




















































XXII.
Quando uscirà la melodia,
che tutto è com-po-ne-re,
gli attaccabrighe diranno
suona questo come quello
Un Palladio ai primi esordi
quando sfondò il prospetto
il piano medievale, e prima
di Vitruvio e Roma e Pisani
per passare ad Hollywood
o a Washington dicono
Lo Stendhal di Sciascia
che aspettò una vita
e poi mise al volo moduli
in una impro che ancor più
sapeva ben chiudere
Ripartiranno gli sbagliati discorsi
dove anche tu ti trovasti a passare
ma la verità è molto più semplice
tutto ciò che esisteva per me
non esiste più, ma… ed ecco
una buona armonia risuonare
da qualche giro del cingolo
che se ci credi, invece basta trovare
ciò che poi sarà sui giornali scritto
di belli annunci come “Ritorno a”
senza capirne se riverbera
Mentre quella risuona tra la gente
e tra gli alchimisti alle otto
orario di tram, ritorno in ufficio
o la sera dei regali a qualcuno
o dopo la finta al secondo lavoro
fino a notte e senza lamenti
che tutto il resto assorbito rimarrà
e tutti i cuori buoni stravolti
e i mondi alieni, e altri ancora da venire
i soliti scientifici cinquant’anni o più
Che ridendo o piangendo
pochi rimarremo a non esserci
nella non giusta presa del singolo
che deve essere lasciato solo
e più in là questa manipolazione
di variabile indipendente nel metodo
ancora non spiegherà nulla
della vita che sovrapposta giace muta
XXIII.
Il nome mio non comparirà
in uno schedario alcuno
magari solo per sbaglio
in qualche ritrovo di affresco
di composizione, di martoriata
vita senza gemito pubblico
che allora tocca tornare
alle opere minori di
e continuando in questi errori
risuonerà intanto tra chi seppe
e chi saprà, il racconto, qualcosa
che affonda nella materia
nel già sentito che ritorna
che rivisto assieme ad altro
furono quei libri in casa
quella macchina che si sapeva
dover usare, quella grammatica
che sempre sarà lo sfondo
per chi la vita sente pulsare
tra tutti gli anni di tutti
quelli che conobbe
Ecco ora, oltre a quelle spume
io là non so più niente e vedi
inutili inviti fuori o non fuori
camminate che tra i graniti
che in realtà solo quelli c’erano
e i lapislazzuli sono ricariche
Aspettare quello che si sa
come una scoperta dell’America
dell’infanzia, che rimane
di attesa del tempo che verrà
per rendere ciò che nessuno dirà
e conoscerà solo molto tempo
dopo averti detto che conosceva
così andavo ascoltando i consigli
di quello e di quell’altro che già
avevo pronto tutto e non lo sapevano
Quant’è difficile esser soli
ereditare tali misteri alchemici
come da qualche zio di paese
che lavorare al tornio o saper tutti
i rubinetti non ci pensava però
a cinquanta aveva capito di averci
preso con tutti i classici della meccanica
E non è una moda la texture
come lo sembra a venti in cui
intervistato il fanciullo imberrettato
suole spiegarti tutto ciò che già fece
Così allora il ricordo di te
che a vent’anni miei sembrava
carico di troppe aspettative
ora si scioglie in un più lento
passare a sedimenti del tempo
in un origami del procedere
per piccoli costrutti o aforismi
dove l’accumulo viene alla fine
e ti viene poi quasi da ridere
a riguardarli tutti, e che leggerezza
che avevi addosso caro Maestro
e tu, che eri felice sulla soglia
dei quaranta caro amico mio
che non importava questo per
procedere per il mondo del dire
XXIV.
Esultanze ed allori alla fine del tempo
solo cinque anni, come al college
tutta la vita che ancora non si conosce
Questo cielo di nuvole come palle di fieno
tirate sul bianco sopra l’azzurro terso
ma quanta banalità, ora respiriamo
quando il raccolto non si è ancora atteso
Le fatiche che mai vengono a disfarsi
e poi le auto, lucidate davanti i garage
la domenica sempre pronte
Ecco vedi arrivare Rocky, cosa fa
ondeggia tra la cera, ci vedevi la classe
e poi un balzo e una risata dal proscenio
Ve l’avevo detto che era tutto inutile
XXV.
Campanelli d’allarme alle porte del tempo
vedesti com’era fatto che già soleva finito
sequoie ultrasilenti tra i selciati al meriggio
e albe algide spostan ora le noie tra i passi
Hai visto quanto tempo per finire
che si fa presto, si svolta, altre soluzioni
ad attendere è tutta questione di metodo
quelle nature s’ammantan di esperienza
Invece ad attendere sono solo prove
e ancora prove a cicli compenetranti
sempre certo legati dallo spazio scorto
là esibito subito o dopo o come vecchie
risultanze di lungo corso decennale
di ancora supini adeguamenti grevi
al sociale che più non vi è, ed allora
a mai più rivederci collasso di tutti i modi
Tutte le apparenze vecchie e nuove
che la nuova ciclicità minerale ancora
s’attende per tutti adesso mentre di fretta
non ci accorgiamo di formalizzare nulla
e con che tempo e ritmo e occasione
sbagliando tutto e danzando loro ancora
porteranno la Grecia distante dal Parnaso
e il Parnaso da Casablanca e Mombasa
Eccoci ad altre liete mete sporcate
che poi con un altro colpo di spugna
cancellati giaceranno tutti i rancori
ma per inevitabilmente tornare a danza
come una Cabiria solo a metà del tempo
suo finiti i fulgori dei venti spostati
che il canto monodico dell’ottone armonia
più non emette ma solo ritorna al grado
mentre alle arse radure di chi non parla
la terra da sola rigira in foresta i campi
XXVI.
Ci rincorremmo al Nilo
e come alle origini ad Assuan
noi cambiammo ciclicamente
i nostri nomi, le nostre vestali
Solo che era tardi e tu lo sapevi
bisognava che la tua tristezza
girasse in dispendiosa allegria
quella patina morale o forse
avevano ragione quelli a ‘63
ma dal rovescio, dallo scontento
non sopito del cambio di rotta
Ora che hai svelato le messali
di Hatmehit e girato il giro
del non potere di Anput
cosa provi e come ti senti
Fammi sapere in qualche modo
che sono morti a migliaia
e dietro c’è l’irrecuperabile
che tutte le notti bado agli estinti
e non penso che vi sia alcun
rifugio, o solenne promessa
È come un tascabile in treno
per coprire l’ozio che si deve
ma vedi io sento anche leggendo
i binari, ed i profili giallo e blu
dell’orizzonte tagliato a fette
per qualcuno che non deve venire
per l’ospite mai più atteso
E vado ora in cerca ancor più sotto
di questo male che ci unisce
che è tutto lo sbagliato
di un mondo senza più spessore
la rabbia al posto delle attese
e le occasioni, chissà che a venire
siano altre coppie in visita
agli Asburgo o altre colline
più dolci e levigate come
un romanico disperso negli oceani
della storia ecco cosa non capivo
di queste cose imprendibili
troppo indietro una volta studente
XXVII.
Vedi cosa serve per governare
tolto il sabaudo a Martellini
ora ti fermi a Rozzo Covole
e cosa ne è rimasto di tutto
Girate le foglie per spezzarsi
le caviglie e sanguinare
al Civillina lasciar così le cose
prima dell’ultima trincea
Ci vedemmo coi tecnici
l’efficere lì-o-là ehia è uguale
solo che il dato analfabeta
si misurava ora al contrario
E mancava troppo per dire qualcosina
o quelli vagavano, vedevi canticchiando
in auto dopo aver passato mattine
a muovere il loro passo senza storia
Nulla è come un grandangolo
a Tuscania puoi farlo o no
puoi fare come vuoi ora
ma non si può togliere tutto




































































































































































































































































































































































































































































































