Categoria: Poesie / Testi

  • Tredici poesie scelte (versificazione a partire da monitor, no mobile phone screen, *rotate if necessary), 2025-2026

    I.
    Volgeva il sole al tramonto
    con te che parevi statica
    conta solo ciò che eravamo
    Da sempre… un merletto
    scolorito un orlo appena rammendato
    una spalletta di elastici
    slavati via, senza accorgercene
    Rimettevamo quelle vesti
    Perché non ora?
    Cosa ci fece il tempo
    ingannandoci ancora

    II.
    Siderale vuoto e nulla
    siderale cosmico, astratto e puro
    tutti e due insieme       – “Toccarsi non è mai!” –
    Il nulla fu per te andare dentro
    apparenze con trasportata eleganza
    o anche muffa, decomposizione
    di carni dal sapore prelibato pervicace
    in pentola per altri il cui veleno
    viene dopo. Lascia che tutti abbiano tutto
    hai sempre saputo ciò
    che altri conobbero come te
    e io non resto estatico, lascia che si sposino
    gli appetiti soliti                 – “Destino è marcire!” –
    Ribollendo al contrario
    Di un intenso profumo d’erbe cipolline
    Calendula, timo, gelsomini
    che gli altri in fin dei conti
    spostandoti il profumo non poterono

    III.
    Sempre così parrà lo scrivere
    argomento che si fa ora scienza
    diviso il mondo in due tre specie
    che leggendo il terzo incomodo
    sempre scambierà per vero il tutto
    non potendo sapere il sentimento
    né tirando la spada a croce sulla pelle
    potendo lasciare un qualche suo nome o segno
    Un mistico evangelico a risolvere
    nel bene qualche equazione,
    così la tua esitazione si farà nel tempo giusta
    Decidere bisogna soltanto, il tempo
    che si riordina

    IV.
    D’un qualche arco verrà lo spunto
    solo per respiro femmineo
    di una sorta di camminare:
    sul filo, sui soliti aggrappi di ulivi
    Così i pensieri d’un non scrivere
    non respirare, stare laggiù
    Dopo tutto l’aspettare gli altri
    i soliti treni non originali
    ricopiature malamente smentite
    e più in là un abisso
    Di non comprensione
    Anche questo secolo
    in fondo sarà come l’altro
    E torneremo a passeggiare
    sul nostro profondo pieno vuoto operativo
    fino a che la barca arenerà su un’isola
    e poi rimetteremo tutto in sesto
    l’archibugio, il sestante
    per trovare un altro avanti del sogno
    Che del genere non v’è nulla, tutt’attorno

    V.
    Cosa vedesti Lidia a Mirano
    in fondo alla piazza dietro l’arboreto
    che non dicono ora queste case
    sicuramente meno decentrate
    svuotate, pochi giornali a terra
    Poche foto sparse, con un ordine
    da fine del mondo. E tutto
    continua a parlarmi nella fine
    delle cose lasciate a terra
    ripulite un po’ almeno
    Come potati i pioppi
    certo duri senza tutto il prima
    degli architettonici progetti
    che ancora forse sono da fare
    E pare che non sia solo il vissuto
    ma un ordine delle cose
    che ancora deve silente
    parlare dopo

    VI.
    Taglia meno di “M”
    In un vestibolo lasciato aperto
    dove tu, per evaporati umori
    e destini e vite vedesti dentro
    un giorno qualsiasi dove tutto
    oramai era finito. Mobili di rovere
    ora stinti al sole, ma ancora acerbi
    se non maturi e anche prestanti.
    Antiche forze, con aria di violetta dalle finestre
    non più ora la vite o il fieno posato
    se non nel rimescolamento sotto
    che non pungente ti attraversa guardando
    questi resti di civiltà da cui tutti giungemmo.
    Un museo arriva così, ai sensi che leggono
    senza poterli usare. Un alfabeto nuovo giunge
    ai bordi delle strade sino a disfarsi.
    Cicli lunari assolvono ancora
    al loro antico compito

    VII.
    “Che disgregazione sia!”
    Ma quando ascoltasti quella nota…
    dov’è ora per te Claudia?
    Come ti prese la vita
    il tuo sorriso ha seguito non le tue idee
    ma il tuo sapere il non senso
    – “Perché mi trovo solo… anche ora a ricordare questi attimi?”
    Risposte che stettero nel maledetto mondo
    che tutti attraversammo. Il discernimento
    come alambicchi di stravolti alchimisti.
    Così non si fonderà anche la mia 
    definitiva solitudine, “sta scritto”,
    nel tuo sposarti non sposarti
    nel nostro incedere silente e non funebre.
    Nel viso che riportasti a casa
    e che non vidi quasi mai

    VIII.
    Altri giorni leggeri sopra i frassini
    posati come cuscini i pensieri
    Le nuvole, in una luce non più di qualche stagione
    Così avanzando il tempo
    e una betulla ricoperta come d’edera
    che le verdi spore ora dicevano
    di un aspetto conservativo oppure no?

    Mossi da una luce non tersa
    i passi ancora avanti cercando
    nel porfido qualche increspatura
    che mi riportasse a significato
    il ricordo di mille attraversamenti
    con i miei affetti dentro
    E il tempo invece
    grande ingannatore che non dava soste
    o risparmi ma solo un giro
    a confermare l’otium
    non senechiano ma ora solo vuoto
    che a simulacri rotti
    e a vita non militaris est
    solo ci dicevano quanto
    ancora dobbiamo considerare
    il superfluo di tutto

    Giri alle campagne fredde
    Non molta voglia di vedere niente
    Appena un rumore di traffico
    subito un’allerta di irrigidimento
    di sbaglio di tempo
    di ossessione fotografica nulla
    E il chiedersi cosa è stato
    che è corso così rapidamente
    prima di un altro squillo
    non di trombe trionfanti
    ma di telefono in una blandizie

    Generalizzati i colori
    E poi tornando via ancora dagli ocra, i rossi
    i lapislazzuli, le bifore rifatte o no
    Venivamo via dal mondo
    e ciò che ne rimane
    come di un non più visto
    (le belle antiche querce, i faggi)
    che di industrioso oltre l’archeologico
    e quello spirito mai sopito operaio
    e non ancora politico
    chissà se fecero poi sognare
    ancora qualcuno
    Come un mito infantile
    Una… pervicace-coscienza-del-tutto-cangiante
    ancora accanto a qualche scescia,
    un kumparan, certamente oggi già veri

    IX.
    Ricordo Valentina
    un’estate zero zero
    salita la curva della contarina
    superate le rugiade nascoste
    le serpi e le ciclovie.
    Che non-ridere, lavoravo anche allora
    via in motorino fine turno
    che imbracciata la mia musa
    gli amici mi dissero: “Vogliono vederti”
    “Ma chi?” – “Le due ragazze D. Molly”
    “Ma perché?”. Insomma andai,
    e Vale mi tenne un discorso
    due o tre anni più matura
    e mi fece poi vedere La maschera di ferro
    Ma cosa c’entravo?
    Non ero così in forma
    Entravo nell’introverso
    ma mi avevano riconosciuto.
    Nella penombra, nello stare: appartato
    E così parlammo tutto il pomeriggio
    che gli altri aspettavano
    il mio accordo. La Vale e la Sere
    bellissime acque di rugiada
    in un pomeriggio qualsiasi
    di estate morbida non a valle
    ma lassù stranamente
    per i pendii non era tesa l’aria.
    Non potevamo certo stare insieme
    Me lo insegnò così per prima

    X.
    Vorrei che la notte più non fosse la stessa
    un Euripide slavato, una Medea attonita
    Ambra, a cosa valse non il nostro incontro
    ma tutto il successivo
    Un non detto mentre più
    era vero l’avvicinamento nostro
    sempre di più, come schegge del tempo
    rimaste fossili al mutevole
    Un sentore di ribes
    una catenina leggera
    un taglio sfrangiato
    e tutto l’essere che usciva
    come da un altro mondo
    Il Venezuela di Maduro, una ballerina di Wenders
    sentori di placenta ancora senza nome
    ovattati che poi dovettero rimanere
    senza un bacio, che fu solo sfiorato
    una carezza, che fu solo data in un attimo
    non distratto ma fugace
    E ancora una volta rimasi inerme
    non dalla vicenda, dagli errori dopo,
    dal volersi scolpire, dai traumi che mi allontanarono,
    ma dalla poesia come di agnelli
    che fummo, in quei circoli
    in cui la sera con giacche di pelle
    e occhiali scuri, per la prima volta ci guardammo.
    Quella foto di H. non falsa
    e non reale, sul solito giornale
    Un Trintignant voltatosi all’ennesima stazione
    dopo il giro di boa del ciclo umano
    che sempre solitamente – avvenne al matrimonio
    deve stabilire le sue gerarchie
    Un leader carismatico solo
    dall’altra parte della barricata
    e non un sapore post-Moro
    che non sappiamo più essere liberi
    così in realtà noi invece ci incontrammo
    e conoscemmo

    XI.
    Solo devo trovare un’altra forma
    in cui inserire l’esperienza mia
    ora che pare finita, svanita nel giorno.

    Così il nostro andare di oggi
    tra mille lavori e pensieri
    il Pirandello dei crociani
    nei racconti tutto il giusto
    e nel teatro solo il restante.

    Era tutta visione sbagliata,
    opera piena di trame era un laboratorio
    dove poi all’occasione
    che tardi arrivò per caso  – come tutte le cose,
    ci si costruiva quello che serviva.

    O ancora il Maffei del maestro
    tutto giusto fin lì…
    poi le spume del barocco
    il provinciale che risputa il contrario
    come modo di fare
    nell’umorismo e nelle pose
    celate, come compendio di lingua
    che mai si osservò bene

    Perché bisognava rifare uno storicismo
    anche dopo la guerra
    per la nostra nazione.
    Come adesso, ma tolta quella spinta
    che ancora era passione
    di discutere le idee
    così ora torno, aspettando di riprendere una qualche
    parvenza e finita anche la spinta della mia (?)
    generazione perduta,
    occupandomi del vuoto
    ma con molta più disinvoltura

    Tra queste quattro mura
    si tolgon e rivernician fondamenti
    Ora più non ho paura
    dei precetti che sbagliati furon messi
    su s’accorda l’anima
    a una tonalità da prime fasi
    mattoni/ tramezzi/ intonachino
    E rimane leggera ora l’ansia
    del non sapere ancora

    XII.
    Padova era un martirio da dentro
    salivo sul treno la domenica sera
    tutta gente uscita dal sabato prima
    faceva sessanta chilometri
    ed era di nuovo come a casa

    Adesso sono passati vent’anni
    a un giro di ore di permesso
    continuando a fare tutti i lavori
    incontri casuali di Ale e Albe.
    Troppo in gamba, amici di sempre
    ognuno ha tirato su famiglia
    E invece cosa ne è degli altri
    sordidi rituali e amicizie
    perse nel torbido

    Un rimescolamento dove conta solo
    anche dall’altra parte essere coppie essere maturi
    e che dire di chi l’aveva vista almeno
    quindici anni prima e non c’era nessuno
    a svegliarli che era così, che sarebbe andata,
    tutto anche il contrario vissuto all’osmosi.
    Ma ricordo Ale un giorno
    qualsiasi di inizio gennaio
    dopo che avevo visto Albe
    al terzo, dopo i gemelli
    che ci incrociammo per caso
    per i saldi e non ci sfiorammo
    mi bastò uno sguardo
    per sapere poi dell’amicizia

    XIII.
    Quelle autostrade che dovevano andare a Giove
    e a Saturno con i nomi tutti sbagliati sui riflessi
    di qualche città famosa, Londra Berlino Pittsburgh 
    cosa sono ora, se non un avanti e indietro affettivo
    un passaggio con altri
    un ricordo lontano, di pochi anni soltanto

    Da Brendola a Soave
    e dire che tutti hanno letto Shakespeare
    lì a Montecchio, in un’auto
    sul sedile posteriore
    tutta la pianura si apre scorrendo
    come sale alla luce del mattino
    Brilla un non so cosa
    forse cosa rimane del sogno?

    No la presenza oltre tutte
    le illusioni che queste traiettorie
    hanno disegnato per noi
    fin dalla nascita e così ancor oggi
    aspettando un uchikake
    O un sarafan
    Erano piste di decollo
    di longitudine per il Brennero
    E su in Germania o Svezia
    Oppure dritte, con una Milano sotto
    volando verso il sogno americano

    E ora tutto è quiete, la gente lontana
    qualche cassonetto antropologico
    sozial ultime frammentazioni
    E invece morandianamente
    a guardarle sempre, anno dopo anno,
    corsa dopo corsa, queste cose
    diventano silenzi
    che mai ci siamo detti

    Un circuito di Papez
    un’amigdala, un mistero da cui
    scavando con uno scalpello
    si può attraversare una montagna
    un mondo, una vita

    Realtà di penna stessa
    dove la realtà è realtà
    se lo decidiamo ancora
    queste cose diventano “i silenzi
    che mai ci siamo detti”

    Cè talmente poco
    ancora da dire
    che saltano ora dal mistero alle equazioni
    della meta-mente come blocchi
    di esperienze da sistemare
    senza più ragnatela dello scrivere
    che possa dispiegare qualcosa

    Che di terzo o quarto grado
    poi facilmente queste matematiche
    ritornano al primo, o al secondo al massimo
    come scrivere di:

    • Morte
    • Soluzione
    • Inquietudine
    • Pace di qualcosa

    Come un punto su un discorso
    rimandandolo a mediocre
    come se non fossimo esistiti
    caduto il primato del dire
    e che così è, ma molto più
    nell’ampiamente del senso

  • “Oh PEC”, un’opera aperta in musica. Tre sinossi, due di romanzi sperimentali. Inizi del pensare alla composizione. Opere sperimentali, un’introduzione

    Agli inizi del 2000, in quel periodo sperimentavo le prime forme di scrittura, cercando già di rompere con le ritmiche tradizionali, serializzate oramai in mille pubblicazioni tutte uguali e insapore, riprendendo il gusto della buona lettura.
    Dal romanzo sperimentale, all’opera teatrale in musica derivata dalle vecchie slapstick del muto.
    Molta parte è inedita e spero di riprenderla in mano e ripubblicarla.

    Eucardio (2005, pubblicato per sito universitario bolognese, gruppo di ricerca, fratellanza/amicizia e rottura, in fase di recupero e restauro)

    Come dice il titolo del romanzo sperimentale, un uomo di buon cuore si trova a fare delle ricerche sui suoi genitori, da sempre per lui degli sconosciuti dati per dispersi. L’uomo è animato dalla fede, e alla fine s’imbatterà in una verità che potrebbe risuonare come una Lettera scarlatta, con la messa in discussione delle sue stesse credenze, o una visione più ampia.
    Si trattava di dare anima a una struttura retta tutta su quarte di copertina serializzate.
    Ogni storia è in realtà quindi la sua sinossi, il suo riassunto.
    Il lettore può leggere delle pagine a caso, oppure scoprire il finale della storia mettendo assieme tutti i pezzi.

    Amerigi. Vita Longa (2010, inedito, in fase di recupero e restauro)

    Un romanzo sperimentale con una struttura più fedele alla prosa tradizionale, guidata pagina dopo pagina dalla ricerca di quest’uomo che ha appena perso la moglie, e che parte per una strana avventura.
    Le abitudini e ciò che riteneva valori vengono anche qui messi in discussione dal fatto di trovare in un luogo nuovo la riproduzione malvagia e inafferrabile di tutte le dinamiche di tutte le città umane.
    In realtà il decorso della storia ha un effetto allucinatorio – le strade coi bugnati alti rivestiti per le inondazioni, in cui si amplifica il rumore di tutti i discorsi inutili -, come un climax ascendente fino ad uno strano rinvenimento che potrebbe essere una metafora della presunzione – arte come esperienza filtrata ma falsificata – oppure la causa vera della macchinazione dietro gli strani eventi cittadini.
    La prosa piana si rifà alla miglior tradizione narrativa dei poeti e degli scrittori fuori dai canoni dei filoni, che seguono la luce cangiante e chiara del raccontare, filtrata senza stilismo, ma con grande maestria invero sotto la superficie e grande veduta e ricerca.
    Questo omaggio, dagli americani Hawthorne e Poe, a Mann, a Chiara e tanti altri, segue poi una sperimentazione per andare verso una sorta di analisi psicologica interna dove chiarezza e deformazione/grottesco convivono in maniera straniante come oggi nel mondo.

    Tra le estati del 2004 e del 2006, partendo dall’ultima, immaginai la vita di questo impiegato a episodi tragicomici che esce da un turno sfiancante di lavoro (come oggi che si fanno i doppi, tripli lavori fino a notte), in cui deve azionare un macchinario con la forza meccanica del suo stesso corpo, girare su una ruota come uno schiavo, azionando tutta l’elettricità per la città sopra.
    A fine turno, non avendo più materia grigia va quindi una sera a ballare con le ultime energie rimaste.
    Qua sviene dalla fatica, mentre tutti attorno ridono e basta.
    Uno tra la folla, volendo fare lo splendido, gli ruba i pantaloni, strusciandoli a poco a poco di sopra a sotto senza farsi sentire dal malmesso (qua partiva una ballata jazz che spiegava tutta l’indifferenza, con emotività alle stelle, e col charlie che in pochi rintocchi di pedale mimava il furto).
    Il nostro, chiamato allora Ezio, che poi invece ricordai come Pec, gioco di parole con Oh Pec-OPEC, risvegliatosi vaga a questo punto per la città di notte rientrando a casa, senza accorgersi che è senza pantaloni, intontito completamente.
    La polizia lo nota immancabilmente, e inizia a seguirlo lentamente a passo d’uomo.
    Ezio, Pec, è immerso nei suoi pensieri e piano piano inizia a sospettare di aver combinato qualche guaio, fino all’inevitabile fuga, con la rincorsa della volante.
    Pec viene messo dietro le sbarre, gli viene dato un potente sedativo, e inizia a immaginare marzipan bars e lisergiche meta-cognizioni cangianti come ice cream/a scream.
    A questo punto la famiglia va a trovarlo ma il poveretto è stramazzato e risulta clinicamente morto dalla paura. Gli organizzano un funerale, e nei giorni di questi ultimi fatti (brano 12), Ezio Pec si risveglia improvvisamente dalla sala dove è appena stato spostato e stordito esce tranquillamente andando stavolta davvero verso casa.
    Che ore sono? Come in un Fuori Orario, non c’è tempo per pensare a cosa diavolo è successo, ignaro di tutto. E così via di nuovo a saltare sulla sua bicicletta per andare al lavoro.
    Passando accanto al cimitero scorge i suoi parenti in attesa di un epilogo che invece è la ciclicità stessa della comedia umana.

    L’opera doveva essere tutta registrata dopo Forgive me rain come traccia nascosta alla ballad commerciale. Più tardi appunto pensai al titolo Oh Pec, con la voce narrante di tutto questo canovaccio come una meta opera a svolgersi, un Otto e ½, e integrando gli episodi con nuove canzoni, come una crociera andata a male con la fidanzata ai Caraibi in cui succedono altri pasticci keatoniani stile The Navigator, oppure un suo compleanno in cui di nuovo nessuno lo riconosce perché si è tolto i baffi, e così rischia di nuovo di ripetere tutta l’odissea di malintesi di Oh Pec.
    Ad ogni brano c’era un gioco di parole, come Ingabbia la mia raggia/ In gabbia la mia rabbia, Il faisat froid/ Freud, Desire, just an ice cream/ is just a scream.
    L’ultimo brano, Mon petite velo, è pieno di questi rimandi, e per anni mi sono venute in mente mille varianti, tanto che oggi dell’opera ho un’idea modificata, anche negli accordi, senza però stravolgere il ricordo.
    Registrammo una versione demo del lavoro complessivo.
    All’epoca, non esisteva nulla come oggi. Lo facemmo completamente da soli senza chiedere a nessuno, e utilizzammo così quella sorta di demo per sentire anche altri pareri di amici o rifletterci sopra.
    Ci venne fornita una commissione per suonare l’opera nel perfetto scenario della Fabbrica Alta scledense, ma per rodare le canzoni facemmo prima alcuni concerti, molto belli e pieni di gente nei locali limitrofi. Poi tutto si arenò, troppa tossicità e contrasti e vita ancora da fare a vent’anni.
    Avremmo dovuto registare tutto in maniera indipendente e poi fare un allegato per un giornale altrettanto indipendente locale, una sorta di fanzine prima del loro rilancio.

    I testi spaziavano dall’inglese al francese, con un rimando alla commercializzazione delle lingue.
    Per prepararmi andai a lezione di solfeggio per batteria. Dovevo fare quella parte lì, oltre che l’autore. Infatti dopo mi rimase sempre la scansione in testa delle metriche anche dei testi, che infatti ricordo meglio così – sul Fa e il Do – che non su spartito integrale. Mi aiuta a memorizzare meglio e tenere a mente anche per lunghissimi anni piccole idee.

    (Musiche assieme a D.G.)

    1. Forgive me rain
    2. A little lemon
    3. Mon amour, mon ami et amour
    4. Danzo tutta la noche
    5. (strum 1)
    6. Funny summertime
    7. In gabbia
    8. The island
    9. (strum 2)
    10. Mon petite velo

    Il nostro era un tentativo di mettere assieme tutti i generi, dal jazz, al blues, al pop, al rock demenziale, al teatro canzone, senza più vederli come entità distinte e separate.
    Ma questo con al centro la musica. La composizione doveva parlare da sola, eravamo stufi dei cantautori che non sanno scrivere niente.
    Ad esempio la title track Forgive me rain, rimandava alle luci e ombre delle bombe e delle ideologie nuove sempre pronte (Forgive me rain/ if I ask for you too late/ I’m tired please and wash the world away/ Forgiving sun/ watching from the sky/ the new lights… of bombs/ Forgive us time/ if we exchange the day light/ the night is white for fight/ the day’s black in people’s eyes/ blind so close ashine.), dell’autodistruttività dell’essere umano, con un rimando agli equivoci dopo della storia, ma anche con un grande senso di autoanalisi. I giochi di parole erano permeati da scatti di humor ma tante volte da una sottile malinconia.
    Volevamo descrivere come stavamo, all’alba del 2000, con tutto quello che già di violento era accaduto, il contatto col mondo sacro millenaristico che veniva ad assotigliarsi, il peso di sentire in anticipo rispetto ad altri di anni diversi cose che sarebbero poi accadute puntualmente, come il disfacimento dei valori, della dignità del lavoro e i giochi economici globali.
    Erano prime composizioni semplici, ispirate dal gusto dei nostri ascolti, che però dopo sarebbero, almeno per me, cresciute molto di più, portando ad altre strade plastiche più ampie.
    La memoria mi porta appunto sempre a modificarle, limarle o ottenere una tonalità leggermente diversa, perché effettivamente quel lavoro non era ancora chiuso.
    Oggi quando sono in regia, devo avere tutto in testa da un bel po’ per ragionare a una certa velocità.
    Spero di non alterarne così il senso profondo, perché è rimasta per me l’ideazione condivisa – a soli vent’anni – di un mondo meraviglioso, che già raccontava quasi tutto di quello che sta accadendo.

    Titolo: Oh Pec, bozza 2004-2024, ultima revisione 2024
    Musiche di D.G. e G.R.
    *i brani aggiunti oltre ai dieci in scaletta vennero provati con altra formazione, altezza 2010-11

    1. Forgive me rain

    *versione trasposta in italiano da originale inglese, 2007-2008

    Forgive Us

    Pioggia perdonami
    se chiedo di te troppo tardi,
    sono stanco, ti prego,
    lava via il mondo.

    Un sole clemente,
    guarda ora dal cielo
    a una nuova luce,
    quella delle bombe.

    Perdonaci tempo
    se invertiamo la luce del giorno.
    La notte chiara per i combattimenti,
    il giorno buio negli occhi della gente,
    ciechi, troppo vicini alla luce.

    2. VOCE NARRANTE 1:  “Iniziava così il disco nascosto… rumore di pioggia e tuoni… pausa un minuto… i rumori esterni si confondono via via con il rumore di macchinari… ha inizio la storia” 

    Dopo la rottura con la fidanzata, proprio durante un viaggio preliminare a una futura luna di miele, Ezio Sgorgo torna a casa e trova un lavoro assai strano, azionare il macchinario di un magnate della nuova industria per far funzionare la città in piena crisi”.

    (Rumore pioggia, tuoni e rumori)

    3. Oroscopi favorevoli

    4. I Sali

    5. Profumo

    6. Mica m’hai detto (L’animatore)

    (Ritornano i fulmini e il rumore di macchinari…) —> flashback e flashforward senza ordine lineare

    7. Ep. 1 A little lemon

    *versione mista originale 2004-2024

    Trovato ho un piccolo limone
    He told me ‘bout the world upside
    Viveva in un lemon tree
    But now he has to work in drinks

    Quando premo start
    e la mia machine runs
    su può vivere anche un bar
    below the stars

    So i pedal my dear
    ‘cause the dish machine
    can’t work alone
    And I pedal for years
    the electricity costs more and more
    And to my boss that’s wrong

    L’elemento era magia
    Sfuggiva all’allegria (sfuggiva l’allegria)
    L’AI (lei) sempre on my back

    La gente in armonia
    Sotto turni di follia
    Working class di cortesia

    Quando premo start
    e la mia machine runs
    su può vivere anche un bar
    below the stars

    So i pedal my dear
    ‘cause the dish machine
    can’t work alone
    And I pedal for years
    the electricity… more and more

    And to my boss that’s unlikely
    Unfortunately… for me

    *versione trasposizione più fedele in italiano dall’inglese, 2007-2008

    Storia di un tale che lavora sotto un disco-bar

    Ho trovato un piccolo limone                  
    che mi ha parlato del mondo su di sopra:
    lui viveva sugli alberi
    ma ora è costretto a lavorare nei drink.

    Quando premo lo “start”
    e i miei macchinari circolano
    sopra può vivere un bar
    sotto le stelle

    Così pedalo mio tesoro                                                  
    perché la lavapiatti mica funziona da sola
    e pedalo ormai da un anno
    l’elettricità costa sempre di più

    (e il mio capo pensa non sia giusto)

    Così se il tuo bicchiere è pulito,
    o magari il toast che stai mangiando è caldo,
    o se la tua pipì sparisce
    per favore manda un grazie qui giù, da me

    Quando mi sento così stanco                                
    io continuo a darci dentro
    così che tu possa ballare
    sotto le lampade luminose

    Così pedalo mio tesoro
    perché la lavapiatti mica funziona da sola
    e pedalo ormai da un anno
    l’elettricità costa sempre di più

    (e al mio capo ciò non piace…
    sfortunatamente…
    per me!)

    8. VOCE NARRANTE 2: “Sfinito dal lavoro, mentre la città sopra si diverte, Ezio esce per distrarsi ed entra in un locale dove tutti stanno ballando. Dopo aver bevuto un drink ed essersi accorto che anche quello lo avevano azionato automaticamente le macchine da lui stesso comandate, si scrolla di dosso i malumori e si getta nella mischia.
    Dopo poco, cade a terra sfinito, mentre qualcuno ne approfitta per sfilargli i pantaloni acquistati per il viaggio di nozze”.

    9.. Ep.2 (montata più rapidamente, versione un paio di minuti) Toda la noche bailar (Danzo)

    Yo bailo
    tutta la notte stanco
    Cansado, toda la noche
    Yo bailo
    Bebiendo
    los esfuerzos de mi dia
    Bailo

    Stanco

    (Ran_to_lo)

    *versione 2007-2008

    Storia di un tale che balla tanto da perdere i sensi

    Danzo tutta la notte stanco           
    Tu al mio fianco
    ma… sono innamorato

    Stanco tutta la notte canto
    Tu al mio fianco
    ma… sono innamorato

    Canto tutta la notte salto
    Tu al mio fianco
    ma… sono innamorato                                                     

    E salto
    in alto
    E alto
    E stanco
    E danzo
    E stanco
    canto
    Ran-to-lo.

    10. Ep.3 strum (1), il charlie simula l’atto del rubare i pantaloni

    Storia di un tale che, svenuto, viene derubato dei pantaloni

    11. VOCE NARRANTE 3: “Ezio S. esce per strada in piena notte dopo essersi svegliato di soprassalto. Non si accorge però che è rimasto senza pantaloni. La polizia lo avvicina fino a rincorrerlo per la città”.

    12. Ep. 4 Mon amour, mon ami et amour (Froid/Freud)

    Mon amour, mon ami et amour
    Au jour d’oui
    Tout le monde et très jolie (tutti quanti molto carin)


    Dans le rue
    Faceva froid
    Non più blues
    C’ètait froid

    E ora ma peau
    Uh, le pantalon
    Mes couvertures
    D’un temp, ils ne sont plus bons

    La police
    il m’a regarde
    Mais c’était vrai
    c’était different froid

    C’était froid
    C’était Freud

    *versione trasposta in italiano dal francese 2007-2008, dove la scena prevedeva poi una gamba che parlava all’altra

    Storia di un tale che viene arrestato per oltraggio a pubblico pudore

    Amore mio, amica mia e amore 
    oggi tutto il mondo era felice,
    per le strade faceva freddo
    ma tutti quanti impazzivano per me

    solo la polizia non sorrideva
    erano freddi, era freddo

    Amico mio, amico mio e buon figlio                         
    io sono tua madre e provo soltanto Amore materno
    per le strade non è che facesse freddo,
    è che le tue gambe eran nude, svegliati!

    Dove hai la testa? Dove i tuoi pantaloni?
    Erano freddi?! Era Freddo?!

    Fratello incantevole
    come in uno specchio vedo me stesso
    per le strade soffrivamo il freddo
    e le altre gambe ti sfottevano…

    …no, sfottevano te…
    …no, te…
    …te!…
    …ho detto te…
    …TE!…
    …TE!…
    …TE!…TE!…TE!…TE!…TE!…

    13. VOCE NARRANTE 4: “Ezio viene quindi condotto in Caserma dove è costretto a passare la notte”.

    14. Ep. 5 Cages, Marzipan bars

    It’a funny summertime, my dear
    rainy days again drawn cages
    Sleep under the neon light
    and please dream
    sugar cells and marzipan bars
    The boogie man don’t be in time
    Desire… is just a scream

    Desire… just an ice cream

    *versione trasposta in italiano dall’inglese 2007-2008

    Storia di un tale che non riesce a prender sonno perchè disperato

    É una buffa estate                          
    tesoro mio,
    ancora giorni piovosi
    che disegnano gabbie.

    Dormi, sotto la luce dei neon
    e ti prego di sognare
    una cella fatta di zucchero e
    sbarre di marzapane

    Desidera… solo… Gelati

    Nessuno ti sentirà gridare 
    nella pioggia
    ma se arriva l’ uomo-nero
    non aver paura.

    Non ti preoccupare, non farlo        
    è solo un’ ombra
    Non ti preoccupare, non farlo
    è solo un sogno

    E desiderare… è solo un grido

    15. Ep. 6 Ingabbia

    E sono qui che
    ricambio il sorriso allo specchio
    da un letto fradicio di me

    Asciugo il veleno e la solitudine
    evaporo sul mondo
    Dove calpesti i miei resti, piove

    Ingabbia la mia rabbia
    ho preso il volo, coloro il cielo
    In gabbia la mia rabbia
    coloro coloro che non mi han visto mai

    ridevano solo

    *versione originale riscritta 2007-2008

    Storia allucinata di un tale sedatosi in una notte di pioggia

    Sono qui che
    ricambio il sorriso allo specchio
    da un letto
    fradicio di me

    Asciugo il veleno e la solitudine
    evaporo sul mondo
    dove calpesti i miei resti
    piove…

    Ingabbia la mia rabbia
    ho preso il volo, coloro il cielo
    In gabbia la mia rabbia
    coloro coloro che non mi han visto mai

    (ridevano solo)

    Mi sveglia
    la calma dopo la tempesta
    ancora qui
    senza voglia di me

    lavato via dal cielo
    posato in un corpo già pieno
    stretto strido non m’infilo
    e non provo

    In gabbia la mia rabbia
    ho perso il volo tradito da solo
    Ingabbia la mia rabbia
    ho perso il volo, costretto al suolo

    16. VOCE NARRANTE 5: “Colpito da tutte queste situazioni disgraziate ed equivoci si fa portare un farmaco per calmarsi e addormentarsi”.

    17. Me e te

    18. VOCE NARRANTE 6: “Ezio cade in uno stato lisergico prodotto da una errata somministrazione, dove crede di essere morto”.

    19. Ep.7 Strum (2)

    20. Ep.8 The Island (versione veloce 1 minuto), dove ritorna il tono comico, dato che Ezio si crede nell’aldilà con i suoi idoli (ampliare nomi personaggi famosi in tono umoristico)

    21. VOCE NARRANTE 7: “La madre di Ezio va a trovarlo in carcere, e tutti lo credono clinicamente morto. Viene quindi organizzato il suo funerale.
    Ezio invece, una volta andati via tutti, si risveglia. Esce in strada senza essere notato e ritorna al lavoro, dimenticandosi quanto accaduto.
    Per strada sorride, pensando che in fondo E., il suo amore di gioventù, lo abbia tirato fuori dai guai dei suoi malumori nonostante tutto, e che la realtà sia solo un brutto sogno.
    Intanto più in là, numerose persone incuriosite iniziano a recarsi al suo funerale, che sembra sempre più assumere i contorni di una metafora rovesciata”.

    22. Ep. 9 Mon petite velo

    Les sons sur le vitraux,
    sur monorail
    metre stresse, je vroix
    Oh merde

    Dans le rue, les limousine
    Maman Oui, comme cette cuisine
    Et le jolies, les riserve, ma conduit,
    les trabajer

    Mon petite terreur c’est les trafique
    mais mon petit velo c’est le meilleur

    Zig zag dans le rue
    commse tout le jour
    Il man comme plus

    *trasposizione in italiano dal francese 2007-2008

    Storia del tale che, ignaro di aver dormito una settimana, si reca al lavoro

    Sul mio cuscino ci sono fiori e profumi
    assieme ai miei capelli stressati, merda!
    Giù in strada c’è una limousine
    e la mamma ride di là in cucina,
    è felice, l’ha prenotata
    perché mi conduca al lavoro?

    ma…                      

    il mio piccolo terrore è il traffico
    ma la mia piccola bici
    è la migliore
    a zig-zag per le strade
    a zig-zag come i giorni
    sì, perché oggi non è il 6

    “Scusi, quanti ne abbiamo oggi?”
    “Oggi è il 12”

    Grazie mille signor gendarme
    Ah, la prego, dia un’ occhiata a mia madre
    perché c’è un tipo vestito di nero
    che ho paura possa farle del male,
    così come i miei incubi di questa notte
    che m’ han fatto sudare
    e m’ han lasciato una fifa…

    e…

    il mio piccolo terrore
    è la mezzanotte
    ma la mia piccola bici
    è la migliore
    tutto il nero diventa luce
    tutte le mie paure sono spacciate
    non avremo più…

    altri incontri

    (…campane…) —> nozze o funerale o rintocchi di un’ora qualsiasi, sospensione e fine

  • VIXI, un’operetta sui vent’anni, altezza ’05-’06. Altre considerazioni sulla composizione, con sguardo lungo

    Questa operetta la composi sui vent’anni, quando cercavo di studiare le metriche tradizionali per cercare altre forme di movimento del ritmo interno.
    Ovviamente venni preso in giro, però la ruota gira, e tutto ha un senso, come ci vedo adesso.
    Era un tentativo ancora prima di riprodurre a memoria le forme delle letture di sperimentare su una griglia con gli accenti.
    Mi aveva un sacco affascinato all’Università la scoperta dei primi ritmi, prime forme di volgare italiano in pochi frammenti con una struttura di ottonari, novenari o decasillabi, a volte uscenti in una rima baciata sui primi endecasillabi.
    I temi erano quelli che uscivano dall’epica, e sembravano prendere un respiro quotidiano di descrizione dei fatti storici.
    Andavo in giro allora tenendo un taccuino e facendo esperimenti su queste metriche.
    Raramente facevo leggere qualcosa a qualcuno, anche perché, come tante volte ho fatto anche dopo, si trattava di andare alla ricerca di forme. Non mi importava creare una mostra di mie belle storie.
    Crescendo, poi sarà per me lo studio dell’impaginazione delle pale d’altare e dell’architettura europea ad aprirmi la testa su tutto. Questo gusto e questa mescolanza culturale, e imparare a tenere a mente le strutture hanno fatto il resto.
    VIXI quindi è un numero inventato, che si legge come il passato del verbo vivere in latino.
    A volte sono andato oltre l’accentazione per avere un po’ di libertà, ma in maniera molto sottile.
    La concettualizzazione del ritrovamento dei frammenti è una presa in giro invece dell’intellettualismo estetico tra la gente che si frequentava allora.
    Erano, almeno per quanto mi riguarda, i primi passi per rompere appunto il rimo da dentro una struttura, e creare un qualcosa che avesse un’orecchiabilità e un piacere della lettura ritrovati e non spenti nella ricopiatura delle solite cose e sei soliti temi.

    D’ogni libro resta viva
    la poesia di cui mai si scriva
    Le bandiere d’acqua schiva
    orsù una tristezza gualiva
    L’orizzonte con sé a riva
    trascina un’onda oggi tardiva
    E alla casa del poeta perduta
    giunge in ricordo [una marina muta]

    Q[ua]ndo pelle stelle è sera
    e s’alza il sole a[l]la scogliera
    sopr[a] genti di brughiera
    s’accendon gr[a]ndi ombre a ragg[i]era
    Pariam f[o]rmiche con pesi giganti
    insostenibili p[e]r occhi aitanti

    Quante età sono vis[s]ute
    in sassi entro s[a]bbie sparute
    quali nubi s[o]n cadute
    per f[o]rze di mani oggi ossute
    Mille volte su mille eran rose
    e api le paure più pericolose

    R[i]mb[a]lz[a]ndo i sassi attorno
    in stagni cadranno col g[io]rno
    M[a] un ricordo em[e]rge adorno e
    dorate le pietre al tramonto
    vecchio e giovane c[o]m[e] l’amore
    l’augel che traccia sorrisi alle aurore

    S[o]n le nuvole alte ronde
    cui il sole p[e]r primo s’infonde
    cicatrici un tempo fronde
    che un’altra p[io]ggia ora confonde
    Il sentiero d[a]l m[a]re alle lune
    di giorno è [u]n vuoto alla paura immune

    Tre l[e] foglie morte in m[a]no
    e c’è lì davver dello strano
    q[ua]le il s[e]nso appare invano
    N[e]l cuore un silenzio d[’]arcano
    Quelle laggiù strapp[a]te al tepore
    s[o]l[o] s’un ramo mutavan col[o]re

    Vita in volto a bimbi offesi
    il riso e il pianto fraintesi
    le ombre là gli scogli lesi
    li veston di smorfie d’ arresi
    L’aquilone dietro case lontano
    n[o]n mostra padrone che un moto vano

    Silenziosi i desideri
    d[i] paesi in preghiera oggi e ieri
    pu[o]i vederci accender ceri
    in quei d[a]di f[e]rmi in sentieri
    È sa[p]ere suoni di campane entrar
    e in inganno fin[e]stre chiuse trar

    Pr[o]prio mai visto q[ue]l posto
    che sia senza piogge e sen[z]a mosto
    s[e]nza un dorso ben disposto a
    guardarci le stelle d’ agosto
    p[e]rché un cieco sa benissimo q[ua]ndo
    è sve[gl]io e quando invece va sognando

    S[u]lle fo[gl]ie ha piovuto
    l’ ult[i]mo sole canuto
    ora il fredd[o] sc[a]lda in aiuto
    le prime em[o]zioni al cocciuto
    e in mezzo a tutto questo ancora un fiore
    che non ha che del veleno il colore

    Fiori copr[o]n[o] il profumo
    passato confusi i[n] un grumo
    e nuvol[e] che per fumo
    si scambiano senza ombra di humo[u]r
    m[a] [i]l c[o]l[o]re del mar la notte credo
    non [h]a il colore della notte… credo

    C[i] s[o]n foglie che anc[h]e s[e]nza
    s[i] stacc[a]n e mostran movenza
    e anche lacrime in assenza
    d’incendi [ch]e c’hanno parvenza
    Ci son stelle che riescon a brillare
    e che n[o]n c’ han bisogn[o] d’illuminare

    Piove [i]n c[u]ore la dolcezza
    d[e]i venti che bussan la mezza
    E che trovano carezza
    pi[ù] in muri che in porte di pezza
    c[o]m[e] madre che conosca l’albore
    anni e anni dal suo giorno d’ am[o]r[e]

    Si[l]enziosa e chiara l’onda
    ritira le spiagg[i]e alla sponda
    quelle or sibilano e gronda
    la paura che mai poi affonda
    la vela g[o]nfia che risalga lungo il mare
    non sa più nè salire né calare

    Col colore del (suo) prato
    rimasta a cader sul selciato
    t[u]tt[o] un bianco manto orn[a]to
    Ahm[ ]è in paradiso è rinato?
    No è una radice – pardon gli occhiali –
    scambiato p[e]r [u]n fiore s[e]nza più petali

    Si fa[ ]cenere l’ombra alla
    riviera tra i falò e farfalla
    poi, e la cera sciolta a palla
    vi trova candela ancor gialla
    Con sé porta il sapo[r]e del mare
    un soffio anche a chi non sa nuota[r]e

    Il gabbiano che volte[gg]ia
    du[e] piume a specc[h]ietto maneggia
    nel ci[e]lo un tuono tronegg[ia]
    ma il lampo si è perso e sol aleggia
    Gli sguardi son detenuti/e[/]vasori
    come il ciel che sia impigliato tra gli al[l][o][r]i

  • La matematica di El Greco (pensando a Rimbaud e a Puskin, Majakovskij di riflesso, Eliot), impro a partire da endecasillabo libero a memoria ritmato in poemetto, prima stesura ’25, non rielaborato ed editato. Scritto durante infortunio e male oscuro, altezza luglio-dicembre ’25. Versi 1-1209, horizontal on a small screen

             Fu quel giallo sipario alla stazione

             il giorno in cui americano non fu più

             che Andre, preso il rovescio del suo volo

    4       da solo andò a dormire a Miramonti.

             La mia esperienza umana qui finisce

             qui inizia, si disse tra sé

             dove un amico trovai

    8       dove tutto fu, e ancora sarà

             come quegli attimi in cui il nulla

             sempre ci prese, che niente avevamo più

             a lui spesso ripensai, che si vide

    12     si rivide, non si rivide, e così

             come la nebbia di primo mattino

             tenera è la luce che un tempo fu

             che sempre poi negli scaffali abbandonati

    16     forse è per dopo che si rivedrà            – tutto l’aere, il sole che fu

             Preso allo stomaco, adesso tornavo da Venezia

             visto il lazzaretto, le facce alla santa rientravo

             in città dove lavorato il ferro

    20     come non più Art Nouveau di gran provincia

             semplicemente stava un balconcino

             incastrato tra le case. Una biblioteca, una fetta di cielo.

             Ecco là una rampa, ora che si può vedere

    24     da una biblioteca ridimensionata

             ma ancora piccina tra un’insula,

             tra spioventi tutti diversi

             e case ricche o povere salendo

    28     dalle maniere della stazione appunto

             che le vecchie mischie bianche

             qualcuna ne rimaneva là in fondo

             da far presagio a conifere

    32     e a corone di monti, ingobbiti o minacciosi

             cornici rosse slavate, anni ’70 andati

             quelli dopo tutti sul “così poteva essere”,

             tappetoni e portinai assenti

    36     grosse paraste e cancelli lavorati, e dietro esili martìri

             del tempo che ancora lì era dell’infanzia nostra

             a quel sentimento di pianto e non commozione

             noi buttavamo gli ormeggi per sentire

    40     se qualcosa ancora era da venire           – come vera vita, che se non fu, era là tutta vissuta

             L’appuntamento era sotto

             l’Hotel vecchio da dentro ripulito

             che ancora aveva le sue stanze vecchie

    44     e seppur colorite spoglie

             l’atrio di vetro a specchio basso

             scacchiere di un camminare come noi nel cielo

             a passi un po’ leggeri un po’ pensati,

    48     scese, annusò l’aria fredda

             era vestito solo col suo maglione sgualcito

             londinese come le vecchie scarpe di cuoio

             su un aspetto emigrato e giovane,

    52     aveva lasciato Handry nudo

             pelle di avorio scuro sul letto

             i capelli tirati indietro, l’aria sempre

             di giovane amante cordiale

    56     Era venuto via presto dai sogni

             e da quelli patinati delle crociere

             e come un Mann ancora più schivo

             e sicuro e non sicuro voleva

    60     ora fendere quel freddo dei pensieri

             e rivedere qualcosa di minerale

             Si diresse all’ingresso, due passi ancora

             avanti indietro e che non

    64     lo rivide di nuovo? Era lui

             Un po’ ingrigito ma giovane anche lui

             dall’aspetto di scampato

             Scendemmo al caffè

    68     Vecchie perline come le vecchie cornici

             tutto tirato a recupero

             ma che di recupero non aveva nulla

             erano sublimi gli incastri, come i loro

    72     che riportavano tutto ancora di più

             al vecchio mondo di amicizia

             e passione a quel modo

             “Non sto bene”, disse

    76     “Che cosa è accaduto?”

             Fece per riprendere come il colpo che cade

             nel rimbalzo e che tentare di smorzare

             fa il calcio d’un fucile

    80     “MI sono fatto ricoverare”, “Sono due settimane”

             “Non stavo bene, ho avuto una crisi”

             “Piano, dove ti trovavi?”

             “Stavo dal medico disse”, “Mi ha preso il panico”

    84     “Pensavo fosse finita, mi hanno bloccato”.

             “E c’era qualcuno con te?”

             No, fece, ero da solo

             E così andò avanti. Come si riebbe

    88     eravamo su quella sottile fetta d’arancia

             di cui sentivamo mescolarsi il colore riflesso plumbeo

             della strada e di qualche nuvola

             e un sapore che si apriva e chiudeva

    92     attraverso la porta che andava e veniva

             “Fumavo troppo”, “…e prendevo stimolanti”

             Ogni giorno Kengsington Park VICTORIA

             il completo in stireria

    96     ancora infagottato e poco italiano

             una squadra da dirigere

             andava tutto bene, poi a casa

             basta movimento, e i vicini              – e le finestre

    Pochi mesi dopo 

    100   Avevi ancora quel sapore di pelle addosso

             pelle e basta asciutta e chiara

             un nuovo tatuaggetto dopo vent’anni

             lo sguardo più dritto come il mio

    104   Niente era cambiato

             io venni vestito di nero

             non ci sedemmo davanti al bancone

             tra le due file rapprese

    108   e la gente che legge il giornale

             né nella saletta dove avevo immaginato

             con le Dolomiti stampate in grande

             la perfetta foto da tavolino

    112   che mai farò, no non andava mai così

             ci sedemmo nell’angolo dove non passava nessuno

             eravamo d’accordo fin dal principio come in passato

             è proprio vero, che quando si sceglie qualcuno

    116   lo si immagina un po’ simile a noi

             che sappiamo cosa aspettarci bene – o male

             mi stupì invece la tua t-shirt nera

             poi il pantaloncino rosa che capivo

    120   i sandali che ancora ricordavo

             “Mi sono separata”, “Lui era pieno di rabbia”

             “Rabbia?”, “Ma come è possibile?”

             E pensavo a quanta allegria

    124   a far l’amore dappertutto, le tristezze

             che avevamo solo per il futuro che non si aveva

             né si poteva sapere, la sospensione

             che venivamo dal vecchio mondo della terra

    128   e dopo c’era solo la pazzia

             “è meglio che li cresca io”, “ora sono dieci anni che ero a Padova”

             “Successe a me dieci anni fa con Bologna”, feci

             “Non conoscevo nessuno – proseguii

    132   ho dovuto reinventarmi tutto dal principio

             gli amici, scegliere di chi fidarmi

             per non vedere tutto in una plateau depressionaria

             che tutto riavvolge sul nero il nastro

    136   che devi sentire la vita andare avanti

             Non ho più visto i vecchi amici, quelli che hanno la linea

                   prospettica

             eccola dal principio quella, che riavanzava

    140   eccola arrivare e riemergere, dopo che l’ora l’aveva increspata

             Veniva così Saffy, veniva così Gi

             Ascrivibili al tempo degli affetti duraturi

             che vedevi pochissimo in realtà          – tutti

    Due anni prima

    144   Makta aveva l’idea fissa dello stampare

             era uno stilista con il gusto più prezioso al mondo

             nel tessere i dettagli, più che mettersi giù a scrivere

             così sceglieva le sue Alfa, metteva le scarpe in pelle

    148   ma sempre abbinate a un urban moderno e soft

             e mai era ricco, o volgare

             così quando si buttò nel manuale

             era maniaco nel ripulire i grandi torni

    152   rimetterli in sesto e trovargli la fluidità

             era un progettista di stile pieno di affetto

             e anche un enciclopedico a valutare

             così quel giorno che non lavoravo

    156   misi piede dietro via, toh, Belfiore anche lì

             aspettai un po’, pensando che fosse ancora a Vicenza

             attraversai il cemento caldo, i nidi di vespe nei muri scrostati

             girai l’angolo, e per un po’ mi fermai lì a guardare il campo di granturco

    160   solcato da qualche ombra di formichiere

             un viavai attorno d’auto al lavoro

             ma io avevo il pomeriggio

             e così tentavo di pensare un attimo

    164   ma non riuscivo a pensare a nulla di preciso

             tutto doveva muoversi comunque lì tra il verde oro e i profili

             dei Mani, guardiani di tutti gli spiriti a scendere le creste

             Telefonai, e seppi che erano già al laboratorio

    168   attraversai di nuovo la strada grezza e vuota

             girai dentro appena dietro la statale

             lì scesi una scaletta in ferro antincendio

             poi vidi questo vecchio capannone sotterraneo in prestito

    172   tavole accatastate di caratteri

             loro parlavano con lui

             uno non era riuscito a laurearsi

             e uno era geologo, spostato di mestiere

    176   bel laboratorio, con tutte le stampe delle amiche libraie

             sembrava un circolo esclusivo, ecco l’elitarismo di Matte

             in camicia a pois e mocassini

             era in una sorta di discarica, ma dove il tempo

    180   era pervicace, erotico e univa tutti segretamente

             come massoni che faticano a pronunciare

             la loro fede ma sanno cosa li unisce

             ricevetti una coppia di versi meneghelliani

    184   dove ci avevo scritto all’infinito

             che erano suoni messi assieme

             e non c’erano versi, né regole

             ma musica del parlato che veniva fatta

    188   tornare a quello che era e basta

             Mi ringraziarono… “Io ti ho già visto”

             è quello che dicono spesso

             ho visto tutto, conosco ogni angolo della città

    192   ma c’è sempre gente che viene e che va

             a momenti vedo di più Matte, che va verso Vignola

             Saffy verso Manchester, Va e C a Monteverde

             Valentin a Bruxelles, Silvi a Pittsburgh

    196   Portai il Makte a piedi, glielo avevo detto

             era lunga fino al Carducci

             no no vojo caminar in foggiano

             ah si grazie, beh allora facciamo la highway

    200   e attraversammo i pezzi scomposti di risulta

             sul finire della vecchia industria il passaggio a livello

             ora bruscamente tagliato via e gli scorci sud del battistero

             salita la zona un tempo vuota (ora piena)

    204   dopo i supermarket andavamo attraverso la palazzina

             tutta azzurra di riflesso sopra la porta di ingresso scavata

             che una volta era un terrapieno gigante e polveroso

             e che una volta ci lasciai il vecchio pandino

    208   diversi giorni d’estate che nessuno lo sapeva

             quando ero andato a Perugia con M.

             e quel tempo anche era completamente via

             dai pensieri dall’aria che avevamo

    212   poi si scendeva in Via Venezia

             e salivamo su

             e avvicinandoci al centro era come se i palazzi anticipassero

             come una vegetazione, da nuovi e scomposti

    216   a manieristi a villini novecenteschi

             prima di guardare in faccia il quartiere rossiano

             e di lì aprirsi tigli e faggi e querce

             e tutti i colori dal verde al rosso

    220   al giallo al turchese

             questo piacque a Makte, e insieme potevamo addentrarci

             davanti alla statua e al Sant’Antonio del Negrin

             verso i prospetti affacciati ai ciotoli di porfido

    224   su, risalendo Pasini e andando a cena       – quasi fossimo in Fossalta, o in Oberdan

    Un anno ancora indietro

             Via Pasini in cima

             una volta ci rivide tutti assieme

             che ero andato a prendere Saffy

    228   Che spettacolo strano e assurdo fu quello

             a molti piace vedere tutti uniti e uguali

             lasciamogli la sensazione d’aver capito

             che tutto non può che essere vischioso

    232   Prime avvisaglie furono coliche

             io lavorando fui costretto alle visite pubbliche

             e allora va bene, che si faccia questa uscita

             Arrivando passai da Mitch

    236   erano dieci anni anche lì che non ci vedevamo

             ma come si può vedersi sempre e poi no

             è così, capita sempre a questo modo

             a chi più chi meno

    240   e allora ero salito alla Caussetta

             avevo preso il Roncalti

             c’era ora un’area gioco con panchina

             mai avuto noi ste cose

    244   noi ci buttavamo giù nel fango come scivolo

             quando lì sopra non c’era nulla

             solo un profilo scosceso

             e poi fecero case che era ovvio attendersi

    248   a riempire tutti i buchi del silenzio

             Ci guardavamo con aria stranita

             e allora un po’ di imbarazzo

             mi pare sacro, per io

    252   che mi aspetto la vomitata addosso

             sempre sbagliata, come un Rodman

             che aspetta il colpo basso

             perché conosce il mondo

    256   ma si stupisce come un bambino

             per un attimo di esitazione

             che risuona come il più profondo rispetto

             Era a casa da qualche mese

    260   Aveva rotto con Carla, a Montagnana

             mi stupì che l’avesse lasciata lui

             che era supino a qualsiasi evento

             ma con qualcosa che doveva essergli

    264   maturato dentro, una consapevolezza

             il volto un po’ scavato, poi i capelli rasati

             che gli erano sempre stati non netti a lui

             e la gamba claudicante dagli infiniti colpi

    268   accompagnandolo scendemmo

             e ci bastarono pochi metri

             una cosa ci ho sempre visto

             a chi dare fiducia, e pensare

    272   che la mia ragazza adolescente

             che era la prima andò con lui

             per dire quanto bisogna vederci

             Arrivammo dietro le scalinette di Via Castello

    276   dopo bar secret, che basso sta sotto i palazzoni

             messi qua e là ma anche con una sorta di ordine

             della linea dietro lunga dell’Altipiano

             dagli anni ’50, con rilievi marmorei quasi tolti

    280   ma ancora desiderosi di forma e volume

             ai ’60 un po’ asciutti o spenti o vivacetti

             tra i vetri delle porte e le smerigliature verdi e grigie

             così raggiungemmo in una serata già umida gli altri

    284   Feci un passo all’osteria, puntai dentro e vidi Saffy

             Saffy non vedeva me e noi e nessuno

             che cosa strana, e poi mi avvicinavo

             e ancora nulla… “Saffy?”

    288   “Ah ciao scusami siete voi!”

             “Sono appena stato dimesso”

             Così ci radunammo per un paio di vin brulé

             che io e il Mitch una volta ci avevamo l’appuntamento

    292   la vigilia di Natale e ci piaceva davvero il freddo

             e il vino che fumava assieme al sapore dei chiodi

             di garofano che ti aprivano e scaldavano il petto

             amavamo le cose semplici e i divertimenti classici

    296   eravamo cresciuti assieme da quando avevamo tre anni

             e in quel momento, superati i 35, era come

             per i tempi di crescita, e gli anni mai uguali

             come aver vissuto cento vite

    300   esserci presi in cento modi diversi

             forse per questo a noi piaceva il classico

             perché avevamo visto tutti i giri della vita già

             Arrivò anche Niah da Francoforte

    304   ci parlò dei figli avuti dalla cantante d’opera

             una ragazza che insegnava solfeggio

             dall’aspetto slanciato, gambe toniche

             e lunghi capelli biondi d’angelo

    308   si vede che quei figli li voleva davvero

             che Niah era ancora senza lavoro e non bramava

             che industriarsi nel mondo delle collezioni dipingendo

             ma mi pareva fuori tiro quel mondo

    312   troppo rimasto indietro nei vecchi trucchi

             nelle vecchie illusioni, nei vecchi sogni

             come un baule di un clown con le ciprie sbiadite

             nell’incarnato rugoso e il trucco degli occhi

    316   scivolato giù per il sudore del tempo

             se non per le lacrime, ecco così

             si aprivano anche tutti i discorsi

             quella sera fortuita, io facevo il dritto dal lavoro

    320   dopo le otto ero fuori, non mi andava di mangiare

             il lavoro, entravo alle otto e uscivo alle otto

             sempre in piedi operaio semplice

             quella sera ero l’unico a posto

    324   non avevamo gnanca i quaranta

             Niah tirò fuori i soliti discorsi vecchi

             io e Mitch procedevamo col vino

             Saf non era proprio in forma

    328   ma mi spiegò la differenza di pronuncia di sheet

             per non fare brutta figura con i clienti croati

             che una volta mi toccò sbobinare senza protezioni

             una lama di segatrice che avevo appena finito

    332   “Il diploma è geometra giusto?”, “Ma che c’entra la laurea?”

             Poi finito quel breve intervento, Mitch per strada

             mi raccontò di Pastorale Americana che aveva appena letto

             “Non è senza speranza”, “tutti i personaggi hanno i loro problemi”

    336   Io avevo in mente il film, che avrebbe annientato chiunque

             Allora, eravamo lì, a ritrovarci dopo vent’anni

             come sempre fuori dai libri

             Una volta stavo aspettando il vetturino

    340   finito con l’Accademia del pomeriggio

             ero poco sopra nella piazzetta del Nazionale

             spalle a l’Omo e ai bianchi stinti della salita murata

             e mi venne incontro Robe che aveva

    344   completamente cambiato capelli

             erano neri, nerissimi, e lunghi

             era bellissima, faticai un attimo a riconoscerla

             ci eravamo visti quando organizzavo il capodanno

    348   ma come mai venivano sempre le ragazze

             con noi stavano bene non c’è che dire

             primi anni 2000, c’erano, il caschetto con gli orecchini

             c’era la maglietta sopra l’ombelico

    352   i reggiseni evidenti nei bordi

             i jeans sempre che cadevano lunghi

             l’eyeliner spesso, le scarpe sformate

             anche noi eravamo tutti diversi

    356   ed eccola lì, perché mi fece capire tante cose?

             Mi fermò, ma ero rimasto un po’ spiazzato

             pensavo: come poteva essere così gentile e dolce

             aveva piccoli incisivi e uno spostato leggermente

    360   quando sorrideva ti ispirava allegria vera

             ma mi colpì che si ricordasse, e fosse così vera

             non ci eravamo parlati molto lassù in montagna

             ma poi mi ricordai, fu lei che trovò il contenitore

    364   decorato del caffè di nonna, e le tazzine come ceramiche

             da museo, con il bordo rosso o argento sottilissimo

             e allora pensai, a quanto fosse intelligente

             in mezzo a tutto quel chiasso

    368   lei aveva già capito che cosa doveva piacermi

             Ci rivedemmo che tutto era cambiato ancora

             una sera, molti anni ancora dopo, stesso posto

             davanti al vecchio cinema che dava

    372   come l’impressione d’una casa a schiera

             di cento e duecento anni prima

             in alto qualche abbaino pericolante

             qualcuno rinnovato, e sempre un tepore nebbioso

    376   ciondolanti come ombre e basta nell’umido

             di ritorno da un qualche incontro

             ricordo forse il mio maglioncino a righe nere e rosa

             e i pantaloni di velluto striati che la attirarono

    380   forse avevo già risistemato la giacca da sci di papà

             blu e rossa, che ora pareva quella di un rider

             un Sic più provinciale di Coriano

             che poi dovevo recarmi anche lì

    384   ma prima, al secondo incontro della vetrina

             che era quindi il terzo, Rob stavolta non era adolescente

             era una ventenne altrettanto magnifica, ma sempre discreta

             un vestito verde vintage con un décolleté che le stava benissimo

    388   aveva forme avvitate su quel busto in maniera del tutto naturale

             che sprizzavano energia e desiderio dei vent’anni appunto

             come dovevo proiettare io con il mio sguardo, che

             al tempo era sbarbato e lucido e scolpito

    392   con capelli tirati indietro castano scuro tutti in ordine

             nel loro essere alla rinfusa, lunghi, non troppo

             era quando mi ero appena lasciato con Gi,

             gli occhi le luccicavano quando ci abbracciammo

    396   nel rivederci, poi seppi che mi aveva scritto una lettera

             per dirmi che era innamorata e che non vidi mai

             così come non la vidi più in giro, e al suo posto

             per una qualche osmosi vidi invece sempre una sua amica

    400   capelli lunghi neri, frangetta, che forse doveva per me

             ripetersi tutto, e avevo colto invece, lo so

             quell’attimo perfettamente

             eravamo già sinergici e anche amici

    404   ma sempre il momento non fu quello giusto

             Furono vari i momenti di poesia

             anche violenta e spiazzante

             forse ancora adesso, non si sposterà

    408   la testa nostra dall’affetto di complici

             che sempre provammo e mai ci dicemmo

             e il resto è solo concrezione di cose

             che così vanno avanti sempre a riflettersi         – su se stesse, il mondo e i fausti

    Dal vestito verde a pochi mesi dopo, ’06

    412   Ricordo che una volta Doinel

             di Baisers, camminava scendendo gradini

             e incrociava un suo compagno di università

             Quello rovistava… nella spazzatura

    416   e quando Antoine gli chiese come andasse

             disse che avevano preso una sua sceneggiatura

             ed era molto contento, ahahahah

             e questi erano tutti i personaggi che ritrovavo

    420   sotto l’attraversamento, di Rizzoli e Castiglione

             ogni volta che prendevo a fare due passi

             che poi mi piaceva girare sopra Dante

             guardare, la vecchia caserma in disuso

    424   e poi girare a destra ricordo

             vedere quei balconcini residenziali

             un po’ tirati fuori, dal novero degli ocra ai

             rossi ridipinti, da arcate medievali

    428   mi innamorai di C.

             lei che portò la tesi sui flaneur

             gli anni di Rimini furono

             i più pieni di tutto – di tutto l’alto, e di tutto il mare, poco distante

    432   capivamo che non avremmo mai avuto una vita

             come quella dei nostri

             genitori e nonni. Passai molti anni bui a pensare

             questo ma cercavo, di andare avanti e davo tutto

    436   noi sì che creammo

             un mondo di affetto

             e di rispetto come il loro

             che durò per sempre – pensavo di sposarmi, ma ricordavo

    440   che avrei sempre viaggiato come un po’ quella discussione

             tra James ingessato in pigiama alla finestra e lei

             ma questo non significa nulla

             quello assorbì tutto il mio mondo

    444   e fu solo per la bastonata dopo nel ’14 – fu il ’39

             che dovetti spostarmi per tornare a casa

             Ricordo i ritagli di giornale serale

             che avevo visto incredibilmente

    448   anche da Paola quando andai a trovare

             lei e Teo appena sposati con la bambina

             Capii che noi sapevamo costruire un riparo

             e non avevo idea del dopo

    452   facevo un passo in avanti alla volta

             dopo morì Domenico, metà di noi andò

             in psichiatria, io persi tutti i miei familiari

             in un giro di pochissimi anni

    456   e si galleggiava tenendosi con qualche telefonata

             o parlando ancora per osmosi

             in qualche social, come botta e risposta per capirsi

             come in morse segreto

    460   fino a trovare qualcosa

             di non definitivo e implacabile

    Estati, una ’04

             Furono i momenti di vera gioia

             in cui la vita rifiorì come oleandro a primavera

    464   quelli in cui le relazioni sbocciarono

             e come una luce gemmea si rifletterono, su tutto

             dare ancora all’amicizia… questo nome scontato

             è la più grande di tutte le incomprensioni

    468   Dopo essere stati lasciati,

             io Ste e Dadi ci trovavamo i pomeriggi

             ma non era come prima negli anni

             fu più come scoprire di avere chi ha capito

    472   fu un incontrarsi nuovo e ricco e diverso

             molte volte, avendo vent’anni

             avevamo una sublime stupida felicità addosso

             come quando Ste venì ai 1000 in quota

    476   con le antinfortunistica, per poi tornare giù

             completamente scalzo o un volo di frisbee

             girate le conifere su un giaciglio sospeso

             Eravamo per la prima volta felici

    480   non contava con chi stavi

             dovevi capire il tuo mondo

             e comunicarlo agli altri

             fu questo il periodo di grande felicità

    484   Una volta con Dadi

             attraversammo un oasi sul porto

             a La Spezia in quello stato di ebbrezza

             giovanile senza bisogno di nulla.

    488   I pini si diradarono, e dopo una breve discesa

             ci trovammo in una spiaggetta con pochi ciottoli

             e l’acqua ferma e limpida del meriggiare

             Io provai l’impeto di salire il breve strapiombo

    492   Dadi seguì, rotolò un momento

             e tornando indietro con lo sguardo

             di chi aveva rovinato tutto

             a un certo punto ci fermammo

    496   spaccammo un pietra liscia che dava sul magenta

             di riflesso e senza dir nulla, ci tenemmo le rispettive metà

             Anni dopo, mi telefonò che forse era il giorno

             di Pasquetta. Io ero in un limbo senza lavoro

    500   e coi morti alle spalle, quindi decidemmo in fretta

             Salii la Potara a piedi, e dopo già mezz’ora circa

             mi fermai ad asciugarmi la fronte

             salimmo da dietro la chiesetta

    504   per la trada che prima ha tutte le finestre

             con i vecchi vasi decorati, e le vecchie mollette sbiadite

             e le vasche da bagno vecchie abbandonate in cortile

             su fino ai sentieri, e poi da Bosco ancora su

    508   e dal caldo, in pantaloncini, incontrammo gli aghi

             ghiacciati e poi la neve, fino alla Busa

             in cui sprofondammo in almeno una sessantina

             di centimetri buoni

    512   Avevamo solo un cracker dietro

             e ci facemmo una foto intirizziti

             e rapidi tornammo sull’altro versante di Piovene

             e ogni tanto tenevo su Dadi che andava col passo

    516   sicuro ma troppo a fondo sul terreno

             Spuntammo dall’altra parte, poi guadammo il torrente

             e quel giorno riuscimmo a fare tutto il giro

             del nostro mondo, e infatti la magia

    520   poco dopo si riaprì e sentimmo

             l’energia di tutti in connessione che ci ascoltavano

             quando suonavamo o dicevamo qualcosa

             E l’energia nostra, che non era quella

    524   di dieci anni prima, ma che ci insegnava ancora

             Quelle scarpe attraversarono tutta la Tuscia

             e poi le Dolomiti, prima di rompersi

             come gli incantesimi che non sai quando

    528   Dopo la salita, il sole stava scendendo

             e a La Spezia dovevamo muoverci rapidamente

             se volevamo riprendere l’auto (blu!) al porto

             Avevamo stabilito di fare i Kerouac, e di dormire

    532   dove capitava per alcuni giorni

             Una volta tornati al falsopiano

             sentimmo una nuvola di terra rossa sollevarsi

             io capii quello che non volevo capire

    536   era un cinghiale, e quella era un’oasi

             Ci seguì per tutto il tragitto fino al buio

             spostando bruscamente qualche cespuglio

             giusto da metterci una paura del diavolo

    540   e ripercorrendo la strada vidi il tavolino

             dove per la prima volta noi ci parlammo

             apertamente, e delle nostre infanzie

             i nostri primi ricordi, i nostri primi viaggi

    544   e mi pareva che questo sacro, e la nostra comica fuga

             fossero già i nostri destini

    2004-2011-2002-2022-2005/06-2018-2010-2015-2025, sketches

             Il pittore Luigi Casarotto aveva dipinto un affresco

             sulla parete spoglia in cemento del negozio a Paraiso

    548   Era l’ottobre ’04

             In un paesaggio più di memoria

             con elementi quasi pulviscolari e slegati

             vi era raffigurata la chiesetta… di Santa Maria

    552   si può vedere da in fondo Rompato come

             un piccolissimo punto di prospettiva prima

             delle grandi, e poche querce bianche

             laggiù, dietro palazzi oggi abitati

    556   dal contrario dell’aristocrazia cittadina.

             O del brolo del conte del primo volo del dirigibile

             elementi quasi fatti male, di provincia

             invece adesso li vedo slegati

    560   in uno spazio più dilatato

             che è tenuto insieme dal verde fuso dei frassini,

             delle betulle, degli aceri

             dei grandi lecci, dei platani che è

    564   il minerale del sempre visto

             me ne sono accorto solo di recente

             pensando a questo mondo che va in frantumi

             alla Francia, alla Palestina, a Odessa, al Nepal

    568   Non mi ero accorto di questo dettaglio

             che forse lui mise ma essendo senza codici e scuola

             volendo proprio dire questo

             Al Museo Reina Sofia

    572   una volta a Madrid maggio ’11

             tra gli indignados

             una camicia verde a scacchi

             pantaloni verdi, e adidas blu

    576   eccomi mischiato con i calori andalusi

             e popolari, oppure al fiammeggiare basco

             dei saliscendi scoppiettanti

             a vedere El Greco che a Toledo è tutto

    580   o alla cattedrale è tutto

             stavamo lì, io e Chiara verso l’ingresso

             avevo un bel giovane aspetto

             e sempre assorto e attento mi rigiravo tra le targhette

    584   ecco un altro pensiero arrivare, mi fermai

             concentrato osservavo questo o quel quadro

             pensando ad altro in collegamento

             Mi voltai un attimo percependo

    588   qualcosa che non era neanche un’ombra

             Una ragazza con la sua reflex sul fondo

             verso la porta indietreggiò

             e non fece in tempo, a fare il suo scatto

    592   Quella circostanza mi dispiacque un sacco

             e per tutto il tempo successivo

             anche guardando le foto americane di Adams

             e pensando all’aria fuori

    596   che avevo dimenticato da tempo

             e di cui ben non mi rendevo conto

             per via di una depressione che più volte ritrovai

             pensai a quella ragazza e alla sua innocenza

    600   Emma conosceva Tea al liceo

             e io la incrociai seduta su un dosso verde

             prima del prato sotto tirato a biliardo

             lo stesso punto dove Mati mi raccontò

    604   tutti i disastri del suo vecchio amore

             infatti dopo si sposarono.

             su quel prato

             la commedia antropocentrica

    608   C’era la Tea che mi diede il numero di Giulia T.

             un grande amore ancora adesso che pochi capirono

             col senno di poi, tutti gli amici spostavano sempre

             l’attenzione su grandi personalità oggi vuote.

    612   Al concertone alle Piscine a sud,

             si mischiò tutto un pomeriggio che la scuola era finita

             una zona di risulta grande e vuota ora di là dai binari

             – e poi chi aveva suonato?

    616   Invece al campanello ci stava Giu D.S.

             che imbarazzo, ma cosa ci faceva qua

             cenammo insieme poi io presi il motorino

             dovetti farla portar lì da altri, ma già allora

    620   avevo chiuso questa faccenda

             non era affatto un rigido schema

             era convinzione che niente può mai tornare

             e mantenevo un più alto rispetto

    624   relazionale soltanto nell’amicizia

             Con Makte una domenica a Bologna

             era tutto finito anche lì

             in Via della Morte infatti,

    628   comprai qualche cartolina di Sargozza e Fondazza,

             un vinile di Martini al Disco

             aspettai che Makte si svegliasse che era il primo maggio

             io nel frattempo avevo già fatto la doccia e il mio giro

    632   quante serate anche a San Francesco

             quel giorno Makte mi tirò fuori una foto

             che doveva essere circa dei primi anni ’00

             c’eravamo io che tenevo la spalliera della sedia a Domenico

    636   al centro sullo sfondo, poi Matte che sembrava un ragazzino

             e poi forse Teo e quel matto di Jacopo, Andre da Senigallia

             c’era tutta l’Italia, e noi tra capelli lunghi e cortissimi sembravamo

             già una band post-Television

    640   Erano attimi, poi credo anche le Paole

             in una foto con me e Makte

             dietro quel vecchio cinema dismesso

             mi pare, lato Marconi

    644   che uscivamo là quasi verso il Nettuno

             nel weekend mi dividevo con altre acque e correnti

             e stavo sempre un po’ qua e un po’ là

             ma mai veramente in un unico circolo

    648   tuttavia, quelle furono davvero grandi amicizie

             e grandi sorprese il conoscersi fuori dal nostro ambiente

             chissà forse succede ancora e mi ricordo

             l’aspetto da camminatore parigino

    652   e le missive romantiche e ottocentesche

             e i primi esperimenti

             che erano tutti esperimenti

             ricordo cercandomi i libri

    656   sul come riprodurli sti testi

             sempre mezzo modernisti almeno inizialmente

             prima di scoprire i trecentisti riminesi, El Greco e i russi

             Vertov e Kaufman, il rotondo dentro una scheggia

    660   poi ancora andavo ad orecchio su quella sorta di esametro

             che mi prese dall’epica ai primi volgari

             mini stanze prima dell’endecasillabo

             passaggi da un mondo ad un’altro

    664   concrezioni letteral-biologiche aliene

             quando vedi la vita formarsi

             e niente di più. Infine un’estate, un medioromanzo

             o così venne fuori, tutto su quarte di copertina,

    668   un poco Mallarmé un poco futurista un po’ no

             mi piaceva che lo spazio non fosse mai definito

             un po’ come i fisici quando dicono che il tempo non esiste

             noi ci poggiamo su delle apparenze che puntualmente

    672   si sgretolano e non ce ne accorgiamo

             e la scrittura deve galleggiare su infiniti movimenti

             La situazione tra di noi cambiò

             io ero molto legato al Teo, e lui a me

    676   poi con la tragedia una decina di anni dopo

             cambiò tutto, mi risentii di più col Matte

             e seppi che loro si imbeccavano sempre

             per stupidaggini, forse qualche nevrosi

    680   venuta a galla per oscuri motivi di giro del destino

             ma per me non cambiava nulla, io venivo da lutti

             molto più oscuri e accumulati in poco tempo

             e di quei ragazzi ebbi sempre lo stesso ricordo

    684   un po’ come nel finale di Flags, in cui si tolgono gli scarponi

             e le canotte e si tuffano in mare per qualche istante

             di gioia senza nessun discorso

             la mia maestra unica ora ha quasi novant’anni

    688   ricordo che la salutai davanti a casa assieme all’amata sorella

             che parlava benissimo inglese, sempre mi chiedeva come stavo

             e quella mattina io avevo appena riaperto il negozietto

             in fondo su Fleming, che come sempre durò un attimo

    692   anche quel periodo e nessuna certezza vi era al nostro tempo

             e allora mi resi conto che avevo visto giusto sul togliere

             i terreni stupidamente moraleggianti e implacabili allo scrivere

             tutto c’era e tutto non c’era più

    696   a Rimini una volta ci venne in mente di attraversare

             tutta la vallata e finire in Toscana a Sansepolcro

             dove volevamo andare a vedere Piero     

             Risalimmo il Marecchia, girammo le rupi

    700   e i gessi e i castagneti

             su e giù dal mare ad alta quota

             dove prima delle sfumate toscane

             potevi toccare il cielo bassoccio

    704   Pennabilli, le campane tibetane

             sul paesaggio dei viandanti pittori

             rinascimentali, e le prime rotte

             mi piace pensare che questi luoghi

    708   li vidi solo una volta con la persona

             che amai – è questo l’intimo segreto

             di questa connessione sotto l’Appennino

             finimmo io e C., un giorno qualunque, a toccare questo cielo

    712   che subito viene prima di scendere, e più o meno là

             nel Montefeltro che si incrocia coi Malatesta

             veramente fu quel viaggio dantesco

             mari e monti che predissero futuro

    716   Feci attraversate del genere da solo lungo laghi

             e strade a pelo d’acqua in laguna, e sempre però

             ebbi la sensazione che mai come quel panino

             prima della Madonna del Parto,

    720   io e C., sempre fummo anime

             che si sono trovate, anche lì pulviscolari

             sfibrate e disunite dalla violenza del nostro mondo

             e che non hanno potuto disunire

    724   (o far estinguere) in nessun modo

             Con Chris una volta eravamo a cena

             “C’è da scrivere un romanzo”, fece

             Si riferiva a come andava, con Luigi e Sandro e Beppe

    728   Io volevo sempre mettere d’accordo cose diverse

             E così cominciò, a voce naturalmente:

             Il Luigi che s’era rotto un piede

             perché faceva sempre le stesse robe

    732   da provinciale

             appassionato il lunedì

             bene no no, era a casa ingessato che aspettava

             le gemelline arrivare dopo che non si sa

    736   se era andata giusta anche la prima

             erano anni che, rosto venerdì,

             calcetto lunedì birre mercoledì

             vedevi le amicizie in che modo

    740   se tornavi?

             Beh, sulle prime nessuno

             ti dava fastidio poi ricominciava tutto

             tutte telefonate, messaggi vuoti assillanti

    744   Lo stesso il lavoro

             si era fuori dall’università

             per tutti come un gregge – non certo per fare esperienza

             ed eccoli tutti col cv da media gestore

    748   imparavi a scrivere per scrivere sui muri

             questo era il circolo del sociale

             prima che tutto si rompesse che già era rotto

             Sandro? Eccolo là

    752   che ogni tanto telefonava

             moglie andata via con altra moglie

             dopo un macello di anni

             lì c’era sempre amicizia sotto

    756   ma non si può chiamare allo stesso modo

             un sentimento per tutti

             ci vorrebbero più parole, neologismi

             che avessero significato e

    760   amico e conoscente sono troppo poco

             e di nuovo col spaccare le macchine

             fare sfuriate come da bambino

             per poi fare marcia indietro

    764   ognuno aveva le sue follie

             ma io mi ero tenuto dentro il mondo

             da una parte di lavori vari

             da fare con le mani

    768   dall’altra un: “Lei ha avuto lutti su tutti i fronti”

             e così era, genitori nonni amici morti,

             fidanzate finite chissà dove nel clinico

             una cosa mai risolta nel rapporto con Mother

    772   e via che si vola, io stavo là

             – lo stesso –

             e come una bandierina nella storm desertica

             nel frattempo ero capo di quella e quell’altra realtà

    776   andavo in giro a fare foto, componevo,

             registrai il mio secondo lavoro mentre

             lavoravo in fabbrica, costruivo lame

             per segatrici, azionavo torni mai usati

    780   e venivo preso in giro tutto il tempo

             su una possibile riscossa della metalmeccanica

             “Vedrai che andremo nel palazzone di vetro

             Via… 

    784   e poi metteremo noi

             la pizzicata la samba a tutto volume,

             come là sotto la sera

             AHAHAHAHAH, venderò tutto!!!”

    788   …Lo aveva già fatto, passavo un’ora in un ufficio non riscaldato

             alle sette di mattina, poi il resto a sgobbare come uno di Dickens

             agenti che non vedevo mai per i ltrading

             mentre “tutti!!!” si  i coglioni

    792   come quella foto di Salgado

             del ragazzino con il cane

             che guarda il deserto e sa che deve farcela

             e quella foto è come una resa dell’arte

    796   nei confronti della realtà che va da sé

             Sui social qua social là, inventavano azioni filosofiche

             come brand, come portare la gente a camminare

             spiegandogli il significato della vita, della vita ZIOFA

    800   come il Suv bianco con l’adesivo del sito di quel tizio

             e tutta questa gente ti passava davanti senza vantarsi

             ormai era l’aria del tempo – le cose vanno così

             e poi che vidi pure come all’inferno totale del mio ritorno

    804   anche il grande amore di gioventù

             che non mi parlava, mi vedeva, faceva una smorfia triste

             poi girava rassegnata, beh.. era successo che il suo ragazzo

             che l’aveva fatta impazzire al liceo – letteralmente – “beh, povero

    808   era senza lavoro… ma dai dovevo aiutarlo”

             e via altre belle scopate con genitori che mi salutavano

             come se volessero essere loro

             avere quella vita lì che non c’era più

    812   e gente che veniva al mondo in quel periodo

             che non sapevano fare nulla

             non lavoravano se non qualche volta, 

             la casa occupata che erano i risparmi di una vita

    816   dei suoi di lui, ed ecco pure il tema scuola

             dove tutti volevano entrare a quaranta,

             il posto fisso

             finita la chimera delle start up dei trenta pure

    820   e nessuno che sapeva insegnare,

             ma tanto vale che ora bisognava pagare

             per le abilitazioni, soldi dei genitori ovviamente – ancora

             o intanto le bollette loro, e che tanto là

    824   là, dico là, si vedevano uscire una sfilza di esauriti

             “ma tu che lavoro fai? Ma dai”

             “Non hai mai pensato alla re-aliz-zazio-ne?”

             Ero l’unico che lavorava infatti

    828   con burn-out totale testa sulle certificazioni

             burocrazia dei certificati strascicati

             dalla neuropsichiatria infantile in su

             appena avevi un qualche segno

    832   di non concentrazione… bene bene

             Celine, ma noi glielo diciamo per l’ultima volta

             dove andrà con la viltà e il sudicio eccetera

             beh molto lontano cari amici

    836   e sguinzagliai i cani, sì andava così

             Mancava Bep il terzo

             che geniale come gli altri primi due

             già al liceo beveva come tre Kerouac

    840   non l’ho mai visto calmo

             poi lo videro così a Torino, cambiato pelle

             modo di parlare, postura, viso, ma sempre

             sul filo, lo trovano in mezzo al giardino pubblico

    844   diverse storie, poi forse con bimbo

             forse ecco perché del racconto che mi arrivò

             che andava in giro con furgone

             a distribuire pesce spada nelle trattorie

    848   poi… “Ah ma lo seto, sta registrando in una band!”

             Avevo già quattro dischi fatti, che rimanevano

             volutamente underground, tra i mille moralisti

             eh ma a Syd Barrett… e gente che non sapeva nulla

    852   Non mi diede fastidio… semplicemente

             non capirono che erano le idee

             che circolavano più rapidamente di tutto

             nel XXI Secolo. Sta gente qua

    856   doveva ancora capirlo che le comunità si erano già

             riformate sotto, e come ogni antropologia, ciascuno

             voleva bene ai propri simili e così via…

             Beh, avevo già registrato cose e orchestre

    860   avevo scritto centinai di pagine

             ero capo d’azienda, facevo foto

             stavo dentro la Seconda Laurea come un treno

             tutto da me pagato, e dovevo spiegare

    864   che cosa facevo, dovevo

             “dire cosa facevo”

             dovevo “essere ottimizzato, riducendo i costi,

             farsi pubblicità self-made man, gestire immagine

    868   pubblica, presentarmi alle situazioni”

             mentre fuori il modello non-occidentale

             avanzava frantumandosi tutto,

             il mondo finiva, l’umanità finiva

    872   – parcellizzata la nostra

             le macchine prendevano il posto dell’ars

             e ovviamente, tutto si ripeteva

             con Darwin al contrario mettendoci

    876   sull’orlo del disastro tra di noi,

             ma stavolta dalla particella più piccola con l’atomo

             come appunto un’inversione di grandezza

             e forse per arrivare al capillare del controllo

    880   alla devianza di tutto, ad annullare ogni spazio di ozio

             Beh se non pensi e non reagisci penserai questo che hai

             guardato le ultime volte,

             e via con la sostituzione,

    884   si doveva rimontare tutto.

    Oltre il frammento

             Ecco Marc, perfetto estraneo

             cadeva a fagiuolo esser lì

             aumentò il livello, si fece serio

    888   ognuno via coi suoi fascismi

             e l’aria era di manganello

             come certe nuvole arrotolate

             potevi vederci lo spessore

    892   fuori dai cieli del Tiepolo di qua

             Socialmente ma inaspriti

             i ragazzi e la vecchia guardia slegata

             i figli dei ’60 boom boom

    896   andavano a braccetto

             e le altre via coi discorsi secondari

             tutto ripreso come prima

             nessuna festa, incontro, scherma

    900   e vidi quei ragazzi finire in un imbuto

             pure loro, a parte quelli che rimanevano

             nei reparti ormai… ospedalizzati

             della mente

    904   tutto finiva nelle oscure non credenze

             energia collettiva rimaneva ora legata

             al nulla antropologico, dopo le impennate

             degli anni delle ultime illusioni sdrucciole

    908   sui giornaletti web, e chi era vivo

             lo era con pochi a mo’ di isola

             così ancora, ma un via rapido

             come toccò di biacca

    912   il famoso lagunare

             che di salizade e campi stretti

             divenne poi maestro di altri alchimisti

                    spagnoli, ma soprattutto a Madrid Toledo

    916   mentre per altri tornava la pompa

             d’esser crassi e villi baldanzosi

             Sembrava questa la matematica

             astrologica delle forme curve

    920   e i piani di tutto

             nuovi e vecchi cicli greci tragici

             Eschilo ancora

             e gli altri

    924   in movimento stavolta veramente eternizzante

             piccolo grande, a seconda,

             poco ciò importa per capire

             Esposizione degli stendardi

    928   un giorno che non era certo 4 novembre

             che cosa assurda

             come facevamo a tenerci

             ancora assieme

    932   Era attraversare ora un vuoto

             da un senso a un altro senso

             un po’ come quando esci di casa

             e hai pensieri d’inferno

    936   e poi invece un amico ti accoglie

             inaspettatamente, ecco i passaggi

             e certo rimanevano mille eccezioni

             ma quella cosa era tutto dire

    940   di esporre una causa qualunque

             Vidi questa vetrina

             dopo aver visto già a Sella

             sopra il nuovo quadrilatero infernale

    944   che invece con quella bandiera prendeva

             anche miracolosamente senso

             improvvisamente così

             come una cosa scritta sopra una non scritta

    948   che aiuta solo due limbi a darsi senso

             ma poi svoltavo ad ogni altro angolo

             in cui non c’era nessuna musica

             né nell’aria né nel minerale

    952   Arrivando dopo il finto vero Negrin

             che già presagiva abbastanza,

             capii che a molti non gli interessava nulla

             di discutere la cosa, (anzi!!)

    956   guardando la vetrina con quella bandiera ora,

             della causa, ma solo il riferire stando con i loro amici

             “una socialità vuota senza credenza

             la stessa illusione della finta aria sociale hi-tech

    960   credi di parlare, e invece sei autoreferenziale”

             sempre prendendo tutti i paradossi

             così andava avanti il mondo

             era all’altezza di Via Pasini

    964   con le paraste e i balconcini

             che davano sui Mani

             là illuminato il monte a nordest

             come fosse un punto di fuga leggero

    968   e invece consistente

             ecco cosa mi piaceva

             – di questi luoghi ondivaghi

             E sotto sotto detestavo

    972   la stessa mia generazione

             non avevano capito nulla

             infatti il riflesso era già

             elitario di dibattiti inutili

    976   era tutto dire dello slegare il corpus della realtà

             E dopo aver speso dieci anni a sistemare

             mamma e sorella

             case e carte

    980   vedevo questi, anziani giovani e vecchi

             dare gli ultimi numeri

             di tutta la loro misera inutile vita

             come quell’altro fratello non mio

    984   che poi si adoperò per i verbi più importanti

             mettendo in pratica un messalino

             che doveva arrivare fin lì alla polvere

             “Ottimizzare e ridurre”, così io non valevo un cazzo – lauree e diplomi

    988   ed era meglio avere vicepresidenti con la terza media

             e infatti all’alba del ’26, si parlava solo di manganello

             e di fine atomica del mondo definitiva

             salvo i miliardi di vite oltre la nostra

    992   che ancora dovevamo noi conoscere

             – nell’universo

             che guardava al ridicolo

             già mille volte fatto

    L’ultimo appuntamento

    996   Al Makte e al Saffy

             l’appuntamento non era andato bene

             nel mare magnum del tin thin ice che infatti si ruppe

             era gente che non condivideva niente

    1000 del tuo background. Allora si doveva costruire

             tutto un po’ daccapo, e sperare… che funzionasse

             Makte si beccò una che nascondeva le fumate di ero

             e che una volta ebbe una crisi a letto

    1004 nuda con la piccola figura ordinata

             che tanto piaceva al Makte

             e i nei erotici

             sudava madida tremolando

    1008 nell’alcova ora come di cotone idrofilo

             Saffy uno che aveva avuto problemi con la dogana

             Sempre per gli stessi motivi che malcelati

             vanno nell’inconscio di chi vuole come noi

    1012 generazione tra mondi sistemare le cose

             tentare una riconciliazione che è quello l’aspetto

             più umano che si possa desiderare.

             Il contrario oggi, che ci si accoppia peggio che

    1016 agli incontri prematrimoniali col parroco

             dove sembra di metter su un teatrino impostato

             con marionette fintamente sghignazzanti

             non v’è nessuna condivisione profonda

    1020 nessuna ricerca dei sistemi amorosi

             che aiutano come coltello

             a far entrare l’altro

             e io praticavo solitudini al contrario

    1024 conoscendo sempre nuova gente

             mi rifiutavo di perderci energie

             e poi quando l’orologio suonò dopo molti anni

             che spingevo i lutti dentro il bicchiere

    1028 dissi a me stesso basta

             e iniziai un mezzo salto Simenon

             con tanto di salutismo stepheniano

             tutto purtroppo doveva essere metodo

    1032 per risalire il XXI secolo?

             Anche negli incontri rilassati di Ostia Antica

             di là dal lavoro

             e dentro ancora

    1036 tra un pomeriggio e l’altro

             dove il dialogo svagato e termale

             era previsione di meriggio

             così com’era proprio

    1040 tra il calcolato e no

    Bologna, Firenze, trecentisti, Rimini e più in giù nell’ombra del mondo

             In quel periodo dei vent’anni

             ero già stato in Francia un mucchio di volte

             e avevo imparato il francese solo standoci

    1044 un po’ di tempo, allora avevo una giacca

             che ho ancora nell’armadio di casa

             di velluto nero vintage a righe

             dove sopra mi ero inventato

    1048 essendo un po’ fauve un po’ dada

             un francobollo rosa appeso con una spilla da balia

             Il francobollo era quello dei berretti frigi, della Bastiglia,

             della Comune, con le classiche L, e E, e F

    1052 Poi avevo coperto con della carta adesiva trasparente

             il bollo perché non si staccasse e fosse al riparo

             Così una volta, che mia cugina scese a Bologna

             ricordo che stavo all’angolo di Indipendenza

    1056 e la accompagnai dentro ad una boutique

             Subito la signora mi prese con sé

             e sostenne che era incredibile

             che mi fossi inventato quella cosa così iconica

    1060 che è (fu) la cosa più assurda e da Buster

             di quella come molte altre situazioni

             in cui mi ritrovai immerso

             Bene portavo anche una camicia sdrucita

    1064 da studente, che il colletto si sposava bene

             con i miei capelli corti e arruffati

             e il taglio della giacca, ecco in quel modo

             un giorno aspettavo alla stazione a Firenze

    1068 Rachele e il suo amico

             che erano stati mandati da Synthia Z.

             a prendermi per andare ad una festa

             Anche Synthia in quel periodo era piena di vita

    1072 come me e noi, e subito ci piacemmo come persone

             quando con Cri e Walter girammo una volta a Santa Croce

             e la trovammo e riconoscemmo che studiava medicina

             dopo essersi trasferita anche lei dalle lande grigie asfaltate

    1076 del Nordest industriale veneto profondo, bonaccione, ricco

             Quando lo raccontai anni dopo

             ai ragazzi del Treviso C che facevo il fotografo

             non ci potevano credere, che io ero stato portato di sera

    1080 a nordest sulle colline del Mostro di Firenze

             E pensare infatti, che quando io e Matilde

             raggiungevamo Perugia nel nostro amore

             fulminante e di tutta una vita dei diciott’anni

    1084 pochi istanti prima avevano imbeccato due tipi

             delle BR, delle B.R., che avevano tirato fuori una pistola

             sul treno.

             Era stata da poco Genova G8, che io e Dadi spensierati

    1088 e Perugia con sti qua due, e Firenze con i mostri ancora in giro

             Sono cose che non si vive a pensarle

             In macchina, una chevrolet rossa scassata

             Guccini a manetta per ore, tanto che il tipo

    1092 occhialino anche di notte, coda e maglietta scura

             sbagliò pure strada, e per davvero eravamo dentro Lucarelli

             se non fosse stato che vidi l’errore sapendo orientarmi benissimo

             e feci fare inversione e riuscimmo a raggiungere questo chalet

    1096 privato del tedesco che studiava fisica a Firenze.

             Appena entrai vidi un sacco si cose da mangiare

             c’era mormorio ma anche molti erano i gruppetti

             Ovviamente salutai Syntha, poi presi una scaletta

    1100 e mi ritrovai in uno stanzone enorme e vuoto al piano di sopra

             con lunghi listelli di linoleum pulitissimo, e, soltanto,

             addossati a una parete un pianoforte e una batteria

             C’era uno che non sapeva suonare

    1104 e il tipo al piano suonava slegato dal resto

             sentii quello che ho sempre sentito

             mancava qualcosa per incollare

             e allora iniziai una marcetta sui quarti

    1108 rullante e cassa, sempre più veloce

             fino a che gli altri si illuminarono

             e il tizio al sax tenore, leggero e agile

             fece scivolare sopra la melodia di Bella Ciao

    1112  e il pianista lo seguì magicamente

             come se quegli accordi conducessero lì

             come una settima che richiama la tonica

             tutto naturalissimo ed elevato, leggero frizzante e gioioso

    1116  Beh quando alzai la testa, quello fu uno dei momenti

             più belli della mia vita perché vidi tutti

             che improvvisamente affluivano da tutti gli ingressi

             e ballavano in coppia, da soli, abbracciati a quattro cinque

    1120 Fu una cosa da piangere da quanto fu magica

             Synthia era una ragazza che faceva ridere subito

             un’altezza di non più di uno e settanta

             né alta né bassa, viso espressivo

    1124 aveva seni evidenti su un corpo appena magro

             evidenze di un fascino che era quasi taciuto

             appena accennato appena no

             si faceva ripetere sempre le frasi

    1128 e rimaneva con un bellissimo tratto delle labbra aperte

             come interdetta dalla meraviglia

             quasi che non sapesse di essere intelligente

             non prendeva mai subito alla testa

    1132 con un fascino o una risposta

             e dovevi entrare piano in mille sfaccettature

             prima di accorgerti di quanto in realtà

             fosse umana e cercasse di liberarsi

    1136 da quell’aria da distratta, sempre prima della bellezza

             per stare là anche lei

             nel mondo degli sconosciuti

             che paiono di più lettori

    1140 e disposizioni all’altro

             che attori determinati

             a muovere il mondo

             e la vita loro

    1144 e non so perché mi richiamava

             un naturale stare tra le aromatiche

             (erbe) di questo mondo

             spontaneità

    1148 di aneto, timo, o maggiorana

             una serra dove non vedi con gli occhi

             né con la mente

             ma dove passando senti la vita

    1152 semplicemente che scorre

             come deve andare minerale

             persino nelle strette chiuse

             scollacciate da qualche roditore

    1156 Per me come Giulia T.

             e la naturalezza con cui ci incontrammo

             e ci rivedemmo sempre poi

             rappresentava

    1160 l’attimo in cui due energie si toccano

             e basta, nient’altro

             ed era più simile alla natura dell’universo

             e le sue energie misteriose

    1164 che alla poesia

             che parlano poi

             ancora queste matematiche telecinetiche

             nei sogni e giù in fondo

    1168 che scrivere viene solo sul resto

             come un volo d’anatra o di sterne

             appena sul pelo dell’acqua sotto

             Il giorno dopo io Synthia e Giulia la sua amica

    1172 sistemammo tutto, lavammo i piatti

             e poi ci stendemmo al sole là davanti

             in mezzo ai girasoli in fiore

             Qualcuno, forse Rachele, ci immortalò

    1176 Eravamo sorridenti e beati

             Che spuntavamo appena

             in mezzo a quella distesa

             Andammo sul Lungarno la sera

    1180 e Synthia mi face vedere come si passava dentro un torrione

             in mezzo all’impeto del fiume, poi andammo sopra lì

             a Piazzale Michelangelo

             Qualche mese dopo mi chiamò

    1184 che c’era uno che la asfissiava

             mi chiese di venire da me, e io le dissi di sì

             Andammo in giro per i mercati all’aperto a Santo Stefano

             passando assaggiavamo qualcosa

    1188 e alla fine avevamo cenato gratis

             Chiusi la porta e le prestai un pigiama

             Doveva dormire al posto del mio coinquilino

             Fu allora che mi disse che scrivevo poesie

    1192 “Ma come diavolo fa la gente a sapere queste cose

             che cerchi di tenerle più segrete e intime possibili?”

             Non facevo mai vedere i taccuini che mi portavo nelle giacche

             già da allora, anche perché facevo molti esperimenti

    1196 e non volevo assolutamente chiudere qualcosa

             per poi andare alla recita del circoletto di turno

             avevo già le idee molto chiare, non era una casualità

             Poi parlammo ancora, e parlando, come in quel racconto

    1200 di Cel. al telefono, ci addormentammo

             da una parte all’altra della stanza

             E poi ripensai a quel momento

             Certo avevo le mie amiche che erano venute un mucchio

    1204 di volte a passare serata all’altra casa lassù, da Vale ad Anna,

             da Emma alla sua amica del liceo

             – allora questa volta il tangibile

             In seguito conservai sempre quella foto con Synthia e Giulia

    1208 e poi, quando una volta andai a cena a Bologna da lei e Ilaria,

             passando tra le camere, scoprii che anche lei la teneva.