
Nasce a Schio, la Manchester d’Europa, o la New York degli anni ’00, nel 1984.
Città di residui archeologici, architettonici, di spessore europeo, agglomerati al suo carattere ambientale ondivago e felice (Esculetum per bosco di ischi o querce bianche). Dove da un sentiero accennato tra le case di un quartiere appena periferico, ci si può immerger nello spirito delle Piccole Dolomiti e dopo pochi minuti in quello di maniera, risorgimentale od asburgico. Materia di sogno fluttuante, magmatica e sinusoidale eternamente ripercorsa.
Diplomato come geometra, parte subito per mare, entrando in contatto con la fervida Bologna dei primi anni duemila, non ancora gentrificata e ripulita, oscura e languida ma con la freschezza degli incroci italiani di tutti i regionalismi di un’altra generazione.
Si laurea in Lettere, ad indirizzo storico-artistico.
Porta Meneghello e Neri Pozza a rivalutazione completa fuori dal provincialismo patinato che ancora opprimeva la loro immagine, ricevendo l’interessamento delle università italiane e inglesi (era un mondo molto difficile da smuovere nella visione, diverso da ora).
Tutto va a cadere nel baratro, come è noto anche oggi, ma una risollecitazione da parte di uno studioso di Parma riapre la questione.
Vive quindi a Rimini e a Roma, dove frequenta Il Sole 24 Ore, dopo e durante aver fatto tutti i lavori immaginabili, dal pizzaiolo, al libraio, allo stagionale in riviera, al venditore di piatti lungo i viali, all’insegnante privato, ed in fabbrica, quasi per un giogo del destino nel Nordest, eroso e malato post-crisi finanziaria ’08, avido finchésepoe (chissenefrega dei titoli) e coercitivo, oscenamente prevaricatore, come tutto oggi.
Va in giro per l’Europa ma vede già i celiniani segni dello specchietto per le allodole di una generazione tutta laureata e senza futuro, salario e radici.
Continua ad arrangiarsi.
A Rimini vince un premio di narrativa nazionale su uno dei due racconti scritti in quell’anno di partecipazione. Scrive anche nel dialetto di Rimini confrontandosi direttamente con i residenti di lungo corso del luogo.
Si stanca subito dei premi, vuole prendere una strada più libera e gioiosa, soprattutto gratuita e legata all’antropologia profonda tra segno, suono e parola.
Scrive incessantemente appunti sul pittore vicentino seicentesco Maffei, che inizia ad aprirgli la visione del segno, non più chiuso su di sé ma legato a tutto il resto.
Col tempo continuerà a considerare Francesco Maffei come uno dei più grandi – e sottovalutati – autori e geni da lui studiati, osservati, metabolizzati, analizzati, forse come per Vigo riscoperto, o ancora Anna Maria Ortese, di cui ci manca ancora tutto.
La trova andandosene in giro mentre è senza lavoro per tutto il Veneto, come intuizione di un modo di fare, atteggiamento di costume e lingua, come codice semiologico del parlato, laddove la lingua è rimasta parlata nel dialetto da migliaia di anni, mentre quella nazionale veniva disegnata per distillazione e invenzione, in maniera evidentemente unificatoria, senza i tratti del modo di parlarla, come Venezia o Napoli, nella pittura o altro come trasposizione di un mondo di codice linguistico.
Non fa in tempo a mettere in pratica quanto visto, che subito nuovi guai. Nella trasposizione del ritmo di alcune poesie a campo musicale su partitura, ritrova la felicità del non-imitabile, dove la scrittura segue la voce, la melodia e rompe le griglie falsificabili dove vengono a scriversi da sé tutti i libri.
Impara anche la costruzione di quella modalità per blocchi, stati, e infine la regia, per registrare le sue composizioni.
A questa allegria si aggiunge l’aria dei racconti di viaggio, che prendono la forma di un meta-diario, in cui provare ancora soluzioni libere ma di solida tradizione di lettura.
Gli piace smontare e rimontare le cose per capirle a fondo, anche nella vita reale, così fa anche il muratore e legge i volumi di fisica teorica, sua grande passione.
Si ritira quindi dalla scena musicale, rimanendo fermamente indipendente-da-tutto, come già faceva.
Trova finalmente nello spazio libero, nella riconsiderazione oltre le partiture sui testi come antropologia e semiologia del segno oltre il ritmo falsificabile, le sue ragion d’esser, rinnovando il suo rispetto solo agli artigiani, ormai rimasti pochi.
Nel giro di pochi anni, ancora da ventenne, perde tutti gli affetti più cari, genitori, nonni, molti suoi cari amici e relazioni finite nell’imperscrutabilità clinica o nel campo di catalogazione delle malattie croniche.
Va avanti.
Resta sui libri e sul ri-vedere tutto, senza niente, circoli o circoletti.
Continua a scrivere, fotografare, comporre (lo fa da decenni senza che nessuno se ne accorga), sempre seguendo quell’ideale – che ideologico non è – dell’analisi dello specifico, il quid, ma non tanto nello specifico della regola, bensì nella esperienza, nella fusione delle discipline per dire, per rinnovare, ri-vedere lo spazio, il dato per scontato e la cultura delle origini minerali dell’uomo, dell’essere umano.
Dopo aver interpretato quasi tutti i ruoli dei libri nella vita reale, è attualmente ancora in navigazione.
Fa parte del consiglio amministrativo di una delle aziende scledensi più longeve di sempre.
Studia all’Università a Roma Psicologia (studia ancora).
Formazione:
– Geometra, Schio (VI);
– CNR Padova, impianti fotovoltaici;
– Istituto civico musicale scledense, ICIMUS, oggi Accademia Scledense;
– DAMS, Università di Bologna;
– Laurea in Lettere, Università di Bologna, Alma Mater Studiorum;
– Sole 24 Ore, Master Comunicazione, Roma;
– Laurea in Psicologia (in corso), Università Niccolò Cusano, Roma.