




























































































I.
Volgeva il sole al tramonto
con te che parevi statica
conta solo ciò che eravamo
Da sempre… un merletto
scolorito un orlo appena rammendato
una spalletta di elastici
slavati via, senza accorgercene
Rimettevamo quelle vesti
Perché non ora?
Cosa ci fece il tempo
ingannandoci ancora
II.
Siderale vuoto e nulla
siderale cosmico, astratto e puro
tutti e due insieme – “Toccarsi non è mai!” –
Il nulla fu per te andare dentro
apparenze con trasportata eleganza
o anche muffa, decomposizione
di carni dal sapore prelibato pervicace
in pentola per altri il cui veleno
viene dopo. Lascia che tutti abbiano tutto
hai sempre saputo ciò
che altri conobbero come te
e io non resto estatico, lascia che si sposino
gli appetiti soliti – “Destino è marcire!” –
Ribollendo al contrario
Di un intenso profumo d’erbe cipolline
Calendula, timo, gelsomini
che gli altri in fin dei conti
spostandoti il profumo non poterono
III.
Sempre così parrà lo scrivere
argomento che si fa ora scienza
diviso il mondo in due tre specie
che leggendo il terzo incomodo
sempre scambierà per vero il tutto
non potendo sapere il sentimento
né tirando la spada a croce sulla pelle
potendo lasciare un qualche suo nome o segno
Un mistico evangelico a risolvere
nel bene qualche equazione,
così la tua esitazione si farà nel tempo giusta
Decidere bisogna soltanto, il tempo
che si riordina
IV.
D’un qualche arco verrà lo spunto
solo per respiro femmineo
di una sorta di camminare:
sul filo, sui soliti aggrappi di ulivi
Così i pensieri d’un non scrivere
non respirare, stare laggiù
Dopo tutto l’aspettare gli altri
i soliti treni non originali
ricopiature malamente smentite
e più in là un abisso
Di non comprensione
Anche questo secolo
in fondo sarà come l’altro
E torneremo a passeggiare
sul nostro profondo pieno vuoto operativo
fino a che la barca arenerà su un’isola
e poi rimetteremo tutto in sesto
l’archibugio, il sestante
per trovare un altro avanti del sogno
Che del genere non v’è nulla, tutt’attorno
V.
Cosa vedesti Lidia a Mirano
in fondo alla piazza dietro l’arboreto
che non dicono ora queste case
sicuramente meno decentrate
svuotate, pochi giornali a terra
Poche foto sparse, con un ordine
da fine del mondo. E tutto
continua a parlarmi nella fine
delle cose lasciate a terra
ripulite un po’ almeno
Come potati i pioppi
certo duri senza tutto il prima
degli architettonici progetti
che ancora forse sono da fare
E pare che non sia solo il vissuto
ma un ordine delle cose
che ancora deve silente
parlare dopo
VI.
Taglia meno di “M”
In un vestibolo lasciato aperto
dove tu, per evaporati umori
e destini e vite vedesti dentro
un giorno qualsiasi dove tutto
oramai era finito. Mobili di rovere
ora stinti al sole, ma ancora acerbi
se non maturi e anche prestanti.
Antiche forze, con aria di violetta dalle finestre
non più ora la vite o il fieno posato
se non nel rimescolamento sotto
che non pungente ti attraversa guardando
questi resti di civiltà da cui tutti giungemmo.
Un museo arriva così, ai sensi che leggono
senza poterli usare. Un alfabeto nuovo giunge
ai bordi delle strade sino a disfarsi.
Cicli lunari assolvono ancora
al loro antico compito
VII.
“Che disgregazione sia!”
Ma quando ascoltasti quella nota…
dov’è ora per te Claudia?
Come ti prese la vita
il tuo sorriso ha seguito non le tue idee
ma il tuo sapere il non senso
– “Perché mi trovo solo… anche ora a ricordare questi attimi?”
Risposte che stettero nel maledetto mondo
che tutti attraversammo. Il discernimento
come alambicchi di stravolti alchimisti.
Così non si fonderà anche la mia
definitiva solitudine, “sta scritto”,
nel tuo sposarti non sposarti
nel nostro incedere silente e non funebre.
Nel viso che riportasti a casa
e che non vidi quasi mai
VIII.
Altri giorni leggeri sopra i frassini
posati come cuscini i pensieri
Le nuvole, in una luce non più di qualche stagione
Così avanzando il tempo
e una betulla ricoperta come d’edera
che le verdi spore ora dicevano
di un aspetto conservativo oppure no?
Mossi da una luce non tersa
i passi ancora avanti cercando
nel porfido qualche increspatura
che mi riportasse a significato
il ricordo di mille attraversamenti
con i miei affetti dentro
E il tempo invece
grande ingannatore che non dava soste
o risparmi ma solo un giro
a confermare l’otium
non senechiano ma ora solo vuoto
che a simulacri rotti
e a vita non militaris est
solo ci dicevano quanto
ancora dobbiamo considerare
il superfluo di tutto
Giri alle campagne fredde
Non molta voglia di vedere niente
Appena un rumore di traffico
subito un’allerta di irrigidimento
di sbaglio di tempo
di ossessione fotografica nulla
E il chiedersi cosa è stato
che è corso così rapidamente
prima di un altro squillo
non di trombe trionfanti
ma di telefono in una blandizie
Generalizzati i colori
E poi tornando via ancora dagli ocra, i rossi
i lapislazzuli, le bifore rifatte o no
Venivamo via dal mondo
e ciò che ne rimane
come di un non più visto
(le belle antiche querce, i faggi)
che di industrioso oltre l’archeologico
e quello spirito mai sopito operaio
e non ancora politico
chissà se fecero poi sognare
ancora qualcuno
Come un mito infantile
Una… pervicace-coscienza-del-tutto-cangiante
ancora accanto a qualche scescia,
un kumparan, certamente oggi già veri
IX.
Ricordo Valentina
un’estate zero zero
salita la curva della contarina
superate le rugiade nascoste
le serpi e le ciclovie.
Che non-ridere, lavoravo anche allora
via in motorino fine turno
che imbracciata la mia musa
gli amici mi dissero: “Vogliono vederti”
“Ma chi?” – “Le due ragazze D. Molly”
“Ma perché?”. Insomma andai,
e Vale mi tenne un discorso
due o tre anni più matura
e mi fece poi vedere La maschera di ferro
Ma cosa c’entravo?
Non ero così in forma
Entravo nell’introverso
ma mi avevano riconosciuto.
Nella penombra, nello stare: appartato
E così parlammo tutto il pomeriggio
che gli altri aspettavano
il mio accordo. La Vale e la Sere
bellissime acque di rugiada
in un pomeriggio qualsiasi
di estate morbida non a valle
ma lassù stranamente
per i pendii non era tesa l’aria.
Non potevamo certo stare insieme
Me lo insegnò così per prima
X.
Vorrei che la notte più non fosse la stessa
un Euripide slavato, una Medea attonita
Ambra, a cosa valse non il nostro incontro
ma tutto il successivo
Un non detto mentre più
era vero l’avvicinamento nostro
sempre di più, come schegge del tempo
rimaste fossili al mutevole
Un sentore di ribes
una catenina leggera
un taglio sfrangiato
e tutto l’essere che usciva
come da un altro mondo
Il Venezuela di Maduro, una ballerina di Wenders
sentori di placenta ancora senza nome
ovattati che poi dovettero rimanere
senza un bacio, che fu solo sfiorato
una carezza, che fu solo data in un attimo
non distratto ma fugace
E ancora una volta rimasi inerme
non dalla vicenda, dagli errori dopo,
dal volersi scolpire, dai traumi che mi allontanarono,
ma dalla poesia come di agnelli
che fummo, in quei circoli
in cui la sera con giacche di pelle
e occhiali scuri, per la prima volta ci guardammo.
Quella foto di H. non falsa
e non reale, sul solito giornale
Un Trintignant voltatosi all’ennesima stazione
dopo il giro di boa del ciclo umano
che sempre solitamente – avvenne al matrimonio
deve stabilire le sue gerarchie
Un leader carismatico solo
dall’altra parte della barricata
e non un sapore post-Moro
che non sappiamo più essere liberi
così in realtà noi invece ci incontrammo
e conoscemmo
XI.
Solo devo trovare un’altra forma
in cui inserire l’esperienza mia
ora che pare finita, svanita nel giorno.
Così il nostro andare di oggi
tra mille lavori e pensieri
il Pirandello dei crociani
nei racconti tutto il giusto
e nel teatro solo il restante.
Era tutta visione sbagliata,
opera piena di trame era un laboratorio
dove poi all’occasione
che tardi arrivò per caso – come tutte le cose,
ci si costruiva quello che serviva.
O ancora il Maffei del maestro
tutto giusto fin lì…
poi le spume del barocco
il provinciale che risputa il contrario
come modo di fare
nell’umorismo e nelle pose
celate, come compendio di lingua
che mai si osservò bene
Perché bisognava rifare uno storicismo
anche dopo la guerra
per la nostra nazione.
Come adesso, ma tolta quella spinta
che ancora era passione
di discutere le idee
così ora torno, aspettando di riprendere una qualche
parvenza e finita anche la spinta della mia (?)
generazione perduta,
occupandomi del vuoto
ma con molta più disinvoltura
Tra queste quattro mura
si tolgon e rivernician fondamenti
Ora più non ho paura
dei precetti che sbagliati furon messi
su s’accorda l’anima
a una tonalità da prime fasi
mattoni/ tramezzi/ intonachino
E rimane leggera ora l’ansia
del non sapere ancora
XII.
Padova era un martirio da dentro
salivo sul treno la domenica sera
tutta gente uscita dal sabato prima
faceva sessanta chilometri
ed era di nuovo come a casa
Adesso sono passati vent’anni
a un giro di ore di permesso
continuando a fare tutti i lavori
incontri casuali di Ale e Albe.
Troppo in gamba, amici di sempre
ognuno ha tirato su famiglia
E invece cosa ne è degli altri
sordidi rituali e amicizie
perse nel torbido
Un rimescolamento dove conta solo
anche dall’altra parte essere coppie essere maturi
e che dire di chi l’aveva vista almeno
quindici anni prima e non c’era nessuno
a svegliarli che era così, che sarebbe andata,
tutto anche il contrario vissuto all’osmosi.
Ma ricordo Ale un giorno
qualsiasi di inizio gennaio
dopo che avevo visto Albe
al terzo, dopo i gemelli
che ci incrociammo per caso
per i saldi e non ci sfiorammo
mi bastò uno sguardo
per sapere poi dell’amicizia
XIII.
Quelle autostrade che dovevano andare a Giove
e a Saturno con i nomi tutti sbagliati sui riflessi
di qualche città famosa, Londra Berlino Pittsburgh
cosa sono ora, se non un avanti e indietro affettivo
un passaggio con altri
un ricordo lontano, di pochi anni soltanto
Da Brendola a Soave
e dire che tutti hanno letto Shakespeare
lì a Montecchio, in un’auto
sul sedile posteriore
tutta la pianura si apre scorrendo
come sale alla luce del mattino
Brilla un non so cosa
forse cosa rimane del sogno?
No la presenza oltre tutte
le illusioni che queste traiettorie
hanno disegnato per noi
fin dalla nascita e così ancor oggi
aspettando un uchikake
O un sarafan
Erano piste di decollo
di longitudine per il Brennero
E su in Germania o Svezia
Oppure dritte, con una Milano sotto
volando verso il sogno americano
E ora tutto è quiete, la gente lontana
qualche cassonetto antropologico
sozial ultime frammentazioni
E invece morandianamente
a guardarle sempre, anno dopo anno,
corsa dopo corsa, queste cose
diventano silenzi
che mai ci siamo detti
Un circuito di Papez
un’amigdala, un mistero da cui
scavando con uno scalpello
si può attraversare una montagna
un mondo, una vita
Realtà di penna stessa
dove la realtà è realtà
se lo decidiamo ancora
queste cose diventano “i silenzi
che mai ci siamo detti”
Cè talmente poco
ancora da dire
che saltano ora dal mistero alle equazioni
della meta-mente come blocchi
di esperienze da sistemare
senza più ragnatela dello scrivere
che possa dispiegare qualcosa
Che di terzo o quarto grado
poi facilmente queste matematiche
ritornano al primo, o al secondo al massimo
come scrivere di:
Come un punto su un discorso
rimandandolo a mediocre
come se non fossimo esistiti
caduto il primato del dire
e che così è, ma molto più
nell’ampiamente del senso




Agli inizi del 2000, in quel periodo sperimentavo le prime forme di scrittura, cercando già di rompere con le ritmiche tradizionali, serializzate oramai in mille pubblicazioni tutte uguali e insapore, riprendendo il gusto della buona lettura.
Dal romanzo sperimentale, all’opera teatrale in musica derivata dalle vecchie slapstick del muto.
Molta parte è inedita e spero di riprenderla in mano e ripubblicarla.
Eucardio (2005, pubblicato per sito universitario bolognese, gruppo di ricerca, fratellanza/amicizia e rottura, in fase di recupero e restauro)
Come dice il titolo del romanzo sperimentale, un uomo di buon cuore si trova a fare delle ricerche sui suoi genitori, da sempre per lui degli sconosciuti dati per dispersi. L’uomo è animato dalla fede, e alla fine s’imbatterà in una verità che potrebbe risuonare come una Lettera scarlatta, con la messa in discussione delle sue stesse credenze, o una visione più ampia.
Si trattava di dare anima a una struttura retta tutta su quarte di copertina serializzate.
Ogni storia è in realtà quindi la sua sinossi, il suo riassunto.
Il lettore può leggere delle pagine a caso, oppure scoprire il finale della storia mettendo assieme tutti i pezzi.
Amerigi. Vita Longa (2010, inedito, in fase di recupero e restauro)
Un romanzo sperimentale con una struttura più fedele alla prosa tradizionale, guidata pagina dopo pagina dalla ricerca di quest’uomo che ha appena perso la moglie, e che parte per una strana avventura.
Le abitudini e ciò che riteneva valori vengono anche qui messi in discussione dal fatto di trovare in un luogo nuovo la riproduzione malvagia e inafferrabile di tutte le dinamiche di tutte le città umane.
In realtà il decorso della storia ha un effetto allucinatorio – le strade coi bugnati alti rivestiti per le inondazioni, in cui si amplifica il rumore di tutti i discorsi inutili -, come un climax ascendente fino ad uno strano rinvenimento che potrebbe essere una metafora della presunzione – arte come esperienza filtrata ma falsificata – oppure la causa vera della macchinazione dietro gli strani eventi cittadini.
La prosa piana si rifà alla miglior tradizione narrativa dei poeti e degli scrittori fuori dai canoni dei filoni, che seguono la luce cangiante e chiara del raccontare, filtrata senza stilismo, ma con grande maestria invero sotto la superficie e grande veduta e ricerca.
Questo omaggio, dagli americani Hawthorne e Poe, a Mann, a Chiara e tanti altri, segue poi una sperimentazione per andare verso una sorta di analisi psicologica interna dove chiarezza e deformazione/grottesco convivono in maniera straniante come oggi nel mondo.
Tra le estati del 2004 e del 2006, partendo dall’ultima, immaginai la vita di questo impiegato a episodi tragicomici che esce da un turno sfiancante di lavoro (come oggi che si fanno i doppi, tripli lavori fino a notte), in cui deve azionare un macchinario con la forza meccanica del suo stesso corpo, girare su una ruota come uno schiavo, azionando tutta l’elettricità per la città sopra.
A fine turno, non avendo più materia grigia va quindi una sera a ballare con le ultime energie rimaste.
Qua sviene dalla fatica, mentre tutti attorno ridono e basta.
Uno tra la folla, volendo fare lo splendido, gli ruba i pantaloni, strusciandoli a poco a poco di sopra a sotto senza farsi sentire dal malmesso (qua partiva una ballata jazz che spiegava tutta l’indifferenza, con emotività alle stelle, e col charlie che in pochi rintocchi di pedale mimava il furto).
Il nostro, chiamato allora Ezio, che poi invece ricordai come Pec, gioco di parole con Oh Pec-OPEC, risvegliatosi vaga a questo punto per la città di notte rientrando a casa, senza accorgersi che è senza pantaloni, intontito completamente.
La polizia lo nota immancabilmente, e inizia a seguirlo lentamente a passo d’uomo.
Ezio, Pec, è immerso nei suoi pensieri e piano piano inizia a sospettare di aver combinato qualche guaio, fino all’inevitabile fuga, con la rincorsa della volante.
Pec viene messo dietro le sbarre, gli viene dato un potente sedativo, e inizia a immaginare marzipan bars e lisergiche meta-cognizioni cangianti come ice cream/a scream.
A questo punto la famiglia va a trovarlo ma il poveretto è stramazzato e risulta clinicamente morto dalla paura. Gli organizzano un funerale, e nei giorni di questi ultimi fatti (brano 12), Ezio Pec si risveglia improvvisamente dalla sala dove è appena stato spostato e stordito esce tranquillamente andando stavolta davvero verso casa.
Che ore sono? Come in un Fuori Orario, non c’è tempo per pensare a cosa diavolo è successo, ignaro di tutto. E così via di nuovo a saltare sulla sua bicicletta per andare al lavoro.
Passando accanto al cimitero scorge i suoi parenti in attesa di un epilogo che invece è la ciclicità stessa della comedia umana.
L’opera doveva essere tutta registrata dopo Forgive me rain come traccia nascosta alla ballad commerciale. Più tardi appunto pensai al titolo Oh Pec, con la voce narrante di tutto questo canovaccio come una meta opera a svolgersi, un Otto e ½, e integrando gli episodi con nuove canzoni, come una crociera andata a male con la fidanzata ai Caraibi in cui succedono altri pasticci keatoniani stile The Navigator, oppure un suo compleanno in cui di nuovo nessuno lo riconosce perché si è tolto i baffi, e così rischia di nuovo di ripetere tutta l’odissea di malintesi di Oh Pec.
Ad ogni brano c’era un gioco di parole, come Ingabbia la mia raggia/ In gabbia la mia rabbia, Il faisat froid/ Freud, Desire, just an ice cream/ is just a scream.
L’ultimo brano, Mon petite velo, è pieno di questi rimandi, e per anni mi sono venute in mente mille varianti, tanto che oggi dell’opera ho un’idea modificata, anche negli accordi, senza però stravolgere il ricordo.
Registrammo una versione demo del lavoro complessivo.
All’epoca, non esisteva nulla come oggi. Lo facemmo completamente da soli senza chiedere a nessuno, e utilizzammo così quella sorta di demo per sentire anche altri pareri di amici o rifletterci sopra.
Ci venne fornita una commissione per suonare l’opera nel perfetto scenario della Fabbrica Alta scledense, ma per rodare le canzoni facemmo prima alcuni concerti, molto belli e pieni di gente nei locali limitrofi. Poi tutto si arenò, troppa tossicità e contrasti e vita ancora da fare a vent’anni.
Avremmo dovuto registare tutto in maniera indipendente e poi fare un allegato per un giornale altrettanto indipendente locale, una sorta di fanzine prima del loro rilancio.
I testi spaziavano dall’inglese al francese, con un rimando alla commercializzazione delle lingue.
Per prepararmi andai a lezione di solfeggio per batteria. Dovevo fare quella parte lì, oltre che l’autore. Infatti dopo mi rimase sempre la scansione in testa delle metriche anche dei testi, che infatti ricordo meglio così – sul Fa e il Do – che non su spartito integrale. Mi aiuta a memorizzare meglio e tenere a mente anche per lunghissimi anni piccole idee.
(Musiche assieme a D.G.)
Il nostro era un tentativo di mettere assieme tutti i generi, dal jazz, al blues, al pop, al rock demenziale, al teatro canzone, senza più vederli come entità distinte e separate.
Ma questo con al centro la musica. La composizione doveva parlare da sola, eravamo stufi dei cantautori che non sanno scrivere niente.
Ad esempio la title track Forgive me rain, rimandava alle luci e ombre delle bombe e delle ideologie nuove sempre pronte (Forgive me rain/ if I ask for you too late/ I’m tired please and wash the world away/ Forgiving sun/ watching from the sky/ the new lights… of bombs/ Forgive us time/ if we exchange the day light/ the night is white for fight/ the day’s black in people’s eyes/ blind so close ashine.), dell’autodistruttività dell’essere umano, con un rimando agli equivoci dopo della storia, ma anche con un grande senso di autoanalisi. I giochi di parole erano permeati da scatti di humor ma tante volte da una sottile malinconia.
Volevamo descrivere come stavamo, all’alba del 2000, con tutto quello che già di violento era accaduto, il contatto col mondo sacro millenaristico che veniva ad assotigliarsi, il peso di sentire in anticipo rispetto ad altri di anni diversi cose che sarebbero poi accadute puntualmente, come il disfacimento dei valori, della dignità del lavoro e i giochi economici globali.
Erano prime composizioni semplici, ispirate dal gusto dei nostri ascolti, che però dopo sarebbero, almeno per me, cresciute molto di più, portando ad altre strade plastiche più ampie.
La memoria mi porta appunto sempre a modificarle, limarle o ottenere una tonalità leggermente diversa, perché effettivamente quel lavoro non era ancora chiuso.
Oggi quando sono in regia, devo avere tutto in testa da un bel po’ per ragionare a una certa velocità.
Spero di non alterarne così il senso profondo, perché è rimasta per me l’ideazione condivisa – a soli vent’anni – di un mondo meraviglioso, che già raccontava quasi tutto di quello che sta accadendo.
Titolo: Oh Pec, bozza 2004-2024, ultima revisione 2024
Musiche di D.G. e G.R.
*i brani aggiunti oltre ai dieci in scaletta vennero provati con altra formazione, altezza 2010-11
1. Forgive me rain
*versione trasposta in italiano da originale inglese, 2007-2008
Forgive Us
Pioggia perdonami
se chiedo di te troppo tardi,
sono stanco, ti prego,
lava via il mondo.
Un sole clemente,
guarda ora dal cielo
a una nuova luce,
quella delle bombe.
Perdonaci tempo
se invertiamo la luce del giorno.
La notte chiara per i combattimenti,
il giorno buio negli occhi della gente,
ciechi, troppo vicini alla luce.
2. VOCE NARRANTE 1: “Iniziava così il disco nascosto… rumore di pioggia e tuoni… pausa un minuto… i rumori esterni si confondono via via con il rumore di macchinari… ha inizio la storia”
“Dopo la rottura con la fidanzata, proprio durante un viaggio preliminare a una futura luna di miele, Ezio Sgorgo torna a casa e trova un lavoro assai strano, azionare il macchinario di un magnate della nuova industria per far funzionare la città in piena crisi”.
(Rumore pioggia, tuoni e rumori)
3. Oroscopi favorevoli
4. I Sali
5. Profumo
6. Mica m’hai detto (L’animatore)
(Ritornano i fulmini e il rumore di macchinari…) —> flashback e flashforward senza ordine lineare
7. Ep. 1 A little lemon
*versione mista originale 2004-2024
Trovato ho un piccolo limone
He told me ‘bout the world upside
Viveva in un lemon tree
But now he has to work in drinks
Quando premo start
e la mia machine runs
su può vivere anche un bar
below the stars
So i pedal my dear
‘cause the dish machine
can’t work alone
And I pedal for years
the electricity costs more and more
And to my boss that’s wrong
L’elemento era magia
Sfuggiva all’allegria (sfuggiva l’allegria)
L’AI (lei) sempre on my back
La gente in armonia
Sotto turni di follia
Working class di cortesia
Quando premo start
e la mia machine runs
su può vivere anche un bar
below the stars
So i pedal my dear
‘cause the dish machine
can’t work alone
And I pedal for years
the electricity… more and more
And to my boss that’s unlikely
Unfortunately… for me
*versione trasposizione più fedele in italiano dall’inglese, 2007-2008
Storia di un tale che lavora sotto un disco-bar
Ho trovato un piccolo limone
che mi ha parlato del mondo su di sopra:
lui viveva sugli alberi
ma ora è costretto a lavorare nei drink.
Quando premo lo “start”
e i miei macchinari circolano
sopra può vivere un bar
sotto le stelle
Così pedalo mio tesoro
perché la lavapiatti mica funziona da sola
e pedalo ormai da un anno
l’elettricità costa sempre di più
(e il mio capo pensa non sia giusto)
Così se il tuo bicchiere è pulito,
o magari il toast che stai mangiando è caldo,
o se la tua pipì sparisce
per favore manda un grazie qui giù, da me
Quando mi sento così stanco
io continuo a darci dentro
così che tu possa ballare
sotto le lampade luminose
Così pedalo mio tesoro
perché la lavapiatti mica funziona da sola
e pedalo ormai da un anno
l’elettricità costa sempre di più
(e al mio capo ciò non piace…
sfortunatamente…
per me!)
8. VOCE NARRANTE 2: “Sfinito dal lavoro, mentre la città sopra si diverte, Ezio esce per distrarsi ed entra in un locale dove tutti stanno ballando. Dopo aver bevuto un drink ed essersi accorto che anche quello lo avevano azionato automaticamente le macchine da lui stesso comandate, si scrolla di dosso i malumori e si getta nella mischia.
Dopo poco, cade a terra sfinito, mentre qualcuno ne approfitta per sfilargli i pantaloni acquistati per il viaggio di nozze”.
9.. Ep.2 (montata più rapidamente, versione un paio di minuti) Toda la noche bailar (Danzo)
Yo bailo
tutta la notte stanco
Cansado, toda la noche
Yo bailo
Bebiendo
los esfuerzos de mi dia
Bailo
Stanco
…
(Ran_to_lo)
*versione 2007-2008
Storia di un tale che balla tanto da perdere i sensi
Danzo tutta la notte stanco
Tu al mio fianco
ma… sono innamorato
Stanco tutta la notte canto
Tu al mio fianco
ma… sono innamorato
Canto tutta la notte salto
Tu al mio fianco
ma… sono innamorato
E salto
in alto
E alto
E stanco
E danzo
E stanco
canto
Ran-to-lo.
10. Ep.3 strum (1), il charlie simula l’atto del rubare i pantaloni
Storia di un tale che, svenuto, viene derubato dei pantaloni
11. VOCE NARRANTE 3: “Ezio S. esce per strada in piena notte dopo essersi svegliato di soprassalto. Non si accorge però che è rimasto senza pantaloni. La polizia lo avvicina fino a rincorrerlo per la città”.
12. Ep. 4 Mon amour, mon ami et amour (Froid/Freud)
Mon amour, mon ami et amour
Au jour d’oui
Tout le monde et très jolie (tutti quanti molto carin)
Dans le rue
Faceva froid
Non più blues
C’ètait froid
E ora ma peau
Uh, le pantalon
Mes couvertures
D’un temp, ils ne sont plus bons
La police
il m’a regarde
Mais c’était vrai
c’était different froid
C’était froid
C’était Freud
*versione trasposta in italiano dal francese 2007-2008, dove la scena prevedeva poi una gamba che parlava all’altra
Storia di un tale che viene arrestato per oltraggio a pubblico pudore
Amore mio, amica mia e amore
oggi tutto il mondo era felice,
per le strade faceva freddo
ma tutti quanti impazzivano per me
solo la polizia non sorrideva
erano freddi, era freddo
Amico mio, amico mio e buon figlio
io sono tua madre e provo soltanto Amore materno
per le strade non è che facesse freddo,
è che le tue gambe eran nude, svegliati!
Dove hai la testa? Dove i tuoi pantaloni?
Erano freddi?! Era Freddo?!
Fratello incantevole
come in uno specchio vedo me stesso
per le strade soffrivamo il freddo
e le altre gambe ti sfottevano…
…no, sfottevano te…
…no, te…
…te!…
…ho detto te…
…TE!…
…TE!…
…TE!…TE!…TE!…TE!…TE!…
13. VOCE NARRANTE 4: “Ezio viene quindi condotto in Caserma dove è costretto a passare la notte”.
14. Ep. 5 Cages, Marzipan bars
It’a funny summertime, my dear
rainy days again drawn cages
Sleep under the neon light
and please dream
sugar cells and marzipan bars
The boogie man don’t be in time
Desire… is just a scream
Desire… just an ice cream
*versione trasposta in italiano dall’inglese 2007-2008
Storia di un tale che non riesce a prender sonno perchè disperato
É una buffa estate
tesoro mio,
ancora giorni piovosi
che disegnano gabbie.
Dormi, sotto la luce dei neon
e ti prego di sognare
una cella fatta di zucchero e
sbarre di marzapane
Desidera… solo… Gelati
Nessuno ti sentirà gridare
nella pioggia
ma se arriva l’ uomo-nero
non aver paura.
Non ti preoccupare, non farlo
è solo un’ ombra
Non ti preoccupare, non farlo
è solo un sogno
E desiderare… è solo un grido
15. Ep. 6 Ingabbia
E sono qui che
ricambio il sorriso allo specchio
da un letto fradicio di me
Asciugo il veleno e la solitudine
evaporo sul mondo
Dove calpesti i miei resti, piove
Ingabbia la mia rabbia
ho preso il volo, coloro il cielo
In gabbia la mia rabbia
coloro coloro che non mi han visto mai
ridevano solo
*versione originale riscritta 2007-2008
Storia allucinata di un tale sedatosi in una notte di pioggia
Sono qui che
ricambio il sorriso allo specchio
da un letto
fradicio di me
Asciugo il veleno e la solitudine
evaporo sul mondo
dove calpesti i miei resti
piove…
Ingabbia la mia rabbia
ho preso il volo, coloro il cielo
In gabbia la mia rabbia
coloro coloro che non mi han visto mai
(ridevano solo)
Mi sveglia
la calma dopo la tempesta
ancora qui
senza voglia di me
lavato via dal cielo
posato in un corpo già pieno
stretto strido non m’infilo
e non provo
In gabbia la mia rabbia
ho perso il volo tradito da solo
Ingabbia la mia rabbia
ho perso il volo, costretto al suolo
16. VOCE NARRANTE 5: “Colpito da tutte queste situazioni disgraziate ed equivoci si fa portare un farmaco per calmarsi e addormentarsi”.
17. Me e te
18. VOCE NARRANTE 6: “Ezio cade in uno stato lisergico prodotto da una errata somministrazione, dove crede di essere morto”.
19. Ep.7 Strum (2)
20. Ep.8 The Island (versione veloce 1 minuto), dove ritorna il tono comico, dato che Ezio si crede nell’aldilà con i suoi idoli (ampliare nomi personaggi famosi in tono umoristico)
21. VOCE NARRANTE 7: “La madre di Ezio va a trovarlo in carcere, e tutti lo credono clinicamente morto. Viene quindi organizzato il suo funerale.
Ezio invece, una volta andati via tutti, si risveglia. Esce in strada senza essere notato e ritorna al lavoro, dimenticandosi quanto accaduto.
Per strada sorride, pensando che in fondo E., il suo amore di gioventù, lo abbia tirato fuori dai guai dei suoi malumori nonostante tutto, e che la realtà sia solo un brutto sogno.
Intanto più in là, numerose persone incuriosite iniziano a recarsi al suo funerale, che sembra sempre più assumere i contorni di una metafora rovesciata”.
22. Ep. 9 Mon petite velo
Les sons sur le vitraux,
sur monorail
metre stresse, je vroix
Oh merde
Dans le rue, les limousine
Maman Oui, comme cette cuisine
Et le jolies, les riserve, ma conduit,
les trabajer
Mon petite terreur c’est les trafique
mais mon petit velo c’est le meilleur
Zig zag dans le rue
commse tout le jour
Il man comme plus
*trasposizione in italiano dal francese 2007-2008
Storia del tale che, ignaro di aver dormito una settimana, si reca al lavoro
Sul mio cuscino ci sono fiori e profumi
assieme ai miei capelli stressati, merda!
Giù in strada c’è una limousine
e la mamma ride di là in cucina,
è felice, l’ha prenotata
perché mi conduca al lavoro?
ma…
il mio piccolo terrore è il traffico
ma la mia piccola bici
è la migliore
a zig-zag per le strade
a zig-zag come i giorni
sì, perché oggi non è il 6
“Scusi, quanti ne abbiamo oggi?”
“Oggi è il 12”
Grazie mille signor gendarme
Ah, la prego, dia un’occhiata a mia madre
perché c’è un tipo vestito di nero
che ho paura possa farle del male,
così come i miei incubi di questa notte
che m’han fatto sudare
e m’han lasciato una fifa…
e…
il mio piccolo terrore
è la mezzanotte
ma la mia piccola bici
è la migliore
tutto il nero diventa luce
tutte le mie paure sono spacciate
non avremo più…
altri incontri
(…campane…) —> nozze o funerale o rintocchi di un’ora qualsiasi, sospensione e fine
25 aprile ’23
Torrenti, rii montani e rogge di risorgiva.
Pinete, boschi di latifoglie e castagneti, abete bianco e rosso accanto a sparuti alpeggi.
Il larice e il mugo che sconfinano nelle faggete.
Pietraie scheggiate e devastate dalla guerra (la Prima) che si configurano come colpi alla vista adesso tenui, macchiati dalle polveri delle alte conifere, marroni, verdi, talvolta voltati al blu o rosati appunto per il calcare della roccia dolomitica, che ha la particolarità di illuminarsi completamente al tramonto dopo aver assorbito tutta la luce, sciogliendo da distante il profilo delle montagne in una sorta di stratigrafia aerea, inconsistente (paradossalmente) dopo la durezza e la bellezza delle nervature giornaliere.
Chi mi conosce sa che mi piace sfaticare come scalatore.
L’anno della grande siccità, il 2022, tutto si presentava polveroso a circa 1000-1500m di quota.
Uno scenario spettrale, senza neve né ghiaccio, per chi è cresciuto qui.
Al Civillina rischiai una caviglia mettendo il piede a terra su un banco di foglie non superficiale.
Salendo le radici sono arrivate sino alla strada asfaltata. Quasi introducendo il discorso, che cosa resta di quei legami oggi?
Verso orario di pranzo raggiungo il Monumento ai Caduti, altezza Vallortigara, alcuni chilometri prima dello Xomo.
Una corona depositata dall’amministrazione comunale.
Non ho incontrato nessuno.
Nessuno che scendeva o che saliva.
Perché i ragazzi non vengono più portati in questi posti?
Sui lastroni intagliati del memoriale mi fermo a leggere i nomi e le date di questi ragazzi.
Agosto 1944, Settembre 1944, Aprile 1945.
Cosa mi colpisce.
Sono tutti cognomi che ho incontrato nella mia vita. Parenti di ragazzi di oggi con cui sono cresciuto, come in un filo ancora sotterraneo.
Che cos’è oggi quel male oscuro della storia?
È non stare più uniti, non avere più una radice storica, culturale, umana a legarci.
È non notare quanto importante è diventato quel semplice monumento di pietre scolpite, già rispetto ad alcuni anni fa.
Non c’è più niente che ci leghi come individui a un senso comune senza farla diventare un’affermazione. Ogni discorso caduto nel vento, saltati i limiti protettivi dell’infanzia, al di là delle fedi individuali.
Io rivago per questi luoghi ostinatamente, in cerca di queste accensioni, qualche sprigionamento d’energia di senso che mi faccia risentire un essere umano non alienato a tutti i discorsi della modernità, che è l’unica cosa ma anche tutto ciò che ci manca, assieme a quei fratelli.
Il vento di aprile si sposta rapido.
Vengo investito da un manto netto grigio plumbeo.
Ho ancora l’accortezza di sentire girare il tempo e di sapere dove va la corrente.
Ridiscendo appena in tempo per il versante giusto.
Altra acqua scende nelle valli, mentre da casa guardo questo inconsueto, tipico andamento stagionale tornare a combaciare per una volta con i miei umori.
Più tardi è il silenzio. L’Europa e i suoi valori in disfacimento negli schermi e nelle televisioni.
Una strana pace senza scrivere mi è tornata in mente.















“Arriva sempre un momento in cui, guardandomi attorno, mi sento un estraneo. Da quel momento in poi, so che devo andarmene, che è in gioco il mio equilibrio.”
in Georges Simenon, L’America in automobile, Adelphi Edizioni, 2023
Da anni mastico libri in continuazione. Quando ero giovane, un libro poteva durarmi settimane, mesi. Leggevo e rileggevo certi passaggi, avevo paura di lasciare segni, appunti, sulla pagina, tranne in alcuni splendidi esempi troppo abbacinanti.
Ora la faccenda è diversa.
Con il lavoro, la giornata ideale per la lettura è divenuta la domenica, in cui con sessioni di qualche ora riesco a mandar giù un libro intero, poco prima di coricarmi.
Un processo che ha del naturale, quasi dell’autonomo, come respirare l’aria. Che come sappiamo poi viene memorizzato in un comportamento pianificato nel sonno dal cervello.
Come dice Simenon andandosene in giro per l’America appena finita la Seconda Guerra, c’è bisogno nella standardizzazione che tutto diventi un fatto comune. Non si può perdere tutti i giorni tempo al ristorante.
Quello che voleva dire, parafrasando, era che la serialità in America era funzionale all’alleggerimento, alla freschezza.
Quando parla dello stesso taglio di vestiti per tutti, di uomini altolocati che mangiano un panino in mensa come dei dipendenti, si riferisce a questo, lo intuisce senza darne un giudizio, ma con la sua allegria e vivacità di sempre. Dice ad un certo punto, per stare sull’esempio, che se con tre franchi e cinquanta si poteva mangiare in giro a Parigi antipasto, piatto di carne, verdure, formaggio, dessert e mezza bottiglia di vino, sicuramente non lo era da un punto di vista funzionale per l’organismo per più di una settimana.
Il punto non è il consumo quindi, ma la possibilità di rendere più agile la giornata.
Fa quindi l’antropologo più che lo scrittore in quel momento, o il traduttore come Vittorini, come Montale, come Pavese, che invece lavorano – anche loro giustamente – sulla freschezza della lingua, liberata dai contesti di questo o quel circoletto e dibattito passatista europeo.
Usa quindi la scrittura come mezzo per fare un altro tipo di indagine, che sembra appartenere ad un’altra disciplina.
La cosa mi affascina molto.
Ecco un esempio di campo usato in un altro campo per ridare significato a qualcosa, restituirne il grado di attenzione e l’energia necessaria contro la falsificabilità.
Quando fa così Simenon in realtà si butta a parlare del seriale, della ripetizione, utilizzando un mezzo come il reportage serializzato, ma trovandoci tutto un senso nuovo nell’antropologia libera da giudizio.
Allo stesso modo, si può scrivere dappertutto, anzi forse è meglio farlo nei posti più scomodi, perché evidentemente ci si costringe in questo modo a badare solo a ciò che manca ovunque ora, l’energia cangiante del contenuto, supportato da esperienza di forma.
Il concetto mi lega e mi riporta quindi a due libri immensi, in cui torno a ragionare sulla natura, rivista e ricollocata nella cultura.
Henry David Thoreau mi ha sempre colpito tantissimo, poiché anche Schio, che dal latino trae ‘esculetum’ bosco di ischi, cioè querce, bianche, possiede il carattere ondivago di bosco di Walden, solo tramutata in più frammentazioni storiche soprattutto dell’epoca moderna, cioè quando capì il proprio valore di commercio del panno.
Soprattutto Thoreau si lega proprio al periodo più dirompente e di memoria collettiva, che è la grande stagione animata dal Rossi ed oggi archeologia industriale, divenuta complementare in maniera indelebile con la natura di quel paesaggio arboreo che scende, in maniera perentoria, dalle valli delle Piccole Dolomiti o più dolcemente dal lato dell’Altopiano di Asiago, attraverso piccole concrezioni di media montagna dall’aspetto piano e contiguo col tratto orientale.
1856, 24 gennaio
“Un diario è il racconto in cui si riportano esperienze e momenti di crescita, non un posto in cui conservare cose che sono state dette o fatte. Di tanto in tanto mi ricordo di un’affermazione che ho fatto una volta durante una conversazione e di cui subito mi sono dimenticato, che suonerebbe molto meglio di quanto invece ho riportato sul diario. È un frutto maturo e secco, di un’esperienza che cade lontano da ma facilmente, senza arrecare dolore né piacere. Il fascino del diario deve consistere in una certa freschezza, in una vivacità, e non certo nella maturità. Qui non posso permettermi di ricordare ciò che ho detto o fatto, bensì ciò che sono e aspiro a diventare.
Leggendo negli anni del Rig Veda, tradotti da Wilson, che consistono in gran parte di semplici epiteti rivolti al firmamento, all’aurora o ai venti, che colpiscono il lettore nella misura in cui egli è attento e dotato di fantasia, e vedendo anche quanta differenza c’è tra le varie traduzioni, visto che i traduttori danno peso non alla poesia, ma alla storia e alla filologia, avendo a che fare con un sanscrito che è molto conciso e che quindi deve essere ampliato per poter essere compreso, a volte mi sento portato a nutrire il dubbio che il traduttore abbia creato qualcosa partendo dal nulla: mi chiedo cioè se un’idea o un sentimento reali ci siano stati trasmessi da un periodo così primitivo. Mi domando se dei tedeschi colti non abbiano trasformato dei sassolini raccolti in riva al mare in inni del Rig Veda facendo così in modo che i traduttori lavorassero su questi, tirando fuori il significato che il mare gli ha conferito in epoche assai remote. Mentre i critici e i traduttori se ne stanno a discutere sul senso di una parola, io odo solamente il rumore del mare e pongo al suo interno tutto il significato che possiedo, i mormorii più profondi che riesco a ricordare, perché non mi importa minimamente da dove provengano le mie idee né cosa sia a suggerirle.
Ho visto molti raggruppamenti di enormi olmi che meritavano di essere rappresentati al Tribunale Generale più degli ometti al di sotto di loro: molto più delle osterie, dei negozi e delle cantine che sovrastavano. Quando vedo le loro fronde magnifiche, lontane miglia all’orizzonte, estendersi oltre vallate e foreste, mi suggeriscono la presenza di un villaggio, di una comunità. Ma in fondo, è del tutto secondario riflettere sul fatto se ci siano o meno delle dimore umane tra di essi: in effetti, queste potrebbero anche essere esistite per poi scomparire. Mi rendo conto che nella mia idea di villaggio è molto più presente l’olmo dell’essere umano. Meriterebbero un consiglio comunale dedicato a loro. In effetti, costituiscono una circoscrizione a sé. Il povero essere umano che rappresenta la propria fazione, uscendo fuori dalla loro ombra, non potrà mai suggerire neppure un decimo della dignità, l’autentica nobiltà e visione d’insieme, l’indipendenza e la solidità e la serena beneficienza espresse da questi alberi. È un distretto che guarda ad un altro. Un frammento della loro corteccia vale quanto tutte le schiene dei politici dei nostri Stati. Fanno parte del Free Soil Party nel vero e proprio senso del termine. Le loro radici vanno verso nord, sud, est e ovest anche verso le zone conservatrici, verso il Kansas e la Carolina, posti che non sospettano l’esistenza di vie sotterranee così estese. Essi lottano contro le tempeste di questo secolo. Guardate che cicatrici che portano su di sé, che rami avevano perso prima ancora che noi nascessimo! Eppure, non ritrattano mai: votano fermamente per i propri princìpi ed estendono le radici sempre partendo dallo stesso centro. Muoiono alle proprie postazioni, e lasciano un troncone indurito, che serve ai taglialegna per esercitarsi, e delle radici che fanno loro da monumento commemorativo. Non scendono a compromessi, non fanno politica. Il loro unico principio è la crescita. Uniscono un vero radicalismo ad un autentico conservatorismo. Il loro radicalismo non è costituito da un voler tagliar via le radici, ma da una moltiplicazione ed espansione infinita di queste al di sotto di tutte le istituzioni circostanti. Si aggrappano in maniera più salda alla terra per innalzarsi più in alto nel cielo. Il loro durame conservatore, in cui non scorre più la linfa, non rallenta la loro crescita, ma è anzi una solida colonna che la supporta; e quando i loro tronchi non ne hanno più bisogno, marcisce subito. Il loro conservatorismo è un durame morto ma solido, ed è il fulcro, la colonna portante di tutta questa crescita e non si appropria di nulla, ma supporta l’estensione dell’area del loro radicalismo. Cinquant’anni dopo che sono morti, le loro radici in qualche modo li fanno sopravvivere. Non fanno come gli uomini, non passano dall’essere radicali all’essere conservatori. La loro parte conservatrice si esaurisce per prima; la parte radicale, quella che cresce, sopravvive. Conquistano nuovi Stati, nuovi territori, mentre i vecchi domini decadono, e diventano la dimora di orsi, gufi e procioni.”
Diari. 1856-1861, Ortica Editrice, 2021.
Nel ’24 nella mia casa d’origine, sono finalmente riuscito ad allestire uno studiolo, che guardacaso da proprio sulla collina crostante di frassini, faggi, querce e rapide betulle tratteggiate.
Quello scenario è stato anche il mio punto di immaginazione primordiale quando ero un infante.
Passavo ore a fantasticare su alcuni edifici bizzarri lungo quel crinale di qualche centinaio di metri, svelto ma solido come una collina filmata da Kurosawa.
Molti dei lavori li ho progettati ed eseguiti personalmente.
Una fervida preparazione e una serrata progettazione, anche di date, fa posto ogni tanto al bisogno di risolvere situazioni inaspettate e di rimodularle, per aderire al piano originario, però nel frattempo cambiato.
Ecco io credo che questa sia un po’ l’evidenza che non viene mai detta a fondo di tutti i linguaggi che hanno significato, e che non sono imitazioni, banalizzazioni, ritualistiche da mettere davanti a tutto.
Partendo quindi dall’assunto che tutto ciò che pensiamo sia da rivedere, ecco che si apre un portale, di possibilità gioiose e libere, e di aria buona e non inquinata.
Mario Rigoni Stern, Il libro degli animali, Einaudi editore, l’ho fatto collidere ad esempio nel ’24 proprio con i Diari di Thoreau.
Come se la scrittura servisse a vivere, più che a fare gli scrittori.
Come un repertorio d’esperienza per un approccio più legato al segno, al simbolo da portar fuori, che allo sviluppo della disciplina in sé.
Ed ecco che torna l’energia, tutto si muove di nuovo.
In un certo senso, facendo collidere questi libri come particelle è nato anche dell’altro, come ci spiega la fisica teorica.
Se invece si trattasse di trattarle rigidamente, non si otterrebbe che un ampolloso e noiosissimo discorso vecchio di nuovo.
Il punto è che non siamo più abituati a girare a caso come flaneur, lasciandoci ispirare dalle cose. Troviamo solo compartimenti stagni attorno a noi ovunque. Invece questo tipo di allenamento, partire da un punto qualunque e trovarne le connessioni e le rivelazioni cangianti, o riadattate al presente, è proprio la musica che manca in tutti i discorsi.
Sempre per citare altri testi, anche far scontrare delle biografie è una tecnica che mi ha molto affascinato in questi anni.
Che cosa possono avere in comune ad esempio, Dennis Rodman, Ozzy Osbourne, Al Pacino?
La risposta è nulla, ma se si leggono tutte e tre le biografie, e non si ha la testa sempre ricoperta d’immondizia di giudizi, si scopre che per tutti e tre è trovare il modo di sopravvivere al mondo, a partire dal basso e rinnovando lo sguardo dal basso, il punto per iniziare a ragionare.
Al Pacino. Sonny Boy. Un’autobiografia, La Nave di Teseo editore, Milano, 2024
[…] Le venne diagnosticata una nevrosi ansiosa, e cominciò a a precipitare. Le prescrissero elettroshock e barbiturici. Tutte cose costose, per cui mia madre cominciò a insistere perché lasciassi la scuola e mi trovassi un lavoro. Non avevamo soldi.
Continuai i miei studi ancora per un po’, almeno fino a quando compii sedici anni e finiva l’obbligo scolastico. […] Sentivo che dovevo conoscere il mondo e cominciare a guadagnarmi da vivere. Mia madre aveva bisogno di aiuto. Feci una serie di lavori, tutti di breve durata. Passai un’estate a pedalare undici ore al giorno come pony express. A diciassette anni lavorai per l’American Jewish Committee e il suo giornale “Commentary”. “Mi piace stare in ufficio; adoro il rumore delle macchine da scrivere e del centralino,” recitai alla donna che mi fece il colloquio. Sono certo che capì che stavo raccontando un sacco di balle, ma mi prese lo stesso. La mattina presto entravo in redazione, pronto a scavalcare gli enormi tavoli d’un sol balzo. Mi mandavano a fare varie commissioni, e spesso non tornavo neanche. Avevo energia da vendere, e in quell’ufficio caotico mi feci tanti amici. Imparai a gestire il centralino e a occuparmi dell’archivio. Lì lavoravano intellettuali come Susan Sontag e Norman Podhoretz – dei pezzi da novanta – e, per quanto fossero amichevoli, sentivo di non fare parte del loro mondo. Ma quando ero a una delle loro feste con un bicchiere in mano, ero in grado di parlare con chiunque. […]
Un mio amico del Bronx mi aveva parlato di questa scuola [Studio Herbert Berghof, ndr] e di un suo bravissimo insegnante, Charlie Laughton. […] Mi aveva già catturato. Mi ero allontanato dai miei vecchi amici, avevo incominciato a pensare di fare l’attore e a prendere sul serio la recitazione. Nessuno dei miei amici aveva qualcosa che potesse metterli su una strada diversa. E, passata una certa età, essere un giovane delinquente non è una bella cosa. […]
Qualche tempo dopo, nello stesso locale [Martin’s Bar and Grill, all’angolo tra la 22ª Strada e la 6ª Avenue a Manhattan, ndr], conobbi Charlie. Era in un séparé, indossava un berretto da baseball e stava bevendo con altre persone. Appena lo vidi, pensai: è quello che fa al caso mio. Aveva una decina di anni più di me. […] E quando lo conobbi, pensai: ecco il mio maestro. Mi iscrissi all’Herbert Berghof Studio. Dato che non avevo soldi, pulivo i corridoi e le aule dove facevano lezioni di danza, e mi diedero una borsa di studio.
Charlie aveva una cultura letteraria che invidiavo. Mi fece conoscere molti romanzieri e poeti di cui ignoravo l’esistenza. Era un cultore di William Carlos Williams, che, come lui, era nato a Paterson, nel New Jersey. Charlie stesso era un bravo poeta. […] Molti anni dopo, tanti aspiranti attori mi chiedevano: “Com’è che tu ce l’hai fatta e io no? Eppure io l’ho sempre voluto.” E la mia risposta era: “Tu volevi. Io dovevo.” […]
In seguito persi il lavoro al giornale e mi ritrovai disoccupato. Mia madre andò a stare dai suoi, sulla 233ª Strada, ed ebbi per me tutto l’appartamento, a 38,80 dollari al mese. Ma ero sul lastrico. […]
Charlie e io lavoravamo insieme come traslocatori: ci occupavamo soprattutto di mobili da ufficio e libri, tanti libri. Spostare roba altrui d’un edificio all’altro, da un piano all’altro, è una cosa che non assomiglia a nient’altro. Soprattutto quando non ci sono ascensori e devi fare rampe e rampe di scale con scatoloni di libri che sembrano non finire mai.
A dirigere il lavoro era il nostro amico Matt Clark, un altro studente di Charlie. Aveva cominciato con un furgoncino, trasportando quadri al Greenwich Village, poi era passato ai traslochi e si era preso un furgone più grande per fare gli uffici. Era bravo sia come attore sia come traslocatore. E com’è che si diventa attori? Trasportando frigoriferi su per le scale. […] [Mio padre, ndr] non poteva capire che suo figlio voleva fare l’artista, il poeta, ed era un aspirante Čechov. E le ragazze non mi interessavano più di tanto – voglio dire, mi piacevano, ma non le capivo né mi accorgevo se piacevo a loro. […]
Mentre vivevo da solo, dovevo trovare i soldi dell’affitto. Provai a fare il cameriere, ma mi cacciarono quando mi sorpresero a mangiare gli avanzi dai tavoli. Questo per dire la fame che avevo. Quando non avevo niente da fare, camminavo ore e ore, e poi mi riposavo in qualche biblioteca. All’inizio era solo per stare al caldo, ma poi divenni un lettore vorace. Senza insegnanti o compiti da fare, seguivo le mie passioni. Charlie Laughton mi consigliava gli autori da leggere e i posti dove andare, come la biblioteca sulla 42ª Strada, che era calda e aveva un distributore automatico di cibarie.
Una tazza di caffè poteva durarmi tutta la mattina e potevo stare lì a leggere i miei tascabili dei grandi autori per cinque ore. Leggere era una cosa che mi assorbiva del tutto. Mi calmava la mente e mi offriva un altro mondo in cui immergermi. La televisione era troppo distante; i libri erano più intimi, come avere amici e godere della loro compagnia. Leggevo Festa mobile e pensavo: non voglio arrivare alla fine, è troppo bello.
Se, a notte fonda, sentivi qualcuno per le strade del tuo quartiere che declamava pentametri giambici con voce stentorea, probabilmente ero io che mi esercitavo nei grandi soliloqui di Shakespeare. Procedevo per Manhattan recitando monologhi a gran voce. Lo facevo vicino alle fabbriche ai margini dell’abitato, dove non c’era nessuno. Dove potevo andare, altrimenti? […]
Marty [Martin Sheen, conosciuto al corso di Charlie Laughton, ndr] venne a stare da me nel South Bronx, così potemmo dividere l’affitto. Insieme lavoravamo al Living Theatre nel Greenwich Village, dove pulivamo i gabinetti e stendevamo i tappeti per le rappresentazioni. Il Living Theatre era stato fondato da Judith Malina e Julian Beck, due visionari che avevano cominciato negli anni cinquanta, nel loro appartamento, prima di trasferirsi all’angolo tra la 14ª Strada e la 6ª Avenue. Dopo avere visto uno dei loro spettacoli, come minimo tornavi a casa, ti chiudevi in camera tua e te ne stavi per due giorni a piangere e guardare il soffitto. L’impatto era quello. Grazie a loro nacque il teatro off-Broadway, il cui successo fece nascere quello off-off-Broadway. Il che rese possibili anche gli spettacoli off-off-off-Broadway che facevo io in locali del Greenwich Village, dove gli attori recitano davanti a gente che beveva caffè o mangiava fette di torta. […]
Era così che si andava avanti. Era come essere a Parigi all’inizio del Novecento o a Berlino negli anni venti. New York sembrava il centro di un nuovo rinascimento. Lo spirito e l’energia erano quelli. Sartre, Ibsen, Bertolt Brecht, Leonard Melfi, Allen Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac, Sam Shepard: i mondi che avevano creato diventavano nostri. […]
Una volta, era estate, ero sulle scale di un edificio tra la 10ª Strada e la 2ª Avenue. Il caldo era micidiale, e mi stavo godendo la tregua della sera. Ed ecco che vedo arrivare Marty tutto allegro come se stesse camminando sulle nuvole. Mi voleva dire qualcosa. “Ehi, Marty!” lo salutai. Quando fu vicino, mi disse: “Al ho incontrato la ragazza con cui voglio passare il resto della mia vita. È una pittrice e diventerà presto mia moglie.” E io: “Bellissima notizia, Marty. ma dobbiamo ancora trovare i soldi per mangiare.” Fatto sta che Marty è sempre Marty, e Janet, sua moglie, è la ragazza di cui mi aveva parlato circa sessant’anni fa.
Prima di andarmene da quell’appartamento, ci passarono molte altre persone. A volte era qualche fratello di Marty, a volte era un nostro compagno di corso che si chiamava Sal Russo e aveva una ragazza che si chiamava Sandra. La sua migliore amica era una cantante con i capelli lunghi e gli occhi penetranti, che a volte passava da noi e si metteva in un angolo, a gambe incrociate, a suonare la sua chitarra. Si chiamava Joan Baez, non si era ancora messa con Bob Dylan ma sapevamo che avrebbe fatto strada. Non penso che ci fossimo mai presentati. Semplicemente era una delle tante persone che andavano e venivano in quell’appartamento mentre il mondo girava intorno a noi.
Nel quartiere era di nuovo in circolazione Cliffy. Lui e Bruce si erano arruolati. Bruce era arrivato fino al giuramento, ma poi cambiò idea, finse di essere diventato matto, minacciò di buttarsi da una finestra e lo lasciarono andare. Cliffy, invece, riuscì a fare qualche mese di servizio, ma poi ovviamente si cacciò in qualche guaio e lo sbatterono nella prigione militare prima di cacciarlo definitivamente. Quanto a me, non rischiavo di finire sotto le armi perché mantenevo mia madre. […]
Comunque Cliffy era peggiorato. Adesso si bucava ed era incontrollabile. Disse che era nello stesso plotone di Elvis Presley, cosa che risultò vera. E che era andato in Canada, dove aveva messo in cinta una ragazza cattolica e aveva ripudiato la religione ebraica per poterla sposare. Ogni volta che passava a casa mia, andava in bagno a farsi di eroina – a volte da solo, a volte in compagnia di altri tossici. A malincuore dovetti dirgli che doveva andare da qualche altra parte.
Nessuno si stupì quando Cliffy morì di overdose. […]
[Mia madre] aveva il dono dello humour e un gusto innato, e per questo era diversa dal resto della sua famiglia. Ma era una donna sola. Cure adeguate, tranquillità, sicurezza economica avrebbero potuto aiutarla. E io sapevo che sarei stato capace di darle tutto questo, e anche di più.
Non penso di averglielo mai detto. Non le dissi che avrei avuto successo e mi sarei preso cura di lei. E in che modo? “Mamma, un attimo di pazienza, ci sono quasi”? So che sembra un dramma di Clifford Odets, ma è così. Sapevo che nel giro di qualche anno sarei stato in grado di aiutarla. Ma come si fa a dire a qualcuno che sei sicuro di avere successo? Chi ti crederebbe? […]
Ma io sapevo che ce l’avrei fatta. Fu questa la mia fortuna. Forse questa certezza risaliva a quando mia nonna mi imboccava e mi raccontava tutte quelle storie di cui ero protagonista. Forse ne erano responsabili gli amici della mia banda. Oppure Marty Sheen, o il mio grande amico Charlie Laughton. Quando è successo? Chi era quel ragazzo, così pieno di energia da illuminare il cortile di una scuola di notte? C’era qualcosa che mi indicava la strada. E dovevo seguirla, altrimenti non sarei mai riuscito a sopravvivere.
Ma prima ci fu un periodo molto duro, un periodo di lutto, in cui andavo in giro come uno zombie. Non ero me stesso: in metropolitana scendevo alla fermata sbagliata, andavo a battere contro gli oggetti, pensavo solo a certe cose e altre le dimenticavo completamente. A quell’età perdere la propria madre era una cosa inimmaginabile, impossibile da accettare. […]
Poi se leggo le biografie dei miei mostri sacri, Duke Ellington, e Mingus, ci cavo invece ben poco dal costruito (Duke Ellington. La musica è la mia signora. L’autobiografia, Edizioni minimum fax, Roma; Charles Mingus. Peggio di un bastardo. Edizione del centenario, Edizioni SUR, Roma).
Monk è un caso a parte, iperletterario e maniacale, Ellington è un seguito di scuse che non parlano mai anche nella finzione della realtà, il contrario della sua scrittura musicale.
Evidentemente allora, ancora una volta, non è tanto il mezzo che crea la disciplina nell’uomo, ma come la disciplina si trasmuta dentro un’altra e diventa un’altra cosa.
Infatti non potremmo mai ascoltare Ellington solo dalla partitura. I colori e il dettato vanno a creare qualcos’altro, come la descrizione di un’aria che si respira e che viene incorniciata.
Quando si affina la grammatica di queste operazioni, si sente il linguaggio di qualcosa di specifico che è stato arricchito. Tutto qui.
Non si può mai parlare di stile, prima e dopo, in un certo senso.
La situazione della Russia nel 1926 dopo aver assorbito la rivoluzione, reportage immenso per valore di I. J. Singer, e le suggestioni di una biografia di Dostojevskij raccontate puntualmente, ironicamente e con passione vera da Paolo Nori. Altro esperimento di particelle.
I. J. Singer. La nuova Russia, Adelphi Edizioni, Milano, con Paolo Nori. Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fedor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano.
Gli studenti cinesi e il cambio di paradigma fiutato rispetto ai flussi imperialisti britannici, gli eterni dissapori rientrati in vigore tra tartari, turchi, armeni, greci e bulgari, la rigidità dell’esperienza post-rivoluzionaria, antitesi al ritorno della macchina burocratica di stampo zarista rimodulata.
Sono tutti libri comprati, rigorosamente, a caso (come si faceva una volta), nelle tre librerie in progressione salendo dalla stazione.
Compio questa operazione circa ogni tre mesi, raccogliendo almeno una decina di volumi sparsi.
Chiaramente la fisarmonica, come una cassa naturale, del passare del tempo non è mai troppo rigida. Può trattarsi di un mese, di tre, di otto. L’importante è che rimanga un desiderio.
La stazione ferroviaria della città, dove finiscono tutti i treni, sembra un fondale Far West.
Ci sono delle incorniciature, nel lato sudovest che guarda alla caffetteria Carraro e al centro salesiano, dove si riunisce parte della comunità serba, che rimandano subito agli anni ’80. Grandi hallway scure con tappeti accesi e lampade ingrassate nel metallo, cemento con sottili sottolineature rosso acceso.
Anche questo può rimandare alla mia infanzia.
Rimane cristallizzato quello spirito, e si porta su lungo il corso principale che scende dal Duomo.
La statua del Rossi e l’architettura del Negrin a Sant’Antonio che rifà un lombardo bizantino come il contrario del contrario sono coperte da una barriera perpendicolare di residui abitativi anni ’60, dove una volta si trovava lo storico negozio di dischi davanti alla stazione.
Si sale per Via Battaglione Val Leogra, quindi si incontrano palazzine moderniste dei primi ‘900 ibridate tra la decorazione che sta per sparire e lo spazio funzionale che sta per emergere in maniera dirompente.
Le facciate sulla strada sono come contenitori alleggeriti in layout eleganti e sobri, tra compagnie assicurative, scuole di guida, bar, gelaterie, articoli di cancelleria.
A metà strada, sulla destra si entra nella prima libreria.
La seconda marca lo snodo superiore nord dello slargo appena pronunciato del Duomo, e la terza si inserisce nell’elegante cornice cinquecentesca e legata al Conte Almerico – pioniere dell’aviazione – di Via Carducci.
In tempi di frammentazione sociale, in cui manca un vero luogo di aggregazione, un vero tema comune, e una vera solidarietà che non sia di interesse a qualcun altro, queste realtà mi ricollegano anche in giornate negative al senso dello stare al mondo. I testi e le riedizioni in vari periodi catturano qualcosa nell’aria più altrove, che si lega alla città e alla natura della città, tra grande centro industriale e grande ultima fermata prima della montagna, tra la frenesia del lavoro metropolitano e cosmopolita e la ricerca di un rifugio.
Franco Basaglia. Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina Editore, 2018.
[…] In Europa tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta sono emerse diverse proposte di alternativa al manicomio. Il primo paese a muoversi in questa direzione è stato l’Inghilterra, che aveva vinto la guerra ma perso tutte le colonie e aveva bisogno di rinnovare l’organizzazione della società, le sue infrastrutture. E infatti il partito laburista vince le elezioni proprio con un programma di rinnovamento sociale e istituzionale, in cui la salute pubblica è uno dei problemi prioritari. Nel 1959 il governo laburista promuove la riforma sanitaria e crea il servizio sanitario nazionale di cui la psichiatria fa parte. Così, per la prima volta nei paesi occidentali, medicina e psichiatria stanno insieme nel quadro di un sistema sanitario pubblico.
[…]
In questo film [Il ponte sul fiume Kway di David Lean, ndr] si vede anche come un internato possa essere terapeuta di un altro internato più del medico, cosa che accade anche all’interno delle istituzioni, specie di quelle psichiatriche, e si vede anche come la direzione dell’organizzazione può passare dal gruppo dirigente alla comunità, con la partecipazione di tutti alla gestione dell’istituzione.
È con questa logica che nasce in Inghilterra l’esperienza di apertura al manicomio e il primo concetto di comunità terapeutica. Una comunità diventa terapeutica perché funziona su principi condivisi […]
Ma questo processo è stato di breve durata e presto i manicomi hanno cominciato a riempirsi di nuovo. Le braccia che l’industria aveva inizialmente richiesto vengono rifiutate e questa forza lavoro improduttiva deve trovare un’altra istituzione. La comunità terapeutica si riduce a piccole isole e i manicomi inglesi riacquistano le caratteristiche di istituzione repressiva, anche se più aperta e tollerante. […]
Anche in Francia, negli stessi anni, successe più o meno la stessa cosa, ma con una cultura assai più politicizzata di quella inglese. Molti psichiatri francesi avevano infatti partecipato alla resistenza contro i tedeschi e i primi programmi di umanizzazione del manicomio erano nati in Francia in quel periodo.[…]
In Francia ci fu una battaglia reale per l’apertura del primo manicomio. C’è un numero molto importante della rivista Esprit intitolato “La miseria della psichiatria” che raccoglie le idee e le proposte di quegli psichiatri che volevano umanizzare il manicomio. Un piccolo ospedale psichiatrico del massiccio centrale della Francia, a Saint-Alban, fu aperto per la prima volta da un esiliato spagnolo della guerra civile. È molto importante riflettere su questo ospedale dove si riuniva tutta l’intellighenzia francese… Bene, questo manicomio fu aperto e da qui la mobilitazione si diffuse ad altri manicomi francesi e nacque il movimento della “psicoterapia istituzionale”. Questa fu la prima ondata ma anche la fine di questa grande primavera. La contraddizione che l’apertura del manicomio aveva prodotto, con tutte le sue implicazioni politiche, fu avallata dalla scienza psicoanalitica, che diede poi origine alla psicoterapia istituzionale lacaniana. Questa fu la seconda ondata. La psichiatria inglese, con il suo pragmatismo scientifico, e la psichiatria francese, con l’ideologia psicoanalitica, hanno così coperto le contraddizioni che avevano evidenziato. […]
La nostra tendenza è stata invece quella di far entrare l’assistenza psichiatrica in rapporto con le organizzazioni politiche che vogliono l’emancipazione del popolo. In questo modo abbiamo ottenuto dei successi perché, dopo aver smantellato in alcuni luoghi il manicomio, in collaborazione con la popolazione, i sindacati, e i partiti politici, è stata portata in parlamento una proposta di legge che modificava la vecchia legge repressiva e violenta sulla malattia mentale. […]
Il bilancio della psichiatria è stato finora di competenza delle amministrazioni provinciali. L’Italia ha novantaquattro province e ogni provincia ha nel suo bilancio una somma destinata all’assistenza psichiatrica. Alla fine del 1978 è stata votata dal parlamento un legge per l’istituzione del servizio sanitario nazionale che comprende la psichiatria. L’Italia è divisa in regioni che hanno un governo proprio (abbiamo una specie di regime federativo), e ogni regione amministra l’organizzazione sanitaria secondo gli orientamenti del governo regionale, che naturalmente non possono essere in contrasto con la legge dello Stato. Comunque, ogni regione ha proprie caratteristiche nella gestione dell’assistenza sanitaria. Il ministero della Sanità fa la supervisione generale. Dopo la Seconda guerra mondiale c’è stato in Italia il tentativo di decentrare tutto ciò che era possibile, nell’idea che il decentramento permetta forme di partecipazione popolare: più la politica è decentrata maggiore può essere il controllo popolare. Quando parlo dell’Italia sembra stia parlando di un paradiso terrestre, e invece è una merda, ma è anche un luogo dove ci sono elementi che rendono possibile una dialettica molto interessante. […]
Rio de Janeiro, 26 giugno 1979





Dalla salita dietro Via Castello il traffico di discorsi e andirivieni pare soltanto un piccolo gorgo cezanniano, ridimensionato e incastonato tra mille altre visioni di case, abbaini, terrazzi vuoti, flebili luci d’interno, messo lì, in fondo alla provinciale, sulla rotonda del gran traffico quotidiano che vien giù da Santorso.
A Piazzale Divisione Acqui c’è il retro scoperchiato d’un autobus in panne. Un uomo avanza strisciando con abiti insudiciati da lavoro avanti e indietro supino sotto il gran peso del mezzo azzurro.
Sulla camionetta a fianco, completamente aperta, s’intravvedono pareti di utensili meccanici. Tronchesini, trapani, punzoni. Rivettatrici, morsetti, pinze, cesoie, chiavi. Giraviti e bulini.
Per vedere quanto la città è cambiata bisogna prendersi un’ora d’aria e perdersi in un momento qualsiasi a camminare nel viavai generale di tutti i giorni.
Sono pressappoco le cinque del pomeriggio.
C’è chi è rimasto seduto questo pomeriggio, tra i tavolini, nel silenzio e la rassegnazione generali. Lo noto risalendo via Garibaldi.
Un dialogo surreale di gente immobilizzata, più che un incontro come era prima, come se gli avventori fossero fusi coi camerieri del bar.
Intorno tutti gli altri tavolini sono vuoti. L’attenzione di posa su tre che conversano a lungo giustamente su questa situazione che si è venuta a creare.
Tutte le sedie intorno sono già alzate lì davanti, proprio nel momento solitamente contrario a queste abitudini, nel quadrilatero tra Garibaldi, Scledum, Baretto, Leoncino. Che poi, tipicamente scledense, scappa via a sua volta in salita ondulatoria verso altri posti ridefinendo tutto.
Abitudini, già, è stato un attimo, ci è voluto poco tempo.
L’aria è rarefatta e umida. Immense querce bianche che sembrano gelsi imbiancano l’orizzonte rialzato sopra Via Leonardo Da Vinci dalla Valletta.
I colori malva, malva rosato, ceruleo con illuminazioni al neon si aprono nei ventri dei palazzi pastello sgualciti.
Sono le vecchie madri costrette a partorire i nuovi figli del tempo. Alcuni vorrebbero uscire e inghiottire tutto, come in un destino segnato.
Sembra che questo contrasto stia ora intonandosi con le città più a nord d’Europa, dove il recupero del tessuto urbano è netto e sembra uscire direttamente dalla fase di progetto.
È meno italiano, cioè rarefatto, melodicamente scomposto e perifericamente civico.
Una signora scende da una Fiat bianca a Via Romana Rompato, sotto l’insegna della storica tabaccheria. Sostituisce i necrologi.
Più avanti, nel sottoportico in Via Capitano Sella, con l’insegna bianca e nera dell’ottica come una decorazione prospettica di provincia scamozziana, non c’è più posto per nessuno nell’altra bacheca, da quanto lo spazio dei cartelli è riempito affannosamente.
L’incombenza del disastro e dell’abbassamento d’umore è alle porte, proprio prima di raggiungere il centro della città.
Per la prima volta provo qualcosa di simile alle sensazioni lette nei reportage dall’altra parte del mondo.
Nessuno sembra perdere tempo. Non ci sono le voci, non ci sono gli amici.
Ciò che consideravamo all’aria aperta, il paesaggio di fuori, pare non esistere più.
Ora, in questo giro di brevi anni, sembra ricacciato all’interno.
Sembra anzi di dover andare a toccare una solitudine profonda, come le religiose vie che salgono sopra i Rossi sul Novegno, per trovare una qualche forma di comunicazione con il tutto e con tutti.
Una spinta invertita per le soglie dell’attenzione, che tentennano nel trovare nuovi modi di vivere nella consuetudine di un’apnea sociale solo appena accennata.
L’andare con i pensieri è più stratificato, perché pare ora di dover cacciar fuori quegli umori, che prima invece si dovevano sottrarre, tirar via, per un fuori più autentico, fotografato, e quindi intimo, di comunicazione con gli orologi interni dello stare tra la gente.
Se l’esterno è ricacciato dentro, quest’ultimo grida per il fuori.
E lo spazio della meditazione, della comunicazione, questo spazio dove l’architettura parlava se guardata in mezzo alla gente una lingua di sempre ritrovata pulizia dello sguardo, esercizio fisico e mentale che poi rimaneva, ora sembra a un crocevia, perché il fuori_per_il_dentro non è ancora un ascolto maturato di conclusione, ma uno spostamento in più. Rischia di diventare un fattore in più verso la distrazione e la confusione, verso un ennesimo nuovo realismo del niente da dire, dove ancora dal rosso si vede rosso, dal nero il nero, dove non filtra niente, non si sta bene o male, si galleggia nel simulacro vuoto e basta, come un dato di fatto stavolta di sempre.
Dallo sguardo del panettiere appena arrivato a Piazza Almerico sino a quello delle veterane del Caffè Dante, un angolo tenta di ricostruirsi-tenersi una sua storia di comunità; il centro scommesse chiuso, e, più in là, la bottega delle scarpe fatte a mano.
Tutti guardano fuori, e c’è quindi una complicazione di procedura del guardare.
Il passato archeologico industriale, laggiù ad ovest, non è ancora recuperato, ma ora aiuta moltissimo a rompere questa determinazione.
Le aperture, ad oggi, sono imprevedibili, oscure, non ancora periferiche, non ancora europee tagliate col coltello. E questo nonostante la grandezza, la vastità dell’area tracciata dalla sponda del Leogra, con i suoi aironi che nessuno vede se non scendendo dentro il Timonchio, più a valle ancora la domenica.
Ecco un elemento certo di questa grandezza oggi che incredibilmente si manifesta. Una vera sospensione del tempo, anche drammatica nel suo ancora mancato recupero, però presente, da decifrare ancora tutta. Il frammento nel frammento che apre lo sguardo.
Un lascito da continuare a ristudiare, rismontare, rimontare nelle sue logiche, nelle sue oggettivazioni. Misteriosamente intatto e superstite oggi, più vivo che mai anche dopo il fallimento del grande progetto dei primi anni 2000, prima che la crisi economica globale sgretolasse il sogno della Schio archeologica restituita, come punto di riferimento nuovo in ambito urbanistico nazionale e sovranazionale.
Il progetto del Gregotti, che prevedeva di riportare alla luce la direttrice della Roggia intubata e di appaltare negli anni successivi i punti di raccordo con l’area, che cosa ci direbbe oggi?
Ci racconterebbe di una città sfaldata, con un tessuto non più unitario a levante, anche se sempre più affascinante nelle sue risultanze di stili architettonici disgregati, invecchiati, smussati, ricuciti.
Osservo le paraste sfumate. A memoria so che le troverò, o troverò i loro rimandi, in Via Pasini e Via Pasubio, le storiche vie del centro, piene di vita e nostalgie senza rimpianti, lisce e lavorate dal tempo. Piatte e scolorite come le colonnine di transito andando in quota.
Paraste, intonaci, marmorine intorno, quanto Palazzo Valmarana, una delle mie opere preferite di Palladio, che se ne sta a Vicenza con una trovata scenica in una strada strettissima, piatta e pulita invece che ingorda sulla via, venendo dalla biblioteca e da San Lorenzo, dove ancora le arcate ogivali di finta o non finta profondità sono un segno caratteristico, aprono a spazi della mente, dal disegno, come la proiezione ortogonale, invece di astratte confabulazioni di idee, la pulizia e il richiamo all’abitabilità.
Dalla chiesa parrocchiale di Poleo, andando per altopiani e distretti periferici e vegetali, al quartiere operaio di Schio, a Villa Rossi a Santorso, fino di nuovo a Schio nella chiesa di Sant’Antonio, c’è un sentimento che potremmo chiamare scledense nel Negrin, fatto di un filo conduttore invisibile che spazia non solo sui giardini e per il Rossi, ma più in là, nel giardino come lente che fotografa il movimento ondulatorio di Schio e di un territorio, tra la città e la montagna, né pianura, né acque, né boschi, tra il gusto esotizzante dell’Ottocento, che sognava le magnolie e le piante fuori posto, un pasticcio postmoderno prima del tempo secondo una traduzione dell’aria dell’epoca.
Se con Palladio a Lugo è più la lingua di un secolo a parlare, a Schio, la bottega del Marinali e le sue statue, così come i progetti di Negrin costituiscono una corrente diversa, per morfologia e impianto storico, quasi a sé nel respiro.
Un effetto di amplificazione delle sensorialità tenuto su toni quasi fermi, monocromi, perché il ‘500 delle forme tondeggianti e armoniche di profondità, degli oculi, dell’arco e dei timpani, deve sempre incontrare l’800 delle ghise, del ferro e dei mattoni sul versante occidentale del tessuto urbano.
Credo sia questo il modo di leggere il Negrin se si vuole capire anche Schio.
La provincia, la citazione meno importante, non ha quasi niente a che fare con queste commistioni in senso più ampio.
Allo stesso modo, a regolare il tutto non è una bulimia di concatenazioni. Al contrario sono un silenzio, un essere dimesso, una discrezione, che vengono giù dalle conifere del paesaggio più intorno, a dare il tono a tutto. Una ricorsività non di maniera, dove il silenzio, la fissità, parla moltissimo al contrario. E che oggi non si conosce, o meglio, si fatica a ritrovare e riconoscere come lingua comunicativa, segretamente celata e condivisa.
Qui la linea morbida demarca, demarca anche con fermezza da queste parti, dove si arriva al confine della vita, ad Asiago, con i suoi militi ignoti che fanno pensare tutti i giorni nella pianura dei rimasti.
Un confine labile, eppure eroico e sentitissimo.
A Caregaro Negrin il Rossi affida il progetto futuristico della Fabbrica Alta del belga Vivroux.
Siamo ancora austriaci, all’altezza del’62.
Un modo di sentire intellettualmente italiano che troverà conferma di un suo linguaggio pochi anni più tardi con l’annessione del ’66, profondamente italiano perché riformula dal paradosso, dall’indeterminazione di più strati di storia e di idee e volge a qualcosa di ulteriore, più in là dell’europeo, nell’intersezione di segni piccoli e grandi.
In giro per il Quartiere operaio, che qui ha un colore più di fatica che di appartenenza, trovo anfore segnate dal tempo atmosferico all’aperto, con l’ansa e la spalla che sembrano costituire un contraltare d’ordine a una confusione di piante ed erbe e intonaci sfigurati, lilla, verdi, turchesi, ocra.
Il Seicento che arriva istituzionalizzato è un mondo di finzione e verità, di complessità, finte prospettive, mentre da queste parti è sempre stato un sentimento immersivo presente in tutto, una recita della vita, di teatro, basti pensare ai nomi illustri. Di costruzione, architettura. Soprattutto, di gesto.
Il gesto è sempre andato a sostituire l’impossibilità di una lingua. La lingua era già parlata da tutti, e si parla ancora oggi con una diversità localistica che ha pochi termini di paragoni.
Le ragioni sono sempre state pratiche, piuttosto le dimostrazioni di rappresentanza andavano al segno artistico della bellezza.
Un atteggiamento, un costume che non è mai cambiato, e che oggi, con il mondo del consumo, si è tradotto tantissimo nel suo contrario, nella finzione pura, non celata.
Che dire allora, se resta da andare all’aria aperta per risvegliarla, risvecchiarla, se all’aria aperta non si può andare?
Lo sguardo verso il fuori per rivedere l’interno è ora uno sguardo che è forzato dal fuori e ricacciato al di dentro.
Tutto ciò rimette ancora in discussione questo procedimento di recupero della melodia, di benessere legato alla persona, di condivisione, di vita.
L’armonia è ora come un insieme di elementi da tenere assieme, cercando lo scarto su una bidimensionalità forzata, che è la consuetudine del solito anche nell’evasione.
Il Redentore, dove la visione del prospetto, da davanti, è un insieme rapidissimo di frammenti di visione e pensieri, come la facciata, il transetto, le cupole, l’abside.
E in un certo senso noi oggi siamo come quella visione soffocata da un tasso di complessità esistenziale che sfiora la follia dopo la pandemia (ancora in corso).
Si legge a fisarmonica la faccenda, metaforicamente e non, solo guardando anche da un altro punto, di là del Canale della Giudecca, dove si osserva che tutti quegli elementi non sono in realtà schiacciati, ma tenuti insieme da un procedimento espertissimo e, secondo me, al massimo della sua espressione per tutti i secoli a venire a livello di pensiero. Un algoritmo al contrario. Dove dalla piattezza assoluta rivela a noi ancora il filo, apparentemente ora impossibile, dello scorrere della vita.
Prima mi pareva di dimenticarmi qualcosa d’importante. Ora è diverso.
Anche la ripetizione è positiva, sempre diversa, la vivo molto bene, come diverso è il vedere quotidiano del medesimo oggetto per chi ha capito questo fondamentale assunto umano. Trovo addirittura più stimolante dimenticarmi e riformulare queste intuizioni, come se parlassero, e io stessi iniziando a intravvedere quella meta oscura, da una lingua fissa e sempre remota ma presente come il paesaggio stesso, puro e schietto, inquieto, insondabile sì, ma fermo là a guardarci andare avanti e indietro. Lo vedo ora come il più pettinato ciliegio d’inverno, con la sua chioma messa lì di un giorno qualsiasi, in posa per niente, questo niente, come se potesse far scorrere dappertutto la sua vita arteriosa stando sempre fermo – le Dolomiti davanti a lui lo specchio – nella sua massima, e imprendibile, consapevolezza del ripetersi di tutto e prima di esso, bello sempre e da ammirare prima di questo ripetersi.
“Abbastanza ordinato, nonostante tutto”, sembra dire il ciliegio guardando la montagna, che a sua volta sembrava volesse parlargli, parendogli il suo specchio.
Le risistemazioni sono piccole armonie che all’aperto stupiscono per il potenziale, come la refrattarietà a Largo De Pretto, sotto la novecentesca Via Marconi, dove puoi vedere prospetti d’ogni tipo grazie a un’improvvisa nuova apertura che inquadra l’abside del Duomo oltre il Palazzetto dello Sport.
Più in là nostra Toscana, la nostra Val D’Orcia, quando il sole sale allo zenit d’inverno e le nebbie si diradano tra le cime. L’Enna, il Summano, Il Carega, il Pasubio.
La sera sopraggiunge, e ha assunto un altro significato. Da oscuro e minaccioso si fa ora mistero per accogliere il silenzio, quello vero, non la desolazione diurna, e quindi far parlare da questa meditazione-mediazione i palazzi e le sue storie. Anche qua c’è una inversione che si fa strada.
Il lazzaretto pestilenziale, poi con la croce rossa sopra, a San Francesco, fa un’altra sosta di secoli, senza parlare ancora la lingua di luce pianeggiante del Guercino, più vicino al silenzio del tempo delle steppe dell’Achmàtova.
Prima di essere risvecchiato anche lui, rifotografato insieme a nuovi astanti, nuove occasioni, nuovi temi proposti da nuovi librai, nuove amicizie, nuove occasioni.
Trent’anni di osservazione sono consolidati più in là, sui quartieri di Via Melette, con i profumi bacche e richiami di gelsomini che verranno. Dai palazzi residenziali e le case-villaggio addossati alle creste dei monti, i giardini scomposti, con i vasi da riordinare secondo una consueta procedura familiare.
Che fanno il giro di boa, senza interesse o non interesse. Tenendo insieme tutto, per un giorno, e un’ora, ancora successivi.

Mi sono ripromesso di non dire niente – e quando si dice niente si intende IL niente – per un anno.
A gennaio ho scritto una sorta di reportage cittadino di provincia sulla dimensione del silenzio degli ultimi due anni. Poco prima, a giugno del ’21, me ne ero andato a riconnettermi coi fenicotteri rosa del Delta in un vecchio albergo che una volta era la casa dei pescatori di anguille.
Proseguendo nel solco, me ne sono andato a scalare le strade di montagna. A mille metri di quota in pieno inverno non si trovavano che strade sdrulcite, polverose.
Poco dopo, annus 2022, è successo di tutto nel mondo.
In questo tempo, che mi è parso confuso, prima di tutto per me, mi è sembrato di diventare una persona normale, specchiato con me stesso e basta.
Che va al lavoro, va all’extra-lavoro, fa ormai le stesse cose.
Ma qual è l’eugenetica della persona normale? Non saprei.
Penso di aver tentato un approdo nel niente di che, per una inversione di rotta nel sentimento dell’aria, essendo colpa stavolta dell’aria stessa.
Penso di non essere l’unico.
Nel frattempo tutto andava a gonfie vele, e la solidità degli anni si è fatta sentire.
Vorrei approfondire però questo meccanismo, questo particolare. Perderci un attimo di tempo.
Ora penso di averne individuato le cause.
Se prima il fuori era il dentro delle cose, e la vita come si sa scorre in mille modi stratificati tali per cui persone sensibili come il sottoscritto, poco inclini al romanzo, inteso come interiorità che rivelano qualcosa del caos del vivere, devono spesso uscire di casa a vedere cose a caso, ora dicevo questo meccanismo, chiamiamolo così, si è inceppato.
Il fuori non è più il dentro inverato, e si rivà al dentro, al romanzo, alla normalizzazione.
Sono andato a interrogare alcuni colleghi professionisti di questo campo della mente e spiegando cosa avevo scoperto.
Dopo una certa incredulità, valutando bene il mio discorso, non da subito afferrato, hanno dovuto ammettere che le cose stavano così.
Ci hanno proprio trovato il modo di bloccare tutti i segreti boschivi con l’interruzione generale degli ultimi anni.
Ma per fortuna sono mica nato ieri. Infatti penso che si tratti ancora dell’adattamento il problema, bisogna trovarci ogni volta un altro modo personale per uscire di nuovo da tutto e ripresentare le evidenze, riattivare il già visto.
Tra tutte le sorprese, mi ha scritto un laureando della magistrale dell’università di Parma, che non conoscevo, per inviarmi, a titolo gratuito, il suo elaborato, evidentemente trovando qualche traccia che avevo lasciato alcuni anni fa.
Questo mi ha fatto rinsavire subito, meglio di tutti i discorsi.
A quante persone succede una cosa del genere nella vita?
Il guardarsi dentro continuamente è stata una tortura che non rifarò, ma siccome sono anche spietato con me stesso, avevo deciso comunque di fermarmi.
Guarda caso, pensavo di non aver fatto nulla nel frattempo, e invece ho anche fatto mille letture interessanti.
Non sono riuscito a scrivere un mini saggio su Frankestein di Mary Shelley, solo perché mi ha sconvolto come non centri niente con la sua rappresentazione iconica assurta a sostituta immagine nell’interpretazione filmica di Boris Karloff.
La cosa che fa più sorridere è che la copertina della nuova edizione Einaudi presenta una illustrazione, elaborazione grafica della locandina del mostro di Karloff.
Proprio come ora, nella temperie romantica diciamo così nel generare un nuovo mondo guardando alle arditezze del dentro, di tutti i principi, di tutti i maestri (Godwin, il padre, Milton, Darwin e Galvani), la Shelley, quasi per gioco, visto come i suoi amici famosi lo considerano (Byron propone, Shelley marito incoraggia ad ampliare la prima stesura così da arrivare al pubblico), Shelley dicevo monta una macchina narrativa simile alla creatura del dottor Frankenstein, che infatti è il dottore, primo errore da rinfrescare.
Le prime illustrazioni della creatura del libro si rifanno a Prometeo, come citato nel sottotitolo del testo, the Modern Prometheus.
E qui veniamo al dunque… se anche assemblato (qua va bene assemblamento), per risonanza non può che ricordare prima della visione cinematografica le nudità scolpite del mito greco, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini.
Quindi capiamo meglio nel libro perché egli cerchi come unico desiderio una figura come lui per avere uno specchio della sua situazione, poi negatagli.
E una volta generata questa macchinazione della ragione, come si può controllare?
Il di dentro forzato, bloccato, dei nostri anni e il limite di un’estetica prettamente interna della mente che si incontrano, dove chi è buono uccide perché non sa nemmeno di farlo nel tentativo di ricongiungersi agli altri imitandoli e sentendosi parte della vita.
Essi sono i segnali, come l’ultima visita al Po del ’21 prima della dipartita di altri, ulteriori principi dell’umanità degli ultimi duemila anni.
Altri titoli che ho letto nel periodo di interdizione/cortocircuito generale sono stati:
– Nadar, Quando ero fotografo;
– Giovanni Comisso, Gente di mare;
– Marzio G. Pian, Artico. La battaglia per il Grande Nord;
– Jan Morris, Trieste;
– Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini;
– Tullio Kezich, Su La Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno. La storia di un film che ha fatto epoca;
– Tazinaki, Vita segreta del Signore di Bushu;
– Anna Achmàtova, Poema senza eroe;
– Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore;
– Gemma Calabresi Milite, La crepa e la luce;
– Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliatti Dezza, a cura di, La città che cura. Microaree e periferie della salute;
– Franco Nero con Lorenzo De Luca, Django e gli altri. Molte storie, una vita;
– Emily Dickinson, Questa parola fidata;
– Hugo von Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti;
– Fausto coppi, Non ho tradito nessuno. Autobiografia del Campionissimo attraverso i suoi scritti;
– Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa;
– Conrad, Tifone;
– Pietro Scaramuzzo, Tropicalia. La rivoluzione musicale nel Brasile degli anni Sessanta;
– Elio Pagliarani, Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984);
– Mario Tobino, Le libere donne di Magliano;
– Adolfo Giurato, Canzoniere Vicentino;
– Ignazio Silone, Il seme sotto la neve;
– Charles Mingus, Peggio di un bastardo. Edizione del centenario con due testi inediti dell’autore;
– Lev Tolstoj, Infanzia. Adolescenza. Giovinezza;
– J. G. Ballard, Tutti i racconti. Vol. III;
– John Lennon, Yoko Ono, All we are saying. L’ultima grande intervista;
– Joyce Carol Oates, Sulla boxe;
– Enrico Crispolti, Burri «esistenziale»;
– Michael Pollan, Come cambiare la tua mente;
– David Halberstam, AIR. La storia di Michael Jordan;
– Ada Gobetti, Diario partigiano;
– Piero e Ada Gobetti, Tutto in me è amore. Antologia delle lettere 1918-1926;
– Cristina Campo, Gli imperdonabili;
– Raymond Chandler, Il grande sonno;
– Tommaso Campanella, La Città del Sole;
– Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Parmigianino, «peritissimo alchimista»;
– Ulf Stark, La grande fuga;
– Stephen King, Carrie;
– Hermann Melville, Billy Budd;
– Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Scialle nero;
– Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Berecche e la guerra;
– Samuel Beckett, Poesie in inglese;
– Piero Chiara, La spartizione. La comica avventura di un uomo diviso fra tre donne;
– Elizabeth Kolbert, La sesta estinzione;
– Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Con le leggi fondamentali della stupidità umana;
– Gianni Minà, Maradona: «Non sarò mai un uomo comune». Il calcio ai tempi di Diego;
– Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij;
– Mario Rigoni Stern, Trilogia dell’Altipiano. Storia di Tönle. L’anno della vittoria. Le stagioni di Giacomo;
– Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa;
– Sandro Penna, Poesie, prose e diari.
Preso intanto dalla lettera ricevuta su Meneghello ho acquistato un giorno che ero a Vicenza con due affetti incorniciati (altri segni) le Nuove Carte (2004-2007) pubblicate nel 2012 e God bless che cosa ci ho trovato di nuovo, dopo averlo studiato tutto Meneghello. Al Libera nos a Malo si affianca una scrittura più libera dalla linguistica e dalla rievocazione, ma con la stessa geometria del frammento per progressioni di intuizioni fulminanti e significanti accostati che è la vera cifra della libertà tonale di Meneghello come veneto nel mondo, non a caso migliore amico di Licisco Magagnato, ex geniale direttore museale veronese ricordato in sordina nel 2021 («La conversazione più importante è quella con te». Lettere tra Luigi Meneghello e Licisco Magagnato 1947-1974).
Anche i ricordi nelle Carte sono sganciati dalla loro polarità temporale, e ora appaiono per quello che sono. La vita è questa e ce la dobbiamo tenere, senza tanti discorsi.
Il fatto di mettersi già a scrivere, invitato come era in quegli anni di ritorno italiano su una colonna di un giornale – oggi sarebbe un blog et similia come nel caso del Campiello dato, anche giustamente, a Nori per la vita di Dostojevskij mischiata alla sua – è un esercizio lì puramente sano, inestetico, e diventa nelle Carte l’apprendistato finale di un fabbro di decennale attività di esercizio.Non è uno specchio vuoto a cui dobbiamo assomigliare, dell’interiorità, o esteriorità, e in cui si realizza il sogno del cronista-reporter di dare spessore e magma all’esperienza fotografata in pochi secondi senza fronzoli.Sembra che sganciare gli scrittori e rimetterli su dei binari qualsiasi, come le colonne di un giornale o il passo scorciato dello scroll, serva tante volte come la carica all’orbita dell’elettrone. Del resto il romanzo d’appendice avrà insegnato qualcosa.
Non stupisce allora che me ne sia andato in bici per Malo (Ur-Malo in Pomo Pero è uno dei pilastri dell’umanità secondo me, assieme a Dante, Ligeti e pochi altri), là, dove ho trovato il modo di finire a Vicenza nell’ultimo periodo, sempre dagli affetti incorniciati, per le strade meno battute, passando per il capitello di Via San Giovanni (Battista, assieme al suo noto amico) e girando dentro lungo l’argine dell’Orolo.
Vecchie case slavate, ora quasi romantiche come i balsami dei sessanta rustici, o i vecchi cortili immaginifici dietro portoni turchesi colonici.
Si raggiunge il bosco delle Maddalene e quindi la Seriola dietro la città, col suo sedano d’acqua verdissimo tra le fonti che zampillano a cerchi perfetti. Si lasciano alle spalle le pietre di Castelnovo e le cornici montuose con le conifere, le durezze si fanno morbide e ridiscendono in orizzontale.
Gli ontani disegnano un piccolo esercito lungo le ciclabili prima che i pioppi facciano da contraltare ai palazzi cittadini. Prendono un ritmo tutto loro d’ingresso al capoluogo, alla grande città. Quasi lo anticipano.
Là, tutto scorre ancora a strati.
Contrasto tra vitalità di un paese (un Paese) e la sua cultura. È importante simpatizzare con la vitalità del luogo in cui si vive, le cose che la gente fa, dice, vuole. «A catso di cane» magari.
«Cioè come?» chiede perplesso l’amico inglese. Spiego alla meglio il senso generale. Lui annuisce: «Sì, ma che c’entra il cane? cosa c’è che non va col suo catso?». Ma questo io non lo so.
Simpatizzare, perfino partecipare marginalmente ai ludi della Vitalità… Ma è anche importante, è praticamente essenziale, non immergersi. Non diventare dei pundits, cioè oracoli, bonzi, o anche solo dottori… Dottori del catso.
(L.M., L’apprendistato)














Quanto lunga è Sirmione, la terra di mezzo, la lingua di terra tra le due metà, il Catullo dell’odi et amo?
Quanto lunga è Sirmione? Quanto è lungo il suo nome, dal greco al latino, o dal gallico?
Questa domanda mi segue da diec’anni, l’ultima volta che ci sono stato.
E a specchio anche da quella metà dei dieci di prima.
Passeggiate tra i colori più in là dei ritiri morenici, colori millenari, dei ritiri argillosi, dei sapori dolci, come dolce è la fertilità di quella terra, dei colori tiepidi, come levigati sono i gusti fruttati dei suoi vini.
Un sedimento millenaristico, in cui resta il paesaggio per così com’è.
Non di certo sintetizzabile, lungo casomai come la vita, forse.
Era un novembre, uno dei primi insolitamente tiepido e quasi afoso.
Incolonnamento per salire al castello dopo un’insolita sosta a pranzo a base di pesce.
Forse l’unica che ci eravamo concessi io e D. dopo gli studi.
La sensazione di aver dato già tanto, la sensazione di non essere mai presi sul serio come generazione, mentre quella, di generazione, valutava svolte destinate, lo abbiamo visto, a concludersi in un nulla di fatto, se non nel rimanere assieme, in qualche modo, a parlarsi.
Forse l’ultima però così presa sui banchi, a studiare, a cercare di dare un significato anche inciampando al ritmo blando della ripetizione dello schema italiano della colonna infame, per così dire, mi suggerisce il lago, in una complessità sempre più frammentata, ma anche sempre più disattenta, violenta e ingenerosa dai posti di comando.
Erano passati allora dieci anni, gli anni dei miei viaggi più profondi, e dopo ne dovevano venire altri dieci, a specchio appunto, quelli del fare, seme naturale che viene, che di viaggi ne avrebbe portati altri, già ravvicinati, più chirurgici, se di maturità si può parlare (ero della stessa profondità anche nei primi dieci), ma anche di nuovi incontri, incredibili, e di nuove potenzialità infrastrutturali, nel senso progressista del termine. Forse tutto ha un senso quando non vieni soffocato da tutti i pensieri del mondo, quando dai e qualcuno ti dà una mano senza chiedere nulla, le cose continuano a funzionare, ad avere un senso.
Detriti morenici, carsici, di ritiri lenti.
Quali erano i miei pensieri nella prima metà dello specchio?
Forse il tirare a campare molto difficoltoso tenendo insieme quelli che già avvertivo come ultimi esemplari di umanità, poi tutti andati via violentemente.
Trovare qualche entrata, forse perché pensavo che nessuno si sarebbe preso cura di un irregolare come me. Umili entrate comunque, ma quando sei così giovane si può intravvedere del fallimento se non hai trovato il modo.
Mi pareva di aver fatto più un percorso di sforzo nell’atterraggio in una generazione nuova, la prima forse così diversa da quella dei propri nonni e genitori.
Non mi aspettavo di dover reinventare tutto il senso delle cose date per ovvie, ma poi, lo ricordo alcuni anni fa era un 11 settembre, e mi trovavo, solo, ma con due delle persone per me più importanti al mondo, il cui legame era una crescita continua nel deserto delle emozioni a cui ci ha costretto l’esercizio utilitaristico degli ultimi vent’anni in senso globale.
Ero anche in contatto con un sacco di gente che mi voleva bene, che viveva negli angoli più disparati del pianeta. Secondo me è tutto ancora una questione di relazione il mondo.
Avevo forse scoperto la mia vocazione, che era quella di svecchiare e ri-leggere argomenti anche tecnicamente assai complessi e considerati proprietà esclusiva di questa o di quell’altra visione assoluta e immutabile, stampata e ristampata nei libri di ottocentesca scolastica, e ora starmene in disparte come i fotografi non mi fa così paura.
Sommacampagna. Luogo di cose sovrapposte. Infanzia. Famiglia. Amore.
Il paesaggio delle lunghe camminate morenico-romantiche italiane, un’accademia che si impara in due, sostituite con reiterate immagini del corpo, nella stabilità del consumo anche in epoca di permacrisi, così si vuole chiamare.
Credo che ognuno sappia dove sta il trucco, e anche se l’umanità ci casca ogni volta, questo non mi fa più effetto, fino a che c’è relazione.
I temi sostituiti dal moralistico. Il lavoro, il salario, che vengono lasciati da parte come forza non più identitaria, di bene comune.
La guerra tra di noi, che dovevano farla gli algoritmi.
Bene allora avevo fatto ad andare, se così si può dire, in esilio già nei primi dieci anni di questo ripensamento a specchio.
Oggi, penso agli ulteriori dieci anni, a quell’altra metà del lago, a cosa rimane.
Oggi di nuovo guardo quell’insenatura sottilissima dalla terrazza di San Giorgio, l’ingannapoltron, come viene chiamata la pieve longobarda o romanica, perché una volta vi si saliva a piedi.
Da lì guardo questo macrocosmo, quest’insenatura che si è disegnata.
Lunga è lo specchio di due decenni, come quelli appena descritti, che vanno l’uno dentro l’altro come vasi, come flussi vitali spesso indistinguibili, le due sponde del Garda.Lunga è, Sirmione, come le palizzate del parapetto che conta qualcuno quando la guarda dalla pieve?
Lunga è quanto le persone in fila a guardarla al tramonto?
Quanti gatti ci sono a San Giorgio? Forse sono loro la comunità quando l’umanità verrà dismessa?
La verità, è che a me piace stare tra la gente.
Sono felice quando sono felici anche gli altri, quando mi sembra di aver fatto star bene qualcuno.
Non scrivo da un po’ di tempo, per fare delle verifiche, per ritrovare questa propensione, per non pensare che sia tutto scontato.
Aspetto forse appunto come un fotografo, per vedere cosa succede, se quelli che guardano il paesaggio sono come me, gente che guarda e cerca ancora un altro.
Aspetto per vedere cosa succede, per poi sapere che non succede niente e sorprendermi lo stesso, perché invece in mezzo a quelle metà sono passate mille vite, e di risultati e cambiamenti ce ne sono stati eccome; basta pensare all’aria che tira, anche se rimangono le bruttezze di un mondo invece poco immaginativo e rispettoso, anzi celebrativo perché fermo.
Come il finale che mi raccontano le specchiate uguali di Sirmione.
Star tra le gente, anche se si ritrova l’uguale. Essere e definirsi appartenente a un sentimento popolare in questo senso.
No, non metterlo più in discussione.






Ricognizione dell’oasi faunistica a Volano. Completa impossibilità del dominio dell’uomo sulla natura selvatica. Area protetta da Volano a Cervia, sotto Ravenna, per circa 80 km. Visti per la prima volta i fenicotteri rosa (mattino ore 7:30 circa tra i ponti delle insule, un’oretta di marcia a piedi in solitaria a ridosso delle Valli di Comacchio). Nella pineta è da osservare il silenzio assoluto. Discesa a Comacchio nel seicentesco ponte papale. La Pina di Rossellini storia vera. Ancora Mastroianni e Sophia tra le anguille. Vecchie foto moderne. Il turistico prende il posto dello sperso. Ancora dominio del dato naturale faunistico. Incursione a Pomposa. Guido il musico nel 1000 vi inventò la notazione musicale scritta. UT queant laxis REsonare fibris MIra gestorum FAmuli tuorum SOLve pollute LAbii reatum Sance Iohannes. Preghiera ascendente per San Giovanni. Schema a righe tra visivo e memoria.
Vitale da Bologna superbo nel sopravvissuto affresco absidale lato sinistro. Restauro delle scene testamentali ai lati della navata centrale. Il giallo non è più l’oro bizantino, è cromia che fonde assieme gli altri colori in un’armonia che straborda la quadratura delle scene. Grande lavoro di recupero della controparete del Giudizio. Dettagli infernali ad altezza d’uomo appena all’ingresso.
Grande lavoro anche dei riminesi nella sala del Refettorio, ingresso e discesa verso la parete nord vuota da sindrome di Stendhal. Libertà pur nell’osservanza benedettina. Riforma camaldolese e Pier Damiani. Tutto come una Venezia. Infatti Guido il musico addirittura troppo, subito espulso. Poi Arezzo e a Roma. Uno dei più grandi rivoluzionari e innovatori. Non mandare al macero la trasmissione orale. Canto, melodia, centrale nella forma. Sembra fondersi con la bottega di Vitale. Continua mutazione idrica e salina, continua mutazione del colore erbaceo. Ultime visioni fluide nell’acqua tra i suoni di anatidi e aironi. Quasi indistinguibili. Richiami del tornare verso casa. Richiami del passare tra mondi. Un dentro fuori dalle acque certe, che si muove.

















