezza, a cura di, La città che cura. Microaree e periferie della salute;

    – Franco Nero con Lorenzo De Luca, Django e gli altri. Molte storie, una vita;

    – Emily Dickinson, Questa parola fidata;

    – Hugo von Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti;

    – Fausto coppi, Non ho tradito nessuno. Autobiografia del Campionissimo attraverso i suoi scritti;

    – Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa;

    – Conrad, Tifone;

    – Pietro Scaramuzzo, Tropicalia. La rivoluzione musicale nel Brasile degli anni Sessanta;

    – Elio Pagliarani, Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984);

    – Mario Tobino, Le libere donne di Magliano;

    – Adolfo Giurato, Canzoniere Vicentino;

    – Ignazio Silone, Il seme sotto la neve;

    – Charles Mingus, Peggio di un bastardo. Edizione del centenario con due testi inediti dell’autore;

    – Lev Tolstoj, Infanzia. Adolescenza. Giovinezza;

    – J. G. Ballard, Tutti i racconti. Vol. III;

    – John Lennon, Yoko Ono, All we are saying. L’ultima grande intervista;

    – Joyce Carol Oates, Sulla boxe;

    – Enrico Crispolti, Burri «esistenziale»;

    – Michael Pollan, Come cambiare la tua mente;

    – David Halberstam, AIR. La storia di Michael Jordan;

    – Ada Gobetti, Diario partigiano;

    – Piero e Ada Gobetti, Tutto in me è amore. Antologia delle lettere 1918-1926;

    – Cristina Campo, Gli imperdonabili;

    – Raymond Chandler, Il grande sonno;

    – Tommaso Campanella, La Città del Sole;

    – Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Parmigianino, «peritissimo alchimista»;

    – Ulf Stark, La grande fuga;

    – Stephen King, Carrie;

    – Hermann Melville, Billy Budd;

    – Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Scialle nero;

    – Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Berecche e la guerra;

    – Samuel Beckett, Poesie in inglese;

    – Piero Chiara, La spartizione. La comica avventura di un uomo diviso fra tre donne;

    – Elizabeth Kolbert, La sesta estinzione;

    – Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Con le leggi fondamentali della stupidità umana;

    – Gianni Minà, Maradona: «Non sarò mai un uomo comune». Il calcio ai tempi di Diego;

    – Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij;

    – Mario Rigoni Stern, Trilogia dell’Altipiano. Storia di Tönle. L’anno della vittoria. Le stagioni di Giacomo;

    – Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa;

    – Sandro Penna, Poesie, prose e diari.

    Preso intanto dalla lettera ricevuta su Meneghello ho acquistato un giorno che ero a Vicenza con due affetti incorniciati (altri segni) le Nuove Carte (2004-2007) pubblicate nel 2012 e God bless che cosa ci ho trovato di nuovo, dopo averlo studiato tutto Meneghello. Al Libera nos a Malo si affianca una scrittura più libera dalla linguistica e dalla rievocazione, ma con la stessa geometria del frammento per progressioni di intuizioni fulminanti e significanti accostati che è la vera cifra della libertà tonale di Meneghello come veneto nel mondo, non a caso migliore amico di Licisco Magagnato, ex geniale direttore museale veronese ricordato in sordina nel 2021 («La conversazione più importante è quella con te». Lettere tra Luigi Meneghello e Licisco Magagnato 1947-1974). 
    Anche i ricordi nelle Carte sono sganciati dalla loro polarità temporale, e ora appaiono per quello che sono. La vita è questa e ce la dobbiamo tenere, senza tanti discorsi.
    Il fatto di mettersi già a scrivere, invitato come era in quegli anni di ritorno italiano su una colonna di un giornale – oggi sarebbe un blog et similia come nel caso del Campiello dato, anche giustamente, a Nori per la vita di Dostojevskij mischiata alla sua – è un esercizio lì puramente sano, inestetico, e diventa nelle Carte l’apprendistato finale di un fabbro di decennale attività di esercizio.Non è uno specchio vuoto a cui dobbiamo assomigliare, dell’interiorità, o esteriorità, e in cui si realizza il sogno del cronista-reporter di dare spessore e magma all’esperienza fotografata in pochi secondi senza fronzoli.Sembra che sganciare gli scrittori e rimetterli su dei binari qualsiasi, come le colonne di un giornale o il passo scorciato dello scroll, serva tante volte come la carica all’orbita dell’elettrone. Del resto il romanzo d’appendice avrà insegnato qualcosa.

    Non stupisce allora che me ne sia andato in bici per Malo (Ur-Malo in Pomo Pero è uno dei pilastri dell’umanità secondo me, assieme a Dante, Ligeti e pochi altri), là, dove ho trovato il modo di finire a Vicenza nell’ultimo periodo, sempre dagli affetti incorniciati, per le strade meno battute, passando per il capitello di Via San Giovanni (Battista, assieme al suo noto amico) e girando dentro lungo l’argine dell’Orolo.
    Vecchie case slavate, ora quasi romantiche come i balsami dei sessanta rustici, o i vecchi cortili immaginifici dietro portoni turchesi colonici.
    Si raggiunge il bosco delle Maddalene e quindi la Seriola dietro la città, col suo sedano d’acqua verdissimo tra le fonti che zampillano a cerchi perfetti. Si lasciano alle spalle le pietre di Castelnovo e le cornici montuose con le conifere, le durezze si fanno morbide e ridiscendono in orizzontale.
    Gli ontani disegnano un piccolo esercito lungo le ciclabili prima che i pioppi facciano da contraltare ai palazzi cittadini. Prendono un ritmo tutto loro d’ingresso al capoluogo, alla grande città. Quasi lo anticipano.
    Là, tutto scorre ancora a strati.

    Contrasto tra vitalità di un paese (un Paese) e la sua cultura. È importante simpatizzare con la vitalità del luogo in cui si vive, le cose che la gente fa, dice, vuole. «A catso di cane» magari.
    «Cioè come?» chiede perplesso l’amico inglese. Spiego alla meglio il senso generale. Lui annuisce: «Sì, ma che c’entra il cane? cosa c’è che non va col suo catso?». Ma questo io non lo so.
    Simpatizzare, perfino partecipare marginalmente ai ludi della Vitalità… Ma è anche importante, è praticamente essenziale, non immergersi. Non diventare dei pundits, cioè oracoli, bonzi, o anche solo dottori… Dottori del catso.

    (L.M., L’apprendistato)

  • Dal Diario del Po di Volano, Comacchio (Ferrara), giugno 2021

    Ricognizione dell’oasi faunistica a Volano. Completa impossibilità del dominio dell’uomo sulla natura selvatica. Area protetta da Volano a Cervia, sotto Ravenna, per circa 80 km. Visti per la prima volta i fenicotteri rosa (mattino ore 7:30 circa tra i ponti delle insule, un’oretta di marcia a piedi in solitaria a ridosso delle Valli di Comacchio). Nella pineta è da osservare il silenzio assoluto. Discesa a Comacchio nel seicentesco ponte papale. La Pina di Rossellini storia vera. Ancora Mastroianni e Sophia tra le anguille. Vecchie foto moderne. Il turistico prende il posto dello sperso. Ancora dominio del dato naturale faunistico. Incursione a Pomposa. Guido il musico nel 1000 vi inventò la notazione musicale scritta. UT queant laxis REsonare fibris MIra gestorum FAmuli tuorum SOLve pollute LAbii reatum Sance Iohannes. Preghiera ascendente per San Giovanni. Schema a righe tra visivo e memoria.
    Vitale da Bologna superbo nel sopravvissuto affresco absidale lato sinistro. Restauro delle scene testamentali ai lati della navata centrale. Il giallo non è più l’oro bizantino, è cromia che fonde assieme gli altri colori in un’armonia che straborda la quadratura delle scene. Grande lavoro di recupero della controparete del Giudizio. Dettagli infernali ad altezza d’uomo appena all’ingresso.
    Grande lavoro anche dei riminesi nella sala del Refettorio, ingresso e discesa verso la parete nord vuota da sindrome di Stendhal. Libertà pur nell’osservanza benedettina. Riforma camaldolese e Pier Damiani. Tutto come una Venezia. Infatti Guido il musico addirittura troppo, subito espulso. Poi Arezzo e a Roma. Uno dei più grandi rivoluzionari e innovatori. Non mandare al macero la trasmissione orale. Canto, melodia, centrale nella forma. Sembra fondersi con la bottega di Vitale. Continua mutazione idrica e salina, continua mutazione del colore erbaceo. Ultime visioni fluide nell’acqua tra i suoni di anatidi e aironi. Quasi indistinguibili. Richiami del tornare verso casa. Richiami del passare tra mondi. Un dentro fuori dalle acque certe, che si muove.