Categoria: Diari / Appunti 2023/2033

  • Libri, antropologia, semiologia, ad inizio 2025

    “Arriva sempre un momento in cui, guardandomi attorno, mi sento un estraneo. Da quel momento in poi, so che devo andarmene, che è in gioco il mio equilibrio.”

    in Georges Simenon, L’America in automobile, Adelphi Edizioni, 2023

    Da anni mastico libri in continuazione. Quando ero giovane, un libro poteva durarmi settimane, mesi. Leggevo e rileggevo certi passaggi, avevo paura di lasciare segni, appunti, sulla pagina, tranne in alcuni splendidi esempi troppo abbacinanti.
    Ora la faccenda è diversa.
    Con il lavoro, la giornata ideale per la lettura è divenuta la domenica, in cui con sessioni di qualche ora riesco a mandar giù un libro intero, poco prima di coricarmi. 
    Un processo che ha del naturale, quasi dell’autonomo, come respirare l’aria. Che come sappiamo poi viene memorizzato in un comportamento pianificato nel sonno dal cervello.
    Come dice Simenon andandosene in giro per l’America appena finita la Seconda Guerra, c’è bisogno nella standardizzazione che tutto diventi un fatto comune. Non si può perdere tutti i giorni tempo al ristorante.
    Quello che voleva dire, parafrasando, era che la serialità in America era funzionale all’alleggerimento, alla freschezza.
    Quando parla dello stesso taglio di vestiti per tutti, di uomini altolocati che mangiano un panino in mensa come dei dipendenti, si riferisce a questo, lo intuisce senza darne un giudizio, ma con la sua allegria e vivacità di sempre. Dice ad un certo punto, per stare sull’esempio, che se con tre franchi e cinquanta si poteva mangiare in giro a Parigi antipasto, piatto di carne, verdure, formaggio, dessert e mezza bottiglia di vino, sicuramente non lo era da un punto di vista funzionale per l’organismo per più di una settimana.
    Il punto non è il consumo quindi, ma la possibilità di rendere più agile la giornata.
    Fa quindi l’antropologo più che lo scrittore in quel momento, o il traduttore come Vittorini, come Montale, come Pavese, che invece lavorano – anche loro giustamente – sulla freschezza della lingua, liberata dai contesti di questo o quel circoletto e dibattito passatista europeo.

    Usa quindi la scrittura come mezzo per fare un altro tipo di indagine, che sembra appartenere ad un’altra disciplina.
    La cosa mi affascina molto.
    Ecco un esempio di campo usato in un altro campo per ridare significato a qualcosa, restituirne il grado di attenzione e l’energia necessaria contro la falsificabilità.
    Quando fa così Simenon in realtà si butta a parlare del seriale, della ripetizione, utilizzando un mezzo come il reportage serializzato, ma trovandoci tutto un senso nuovo nell’antropologia libera da giudizio.
    Allo stesso modo, si può scrivere dappertutto, anzi forse è meglio farlo nei posti più scomodi, perché evidentemente ci si costringe in questo modo a badare solo a ciò che manca ovunque ora, l’energia cangiante del contenuto, supportato da esperienza di forma.

    Il concetto mi lega e mi riporta quindi a due libri immensi, in cui torno a ragionare sulla natura, rivista e ricollocata nella cultura.
    Henry David Thoreau mi ha sempre colpito tantissimo, poiché anche Schio, che dal latino trae ‘esculetum’ bosco di ischi, cioè querce, bianche, possiede il carattere ondivago di bosco di Walden, solo tramutata in più frammentazioni storiche soprattutto dell’epoca moderna, cioè quando capì il proprio valore di commercio del panno.
    Soprattutto Thoreau si lega proprio al periodo più dirompente e di memoria collettiva, che è la grande stagione animata dal Rossi ed oggi archeologia industriale, divenuta complementare in maniera indelebile con la natura di quel paesaggio arboreo che scende, in maniera perentoria, dalle valli delle Piccole Dolomiti o più dolcemente dal lato dell’Altopiano di Asiago, attraverso piccole concrezioni di media montagna dall’aspetto piano e contiguo col tratto orientale. 

    1856, 24 gennaio

    “Un diario è il racconto in cui si riportano esperienze e momenti di crescita, non un posto in cui conservare cose che sono state dette o fatte. Di tanto in tanto mi ricordo di un’affermazione che ho fatto una volta durante una conversazione e di cui subito mi sono dimenticato, che suonerebbe molto meglio di quanto invece ho riportato sul diario. È un frutto maturo e secco, di un’esperienza che cade lontano da ma facilmente, senza arrecare dolore né piacere. Il fascino del diario deve consistere in una certa freschezza, in una vivacità, e non certo nella maturità. Qui non posso permettermi di ricordare ciò che ho detto o fatto, bensì ciò che sono e aspiro a diventare.
    Leggendo negli anni del Rig Veda, tradotti da Wilson, che consistono in gran parte di semplici epiteti rivolti al firmamento, all’aurora o ai venti, che colpiscono il lettore nella misura in cui egli è attento e dotato di fantasia, e vedendo anche quanta differenza c’è tra le varie traduzioni, visto che i traduttori danno peso non alla poesia, ma alla storia e alla filologia, avendo a che fare con un sanscrito che è molto conciso e che quindi deve essere ampliato per poter essere compreso, a volte mi sento portato a nutrire il dubbio che il traduttore abbia creato qualcosa partendo dal nulla: mi chiedo cioè se un’idea o un sentimento reali ci siano stati trasmessi da un periodo così primitivo. Mi domando se dei tedeschi colti non abbiano trasformato dei sassolini raccolti in riva al mare in inni del Rig Veda facendo così in modo che i traduttori lavorassero su questi, tirando fuori il significato che il mare gli ha conferito in epoche assai remote. Mentre i critici e i traduttori se ne stanno a discutere sul senso di una parola, io odo solamente il rumore del mare e pongo al suo interno tutto il significato che possiedo, i mormorii più profondi che riesco a ricordare, perché non mi importa minimamente da dove provengano le mie idee né cosa sia a suggerirle.
    Ho visto molti raggruppamenti di enormi olmi che meritavano di essere rappresentati al Tribunale Generale più degli ometti al di sotto di loro: molto più delle osterie, dei negozi e delle cantine che sovrastavano. Quando vedo le loro fronde magnifiche, lontane miglia all’orizzonte, estendersi oltre vallate e foreste, mi suggeriscono la presenza di un villaggio, di una comunità. Ma in fondo, è del tutto secondario riflettere sul fatto se ci siano o meno delle dimore umane tra di essi: in effetti, queste potrebbero anche essere esistite per poi scomparire. Mi rendo conto che nella mia idea di villaggio è molto più presente l’olmo dell’essere umano. Meriterebbero un consiglio comunale dedicato a loro. In effetti, costituiscono una circoscrizione a sé. Il povero essere umano che rappresenta la propria fazione, uscendo fuori dalla loro ombra, non potrà mai suggerire neppure un decimo della dignità, l’autentica nobiltà e visione d’insieme, l’indipendenza e la solidità e la serena beneficienza espresse da questi alberi. È un distretto che guarda ad un altro. Un frammento della loro corteccia vale quanto tutte le schiene dei politici dei nostri Stati. Fanno parte del Free Soil Party nel vero e proprio senso del termine. Le loro radici vanno verso nord, sud, est e ovest anche verso le zone conservatrici, verso il Kansas e la Carolina, posti che non sospettano l’esistenza di vie sotterranee così estese. Essi lottano contro le tempeste di questo secolo. Guardate che cicatrici che portano su di sé, che rami avevano perso prima ancora che noi nascessimo! Eppure, non ritrattano mai: votano fermamente per i propri princìpi ed estendono le radici sempre partendo dallo stesso centro. Muoiono alle proprie postazioni, e lasciano un troncone indurito, che serve ai taglialegna per esercitarsi, e delle radici che fanno loro da monumento commemorativo. Non scendono a compromessi, non fanno politica. Il loro unico principio è la crescita. Uniscono un vero radicalismo ad un autentico conservatorismo. Il loro radicalismo non è costituito da un voler tagliar via le radici, ma da una moltiplicazione ed espansione infinita di queste al di sotto di tutte le istituzioni circostanti. Si aggrappano in maniera più salda alla terra per innalzarsi più in alto nel cielo. Il loro durame conservatore, in cui non scorre più la linfa, non rallenta la loro crescita, ma è anzi una solida colonna che la supporta; e quando i loro tronchi non ne hanno più bisogno, marcisce subito. Il loro conservatorismo è un durame morto ma solido, ed è il fulcro, la colonna portante di tutta questa crescita e non si appropria di nulla, ma supporta l’estensione dell’area del loro radicalismo. Cinquant’anni dopo che sono morti, le loro radici in qualche modo li fanno sopravvivere. Non fanno come gli uomini, non passano dall’essere radicali all’essere conservatori. La loro parte conservatrice si esaurisce per prima; la parte radicale, quella che cresce, sopravvive. Conquistano nuovi Stati, nuovi territori, mentre i vecchi domini decadono, e diventano la dimora di orsi, gufi e procioni.”

    Diari. 1856-1861, Ortica Editrice, 2021.

    Nel ’24 nella mia casa d’origine, sono finalmente riuscito ad allestire uno studiolo, che guardacaso da proprio sulla collina crostante di frassini, faggi, querce e rapide betulle tratteggiate.
    Quello scenario è stato anche il mio punto di immaginazione primordiale quando ero un infante.
    Passavo ore a fantasticare su alcuni edifici bizzarri lungo quel crinale di qualche centinaio di metri, svelto ma solido come una collina filmata da Kurosawa.
    Molti dei lavori li ho progettati ed eseguiti personalmente.
    Una fervida preparazione e una serrata progettazione, anche di date, fa posto ogni tanto al bisogno di risolvere situazioni inaspettate e di rimodularle, per aderire al piano originario, però nel frattempo cambiato.
    Ecco io credo che questa sia un po’ l’evidenza che non viene mai detta a fondo di tutti i linguaggi che hanno significato, e che non sono imitazioni, banalizzazioni, ritualistiche da mettere davanti a tutto.
    Partendo quindi dall’assunto che tutto ciò che pensiamo sia da rivedere, ecco che si apre un portale, di possibilità gioiose e libere, e di aria buona e non inquinata.

    Mario Rigoni Stern, Il libro degli animali, Einaudi editore, l’ho fatto collidere ad esempio nel ’24 proprio con i Diari di Thoreau.
    Come se la scrittura servisse a vivere, più che a fare gli scrittori.
    Come un repertorio d’esperienza per un approccio più legato al segno, al simbolo da portar fuori, che allo sviluppo della disciplina in sé.
    Ed ecco che torna l’energia, tutto si muove di nuovo.
    In un certo senso, facendo collidere questi libri come particelle è nato anche dell’altro, come ci spiega la fisica teorica.
    Se invece si trattasse di trattarle rigidamente, non si otterrebbe che un ampolloso e noiosissimo discorso vecchio di nuovo.
    Il punto è che non siamo più abituati a girare a caso come flaneur, lasciandoci ispirare dalle cose. Troviamo solo compartimenti stagni attorno a noi ovunque. Invece questo tipo di allenamento, partire da un punto qualunque e trovarne le connessioni e le rivelazioni cangianti, o riadattate al presente, è proprio la musica che manca in tutti i discorsi.

    Sempre per citare altri testi, anche far scontrare delle biografie è una tecnica che mi ha molto affascinato in questi anni.
    Che cosa possono avere in comune ad esempio, Dennis Rodman, Ozzy Osbourne, Al Pacino?
    La risposta è nulla, ma se si leggono tutte e tre le biografie, e non si ha la testa sempre ricoperta d’immondizia di giudizi, si scopre che per tutti e tre è trovare il modo di sopravvivere al mondo, a partire dal basso e rinnovando lo sguardo dal basso, il punto per iniziare a ragionare.


    Al Pacino. Sonny Boy. Un’autobiografia, La Nave di Teseo editore, Milano, 2024

    […] Le venne diagnosticata una nevrosi ansiosa, e cominciò a a precipitare. Le prescrissero elettroshock e barbiturici. Tutte cose costose, per cui mia madre cominciò a insistere perché lasciassi la scuola e mi trovassi un lavoro. Non avevamo soldi.
    Continuai i miei studi ancora per un po’, almeno fino a quando compii sedici anni e finiva l’obbligo scolastico. […] Sentivo che dovevo conoscere il mondo e cominciare a guadagnarmi da vivere. Mia madre aveva bisogno di aiuto. Feci una serie di lavori, tutti di breve durata. Passai un’estate a pedalare undici ore al giorno come pony express. A diciassette anni lavorai per l’American Jewish Committee e il suo giornale “Commentary”. “Mi piace stare in ufficio; adoro il rumore delle macchine da scrivere e del centralino,” recitai alla donna che mi fece il colloquio. Sono certo che capì che stavo raccontando un sacco di balle, ma mi prese lo stesso. La mattina presto entravo in redazione, pronto a scavalcare gli enormi tavoli d’un sol balzo. Mi mandavano a fare varie commissioni, e spesso non tornavo neanche. Avevo energia da vendere, e in quell’ufficio caotico mi feci tanti amici. Imparai a gestire il centralino e a occuparmi dell’archivio. Lì lavoravano intellettuali come Susan Sontag e Norman Podhoretz – dei pezzi da novanta – e, per quanto fossero amichevoli, sentivo di non fare parte del loro mondo. Ma quando ero a una delle loro feste con un bicchiere in mano, ero in grado di parlare con chiunque. […]
    Un mio amico del Bronx mi aveva parlato di questa scuola [Studio Herbert Berghof, ndr] e di un suo bravissimo insegnante, Charlie Laughton. […] Mi aveva già catturato. Mi ero allontanato dai miei vecchi amici, avevo incominciato a pensare di fare l’attore e a prendere sul serio la recitazione. Nessuno dei miei amici aveva qualcosa che potesse metterli su una strada diversa. E, passata una certa età, essere un giovane delinquente non è una bella cosa. […]
    Qualche tempo dopo, nello stesso locale [Martin’s Bar and Grill, all’angolo tra la 22ª Strada e la 6ª Avenue a Manhattan, ndr], conobbi Charlie. Era in un séparé, indossava un berretto da baseball e stava bevendo con altre persone. Appena lo vidi, pensai: è quello che fa al caso mio. Aveva una decina di anni più di me. […] E quando lo conobbi, pensai: ecco il mio maestro. Mi iscrissi all’Herbert Berghof Studio. Dato che non avevo soldi, pulivo i corridoi e le aule dove facevano lezioni di danza, e mi diedero una borsa di studio.
    Charlie aveva una cultura letteraria che invidiavo. Mi fece conoscere molti romanzieri e poeti di cui ignoravo l’esistenza. Era un cultore di William Carlos Williams, che, come lui, era nato a Paterson, nel New Jersey. Charlie stesso era un bravo poeta. […] Molti anni dopo, tanti aspiranti attori mi chiedevano: “Com’è che tu ce l’hai fatta e io no? Eppure io l’ho sempre voluto.” E la mia risposta era: “Tu volevi. Io dovevo.” […]
    In seguito persi il lavoro al giornale e mi ritrovai disoccupato. Mia madre andò a stare dai suoi, sulla 233ª Strada, ed ebbi per me tutto l’appartamento, a 38,80 dollari al mese. Ma ero sul lastrico. […]
    Charlie e io lavoravamo insieme come traslocatori: ci occupavamo soprattutto di mobili da ufficio e libri, tanti libri. Spostare roba altrui d’un edificio all’altro, da un piano all’altro, è una cosa che non assomiglia a nient’altro. Soprattutto quando non ci sono ascensori e devi fare rampe e rampe di scale con scatoloni di libri che sembrano non finire mai.
    A dirigere il lavoro era il nostro amico Matt Clark, un altro studente di Charlie. Aveva cominciato con un furgoncino, trasportando quadri al Greenwich Village, poi era passato ai traslochi e si era preso un furgone più grande per fare gli uffici. Era bravo sia come attore sia come traslocatore. E com’è che si diventa attori? Trasportando frigoriferi su per le scale. […] [Mio padre, ndr] non poteva capire che suo figlio voleva fare l’artista, il poeta, ed era un aspirante Čechov. E le ragazze non mi interessavano più di tanto – voglio dire, mi piacevano, ma non le capivo né mi accorgevo se piacevo a loro. […]
    Mentre vivevo da solo, dovevo trovare i soldi dell’affitto. Provai a fare il cameriere, ma mi cacciarono quando mi sorpresero a mangiare gli avanzi dai tavoli. Questo per dire la fame che avevo. Quando non avevo niente da fare, camminavo ore e ore, e poi mi riposavo in qualche biblioteca. All’inizio era solo per stare al caldo, ma poi divenni un lettore vorace. Senza insegnanti o compiti da fare, seguivo le mie passioni. Charlie Laughton mi consigliava gli autori da leggere e i posti dove andare, come la biblioteca sulla 42ª Strada, che era calda e aveva un distributore automatico di cibarie.
    Una tazza di caffè poteva durarmi tutta la mattina e potevo stare lì a leggere i miei tascabili dei grandi autori per cinque ore. Leggere era una cosa che mi assorbiva del tutto. Mi calmava la mente e mi offriva un altro mondo in cui immergermi. La televisione era troppo distante; i libri erano più intimi, come avere amici e godere della loro compagnia. Leggevo Festa mobile e pensavo: non voglio arrivare alla fine, è troppo bello.
    Se, a notte fonda, sentivi qualcuno per le strade del tuo quartiere che declamava pentametri giambici con voce stentorea, probabilmente ero io che mi esercitavo nei grandi soliloqui di Shakespeare. Procedevo per Manhattan recitando monologhi a gran voce. Lo facevo vicino alle fabbriche ai margini dell’abitato, dove non c’era nessuno. Dove potevo andare, altrimenti? […]
    Marty [Martin Sheen, conosciuto al corso di Charlie Laughton, ndr] venne a stare da me nel South Bronx, così potemmo dividere l’affitto. Insieme lavoravamo al Living Theatre nel Greenwich Village, dove pulivamo i gabinetti e stendevamo i tappeti per le rappresentazioni. Il Living Theatre era stato fondato da Judith Malina e Julian Beck, due visionari che avevano cominciato negli anni cinquanta, nel loro appartamento, prima di trasferirsi all’angolo tra la 14ª Strada e la 6ª Avenue. Dopo avere visto uno dei loro spettacoli, come minimo tornavi a casa, ti chiudevi in camera tua e te ne stavi per due giorni a piangere e guardare il soffitto. L’impatto era quello. Grazie a loro nacque il teatro off-Broadway, il cui successo fece nascere quello off-off-Broadway. Il che rese possibili anche gli spettacoli off-off-off-Broadway che facevo io in locali del Greenwich Village, dove gli attori recitano davanti a gente che beveva caffè o mangiava fette di torta. […]
    Era così che si andava avanti. Era come essere a Parigi all’inizio del Novecento o a Berlino negli anni venti. New York sembrava il centro di un nuovo rinascimento. Lo spirito e l’energia erano quelli. Sartre, Ibsen, Bertolt Brecht, Leonard Melfi, Allen Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac, Sam Shepard: i mondi che avevano creato diventavano nostri. […]
    Una volta, era estate, ero sulle scale di un edificio tra la 10ª Strada e la 2ª Avenue. Il caldo era micidiale, e mi stavo godendo la tregua della sera. Ed ecco che vedo arrivare Marty tutto allegro come se stesse camminando sulle nuvole. Mi voleva dire qualcosa. “Ehi, Marty!” lo salutai. Quando fu vicino, mi disse: “Al ho incontrato la ragazza con cui voglio passare il resto della mia vita. È una pittrice e diventerà presto mia moglie.” E io: “Bellissima notizia, Marty. ma dobbiamo ancora trovare i soldi per mangiare.” Fatto sta che Marty è sempre Marty, e Janet, sua moglie, è la ragazza di cui mi aveva parlato circa sessant’anni fa.
    Prima di andarmene da quell’appartamento, ci passarono molte altre persone. A volte era qualche fratello di Marty, a volte era un nostro compagno di corso che si chiamava Sal Russo e aveva una ragazza che si chiamava Sandra. La sua migliore amica era una cantante con i capelli lunghi e gli occhi penetranti, che a volte passava da noi e si metteva in un angolo, a gambe incrociate, a suonare la sua chitarra. Si chiamava Joan Baez, non si era ancora messa con Bob Dylan ma sapevamo che avrebbe fatto strada. Non penso che ci fossimo mai presentati. Semplicemente era una delle tante persone che andavano e venivano in quell’appartamento mentre il mondo girava intorno a noi.
    Nel quartiere era di nuovo in circolazione Cliffy. Lui e Bruce si erano arruolati. Bruce era arrivato fino al giuramento, ma poi cambiò idea, finse di essere diventato matto, minacciò di buttarsi da una finestra e lo lasciarono andare. Cliffy, invece, riuscì a fare qualche mese di servizio, ma poi ovviamente si cacciò in qualche guaio e lo sbatterono nella prigione militare prima di cacciarlo definitivamente. Quanto a me, non rischiavo di finire sotto le armi perché mantenevo mia madre. […]
    Comunque Cliffy era peggiorato. Adesso si bucava ed era incontrollabile. Disse che era nello stesso plotone di Elvis Presley, cosa che risultò vera. E che era andato in Canada, dove aveva messo in cinta una ragazza cattolica e aveva ripudiato la religione ebraica per poterla sposare. Ogni volta che passava a casa mia, andava in bagno a farsi di eroina – a volte da solo, a volte in compagnia di altri tossici. A malincuore dovetti dirgli che doveva andare da qualche altra parte.
    Nessuno si stupì quando Cliffy morì di overdose. […]

    [Mia madre] aveva il dono dello humour e un gusto innato, e per questo era diversa dal resto della sua famiglia. Ma era una donna sola. Cure adeguate, tranquillità, sicurezza economica avrebbero potuto aiutarla. E io sapevo che sarei stato capace di darle tutto questo, e anche di più.
    Non penso di averglielo mai detto. Non le dissi che avrei avuto successo e mi sarei preso cura di lei. E in che modo? “Mamma, un attimo di pazienza, ci sono quasi”? So che sembra un dramma di Clifford Odets, ma è così. Sapevo che nel giro di qualche anno sarei stato in grado di aiutarla. Ma come si fa a dire a qualcuno che sei sicuro di avere successo? Chi ti crederebbe? […]
    Ma io sapevo che ce l’avrei fatta. Fu questa la mia fortuna. Forse questa certezza risaliva a quando mia nonna mi imboccava e mi raccontava tutte quelle storie di cui ero protagonista. Forse ne erano responsabili gli amici della mia banda. Oppure Marty Sheen, o il mio grande amico Charlie Laughton. Quando è successo? Chi era quel ragazzo, così pieno di energia da illuminare il cortile di una scuola di notte? C’era qualcosa che mi indicava la strada. E dovevo seguirla, altrimenti non sarei mai riuscito a sopravvivere.
    Ma prima ci fu un periodo molto duro, un periodo di lutto, in cui andavo in giro come uno zombie. Non ero me stesso: in metropolitana scendevo alla fermata sbagliata, andavo a battere contro gli oggetti, pensavo solo a certe cose e altre le dimenticavo completamente. A quell’età perdere la propria madre era una cosa inimmaginabile, impossibile da accettare. […]

    Poi se leggo le biografie dei miei mostri sacri, Duke Ellington, e Mingus, ci cavo invece ben poco dal costruito (Duke Ellington. La musica è la mia signora. L’autobiografia, Edizioni minimum fax, Roma; Charles Mingus. Peggio di un bastardo. Edizione del centenario, Edizioni SUR, Roma).
    Monk è un caso a parte, iperletterario e maniacale, Ellington è un seguito di scuse che non parlano mai anche nella finzione della realtà, il contrario della sua scrittura musicale.
    Evidentemente allora, ancora una volta, non è tanto il mezzo che crea la disciplina nell’uomo, ma come la disciplina si trasmuta dentro un’altra e diventa un’altra cosa.
    Infatti non potremmo mai ascoltare Ellington solo dalla partitura. I colori e il dettato vanno a creare qualcos’altro, come la descrizione di un’aria che si respira e che viene incorniciata.
    Quando si affina la grammatica di queste operazioni, si sente il linguaggio di qualcosa di specifico che è stato arricchito. Tutto qui.
    Non si può mai parlare di stile, prima e dopo, in un certo senso.

    La situazione della Russia nel 1926 dopo aver assorbito la rivoluzione, reportage immenso per valore di I. J. Singer, e le suggestioni di una biografia di Dostojevskij raccontate puntualmente, ironicamente e con passione vera da Paolo Nori. Altro esperimento di particelle.
    I. J. Singer. La nuova Russia, Adelphi Edizioni, Milano, con Paolo Nori. Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fedor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano.
    Gli studenti cinesi e il cambio di paradigma fiutato rispetto ai flussi imperialisti britannici, gli eterni dissapori rientrati in vigore tra tartari, turchi, armeni, greci e bulgari, la rigidità dell’esperienza post-rivoluzionaria, antitesi al ritorno della macchina burocratica di stampo zarista rimodulata.

    Sono tutti libri comprati, rigorosamente, a caso (come si faceva una volta), nelle tre librerie in progressione salendo dalla stazione.
    Compio questa operazione circa ogni tre mesi, raccogliendo almeno una decina di volumi sparsi.
    Chiaramente la fisarmonica, come una cassa naturale, del passare del tempo non è mai troppo rigida. Può trattarsi di un mese, di tre, di otto. L’importante è che rimanga un desiderio.

    La stazione ferroviaria della città, dove finiscono tutti i treni, sembra un fondale Far West.
    Ci sono delle incorniciature, nel lato sudovest che guarda alla caffetteria Carraro e al centro salesiano, dove si riunisce parte della comunità serba, che rimandano subito agli anni ’80. Grandi hallway scure con tappeti accesi e lampade ingrassate nel metallo, cemento con sottili sottolineature rosso acceso.
    Anche questo può rimandare alla mia infanzia.
    Rimane cristallizzato quello spirito, e si porta su lungo il corso principale che scende dal Duomo.
    La statua del Rossi e l’architettura del Negrin a Sant’Antonio che rifà un lombardo bizantino come il contrario del contrario sono coperte da una barriera perpendicolare di residui abitativi anni ’60, dove una volta si trovava lo storico negozio di dischi davanti alla stazione.
    Si sale per Via Battaglione Val Leogra, quindi si incontrano palazzine moderniste dei primi ‘900 ibridate tra la decorazione che sta per sparire e lo spazio funzionale che sta per emergere in maniera dirompente.
    Le facciate sulla strada sono come contenitori alleggeriti in layout eleganti e sobri, tra compagnie assicurative, scuole di guida, bar, gelaterie, articoli di cancelleria.
    A metà strada, sulla destra si entra nella prima libreria.
    La seconda marca lo snodo superiore nord dello slargo appena pronunciato del Duomo, e la terza si inserisce nell’elegante cornice cinquecentesca e legata al Conte Almerico – pioniere dell’aviazione – di Via Carducci.

    In tempi di frammentazione sociale, in cui manca un vero luogo di aggregazione, un vero tema comune, e una vera solidarietà che non sia di interesse a qualcun altro, queste realtà mi ricollegano anche in giornate negative al senso dello stare al mondo. I testi e le riedizioni in vari periodi catturano qualcosa nell’aria più altrove, che si lega alla città e alla natura della città, tra grande centro industriale e grande ultima fermata prima della montagna, tra la frenesia del lavoro metropolitano e cosmopolita e la ricerca di un rifugio.

    Franco Basaglia. Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina Editore, 2018.

    […] In Europa tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta sono emerse diverse proposte di alternativa al manicomio. Il primo paese a muoversi in questa direzione è stato l’Inghilterra, che aveva vinto la guerra ma perso tutte le colonie e aveva bisogno di rinnovare l’organizzazione della società, le sue infrastrutture. E infatti il partito laburista vince le elezioni proprio con un programma di rinnovamento sociale e istituzionale, in cui la salute pubblica è uno dei problemi prioritari. Nel 1959 il governo laburista promuove la riforma sanitaria e crea il servizio sanitario nazionale di cui la psichiatria fa parte. Così, per la prima volta nei paesi occidentali, medicina e psichiatria stanno insieme nel quadro di un sistema sanitario pubblico.

    […]

    In questo film [Il ponte sul fiume Kway di David Lean, ndr] si vede anche come un internato possa essere terapeuta di un altro internato più del medico, cosa che accade anche all’interno delle istituzioni, specie di quelle psichiatriche, e si vede anche come la direzione dell’organizzazione può passare dal gruppo dirigente alla comunità, con la partecipazione di tutti alla gestione dell’istituzione.

     È con questa logica che nasce in Inghilterra l’esperienza di apertura al manicomio e il primo concetto di comunità terapeutica. Una comunità diventa terapeutica perché funziona su principi condivisi […]

    Ma questo processo è stato di breve durata e presto i manicomi hanno cominciato a riempirsi di nuovo. Le braccia che l’industria aveva inizialmente richiesto vengono rifiutate e questa forza lavoro improduttiva deve trovare un’altra istituzione. La comunità terapeutica si riduce a piccole isole e i manicomi inglesi riacquistano le caratteristiche di istituzione repressiva, anche se più aperta e tollerante. […]

    Anche in Francia, negli stessi anni, successe più o meno la stessa cosa, ma con una cultura assai più politicizzata di quella inglese. Molti psichiatri francesi avevano infatti partecipato alla resistenza contro i tedeschi e i primi programmi di umanizzazione del manicomio erano nati in Francia in quel periodo.[…]

    In Francia ci fu una battaglia reale per l’apertura del primo manicomio. C’è un numero molto importante della rivista Esprit intitolato “La miseria della psichiatria” che raccoglie le idee e le proposte di quegli psichiatri che volevano umanizzare il manicomio. Un piccolo ospedale psichiatrico del massiccio centrale della Francia, a Saint-Alban, fu aperto per la prima volta da un esiliato spagnolo della guerra civile. È molto importante riflettere su questo ospedale dove si riuniva tutta l’intellighenzia francese… Bene, questo manicomio fu aperto e da qui la mobilitazione si diffuse ad altri manicomi francesi e nacque il movimento della “psicoterapia istituzionale”. Questa fu la prima ondata ma anche la fine di questa grande primavera. La contraddizione che l’apertura del manicomio aveva prodotto, con tutte le sue implicazioni politiche, fu avallata dalla scienza psicoanalitica, che diede poi origine alla psicoterapia istituzionale lacaniana. Questa fu la seconda ondata. La psichiatria inglese, con il suo pragmatismo scientifico, e la psichiatria francese, con l’ideologia psicoanalitica, hanno così coperto le contraddizioni che avevano evidenziato. […]

    La nostra tendenza è stata invece quella di far entrare l’assistenza psichiatrica in rapporto con le organizzazioni politiche che vogliono l’emancipazione del popolo. In questo modo abbiamo ottenuto dei successi perché, dopo aver smantellato in alcuni luoghi il manicomio, in collaborazione con la popolazione, i sindacati, e i partiti politici, è stata portata in parlamento una proposta di legge che modificava la vecchia legge repressiva e violenta sulla malattia mentale. […]

    Il bilancio della psichiatria è stato finora di competenza delle amministrazioni provinciali. L’Italia ha novantaquattro province e ogni provincia ha nel suo bilancio una somma destinata all’assistenza psichiatrica. Alla fine del 1978 è stata votata dal parlamento un legge per l’istituzione del servizio sanitario nazionale che comprende la psichiatria. L’Italia è divisa in regioni che hanno un governo proprio (abbiamo una specie di regime federativo), e ogni regione amministra l’organizzazione sanitaria secondo gli orientamenti del governo regionale, che naturalmente non possono essere in contrasto con la legge dello Stato. Comunque, ogni regione ha proprie caratteristiche nella gestione dell’assistenza sanitaria. Il ministero della Sanità fa la supervisione generale. Dopo la Seconda guerra mondiale c’è stato in Italia il tentativo di decentrare tutto ciò che era possibile, nell’idea che il decentramento permetta forme di partecipazione popolare: più la politica è decentrata maggiore può essere il controllo popolare. Quando parlo dell’Italia sembra stia parlando di un paradiso terrestre, e invece è una merda, ma è anche un luogo dove ci sono elementi che rendono possibile una dialettica molto interessante. […]

    Rio de Janeiro, 26 giugno 1979

  • Sirmione (Brescia), estate 2023

    Quanto lunga è Sirmione, la terra di mezzo, la lingua di terra tra le due metà, il Catullo dell’odi et amo?
    Quanto lunga è Sirmione? Quanto è lungo il suo nome, dal greco al latino, o dal gallico?
    Questa domanda mi segue da diec’anni, l’ultima volta che ci sono stato.
    E a specchio anche da quella metà dei dieci di prima.
    Passeggiate tra i colori più in là dei ritiri morenici, colori millenari, dei ritiri argillosi, dei sapori dolci, come dolce è la fertilità di quella terra, dei colori tiepidi, come levigati sono i gusti fruttati dei suoi vini.
    Un sedimento millenaristico, in cui resta il paesaggio per così com’è.
    Non di certo sintetizzabile, lungo casomai come la vita, forse.
    Era un novembre, uno dei primi insolitamente tiepido e quasi afoso.
    Incolonnamento per salire al castello dopo un’insolita sosta a pranzo a base di pesce.
    Forse l’unica che ci eravamo concessi io e D. dopo gli studi.
    La sensazione di aver dato già tanto, la sensazione di non essere mai presi sul serio come generazione, mentre quella, di generazione, valutava svolte destinate, lo abbiamo visto, a concludersi in un nulla di fatto, se non nel rimanere assieme, in qualche modo, a parlarsi.
    Forse l’ultima però così presa sui banchi, a studiare, a cercare di dare un significato anche inciampando al ritmo blando della ripetizione dello schema italiano della colonna infame, per così dire, mi suggerisce il lago, in una complessità sempre più frammentata, ma anche sempre più disattenta, violenta e ingenerosa dai posti di comando.
    Erano passati allora dieci anni, gli anni dei miei viaggi più profondi, e dopo ne dovevano venire altri dieci, a specchio appunto, quelli del fare, seme naturale che viene, che di viaggi ne avrebbe portati altri, già ravvicinati, più chirurgici, se di maturità si può parlare (ero della stessa profondità anche nei primi dieci), ma anche di nuovi incontri, incredibili, e di nuove potenzialità infrastrutturali, nel senso progressista del termine. Forse tutto ha un senso quando non vieni soffocato da tutti i pensieri del mondo, quando dai e qualcuno ti dà una mano senza chiedere nulla, le cose continuano a funzionare, ad avere un senso.
    Detriti morenici, carsici, di ritiri lenti.
    Quali erano i miei pensieri nella prima metà dello specchio?
    Forse il tirare a campare molto difficoltoso tenendo insieme quelli che già avvertivo come ultimi esemplari di umanità, poi tutti andati via violentemente.
    Trovare qualche entrata, forse perché pensavo che nessuno si sarebbe preso cura di un irregolare come me. Umili entrate comunque, ma quando sei così giovane si può intravvedere del fallimento se non hai trovato il modo.
    Mi pareva di aver fatto più un percorso di sforzo nell’atterraggio in una generazione nuova, la prima forse così diversa da quella dei propri nonni e genitori.
    Non mi aspettavo di dover reinventare tutto il senso delle cose date per ovvie, ma poi, lo ricordo alcuni anni fa era un 11 settembre, e mi trovavo, solo, ma con due delle persone per me più importanti al mondo, il cui legame era una crescita continua nel deserto delle emozioni a cui ci ha costretto l’esercizio utilitaristico degli ultimi vent’anni in senso globale.
    Ero anche in contatto con un sacco di gente che mi voleva bene, che viveva negli angoli più disparati del pianeta. Secondo me è tutto ancora una questione di relazione il mondo.
    Avevo forse scoperto la mia vocazione, che era quella di svecchiare e ri-leggere argomenti anche tecnicamente assai complessi e considerati proprietà esclusiva di questa o di quell’altra visione assoluta e immutabile, stampata e ristampata nei libri di ottocentesca scolastica, e ora starmene in disparte come i fotografi non mi fa così paura.
    Sommacampagna. Luogo di cose sovrapposte. Infanzia. Famiglia. Amore.
    Il paesaggio delle lunghe camminate morenico-romantiche italiane, un’accademia che si impara in due, sostituite con reiterate immagini del corpo, nella stabilità del consumo anche in epoca di permacrisi, così si vuole chiamare.
    Credo che ognuno sappia dove sta il trucco, e anche se l’umanità ci casca ogni volta, questo non mi fa più effetto, fino a che c’è relazione.
    I temi sostituiti dal moralistico. Il lavoro, il salario, che vengono lasciati da parte come forza non più identitaria, di bene comune.
    La guerra tra di noi, che dovevano farla gli algoritmi.
    Bene allora avevo fatto ad andare, se così si può dire, in esilio già nei primi dieci anni di questo ripensamento a specchio.
    Oggi, penso agli ulteriori dieci anni, a quell’altra metà del lago, a cosa rimane.
    Oggi di nuovo guardo quell’insenatura sottilissima dalla terrazza di San Giorgio, l’ingannapoltron, come viene chiamata la pieve longobarda o romanica, perché una volta vi si saliva a piedi.
    Da lì guardo questo macrocosmo, quest’insenatura che si è disegnata.
    Lunga è lo specchio di due decenni, come quelli appena descritti, che vanno l’uno dentro l’altro come vasi, come flussi vitali spesso indistinguibili, le due sponde del Garda.Lunga è, Sirmione, come le palizzate del parapetto che conta qualcuno quando la guarda dalla pieve?
    Lunga è quanto le persone in fila a guardarla al tramonto?
    Quanti gatti ci sono a San Giorgio? Forse sono loro la comunità quando l’umanità verrà dismessa?
    La verità, è che a me piace stare tra la gente.
    Sono felice quando sono felici anche gli altri, quando mi sembra di aver fatto star bene qualcuno.
    Non scrivo da un po’ di tempo, per fare delle verifiche, per ritrovare questa propensione, per non pensare che sia tutto scontato.
    Aspetto forse appunto come un fotografo, per vedere cosa succede, se quelli che guardano il paesaggio sono come me, gente che guarda e cerca ancora un altro.
    Aspetto per vedere cosa succede, per poi sapere che non succede niente e sorprendermi lo stesso, perché invece in mezzo a quelle metà sono passate mille vite, e di risultati e cambiamenti ce ne sono stati eccome; basta pensare all’aria che tira, anche se rimangono le bruttezze di un mondo invece poco immaginativo e rispettoso, anzi celebrativo perché fermo.
    Come il finale che mi raccontano le specchiate uguali di Sirmione.
    Star tra le gente, anche se si ritrova l’uguale. Essere e definirsi appartenente a un sentimento popolare in questo senso.
    No, non metterlo più in discussione.

  • Napoli, aprile 2024

    J. W. Goethe, Viaggio a Napoli, trad. di E. Zaniboni, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2019

    25 febbraio 1787

    “Nel pomeriggio si è aperta innanzi a noi una bella campagna pianeggiante, mentre la via maestra tagliava in due i solchi delle messi verdeggianti. Il grano si stende come un tappeto alto non meno di una spanna, i pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti. Questo spettacolo continua fino a Napoli.
    Il terreno è meravigliosamente pulito, friabile ed egregiamente lavorato. Le viti sono di un vigore e di un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo. Il Vesuvio si manteneva sempre alla nostra destra, fumigando con violenza, ed io mi compiacevo con me stesso di poter finalmente contemplare coi miei occhi anche questo meraviglioso spettacolo. Il cielo si rasserenava sempre di più, tanto che alla fine il sole batteva fin troppo caldo su quella nostra cameretta a quattro ruote. Avvicinandoci a Napoli, l’atmosfera si era completamente liberata dalle nubi e noi ci trovammo veramente in un altro mondo. Le abitazioni coi tetti a terrazza facevano comprendere che eravamo in un clima diverso, ma non credo che all’interno le case fossero molto ospitali. Tutti sono sulla strada, tutti seggono al sole finché finisce di brillare.
    Il napoletano crede veramente di essere in possesso del paradiso e dei paesi settentrionali ha un concetto molto triste: “Sempre neve, case di legno, grande ignoranza, mai denari assai”. Questa è l’idea che essi hanno delle cose nostre.”

    28 maggio

    “Il mio buono e prezioso Volkmann mi costringe di quando in quando a dissentire delle sue opinioni. Egli afferma tra l’altro che a Napoli vi possono essere dai trenta ai quaranta-mila oziosi, e quanti non lo han ripetuto dopo di lui! Dopo essermi procurata una certa conoscenza delle condizioni sociali del Mezzogiorno, ho supposto che quello potesse essere un modo di vedere tutto proprio del Settentrione, dove si considerano come oziosi tutti coloro che non s’arrabattano a lavorare tutto il santo giorno. Per questo ho rivolto la mia attenzione particolare al popolo, a quello che si dà da fare e a quello che si mantiene tranquillo, e ho potuto osservare bensì molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato.”

    3 marzo

    “Se i napoletani non vogliono saperne di lasciar la loro città, se i poeti decantano con iperboli esagerate la felicità della sua posizione, bisognerebbe scusarli, anche se nei dintorni sorgessero due o tre Vesuvi di più. In questo paese non è assolutamente possibile ripensare a Roma; di fronte alla posizione tutta aperta di Napoli, la capitale del mondo, nella valle del Tevere, fa l’impressione di un vecchio monastero mal situato.”


    Come si fa a raccontare una città così?
    Da dove partire?
    Non si sa esattamente da dove parte, da che punto parta una città come Napoli.
    Potremmo affermare che ci sono dei grandi segni, solchi riconoscibili, ma obliqui. Come Via Toledo, Spaccanapoli, la Circumvesuviana.
    Lontani però totalmente – come segni alieni – da un cardo e un decumano precisi, da ascrivere al concetto in senso tradizionale di città almeno nei suoi minimi termini.
    Anche questo non esaurisce infatti per niente, ancora una volta, il suo posizionarsi, stagliarsi improvvisamente, dolcemente, vivacemente, ma pure voracemente e monumentalmente a suo modo sul mare, come prima impressione, come riferimento per iniziare a prendere le misure, se così si può dire.
    L’impressione che si ha, dai Quartieri Spagnoli, fino a scendere a Plebiscito, tagliando per Umberto I, i torrioni iconici tra Francia e Spagna di Castel Nuovo, i palazzi di Toledo, di Cavour, è quello di un sentimento plastico, turchese, sbiancato e ancora colorato, agganciato al popolano e alle salite di tufo, al modellamento vulcanico e a una erosione lenta di acque.
    Un modellamento largo, quanto basta per tenere assieme una vivacità che non ha riscontri.
    Non ci sono punti di traffico stradale troppo lunghi da attraversare, nemmeno a Medina o a Armando Diaz.

    Potrei ricordarmi ora dell’impressione della risalita a Tarsia al tramonto coi suoi rossi sgretolati alla luce, illuminati di traverso davanti al Teatro Bracco. La salita rutilante tra le case appena dietro Toledo.
    Il tufo giallo napoletano di Castel Sant’Elmo e i marmi e il piperno della Certosa a picco su Montesanto e la funicolare, dove tutti i secoli moderni convivono insieme, ad una occhiata sola.
    L’architettura angioina vista dall’alto o di fronte, con la freschezza prevalente del cielo di fondo, invece dello slancio gotico tipico dal basso verso l’alto.
    Ancora, il bianco e il verde, dallo smeraldo al lapislazzuli, modellati dall’alta luce tersa, prima di entrare ai Chiostri di Santa Chiara. Forse una delle prime cose che mi hanno colpito, perché quella luce mi ha dovuto ricordare ancora una volta lo sguardo di quella cultura lontana dal mondo a Nord, e diretta invece in Spagna, alle coste d’Africa, e così via, nella sua stratificazione principale.
    Il quartiere Stella e poi in generale Sanità, coi suoi vicoli, i suoi gradini, i suoi slarghi appena accennati, i palazzi incastrati come pedine lasciate giù d’istinto ma con peso e decisione durante una partita col destino. Le oscurità, laviche e ombrose che poi finiscono per sollevarsi sempre d’improvviso su un cielo limpidissimo. I vestiti svolazzanti dalle terrazze che sembrano alleggerire lo spazio. La sensazione che non calerà mai il freddo assieme alla notte.
    Il ragù lasciato andare in interminabili ore specie nei giorni di festa, un addensato che ricorda in realtà le origini nobili e delle varie corti internazionali di questa cucina, col suo trionfo di sapore al sole mediterraneo, spostato nel suo spessore ad abitudine popolare diversa da altrove.
    Il manzo e il maiale a fette grosse farciti ancora una volta di pinoli, uvetta ed erbe aromatiche, poi legati con uno spago, cucinati assieme ai pomodori San Marzano, quindi divisi per il primo, con sugo, e secondo di carni.
    Il pensiero a quello che dovettero trovare appeso per le strade i visitatori secoli fa.
    Il bugnato liscio, la pietra levigata, che assieme ai balconcini e alle sottolineature delle lisce lesene conferiscono a una camminata su Toledo, con scorcio sul mare, una visione unica, monumentale ma anche effimera, appena appoggiata a una linea piana e aperta sulla costa quasi a non voler disturbare quel carattere mite del paesaggio, e ad animarlo invece nella forza collettiva del suo popolo.
    Leopardi che passava gli ultimi suoi momenti proprio su Via Toledo, forse a metà tra la solitudine di Goethe – che a Napoli veniva proprio da lui reinterpretata come uno starsene soli ma come individui pieni in mezzo alla felicità della gente, al contrario dell’anonimato della folla altrove – e il vuoto dell’umanità.

    Mi stupisce quindi, ancora dopo secoli e dopo i Grand Tour celebrativi, immediatamente, proprio l’impatto del riversarsi della gente e dei giovani per strada. Un mondo dove i colori sgargianti e i profumi esacerbati di agrumeti rimangono tutti in linea con quel mondo e con le sue regole.
    Ma soprattutto un mondo dove la gente si parla, attende per la strada senza guardare il suo smartphone. Una tale vivacità di movimento che basta ai sensi per perdersi costantemente a tutte le ore del giorno e della notte, lontana dai cliché dell’esclusività.
    In nessun modo Napoli è stata alterata nel suo vivere all’aperto dall’invasione linguistica e tecnologica moderne.

    A Campi Flegrei, domenica il treno metropolitano, risalendo dalle viscere della terra ci porta davanti allo stadio e alla Mostra d’Oltremare, una vasta area di stampo propagandistico del ventennio, in cui simbolicamente gli edifici dovevano richiamare le colonie conquistate, in un contesto bizzarro fatto di fontane, parchi, arene razionaliste di stampo greco-romano, centri congressi, torri e quant’altro.
    Ricorderemo in particolare la Torre delle Nazioni (ex Torre del Partito Nazionale Fascista), realizzata nel ’40 da Ventura. Un tozzo parallelepipedo di cemento armato che nel suo sgretolarsi davanti all’ingresso dell’area e della mostra sembra richiamare tutta la stanchezza e la miseria di questi discorsi, davanti allo scorrere della vita e del tempo.
    Qui ci attendono quarantamila persone, l’equivalente di una città vera e propria, tutte perfettamente distribuite nelle loro casualità tra questi spazi che sembrano non finire mai, ora in senso gioioso.
    Negli stand del Comicon acquisto un volume illustrato su Fats Waller e l’edizione riunita e tradotta in italiano dei quattro diari autobiografici di Fabrice Neaud (ottocento pagine, diari dal ’92 al ’96, con un progetto di scrittura a fumetti riaperto trent’anni dopo per altri quattro volumi).
    Non a caso forse, si parla di Angouleme, la città oggi simbolo della celebrazione europea del fumetto moderno, come di una provincia spersa, sporca e ancora periferica, in cui fare esperienze forti.
    I bar esclusivi di genere, tutti divisi, da cui farsi buttare fuori, la precarietà (attualissima) e la disoccupazione, gli amanti e i tentativi di inserimento come in Diario 3, come scriverà giustamente a post-fazione il critico-metalmeccanico Battaglia.
    Mi tornano alla mente allora i discorsi serali, in quei giorni.
    Parliamo del marito di I., laureato in filosofia, che lavora ad un negozio di animali. Parliamo di un cugino, che ha lasciato un lavoro da grafico prestigioso ma patinato per fare il piastrellista, A.D. 2024. Parliamo del nome del protagonista di Neaud, con un lavoro sicuro, che si è fatto ricoverare qualche giorno, senza più nessuno su cui contare. Parliamo di questo, forse per la prima volta senza filtri.

    Volumi di grandezza assoluta.
    Li divoro, assieme ad alcuni introvabili libri – tra cui “Il Monaciello di Napoli” della mia scrittrice italiana preferita, Anna Maria Ortese, la cui grandezza nello scrivere merita un saggio a parte – tra martedì e mercoledì al mio ritorno.
    Alle quattordici di domenica, assistiamo all’intervista del grande disegnatore newyorkese John Romita Jr., figlio dell’altrettanto grande e celeberrimo John Romita, autori, tra gli altri, amatissimi di Spider Man, di cui proprio il padre contribuì a portare al grande pubblico. 
    Regna, sopra i microfoni del palco allestito in mezzo alla sala conferenze principale, l’immagine a monitor di un ritratto dello stesso sotto la pioggia a Piazza del Plebiscito, dove pare essere appena atterrato sopra una delle statue dei leoni, dopo aver attraversato la città.
    A John Jr. viene chiesto di raccontare un celebre episodio legato all’infanzia e al rapporto, sacro, con suo padre.
    Inizia raccontando di una notte di pioggia in città con lui che, preso dagli incubi, si mette a scalpitare e piangere.
    Raggiunta la mansarda dove il padre lavorava con il suo tavolo e i suo cavalletto, gli dice che non riesce a dormire.
    A questo punto suo padre gli spiega la storia di Daredevil, che nonostante sia cieco, combatte e si sbarazza di decine di nemici.
    Non riesce a trattenere le lacrime, e noi pure, io per primo.
    Si ferma un attimo.
    Quello, racconta, è il momento in cui restò a bocca aperta e capì il lavoro di suo padre, compreso quello che avrebbe voluto fare anche lui nella vita.
    Cerca di riprendere tono come può, e poi ci fa ridere per più di mezz’ora, soprattutto quando racconta della moglie bodybuilder e della mamma siciliana, usata come minaccia verso il regista di Spider Man 1, passando per gli intercalari regionali “Capisc?”, fino alle serate coi suoi amici muratori, ma soprattutto la minaccia comica agli organizzatori di spezzarli in due se obbligato a rispondere delle sue disavventure editoriali.
    Un genio, che ci ha buttato addosso, regalandocela, una energia pazzesca, probabilmente la medesima che ha animato la rinascita di Punisher attraverso le sue tavole.
    Alcuni, ragazzi e ragazze, si alzano solo per ringraziarlo al microfono in inglese di esistere.
    Uno di loro parla di positive force, forza positiva di questo mondo.

    Peccato non aver potuto portare a casa quell’immagine di Plebiscito, pezzo unico, ma mi rifarò con una delle stampe fotografiche della mostra dedicata all’immaginario di Santo Diego in città, che è anche la locandina della mostra presente al festival, dal sottotitolo Viaggio fotografico nella teologia maradoniana.
    L’immagine riporta un vecchio televisore/monitor Philips ancora a tubo catodico in un garage/officina, forse di un artigiano, ma forse anche di un uomo qualunque, dove il quadro quasi sbiadito dal sole di Diego in cravatta arancione capeggia incorniciato sopra al grande pannello blu a parete degli attrezzi, con le chiavi, i martinetti, le brugole ecc.
    Conosco Alessandro, il giovane e cortesissimo fotografo, che è lì con suo padre, e il suo progetto di fotografare l’evoluzione urbana di Napoli partendo da questo soggetto, riprodotto migliaia di volte, in qualsiasi forma, anche solo un foglio tutto strappato di carta A4 composto a mano e appeso davanti a un carrello della spesa in un ingresso, invenzioni urbane come un triclinio in scala con una sciarpa sopra, e così via.
    Mi racconta come, nel mezzo del progetto, sia capitato lo scudetto, il terzo per la città, a fine 2023, delle sensazioni lì davanti a Fuorigrotta allo stadio ed in città e delle sue perlustrazioni.
    Anche la dimensione calcistica assume un significato unico in questo caso. Ad ogni gol del Napoli, ad ogni partita, pare che non solo i cinquantamila del San Paolo, ora Maradona, proprio davanti alla Mostra, ma tutto il di fuori dell’un milione di persone si coordini in un urlo collettivo di festa. Questo avremo modo di testarlo noi stessi una volta rientrati quella sera.
    La metropoli si trasforma improvvisamente in un salotto di casa, in un cortile di palazzo, mettendo tutti insieme in una dimensione rituale che ricorda lo stare in una piccola comunità e non pensare troppo individualmente. Come un rito domenicale, un pranzo tra simili, dove il costume diventa dimensione intima e disinnesco delle forzature settimanali. Si ha l’impressione che i valori fondativi siano ancora gli stessi per tutti, senza conflitti identitari. Che la propria casa, il proprio giaciglio in cui posare la testa al termine di una giornata sia la stessa di tutti, e perciò abbracci la sera un invito a rimanere aperti. Improvvisamente una città metropolitana di un milione di persone sembra un unico minuscolo isolato con tutte le porte aperte, la visita ai genitori la domenica, il sentimento di un’unica grande nutrice che è la stessa di tutti in cui riposare i pensieri.
    Al termine, A. mi scatta una foto davanti a un suo quadro della mostra con la mia stampa in mano.

    Scendendo a Montesanto ci regaliamo una salita finale tramite la storica e ottocentesca funicolare che si abbarbica dalla strada a strapiombo su fino a Castel Sant’Elmo.
    La luce del tramonto a quell’ora ci suggerisce tutta una sua dolcezza e una possibile ulteriore lettura, una visione che taglia da nord-ovest, più o meno dalla tangenziale, fino a sud-est la città, passando per i suoi colori subito al di sotto, quelli in particolare della Pedamentina, la storica scalinata, sino al porto che allunga il suo abbraccio a Portici e Capri.

    Lunedì infatti ci attende la traversata del golfo e dell’isola in tour panoramico dal mare.
    Appena il tempo di scattare qualche foto al Vesuvio, che lì, da quel punto, sembra proprio impressionarci per la prima volta per la sua pericolosità, il suo ergersi tranquillo ma minaccioso sopra la baia, ed ecco che attracchiamo a Torre del Greco dove s’imbarcano decine di turisti di ogni stampo, forse più vicini ai siti archeologici e con quel tipo di viaggio organizzato.
    A Capri, la flebile foschia del mattino che ci aveva accompagnato dal porto, con una visuale migliore alle spalle verso Napoli e Sorrento, si dirada di colpo lasciandoci attoniti di fronte ad un mare improvvisamente blu come il cielo infinito, come poi ci ricorderà l’altoparlante. E a un’imponente scogliera a picco sul mare, con Procida e Ischia in lontananza di poco, sorprendentemente collegate, maestosità del dato naturale che ritrovo, non ridondante e non seicentesco in senso convenzionale, e che capisco meglio da lì per quanto riguarda Napoli, collegate dicevo a un canale magmatico sotterraneo che le rimodella, le annerisce, le rifortifica, le rimodifica come niente si direbbe, se ne ha voglia, di contrasto ai colori sgargianti dei pescatori.
    Si tratta in particolare per Procida dell’Isola di Arturo della Morante.

    Veniamo subito quindi travolti dai sudamericani, che in barba a qualsiasi regola locale non scritta, con monili sgargianti, portafogli a vista e quant’altro iniziano a scattarsi foto, mentre dagli altoparlanti parte Funicolì funicolà, e a quel punto Fellini è a bordo con noi.
    Travolto dalla sindrome di Stendhal, le mie sensazioni si mescolano a quel punto alla visione di una signora con bastone, che, travolta anche lei dall’emozione, si alza senza nessun motivo dimenticandosi tutto improvvisamente per fare una foto, rischiando perciò di cadere in mare, e finendo poi tra le braccia dei turisti sudamericani.
    Jerry, la guida turistica del traghetto, che parla mescolandole inglese, spagnolo, napoletano e italiano, parte subito a precisare che vedremo, circumnavigando l’isola, un Gennarino seduto su uno scoglio, che ha un’espressione felice perché è single. Say Hi to Gennarino, he’s not married.
    Ci avverte quindi di usare A little bit of immagination, o two bottles of red wine per vedere il formarsi di un promontorio, un arco naturale a proboscide di elefante.
    Passiamo per la casa rossa sul mare dello scrittore Curzio Malaparte, l’improvviso volgersi al verde delle acque, la spiaggia esclusiva con vista sui Faraglioni, dove una notte può costare fino a qualche migliaio di euro. I don’t remember if breakfast is included, Jerry says.
    At my three, chi è in coppia può scambiarsi un bel bacio sotto l’Arco dell’Amore. Attraverseremo il Faraglione.
    Who is not married can come upstairs with me.

    Jerry è un ragazzo tarchiato, con pizzetto, occhiali da sole, irresistibile al mic, che sembra uscito da un fumetto del giorno prima, come le propaggini di Napoli, che sembrano estendersi dovunque senza limiti, sapienti ed esuberanti.
    Continuiamo così ubriacati dal sole, dal caldo, dalle onde e dal microfono fino all’attracco a nord.
    Una volta sbarcati, decidiamo di proseguire a piedi, cosa che nessuno sembra intenzionato a fare.
    Scopriamo invece tutto un camminamento ben curato tra le case, i lievi e sonnacchiosi tornanti appoggiati al sole come terrazze, e il costante richiamo degli agrumeti, dove in particolare gli odori dei limoni e dei cedri e dei pini ci inebria e ci spinge a proseguire nella bellezza di un ripido selciato.
    I gatti ci osservano senza timore alcuno, totalmente assorbiti nella calma placida di quello spirito mediterraneo.
    Raggiungiamo la piazzetta, quindi ridiscendiamo all’altro versante passando per i giardini di Tiberio, con Villa Jovis poco distante.
    Veniamo nuovamente travolti dai profumi, amplificati ad ondate si penserebbe dalle brezze asciutte del mare.
    Un rapido sguardo alla scogliera e una breve sosta per iniziare a metabolizzare questo luogo e questa giornata.


    Siamo infine a martedì, dopo varie cene in Via dei Tribunali, tra cui una in un locale appena aperto all’interno di una chiesa, Santa Maria Porta Coeli del XIV secolo. La scritta al neon, altro elemento tipico di Napoli, illuminata in corsivo riporta sotto incroci appena ripuliti di antichissime volte: “There’s a story behind every dream”. Subito sull’altro lato, l’apertura di una finestra gotica, che pare una bifora di cui rimanga solamente il contorno, lascia intravvedere nuovamente un bugnato stavolta più annerito, con il classico mezzanino e il portone sul fronte della strada, schiacciato a pochi metri. Qualche colore sventola nella notte che non inizia e non finisce mai, che pare piuttosto appunto soltanto un tramonto più allungato, un momento di eclissi temporaneo di un giorno di luce ciclico.
    Salutiamo i ragazzi molto affiatati e cortesi con questa loro nuova avventura, e osserviamo invece quasi come una conclusione naturale la Napoli dipinta nelle gallerie prima di partire.
    Per ragioni pratiche legate ai bagagli, la metro e per il giorno d’apertura, optiamo per le Gallerie d’Italia su Toledo.
    Nonostante la malinconia della ripartenza e una concentrazione altalenante, mi colpiscono molto gli influssi della scuola pittorica, tra virgolette impressionista, di Posillipo e di Resina, il legame con la luce esso stesso come un fatto naturale e solamente aggiornato di prospettiva, rispetto a un ribaltamento radicale delle regole di carattere teorico nordeuropeo.
    Scopro un altro genio, Paolo Vetri, da approfondire. Nel suo dipinto esposto sembra che il segno e il gusto nel costume di un italiano come Boldini lasci spazio allo sgargiante sapore visivo di Napoli attraverso il suo barocco ridigerito e puramente reimpastato nei colori sgargianti e primari, come i blu e i gialli di un Luca Giordano riattivati di senso in un altro tempo. Ad aggiunta un talento puro, così come la scala del soggetto, ovvero due signore che si fermano a guardare due mummie dalla vetrina di un museo.
    Finisco con Gemito, straordinario autore napoletano di terrecotte, bronzi e disegni, che visse una vita all’apice del successo, e anche travagliata, ritirandosi in condizioni di salute mentale molto difficili dalla vita pubblica per quasi vent’anni nella sua casa di Via Tasso, molto scosso dagli status intellettuali lontani dalla realtà e con un bisogno di tenersi legato alle sue origini, al popolo.

    Proprio questo mi rimanda a un ultimo momento di riflessione, che tento di sviluppare senza creare troppe frizioni – senza riuscirci – davanti al tavolino di un’osteria dietro il Teatro Bellini.
    Ricordo la mia sorpresa nel vedere annullata l’iperconnettività in un luogo come questo, che si tiene stretta la sua lingua, il suo costume e che niente e nessuno è riuscito a scalfire, nella voglia di parlarsi e stare assieme tra una moltitudine senza fine e senza ora.
    Poi cerco di affondare nel mio personale desiderio che è proprio questo, ricominciare a parlarsi, per ricostruire un orizzonte multidimensionale e non piatto di esperienze. Ne sono venute fuori posizioni tutte diverse, e la solitudine ha avuto la meglio.
    Ammettendo il fatto di aver calcato un po’ la mano per conoscere i pareri della questione, trovo interessante che però alla fine ci si è capiti e non scornati nelle proprie differenze, forse bene così, riportandole proprio a galla dove devono stare, e senza fare finta di niente.
    Il nostro essere legati, inteso come gruppo in particolare in questo caso di tre amici e affetti di una vita, in viaggio ma anche in senso più generale, rimarrà sempre un mistero, come il mistero di Napoli.
    Come il mistero di tenere insieme miseria e nobiltà, viceregno, capitale e sciagure, ma con un’idea di voglia di camminarci in mezzo un’altra volta, anche se tutto pare terminato, anche se plus rien existe, anche se bisogna ricominciare tutto daccapo.