
J. W. Goethe, Viaggio a Napoli, trad. di E. Zaniboni, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2019
25 febbraio 1787
“Nel pomeriggio si è aperta innanzi a noi una bella campagna pianeggiante, mentre la via maestra tagliava in due i solchi delle messi verdeggianti. Il grano si stende come un tappeto alto non meno di una spanna, i pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti. Questo spettacolo continua fino a Napoli.
Il terreno è meravigliosamente pulito, friabile ed egregiamente lavorato. Le viti sono di un vigore e di un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo. Il Vesuvio si manteneva sempre alla nostra destra, fumigando con violenza, ed io mi compiacevo con me stesso di poter finalmente contemplare coi miei occhi anche questo meraviglioso spettacolo. Il cielo si rasserenava sempre di più, tanto che alla fine il sole batteva fin troppo caldo su quella nostra cameretta a quattro ruote. Avvicinandoci a Napoli, l’atmosfera si era completamente liberata dalle nubi e noi ci trovammo veramente in un altro mondo. Le abitazioni coi tetti a terrazza facevano comprendere che eravamo in un clima diverso, ma non credo che all’interno le case fossero molto ospitali. Tutti sono sulla strada, tutti seggono al sole finché finisce di brillare.
Il napoletano crede veramente di essere in possesso del paradiso e dei paesi settentrionali ha un concetto molto triste: “Sempre neve, case di legno, grande ignoranza, mai denari assai”. Questa è l’idea che essi hanno delle cose nostre.”
28 maggio
“Il mio buono e prezioso Volkmann mi costringe di quando in quando a dissentire delle sue opinioni. Egli afferma tra l’altro che a Napoli vi possono essere dai trenta ai quaranta-mila oziosi, e quanti non lo han ripetuto dopo di lui! Dopo essermi procurata una certa conoscenza delle condizioni sociali del Mezzogiorno, ho supposto che quello potesse essere un modo di vedere tutto proprio del Settentrione, dove si considerano come oziosi tutti coloro che non s’arrabattano a lavorare tutto il santo giorno. Per questo ho rivolto la mia attenzione particolare al popolo, a quello che si dà da fare e a quello che si mantiene tranquillo, e ho potuto osservare bensì molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato.”
3 marzo
“Se i napoletani non vogliono saperne di lasciar la loro città, se i poeti decantano con iperboli esagerate la felicità della sua posizione, bisognerebbe scusarli, anche se nei dintorni sorgessero due o tre Vesuvi di più. In questo paese non è assolutamente possibile ripensare a Roma; di fronte alla posizione tutta aperta di Napoli, la capitale del mondo, nella valle del Tevere, fa l’impressione di un vecchio monastero mal situato.”
Come si fa a raccontare una città così?
Da dove partire?
Non si sa esattamente da dove parte, da che punto parta una città come Napoli.
Potremmo affermare che ci sono dei grandi segni, solchi riconoscibili, ma obliqui. Come Via Toledo, Spaccanapoli, la Circumvesuviana.
Lontani però totalmente – come segni alieni – da un cardo e un decumano precisi, da ascrivere al concetto in senso tradizionale di città almeno nei suoi minimi termini.
Anche questo non esaurisce infatti per niente, ancora una volta, il suo posizionarsi, stagliarsi improvvisamente, dolcemente, vivacemente, ma pure voracemente e monumentalmente a suo modo sul mare, come prima impressione, come riferimento per iniziare a prendere le misure, se così si può dire.
L’impressione che si ha, dai Quartieri Spagnoli, fino a scendere a Plebiscito, tagliando per Umberto I, i torrioni iconici tra Francia e Spagna di Castel Nuovo, i palazzi di Toledo, di Cavour, è quello di un sentimento plastico, turchese, sbiancato e ancora colorato, agganciato al popolano e alle salite di tufo, al modellamento vulcanico e a una erosione lenta di acque.
Un modellamento largo, quanto basta per tenere assieme una vivacità che non ha riscontri.
Non ci sono punti di traffico stradale troppo lunghi da attraversare, nemmeno a Medina o a Armando Diaz.
Potrei ricordarmi ora dell’impressione della risalita a Tarsia al tramonto coi suoi rossi sgretolati alla luce, illuminati di traverso davanti al Teatro Bracco. La salita rutilante tra le case appena dietro Toledo.
Il tufo giallo napoletano di Castel Sant’Elmo e i marmi e il piperno della Certosa a picco su Montesanto e la funicolare, dove tutti i secoli moderni convivono insieme, ad una occhiata sola.
L’architettura angioina vista dall’alto o di fronte, con la freschezza prevalente del cielo di fondo, invece dello slancio gotico tipico dal basso verso l’alto.
Ancora, il bianco e il verde, dallo smeraldo al lapislazzuli, modellati dall’alta luce tersa, prima di entrare ai Chiostri di Santa Chiara. Forse una delle prime cose che mi hanno colpito, perché quella luce mi ha dovuto ricordare ancora una volta lo sguardo di quella cultura lontana dal mondo a Nord, e diretta invece in Spagna, alle coste d’Africa, e così via, nella sua stratificazione principale.
Il quartiere Stella e poi in generale Sanità, coi suoi vicoli, i suoi gradini, i suoi slarghi appena accennati, i palazzi incastrati come pedine lasciate giù d’istinto ma con peso e decisione durante una partita col destino. Le oscurità, laviche e ombrose che poi finiscono per sollevarsi sempre d’improvviso su un cielo limpidissimo. I vestiti svolazzanti dalle terrazze che sembrano alleggerire lo spazio. La sensazione che non calerà mai il freddo assieme alla notte.
Il ragù lasciato andare in interminabili ore specie nei giorni di festa, un addensato che ricorda in realtà le origini nobili e delle varie corti internazionali di questa cucina, col suo trionfo di sapore al sole mediterraneo, spostato nel suo spessore ad abitudine popolare diversa da altrove.
Il manzo e il maiale a fette grosse farciti ancora una volta di pinoli, uvetta ed erbe aromatiche, poi legati con uno spago, cucinati assieme ai pomodori San Marzano, quindi divisi per il primo, con sugo, e secondo di carni.
Il pensiero a quello che dovettero trovare appeso per le strade i visitatori secoli fa.
Il bugnato liscio, la pietra levigata, che assieme ai balconcini e alle sottolineature delle lisce lesene conferiscono a una camminata su Toledo, con scorcio sul mare, una visione unica, monumentale ma anche effimera, appena appoggiata a una linea piana e aperta sulla costa quasi a non voler disturbare quel carattere mite del paesaggio, e ad animarlo invece nella forza collettiva del suo popolo.
Leopardi che passava gli ultimi suoi momenti proprio su Via Toledo, forse a metà tra la solitudine di Goethe – che a Napoli veniva proprio da lui reinterpretata come uno starsene soli ma come individui pieni in mezzo alla felicità della gente, al contrario dell’anonimato della folla altrove – e il vuoto dell’umanità.
Mi stupisce quindi, ancora dopo secoli e dopo i Grand Tour celebrativi, immediatamente, proprio l’impatto del riversarsi della gente e dei giovani per strada. Un mondo dove i colori sgargianti e i profumi esacerbati di agrumeti rimangono tutti in linea con quel mondo e con le sue regole.
Ma soprattutto un mondo dove la gente si parla, attende per la strada senza guardare il suo smartphone. Una tale vivacità di movimento che basta ai sensi per perdersi costantemente a tutte le ore del giorno e della notte, lontana dai cliché dell’esclusività.
In nessun modo Napoli è stata alterata nel suo vivere all’aperto dall’invasione linguistica e tecnologica moderne.
A Campi Flegrei, domenica il treno metropolitano, risalendo dalle viscere della terra ci porta davanti allo stadio e alla Mostra d’Oltremare, una vasta area di stampo propagandistico del ventennio, in cui simbolicamente gli edifici dovevano richiamare le colonie conquistate, in un contesto bizzarro fatto di fontane, parchi, arene razionaliste di stampo greco-romano, centri congressi, torri e quant’altro.
Ricorderemo in particolare la Torre delle Nazioni (ex Torre del Partito Nazionale Fascista), realizzata nel ’40 da Ventura. Un tozzo parallelepipedo di cemento armato che nel suo sgretolarsi davanti all’ingresso dell’area e della mostra sembra richiamare tutta la stanchezza e la miseria di questi discorsi, davanti allo scorrere della vita e del tempo.
Qui ci attendono quarantamila persone, l’equivalente di una città vera e propria, tutte perfettamente distribuite nelle loro casualità tra questi spazi che sembrano non finire mai, ora in senso gioioso.
Negli stand del Comicon acquisto un volume illustrato su Fats Waller e l’edizione riunita e tradotta in italiano dei quattro diari autobiografici di Fabrice Neaud (ottocento pagine, diari dal ’92 al ’96, con un progetto di scrittura a fumetti riaperto trent’anni dopo per altri quattro volumi).
Non a caso forse, si parla di Angouleme, la città oggi simbolo della celebrazione europea del fumetto moderno, come di una provincia spersa, sporca e ancora periferica, in cui fare esperienze forti.
I bar esclusivi di genere, tutti divisi, da cui farsi buttare fuori, la precarietà (attualissima) e la disoccupazione, gli amanti e i tentativi di inserimento come in Diario 3, come scriverà giustamente a post-fazione il critico-metalmeccanico Battaglia.
Mi tornano alla mente allora i discorsi serali, in quei giorni.
Parliamo del marito di I., laureato in filosofia, che lavora ad un negozio di animali. Parliamo di un cugino, che ha lasciato un lavoro da grafico prestigioso ma patinato per fare il piastrellista, A.D. 2024. Parliamo del nome del protagonista di Neaud, con un lavoro sicuro, che si è fatto ricoverare qualche giorno, senza più nessuno su cui contare. Parliamo di questo, forse per la prima volta senza filtri.
Volumi di grandezza assoluta.
Li divoro, assieme ad alcuni introvabili libri – tra cui “Il Monaciello di Napoli” della mia scrittrice italiana preferita, Anna Maria Ortese, la cui grandezza nello scrivere merita un saggio a parte – tra martedì e mercoledì al mio ritorno.
Alle quattordici di domenica, assistiamo all’intervista del grande disegnatore newyorkese John Romita Jr., figlio dell’altrettanto grande e celeberrimo John Romita, autori, tra gli altri, amatissimi di Spider Man, di cui proprio il padre contribuì a portare al grande pubblico.
Regna, sopra i microfoni del palco allestito in mezzo alla sala conferenze principale, l’immagine a monitor di un ritratto dello stesso sotto la pioggia a Piazza del Plebiscito, dove pare essere appena atterrato sopra una delle statue dei leoni, dopo aver attraversato la città.
A John Jr. viene chiesto di raccontare un celebre episodio legato all’infanzia e al rapporto, sacro, con suo padre.
Inizia raccontando di una notte di pioggia in città con lui che, preso dagli incubi, si mette a scalpitare e piangere.
Raggiunta la mansarda dove il padre lavorava con il suo tavolo e i suo cavalletto, gli dice che non riesce a dormire.
A questo punto suo padre gli spiega la storia di Daredevil, che nonostante sia cieco, combatte e si sbarazza di decine di nemici.
Non riesce a trattenere le lacrime, e noi pure, io per primo.
Si ferma un attimo.
Quello, racconta, è il momento in cui restò a bocca aperta e capì il lavoro di suo padre, compreso quello che avrebbe voluto fare anche lui nella vita.
Cerca di riprendere tono come può, e poi ci fa ridere per più di mezz’ora, soprattutto quando racconta della moglie bodybuilder e della mamma siciliana, usata come minaccia verso il regista di Spider Man 1, passando per gli intercalari regionali “Capisc?”, fino alle serate coi suoi amici muratori, ma soprattutto la minaccia comica agli organizzatori di spezzarli in due se obbligato a rispondere delle sue disavventure editoriali.
Un genio, che ci ha buttato addosso, regalandocela, una energia pazzesca, probabilmente la medesima che ha animato la rinascita di Punisher attraverso le sue tavole.
Alcuni, ragazzi e ragazze, si alzano solo per ringraziarlo al microfono in inglese di esistere.
Uno di loro parla di positive force, forza positiva di questo mondo.
Peccato non aver potuto portare a casa quell’immagine di Plebiscito, pezzo unico, ma mi rifarò con una delle stampe fotografiche della mostra dedicata all’immaginario di Santo Diego in città, che è anche la locandina della mostra presente al festival, dal sottotitolo Viaggio fotografico nella teologia maradoniana.
L’immagine riporta un vecchio televisore/monitor Philips ancora a tubo catodico in un garage/officina, forse di un artigiano, ma forse anche di un uomo qualunque, dove il quadro quasi sbiadito dal sole di Diego in cravatta arancione capeggia incorniciato sopra al grande pannello blu a parete degli attrezzi, con le chiavi, i martinetti, le brugole ecc.
Conosco Alessandro, il giovane e cortesissimo fotografo, che è lì con suo padre, e il suo progetto di fotografare l’evoluzione urbana di Napoli partendo da questo soggetto, riprodotto migliaia di volte, in qualsiasi forma, anche solo un foglio tutto strappato di carta A4 composto a mano e appeso davanti a un carrello della spesa in un ingresso, invenzioni urbane come un triclinio in scala con una sciarpa sopra, e così via.
Mi racconta come, nel mezzo del progetto, sia capitato lo scudetto, il terzo per la città, a fine 2023, delle sensazioni lì davanti a Fuorigrotta allo stadio ed in città e delle sue perlustrazioni.
Anche la dimensione calcistica assume un significato unico in questo caso. Ad ogni gol del Napoli, ad ogni partita, pare che non solo i cinquantamila del San Paolo, ora Maradona, proprio davanti alla Mostra, ma tutto il di fuori dell’un milione di persone si coordini in un urlo collettivo di festa. Questo avremo modo di testarlo noi stessi una volta rientrati quella sera.
La metropoli si trasforma improvvisamente in un salotto di casa, in un cortile di palazzo, mettendo tutti insieme in una dimensione rituale che ricorda lo stare in una piccola comunità e non pensare troppo individualmente. Come un rito domenicale, un pranzo tra simili, dove il costume diventa dimensione intima e disinnesco delle forzature settimanali. Si ha l’impressione che i valori fondativi siano ancora gli stessi per tutti, senza conflitti identitari. Che la propria casa, il proprio giaciglio in cui posare la testa al termine di una giornata sia la stessa di tutti, e perciò abbracci la sera un invito a rimanere aperti. Improvvisamente una città metropolitana di un milione di persone sembra un unico minuscolo isolato con tutte le porte aperte, la visita ai genitori la domenica, il sentimento di un’unica grande nutrice che è la stessa di tutti in cui riposare i pensieri.
Al termine, A. mi scatta una foto davanti a un suo quadro della mostra con la mia stampa in mano.
Scendendo a Montesanto ci regaliamo una salita finale tramite la storica e ottocentesca funicolare che si abbarbica dalla strada a strapiombo su fino a Castel Sant’Elmo.
La luce del tramonto a quell’ora ci suggerisce tutta una sua dolcezza e una possibile ulteriore lettura, una visione che taglia da nord-ovest, più o meno dalla tangenziale, fino a sud-est la città, passando per i suoi colori subito al di sotto, quelli in particolare della Pedamentina, la storica scalinata, sino al porto che allunga il suo abbraccio a Portici e Capri.
Lunedì infatti ci attende la traversata del golfo e dell’isola in tour panoramico dal mare.
Appena il tempo di scattare qualche foto al Vesuvio, che lì, da quel punto, sembra proprio impressionarci per la prima volta per la sua pericolosità, il suo ergersi tranquillo ma minaccioso sopra la baia, ed ecco che attracchiamo a Torre del Greco dove s’imbarcano decine di turisti di ogni stampo, forse più vicini ai siti archeologici e con quel tipo di viaggio organizzato.
A Capri, la flebile foschia del mattino che ci aveva accompagnato dal porto, con una visuale migliore alle spalle verso Napoli e Sorrento, si dirada di colpo lasciandoci attoniti di fronte ad un mare improvvisamente blu come il cielo infinito, come poi ci ricorderà l’altoparlante. E a un’imponente scogliera a picco sul mare, con Procida e Ischia in lontananza di poco, sorprendentemente collegate, maestosità del dato naturale che ritrovo, non ridondante e non seicentesco in senso convenzionale, e che capisco meglio da lì per quanto riguarda Napoli, collegate dicevo a un canale magmatico sotterraneo che le rimodella, le annerisce, le rifortifica, le rimodifica come niente si direbbe, se ne ha voglia, di contrasto ai colori sgargianti dei pescatori.
Si tratta in particolare per Procida dell’Isola di Arturo della Morante.
Veniamo subito quindi travolti dai sudamericani, che in barba a qualsiasi regola locale non scritta, con monili sgargianti, portafogli a vista e quant’altro iniziano a scattarsi foto, mentre dagli altoparlanti parte Funicolì funicolà, e a quel punto Fellini è a bordo con noi.
Travolto dalla sindrome di Stendhal, le mie sensazioni si mescolano a quel punto alla visione di una signora con bastone, che, travolta anche lei dall’emozione, si alza senza nessun motivo dimenticandosi tutto improvvisamente per fare una foto, rischiando perciò di cadere in mare, e finendo poi tra le braccia dei turisti sudamericani.
Jerry, la guida turistica del traghetto, che parla mescolandole inglese, spagnolo, napoletano e italiano, parte subito a precisare che vedremo, circumnavigando l’isola, un Gennarino seduto su uno scoglio, che ha un’espressione felice perché è single. Say Hi to Gennarino, he’s not married.
Ci avverte quindi di usare A little bit of immagination, o two bottles of red wine per vedere il formarsi di un promontorio, un arco naturale a proboscide di elefante.
Passiamo per la casa rossa sul mare dello scrittore Curzio Malaparte, l’improvviso volgersi al verde delle acque, la spiaggia esclusiva con vista sui Faraglioni, dove una notte può costare fino a qualche migliaio di euro. I don’t remember if breakfast is included, Jerry says.
At my three, chi è in coppia può scambiarsi un bel bacio sotto l’Arco dell’Amore. Attraverseremo il Faraglione.
Who is not married can come upstairs with me.
Jerry è un ragazzo tarchiato, con pizzetto, occhiali da sole, irresistibile al mic, che sembra uscito da un fumetto del giorno prima, come le propaggini di Napoli, che sembrano estendersi dovunque senza limiti, sapienti ed esuberanti.
Continuiamo così ubriacati dal sole, dal caldo, dalle onde e dal microfono fino all’attracco a nord.
Una volta sbarcati, decidiamo di proseguire a piedi, cosa che nessuno sembra intenzionato a fare.
Scopriamo invece tutto un camminamento ben curato tra le case, i lievi e sonnacchiosi tornanti appoggiati al sole come terrazze, e il costante richiamo degli agrumeti, dove in particolare gli odori dei limoni e dei cedri e dei pini ci inebria e ci spinge a proseguire nella bellezza di un ripido selciato.
I gatti ci osservano senza timore alcuno, totalmente assorbiti nella calma placida di quello spirito mediterraneo.
Raggiungiamo la piazzetta, quindi ridiscendiamo all’altro versante passando per i giardini di Tiberio, con Villa Jovis poco distante.
Veniamo nuovamente travolti dai profumi, amplificati ad ondate si penserebbe dalle brezze asciutte del mare.
Un rapido sguardo alla scogliera e una breve sosta per iniziare a metabolizzare questo luogo e questa giornata.
Siamo infine a martedì, dopo varie cene in Via dei Tribunali, tra cui una in un locale appena aperto all’interno di una chiesa, Santa Maria Porta Coeli del XIV secolo. La scritta al neon, altro elemento tipico di Napoli, illuminata in corsivo riporta sotto incroci appena ripuliti di antichissime volte: “There’s a story behind every dream”. Subito sull’altro lato, l’apertura di una finestra gotica, che pare una bifora di cui rimanga solamente il contorno, lascia intravvedere nuovamente un bugnato stavolta più annerito, con il classico mezzanino e il portone sul fronte della strada, schiacciato a pochi metri. Qualche colore sventola nella notte che non inizia e non finisce mai, che pare piuttosto appunto soltanto un tramonto più allungato, un momento di eclissi temporaneo di un giorno di luce ciclico.
Salutiamo i ragazzi molto affiatati e cortesi con questa loro nuova avventura, e osserviamo invece quasi come una conclusione naturale la Napoli dipinta nelle gallerie prima di partire.
Per ragioni pratiche legate ai bagagli, la metro e per il giorno d’apertura, optiamo per le Gallerie d’Italia su Toledo.
Nonostante la malinconia della ripartenza e una concentrazione altalenante, mi colpiscono molto gli influssi della scuola pittorica, tra virgolette impressionista, di Posillipo e di Resina, il legame con la luce esso stesso come un fatto naturale e solamente aggiornato di prospettiva, rispetto a un ribaltamento radicale delle regole di carattere teorico nordeuropeo.
Scopro un altro genio, Paolo Vetri, da approfondire. Nel suo dipinto esposto sembra che il segno e il gusto nel costume di un italiano come Boldini lasci spazio allo sgargiante sapore visivo di Napoli attraverso il suo barocco ridigerito e puramente reimpastato nei colori sgargianti e primari, come i blu e i gialli di un Luca Giordano riattivati di senso in un altro tempo. Ad aggiunta un talento puro, così come la scala del soggetto, ovvero due signore che si fermano a guardare due mummie dalla vetrina di un museo.
Finisco con Gemito, straordinario autore napoletano di terrecotte, bronzi e disegni, che visse una vita all’apice del successo, e anche travagliata, ritirandosi in condizioni di salute mentale molto difficili dalla vita pubblica per quasi vent’anni nella sua casa di Via Tasso, molto scosso dagli status intellettuali lontani dalla realtà e con un bisogno di tenersi legato alle sue origini, al popolo.
Proprio questo mi rimanda a un ultimo momento di riflessione, che tento di sviluppare senza creare troppe frizioni – senza riuscirci – davanti al tavolino di un’osteria dietro il Teatro Bellini.
Ricordo la mia sorpresa nel vedere annullata l’iperconnettività in un luogo come questo, che si tiene stretta la sua lingua, il suo costume e che niente e nessuno è riuscito a scalfire, nella voglia di parlarsi e stare assieme tra una moltitudine senza fine e senza ora.
Poi cerco di affondare nel mio personale desiderio che è proprio questo, ricominciare a parlarsi, per ricostruire un orizzonte multidimensionale e non piatto di esperienze. Ne sono venute fuori posizioni tutte diverse, e la solitudine ha avuto la meglio.
Ammettendo il fatto di aver calcato un po’ la mano per conoscere i pareri della questione, trovo interessante che però alla fine ci si è capiti e non scornati nelle proprie differenze, forse bene così, riportandole proprio a galla dove devono stare, e senza fare finta di niente.
Il nostro essere legati, inteso come gruppo in particolare in questo caso di tre amici e affetti di una vita, in viaggio ma anche in senso più generale, rimarrà sempre un mistero, come il mistero di Napoli.
Come il mistero di tenere insieme miseria e nobiltà, viceregno, capitale e sciagure, ma con un’idea di voglia di camminarci in mezzo un’altra volta, anche se tutto pare terminato, anche se plus rien existe, anche se bisogna ricominciare tutto daccapo.
