I. Volgeva il sole al tramonto con te che parevi statica conta solo ciò che eravamo Da sempre… un merletto scolorito un orlo appena rammendato una spalletta di elastici slavati via, senza accorgercene Rimettevamo quelle vesti Perché non ora? Cosa ci fece il tempo ingannandoci ancora
II. Siderale vuoto e nulla siderale cosmico, astratto e puro tutti e due insieme – “Toccarsi non è mai!” – Il nulla fu per te andare dentro apparenze con trasportata eleganza o anche muffa, decomposizione di carni dal sapore prelibato pervicace in pentola per altri il cui veleno viene dopo. Lascia che tutti abbiano tutto hai sempre saputo ciò che altri conobbero come te e io non resto estatico, lascia che si sposino gli appetiti soliti – “Destino è marcire!” – Ribollendo al contrario Di un intenso profumo d’erbe cipolline Calendula, timo, gelsomini che gli altri in fin dei conti spostandoti il profumo non poterono
III. Sempre così parrà lo scrivere argomento che si fa ora scienza diviso il mondo in due tre specie che leggendo il terzo incomodo sempre scambierà per vero il tutto non potendo sapere il sentimento né tirando la spada a croce sulla pelle potendo lasciare un qualche suo nome o segno Un mistico evangelico a risolvere nel bene qualche equazione, così la tua esitazione si farà nel tempo giusta Decidere bisogna soltanto, il tempo che si riordina
IV. D’un qualche arco verrà lo spunto solo per respiro femmineo di una sorta di camminare: sul filo, sui soliti aggrappi di ulivi Così i pensieri d’un non scrivere non respirare, stare laggiù Dopo tutto l’aspettare gli altri i soliti treni non originali ricopiature malamente smentite e più in là un abisso Di non comprensione Anche questo secolo in fondo sarà come l’altro E torneremo a passeggiare sul nostro profondo pieno vuoto operativo fino a che la barca arenerà su un’isola e poi rimetteremo tutto in sesto l’archibugio, il sestante per trovare un altro avanti del sogno Che del genere non v’è nulla, tutt’attorno
V. Cosa vedesti Lidia a Mirano in fondo alla piazza dietro l’arboreto che non dicono ora queste case sicuramente meno decentrate svuotate, pochi giornali a terra Poche foto sparse, con un ordine da fine del mondo. E tutto continua a parlarmi nella fine delle cose lasciate a terra ripulite un po’ almeno Come potati i pioppi certo duri senza tutto il prima degli architettonici progetti che ancora forse sono da fare E pare che non sia solo il vissuto ma un ordine delle cose che ancora deve silente parlare dopo
VI. Taglia meno di “M” In un vestibolo lasciato aperto dove tu, per evaporati umori e destini e vite vedesti dentro un giorno qualsiasi dove tutto oramai era finito. Mobili di rovere ora stinti al sole, ma ancora acerbi se non maturi e anche prestanti. Antiche forze, con aria di violetta dalle finestre non più ora la vite o il fieno posato se non nel rimescolamento sotto che non pungente ti attraversa guardando questi resti di civiltà da cui tutti giungemmo. Un museo arriva così, ai sensi che leggono senza poterli usare. Un alfabeto nuovo giunge ai bordi delle strade sino a disfarsi. Cicli lunari assolvono ancora al loro antico compito
VII. “Che disgregazione sia!” Ma quando ascoltasti quella nota… dov’è ora per te Claudia? Come ti prese la vita il tuo sorriso ha seguito non le tue idee ma il tuo sapere il non senso – “Perché mi trovo solo… anche ora a ricordare questi attimi?” Risposte che stettero nel maledetto mondo che tutti attraversammo. Il discernimento come alambicchi di stravolti alchimisti. Così non si fonderà anche la mia definitiva solitudine, “sta scritto”, nel tuo sposarti non sposarti nel nostro incedere silente e non funebre. Nel viso che riportasti a casa e che non vidi quasi mai
VIII. Altri giorni leggeri sopra i frassini posati come cuscini i pensieri Le nuvole, in una luce non più di qualche stagione Così avanzando il tempo e una betulla ricoperta come d’edera che le verdi spore ora dicevano di un aspetto conservativo oppure no?
Mossi da una luce non tersa i passi ancora avanti cercando nel porfido qualche increspatura che mi riportasse a significato il ricordo di mille attraversamenti con i miei affetti dentro E il tempo invece grande ingannatore che non dava soste o risparmi ma solo un giro a confermare l’otium non senechiano ma ora solo vuoto che a simulacri rotti e a vita non militaris est solo ci dicevano quanto ancora dobbiamo considerare il superfluo di tutto
Giri alle campagne fredde Non molta voglia di vedere niente Appena un rumore di traffico subito un’allerta di irrigidimento di sbaglio di tempo di ossessione fotografica nulla E il chiedersi cosa è stato che è corso così rapidamente prima di un altro squillo non di trombe trionfanti ma di telefono in una blandizie
Generalizzati i colori E poi tornando via ancora dagli ocra, i rossi i lapislazzuli, le bifore rifatte o no Venivamo via dal mondo e ciò che ne rimane come di un non più visto (le belle antiche querce, i faggi) che di industrioso oltre l’archeologico e quello spirito mai sopito operaio e non ancora politico chissà se fecero poi sognare ancora qualcuno Come un mito infantile Una… pervicace-coscienza-del-tutto-cangiante ancora accanto a qualche scescia, un kumparan, certamente oggi già veri
IX. Ricordo Valentina un’estate zero zero salita la curva della contarina superate le rugiade nascoste le serpi e le ciclovie. Che non-ridere, lavoravo anche allora via in motorino fine turno che imbracciata la mia musa gli amici mi dissero: “Vogliono vederti” “Ma chi?” – “Le due ragazze D. Molly” “Ma perché?”. Insomma andai, e Vale mi tenne un discorso due o tre anni più matura e mi fece poi vedere La maschera di ferro Ma cosa c’entravo? Non ero così in forma Entravo nell’introverso ma mi avevano riconosciuto. Nella penombra, nello stare: appartato E così parlammo tutto il pomeriggio che gli altri aspettavano il mio accordo. La Vale e la Sere bellissime acque di rugiada in un pomeriggio qualsiasi di estate morbida non a valle ma lassù stranamente per i pendii non era tesa l’aria. Non potevamo certo stare insieme Me lo insegnò così per prima
X. Vorrei che la notte più non fosse la stessa un Euripide slavato, una Medea attonita Ambra, a cosa valse non il nostro incontro ma tutto il successivo Un non detto mentre più era vero l’avvicinamento nostro sempre di più, come schegge del tempo rimaste fossili al mutevole Un sentore di ribes una catenina leggera un taglio sfrangiato e tutto l’essere che usciva come da un altro mondo Il Venezuela di Maduro, una ballerina di Wenders sentori di placenta ancora senza nome ovattati che poi dovettero rimanere senza un bacio, che fu solo sfiorato una carezza, che fu solo data in un attimo non distratto ma fugace E ancora una volta rimasi inerme non dalla vicenda, dagli errori dopo, dal volersi scolpire, dai traumi che mi allontanarono, ma dalla poesia come di agnelli che fummo, in quei circoli in cui la sera con giacche di pelle e occhiali scuri, per la prima volta ci guardammo. Quella foto di H. non falsa e non reale, sul solito giornale Un Trintignant voltatosi all’ennesima stazione dopo il giro di boa del ciclo umano che sempre solitamente – avvenne al matrimonio deve stabilire le sue gerarchie Un leader carismatico solo dall’altra parte della barricata e non un sapore post-Moro che non sappiamo più essere liberi così in realtà noi invece ci incontrammo e conoscemmo
XI. Solo devo trovare un’altra forma in cui inserire l’esperienza mia ora che pare finita, svanita nel giorno.
Così il nostro andare di oggi tra mille lavori e pensieri il Pirandello dei crociani nei racconti tutto il giusto e nel teatro solo il restante.
Era tutta visione sbagliata, opera piena di trame era un laboratorio dove poi all’occasione che tardi arrivò per caso – come tutte le cose, ci si costruiva quello che serviva.
O ancora il Maffei del maestro tutto giusto fin lì… poi le spume del barocco il provinciale che risputa il contrario come modo di fare nell’umorismo e nelle pose celate, come compendio di lingua che mai si osservò bene
Perché bisognava rifare uno storicismo anche dopo la guerra per la nostra nazione. Come adesso, ma tolta quella spinta che ancora era passione di discutere le idee così ora torno, aspettando di riprendere una qualche parvenza e finita anche la spinta della mia (?) generazione perduta, occupandomi del vuoto ma con molta più disinvoltura
Tra queste quattro mura si tolgon e rivernician fondamenti Ora più non ho paura dei precetti che sbagliati furon messi su s’accorda l’anima a una tonalità da prime fasi mattoni/ tramezzi/ intonachino E rimane leggera ora l’ansia del non sapere ancora
XII. Padova era un martirio da dentro salivo sul treno la domenica sera tutta gente uscita dal sabato prima faceva sessanta chilometri ed era di nuovo come a casa
Adesso sono passati vent’anni a un giro di ore di permesso continuando a fare tutti i lavori incontri casuali di Ale e Albe. Troppo in gamba, amici di sempre ognuno ha tirato su famiglia E invece cosa ne è degli altri sordidi rituali e amicizie perse nel torbido
Un rimescolamento dove conta solo anche dall’altra parte essere coppie essere maturi e che dire di chi l’aveva vista almeno quindici anni prima e non c’era nessuno a svegliarli che era così, che sarebbe andata, tutto anche il contrario vissuto all’osmosi. Ma ricordo Ale un giorno qualsiasi di inizio gennaio dopo che avevo visto Albe al terzo, dopo i gemelli che ci incrociammo per caso per i saldi e non ci sfiorammo mi bastò uno sguardo per sapere poi dell’amicizia
XIII. Quelle autostrade che dovevano andare a Giove e a Saturno con i nomi tutti sbagliati sui riflessi di qualche città famosa, Londra Berlino Pittsburgh cosa sono ora, se non un avanti e indietro affettivo un passaggio con altri un ricordo lontano, di pochi anni soltanto
Da Brendola a Soave e dire che tutti hanno letto Shakespeare lì a Montecchio, in un’auto sul sedile posteriore tutta la pianura si apre scorrendo come sale alla luce del mattino Brilla un non so cosa forse cosa rimane del sogno?
No la presenza oltre tutte le illusioni che queste traiettorie hanno disegnato per noi fin dalla nascita e così ancor oggi aspettando un uchikake O un sarafan Erano piste di decollo di longitudine per il Brennero E su in Germania o Svezia Oppure dritte, con una Milano sotto volando verso il sogno americano
E ora tutto è quiete, la gente lontana qualche cassonetto antropologico sozial ultime frammentazioni E invece morandianamente a guardarle sempre, anno dopo anno, corsa dopo corsa, queste cose diventano silenzi che mai ci siamo detti
Un circuito di Papez un’amigdala, un mistero da cui scavando con uno scalpello si può attraversare una montagna un mondo, una vita
Realtà di penna stessa dove la realtà è realtà se lo decidiamo ancora queste cose diventano “i silenzi che mai ci siamo detti”
Cè talmente poco ancora da dire che saltano ora dal mistero alle equazioni della meta-mente come blocchi di esperienze da sistemare senza più ragnatela dello scrivere che possa dispiegare qualcosa
Che di terzo o quarto grado poi facilmente queste matematiche ritornano al primo, o al secondo al massimo come scrivere di:
Morte
Soluzione
Inquietudine
Pace di qualcosa
Come un punto su un discorso rimandandolo a mediocre come se non fossimo esistiti caduto il primato del dire e che così è, ma molto più nell’ampiamente del senso
Agli inizi del 2000, in quel periodo sperimentavo le prime forme di scrittura, cercando già di rompere con le ritmiche tradizionali, serializzate oramai in mille pubblicazioni tutte uguali e insapore, riprendendo il gusto della buona lettura. Dal romanzo sperimentale, all’opera teatrale in musica derivata dalle vecchie slapstick del muto. Molta parte è inedita e spero di riprenderla in mano e ripubblicarla.
Eucardio (2005, pubblicato per sito universitario bolognese, gruppo di ricerca, fratellanza/amicizia e rottura, in fase di recupero e restauro)
Come dice il titolo del romanzo sperimentale, un uomo di buon cuore si trova a fare delle ricerche sui suoi genitori, da sempre per lui degli sconosciuti dati per dispersi. L’uomo è animato dalla fede, e alla fine s’imbatterà in una verità che potrebbe risuonare come una Lettera scarlatta, con la messa in discussione delle sue stesse credenze, o una visione più ampia. Si trattava di dare anima a una struttura retta tutta su quarte di copertina serializzate. Ogni storia è in realtà quindi la sua sinossi, il suo riassunto. Il lettore può leggere delle pagine a caso, oppure scoprire il finale della storia mettendo assieme tutti i pezzi.
Amerigi. Vita Longa (2010, inedito, in fase di recupero e restauro)
Un romanzo sperimentale con una struttura più fedele alla prosa tradizionale, guidata pagina dopo pagina dalla ricerca di quest’uomo che ha appena perso la moglie, e che parte per una strana avventura. Le abitudini e ciò che riteneva valori vengono anche qui messi in discussione dal fatto di trovare in un luogo nuovo la riproduzione malvagia e inafferrabile di tutte le dinamiche di tutte le città umane. In realtà il decorso della storia ha un effetto allucinatorio – le strade coi bugnati alti rivestiti per le inondazioni, in cui si amplifica il rumore di tutti i discorsi inutili -, come un climax ascendente fino ad uno strano rinvenimento che potrebbe essere una metafora della presunzione – arte come esperienza filtrata ma falsificata – oppure la causa vera della macchinazione dietro gli strani eventi cittadini. La prosa piana si rifà alla miglior tradizione narrativa dei poeti e degli scrittori fuori dai canoni dei filoni, che seguono la luce cangiante e chiara del raccontare, filtrata senza stilismo, ma con grande maestria invero sotto la superficie e grande veduta e ricerca. Questo omaggio, dagli americani Hawthorne e Poe, a Mann, a Chiara e tanti altri, segue poi una sperimentazione per andare verso una sorta di analisi psicologica interna dove chiarezza e deformazione/grottesco convivono in maniera straniante come oggi nel mondo.
Tra le estati del 2004 e del 2006, partendo dall’ultima, immaginai la vita di questo impiegato a episodi tragicomici che esce da un turno sfiancante di lavoro (come oggi che si fanno i doppi, tripli lavori fino a notte), in cui deve azionare un macchinario con la forza meccanica del suo stesso corpo, girare su una ruota come uno schiavo, azionando tutta l’elettricità per la città sopra. A fine turno, non avendo più materia grigia va quindi una sera a ballare con le ultime energie rimaste. Qua sviene dalla fatica, mentre tutti attorno ridono e basta. Uno tra la folla, volendo fare lo splendido, gli ruba i pantaloni, strusciandoli a poco a poco di sopra a sotto senza farsi sentire dal malmesso (qua partiva una ballata jazz che spiegava tutta l’indifferenza, con emotività alle stelle, e col charlie che in pochi rintocchi di pedale mimava il furto). Il nostro, chiamato allora Ezio, che poi invece ricordai come Pec, gioco di parole con Oh Pec-OPEC, risvegliatosi vaga a questo punto per la città di notte rientrando a casa, senza accorgersi che è senza pantaloni, intontito completamente. La polizia lo nota immancabilmente, e inizia a seguirlo lentamente a passo d’uomo. Ezio, Pec, è immerso nei suoi pensieri e piano piano inizia a sospettare di aver combinato qualche guaio, fino all’inevitabile fuga, con la rincorsa della volante. Pec viene messo dietro le sbarre, gli viene dato un potente sedativo, e inizia a immaginare marzipan bars e lisergiche meta-cognizioni cangianti come ice cream/a scream. A questo punto la famiglia va a trovarlo ma il poveretto è stramazzato e risulta clinicamente morto dalla paura. Gli organizzano un funerale, e nei giorni di questi ultimi fatti (brano 12), Ezio Pec si risveglia improvvisamente dalla sala dove è appena stato spostato e stordito esce tranquillamente andando stavolta davvero verso casa. Che ore sono? Come in un Fuori Orario, non c’è tempo per pensare a cosa diavolo è successo, ignaro di tutto. E così via di nuovo a saltare sulla sua bicicletta per andare al lavoro. Passando accanto al cimitero scorge i suoi parenti in attesa di un epilogo che invece è la ciclicità stessa della comedia umana.
L’opera doveva essere tutta registrata dopo Forgive me rain come traccia nascosta alla ballad commerciale. Più tardi appunto pensai al titolo Oh Pec, con la voce narrante di tutto questo canovaccio come una meta opera a svolgersi, un Otto e ½, e integrando gli episodi con nuove canzoni, come una crociera andata a male con la fidanzata ai Caraibi in cui succedono altri pasticci keatoniani stile The Navigator, oppure un suo compleanno in cui di nuovo nessuno lo riconosce perché si è tolto i baffi, e così rischia di nuovo di ripetere tutta l’odissea di malintesi di Oh Pec. Ad ogni brano c’era un gioco di parole, come Ingabbia la mia raggia/ In gabbia la mia rabbia, Il faisat froid/ Freud, Desire, just an ice cream/ is just a scream. L’ultimo brano, Mon petite velo, è pieno di questi rimandi, e per anni mi sono venute in mente mille varianti, tanto che oggi dell’opera ho un’idea modificata, anche negli accordi, senza però stravolgere il ricordo. Registrammo una versione demo del lavoro complessivo. All’epoca, non esisteva nulla come oggi. Lo facemmo completamente da soli senza chiedere a nessuno, e utilizzammo così quella sorta di demo per sentire anche altri pareri di amici o rifletterci sopra. Ci venne fornita una commissione per suonare l’opera nel perfetto scenario della Fabbrica Alta scledense, ma per rodare le canzoni facemmo prima alcuni concerti, molto belli e pieni di gente nei locali limitrofi. Poi tutto si arenò, troppa tossicità e contrasti e vita ancora da fare a vent’anni. Avremmo dovuto registare tutto in maniera indipendente e poi fare un allegato per un giornale altrettanto indipendente locale, una sorta di fanzine prima del loro rilancio.
I testi spaziavano dall’inglese al francese, con un rimando alla commercializzazione delle lingue. Per prepararmi andai a lezione di solfeggio per batteria. Dovevo fare quella parte lì, oltre che l’autore. Infatti dopo mi rimase sempre la scansione in testa delle metriche anche dei testi, che infatti ricordo meglio così – sul Fa e il Do – che non su spartito integrale. Mi aiuta a memorizzare meglio e tenere a mente anche per lunghissimi anni piccole idee.
(Musiche assieme a D.G.)
Forgive me rain
A little lemon
Mon amour, mon ami et amour
Danzo tutta la noche
(strum 1)
Funny summertime
In gabbia
The island
(strum 2)
Mon petite velo
Il nostro era un tentativo di mettere assieme tutti i generi, dal jazz, al blues, al pop, al rock demenziale, al teatro canzone, senza più vederli come entità distinte e separate. Ma questo con al centro la musica. La composizione doveva parlare da sola, eravamo stufi dei cantautori che non sanno scrivere niente. Ad esempio la title track Forgive me rain, rimandava alle luci e ombre delle bombe e delle ideologie nuove sempre pronte (Forgive me rain/ if I ask for you too late/ I’m tired please and wash the world away/ Forgiving sun/ watching from the sky/ the new lights… of bombs/ Forgive us time/ if we exchange the day light/ the night is white for fight/ the day’s black in people’s eyes/ blind so close ashine.), dell’autodistruttività dell’essere umano, con un rimando agli equivoci dopo della storia, ma anche con un grande senso di autoanalisi. I giochi di parole erano permeati da scatti di humor ma tante volte da una sottile malinconia. Volevamo descrivere come stavamo, all’alba del 2000, con tutto quello che già di violento era accaduto, il contatto col mondo sacro millenaristico che veniva ad assotigliarsi, il peso di sentire in anticipo rispetto ad altri di anni diversi cose che sarebbero poi accadute puntualmente, come il disfacimento dei valori, della dignità del lavoro e i giochi economici globali. Erano prime composizioni semplici, ispirate dal gusto dei nostri ascolti, che però dopo sarebbero, almeno per me, cresciute molto di più, portando ad altre strade plastiche più ampie. La memoria mi porta appunto sempre a modificarle, limarle o ottenere una tonalità leggermente diversa, perché effettivamente quel lavoro non era ancora chiuso. Oggi quando sono in regia, devo avere tutto in testa da un bel po’ per ragionare a una certa velocità. Spero di non alterarne così il senso profondo, perché è rimasta per me l’ideazione condivisa – a soli vent’anni – di un mondo meraviglioso, che già raccontava quasi tutto di quello che sta accadendo.
Titolo: Oh Pec, bozza 2004-2024, ultima revisione 2024 Musiche di D.G. e G.R. *i brani aggiunti oltre ai dieci in scaletta vennero provati con altra formazione, altezza 2010-11
1. Forgive me rain
*versione trasposta in italiano da originale inglese, 2007-2008
Forgive Us
Pioggia perdonami se chiedo di te troppo tardi, sono stanco, ti prego, lava via il mondo.
Un sole clemente, guarda ora dal cielo a una nuova luce, quella delle bombe.
Perdonaci tempo se invertiamo la luce del giorno. La notte chiara per i combattimenti, il giorno buio negli occhi della gente, ciechi, troppo vicini alla luce.
2. VOCE NARRANTE 1: “Iniziava così il disco nascosto… rumore di pioggia e tuoni… pausa un minuto… i rumori esterni si confondono via via con il rumore di macchinari… ha inizio la storia”
“Dopo la rottura con la fidanzata, proprio durante un viaggio preliminare a una futura luna di miele, Ezio Sgorgo torna a casa e trova un lavoro assai strano, azionare il macchinario di un magnate della nuova industria per far funzionare la città in piena crisi”.
(Rumore pioggia, tuoni e rumori)
3. Oroscopi favorevoli
4. I Sali
5. Profumo
6. Mica m’hai detto (L’animatore)
(Ritornano i fulmini e il rumore di macchinari…) —> flashback e flashforward senza ordine lineare
7. Ep. 1 A little lemon
*versione mista originale 2004-2024
Trovato ho un piccolo limone He told me ‘bout the world upside Viveva in un lemon tree But now he has to work in drinks
Quando premo start e la mia machine runs su può vivere anche un bar below the stars
So i pedal my dear ‘cause the dish machine can’t work alone And I pedal for years the electricity costs more and more And to my boss that’s wrong
L’elemento era magia Sfuggiva all’allegria (sfuggiva l’allegria) L’AI (lei) sempre on my back
La gente in armonia Sotto turni di follia Working class di cortesia
Quando premo start e la mia machine runs su può vivere anche un bar below the stars
So i pedal my dear ‘cause the dish machine can’t work alone And I pedal for years the electricity… more and more
And to my boss that’s unlikely Unfortunately… for me
*versione trasposizione più fedele in italiano dall’inglese, 2007-2008
Storia di un tale che lavora sotto un disco-bar
Ho trovato un piccolo limone che mi ha parlato del mondo su di sopra: lui viveva sugli alberi ma ora è costretto a lavorare nei drink.
Quando premo lo “start” e i miei macchinari circolano sopra può vivere un bar sotto le stelle
Così pedalo mio tesoro perché la lavapiatti mica funziona da sola e pedalo ormai da un anno l’elettricità costa sempre di più
(e il mio capo pensa non sia giusto)
Così se il tuo bicchiere è pulito, o magari il toast che stai mangiando è caldo, o se la tua pipì sparisce per favore manda un grazie qui giù, da me
Quando mi sento così stanco io continuo a darci dentro così che tu possa ballare sotto le lampade luminose
Così pedalo mio tesoro perché la lavapiatti mica funziona da sola e pedalo ormai da un anno l’elettricità costa sempre di più
(e al mio capo ciò non piace… sfortunatamente… per me!)
8. VOCE NARRANTE 2: “Sfinito dal lavoro, mentre la città sopra si diverte, Ezio esce per distrarsi ed entra in un locale dove tutti stanno ballando. Dopo aver bevuto un drink ed essersi accorto che anche quello lo avevano azionato automaticamente le macchine da lui stesso comandate, si scrolla di dosso i malumori e si getta nella mischia. Dopo poco, cade a terra sfinito, mentre qualcuno ne approfitta per sfilargli i pantaloni acquistati per il viaggio di nozze”.
9.. Ep.2 (montata più rapidamente, versione un paio di minuti) Toda la noche bailar (Danzo)
Yo bailo tutta la notte stanco Cansado, toda la noche Yo bailo Bebiendo los esfuerzos de mi dia Bailo
Stanco
…
(Ran_to_lo)
*versione 2007-2008
Storia di un tale che balla tanto da perdere i sensi
Danzo tutta la notte stanco Tu al mio fianco ma… sono innamorato
Stanco tutta la notte canto Tu al mio fianco ma… sono innamorato
Canto tutta la notte salto Tu al mio fianco ma… sono innamorato
E salto in alto E alto E stanco E danzo E stanco canto Ran-to-lo.
10. Ep.3 strum (1), il charlie simula l’atto del rubare i pantaloni
Storia di un tale che, svenuto, viene derubato dei pantaloni
11. VOCE NARRANTE 3: “Ezio S. esce per strada in piena notte dopo essersi svegliato di soprassalto. Non si accorge però che è rimasto senza pantaloni. La polizia lo avvicina fino a rincorrerlo per la città”.
12. Ep. 4 Mon amour, mon ami et amour (Froid/Freud)
Mon amour, mon ami et amour Au jour d’oui Tout le monde et très jolie (tutti quanti molto carin)
Dans le rue Faceva froid Non più blues C’ètait froid
E ora ma peau Uh, le pantalon Mes couvertures D’un temp, ils ne sont plus bons
La police il m’a regarde Mais c’était vrai c’était different froid
C’était froid C’était Freud
*versione trasposta in italiano dal francese 2007-2008, dove la scena prevedeva poi una gamba che parlava all’altra
Storia di un tale che viene arrestato per oltraggio a pubblico pudore
Amore mio, amica mia e amore oggi tutto il mondo era felice, per le strade faceva freddo ma tutti quanti impazzivano per me
solo la polizia non sorrideva erano freddi, era freddo
Amico mio, amico mio e buon figlio io sono tua madre e provo soltanto Amore materno per le strade non è che facesse freddo, è che le tue gambe eran nude, svegliati!
Dove hai la testa? Dove i tuoi pantaloni? Erano freddi?! Era Freddo?!
Fratello incantevole come in uno specchio vedo me stesso per le strade soffrivamo il freddo e le altre gambe ti sfottevano…
13. VOCE NARRANTE 4: “Ezio viene quindi condotto in Caserma dove è costretto a passare la notte”.
14. Ep. 5 Cages, Marzipan bars
It’a funny summertime, my dear rainy days again drawn cages Sleep under the neon light and please dream sugar cells and marzipan bars The boogie man don’t be in time Desire… is just a scream
Desire… just an ice cream
*versione trasposta in italiano dall’inglese 2007-2008
Storia di un tale che non riesce a prender sonno perchè disperato
É una buffa estate tesoro mio, ancora giorni piovosi che disegnano gabbie.
Dormi, sotto la luce dei neon e ti prego di sognare una cella fatta di zucchero e sbarre di marzapane
Desidera… solo… Gelati
Nessuno ti sentirà gridare nella pioggia ma se arriva l’ uomo-nero non aver paura.
Non ti preoccupare, non farlo è solo un’ ombra Non ti preoccupare, non farlo è solo un sogno
E desiderare… è solo un grido
15. Ep. 6 Ingabbia
E sono qui che ricambio il sorriso allo specchio da un letto fradicio di me
Asciugo il veleno e la solitudine evaporo sul mondo Dove calpesti i miei resti, piove
Ingabbia la mia rabbia ho preso il volo, coloro il cielo In gabbia la mia rabbia coloro coloro che non mi han visto mai
ridevano solo
*versione originale riscritta 2007-2008
Storia allucinata di un tale sedatosi in una notte di pioggia
Sono qui che ricambio il sorriso allo specchio da un letto fradicio di me
Asciugo il veleno e la solitudine evaporo sul mondo dove calpesti i miei resti piove…
Ingabbia la mia rabbia ho preso il volo, coloro il cielo In gabbia la mia rabbia coloro coloro che non mi han visto mai
(ridevano solo)
Mi sveglia la calma dopo la tempesta ancora qui senza voglia di me
lavato via dal cielo posato in un corpo già pieno stretto strido non m’infilo e non provo
In gabbia la mia rabbia ho perso il volo tradito da solo Ingabbia la mia rabbia ho perso il volo, costretto al suolo
16. VOCE NARRANTE 5: “Colpito da tutte queste situazioni disgraziate ed equivoci si fa portare un farmaco per calmarsi e addormentarsi”.
17. Me e te
18. VOCE NARRANTE 6: “Ezio cade in uno stato lisergico prodotto da una errata somministrazione, dove crede di essere morto”.
19. Ep.7 Strum (2)
20. Ep.8 The Island (versione veloce 1 minuto), dove ritorna il tono comico, dato che Ezio si crede nell’aldilà con i suoi idoli (ampliare nomi personaggi famosi in tono umoristico)
21. VOCE NARRANTE 7: “La madre di Ezio va a trovarlo in carcere, e tutti lo credono clinicamente morto. Viene quindi organizzato il suo funerale. Ezio invece, una volta andati via tutti, si risveglia. Esce in strada senza essere notato e ritorna al lavoro, dimenticandosi quanto accaduto. Per strada sorride, pensando che in fondo E., il suo amore di gioventù, lo abbia tirato fuori dai guai dei suoi malumori nonostante tutto, e che la realtà sia solo un brutto sogno. Intanto più in là, numerose persone incuriosite iniziano a recarsi al suo funerale, che sembra sempre più assumere i contorni di una metafora rovesciata”.
22. Ep. 9 Mon petite velo
Les sons sur le vitraux, sur monorail metre stresse, je vroix Oh merde
Dans le rue, les limousine Maman Oui, comme cette cuisine Et le jolies, les riserve, ma conduit, les trabajer
Mon petite terreur c’est les trafique mais mon petit velo c’est le meilleur
Zig zag dans le rue commse tout le jour Il man comme plus
*trasposizione in italiano dal francese 2007-2008
Storia del tale che, ignaro di aver dormito una settimana, si reca al lavoro
Sul mio cuscino ci sono fiori e profumi assieme ai miei capelli stressati, merda! Giù in strada c’è una limousine e la mamma ride di là in cucina, è felice, l’ha prenotata perché mi conduca al lavoro?
ma…
il mio piccolo terrore è il traffico ma la mia piccola bici è la migliore a zig-zag per le strade a zig-zag come i giorni sì, perché oggi non è il 6
“Scusi, quanti ne abbiamo oggi?” “Oggi è il 12”
Grazie mille signor gendarme Ah, la prego, dia un’ occhiata a mia madre perché c’è un tipo vestito di nero che ho paura possa farle del male, così come i miei incubi di questa notte che m’ han fatto sudare e m’ han lasciato una fifa…
e…
il mio piccolo terrore è la mezzanotte ma la mia piccola bici è la migliore tutto il nero diventa luce tutte le mie paure sono spacciate non avremo più…
altri incontri
(…campane…) —> nozze o funerale o rintocchi di un’ora qualsiasi, sospensione e fine
Questa operetta la composi sui vent’anni, quando cercavo di studiare le metriche tradizionali per cercare altre forme di movimento del ritmo interno. Ovviamente venni preso in giro, però la ruota gira, e tutto ha un senso, come ci vedo adesso. Era un tentativo ancora prima di riprodurre a memoria le forme delle letture di sperimentare su una griglia con gli accenti. Mi aveva un sacco affascinato all’Università la scoperta dei primi ritmi, prime forme di volgare italiano in pochi frammenti con una struttura di ottonari, novenari o decasillabi, a volte uscenti in una rima baciata sui primi endecasillabi. I temi erano quelli che uscivano dall’epica, e sembravano prendere un respiro quotidiano di descrizione dei fatti storici. Andavo in giro allora tenendo un taccuino e facendo esperimenti su queste metriche. Raramente facevo leggere qualcosa a qualcuno, anche perché, come tante volte ho fatto anche dopo, si trattava di andare alla ricerca di forme. Non mi importava creare una mostra di mie belle storie. Crescendo, poi sarà per me lo studio dell’impaginazione delle pale d’altare e dell’architettura europea ad aprirmi la testa su tutto. Questo gusto e questa mescolanza culturale, e imparare a tenere a mente le strutture hanno fatto il resto. VIXI quindi è un numero inventato, che si legge come il passato del verbo vivere in latino. A volte sono andato oltre l’accentazione per avere un po’ di libertà, ma in maniera molto sottile. La concettualizzazione del ritrovamento dei frammenti è una presa in giro invece dell’intellettualismo estetico tra la gente che si frequentava allora. Erano, almeno per quanto mi riguarda, i primi passi per rompere appunto il rimo da dentro una struttura, e creare un qualcosa che avesse un’orecchiabilità e un piacere della lettura ritrovati e non spenti nella ricopiatura delle solite cose e sei soliti temi.
D’ogni libro resta viva la poesia di cui mai si scriva Le bandiere d’acqua schiva orsù una tristezza gualiva L’orizzonte con sé a riva trascina un’onda oggi tardiva E alla casa del poeta perduta giunge in ricordo [una marina muta]
Q[ua]ndo pelle stelle è sera e s’alza il sole a[l]la scogliera sopr[a] genti di brughiera s’accendon gr[a]ndi ombre a ragg[i]era Pariam f[o]rmiche con pesi giganti insostenibili p[e]r occhi aitanti
Quante età sono vis[s]ute in sassi entro s[a]bbie sparute quali nubi s[o]n cadute per f[o]rze di mani oggi ossute Mille volte su mille eran rose e api le paure più pericolose
R[i]mb[a]lz[a]ndo i sassi attorno in stagni cadranno col g[io]rno M[a] un ricordo em[e]rge adorno e dorate le pietre al tramonto vecchio e giovane c[o]m[e] l’amore l’augel che traccia sorrisi alle aurore
S[o]n le nuvole alte ronde cui il sole p[e]r primo s’infonde cicatrici un tempo fronde che un’altra p[io]ggia ora confonde Il sentiero d[a]l m[a]re alle lune di giorno è [u]n vuoto alla paura immune
Tre l[e] foglie morte in m[a]no e c’è lì davver dello strano q[ua]le il s[e]nso appare invano N[e]l cuore un silenzio d[’]arcano Quelle laggiù strapp[a]te al tepore s[o]l[o] s’un ramo mutavan col[o]re
Vita in volto a bimbi offesi il riso e il pianto fraintesi le ombre là gli scogli lesi li veston di smorfie d’ arresi L’aquilone dietro case lontano n[o]n mostra padrone che un moto vano
Silenziosi i desideri d[i] paesi in preghiera oggi e ieri pu[o]i vederci accender ceri in quei d[a]di f[e]rmi in sentieri È sa[p]ere suoni di campane entrar e in inganno fin[e]stre chiuse trar
Pr[o]prio mai visto q[ue]l posto che sia senza piogge e sen[z]a mosto s[e]nza un dorso ben disposto a guardarci le stelle d’ agosto p[e]rché un cieco sa benissimo q[ua]ndo è sve[gl]io e quando invece va sognando
S[u]lle fo[gl]ie ha piovuto l’ ult[i]mo sole canuto ora il fredd[o] sc[a]lda in aiuto le prime em[o]zioni al cocciuto e in mezzo a tutto questo ancora un fiore che non ha che del veleno il colore
Fiori copr[o]n[o] il profumo passato confusi i[n] un grumo e nuvol[e] che per fumo si scambiano senza ombra di humo[u]r m[a] [i]l c[o]l[o]re del mar la notte credo non [h]a il colore della notte… credo
C[i] s[o]n foglie che anc[h]e s[e]nza s[i] stacc[a]n e mostran movenza e anche lacrime in assenza d’incendi [ch]e c’hanno parvenza Ci son stelle che riescon a brillare e che n[o]n c’ han bisogn[o] d’illuminare
Piove [i]n c[u]ore la dolcezza d[e]i venti che bussan la mezza E che trovano carezza pi[ù] in muri che in porte di pezza c[o]m[e] madre che conosca l’albore anni e anni dal suo giorno d’ am[o]r[e]
Si[l]enziosa e chiara l’onda ritira le spiagg[i]e alla sponda quelle or sibilano e gronda la paura che mai poi affonda la vela g[o]nfia che risalga lungo il mare non sa più nè salire né calare
Col colore del (suo) prato rimasta a cader sul selciato t[u]tt[o] un bianco manto orn[a]to Ahm[ ]è in paradiso è rinato? No è una radice – pardon gli occhiali – scambiato p[e]r [u]n fiore s[e]nza più petali
Si fa[ ]cenere l’ombra alla riviera tra i falò e farfalla poi, e la cera sciolta a palla vi trova candela ancor gialla Con sé porta il sapo[r]e del mare un soffio anche a chi non sa nuota[r]e
Il gabbiano che volte[gg]ia du[e] piume a specc[h]ietto maneggia nel ci[e]lo un tuono tronegg[ia] ma il lampo si è perso e sol aleggia Gli sguardi son detenuti/e[/]vasori come il ciel che sia impigliato tra gli al[l][o][r]i