Quattro poesie 2026, una fotografia

Escletum segreta, fotografie in 50mm 1.4 su sistema digitale vintage APS-C reflex, no edit, mano libera, giugno 2026

Quanti fiori su tombe sbagliate
come parole dette se non giuste
nel giusto momento, quindi vedi
raccontarle è ancora il moto
Languide rondini di San Lorenzo
come anguille tra il cielo terso
canto non ancora finito
così quella danza che ricordava
i bisbigli degli ocra che si accendono
sul fluo, la sera bolognese
che ricordarne fu difficile
tra quella gente ingessata
che tra le magnolie, i pozzi
Il cuoio lucidato, la sera da venire
tutto doveva ancora essere rifatto
dimenticando i morti
ed esaltando quelli sbagliati
Là la quiete si farà arsura
un caldo prenderà alla gola
ma più tardi; ora almeno noterai
che la gente distratta non fu
su un certo passare del tempo
Alla maniera delle voci grosse grasse
laggiù diradate a gruppetti,
sinergici a stagni
E si accendono le lanterne
che anche le notti dovranno poi finire


Passaggi nascosti nell’urbe
dietro andavamo io e Francesco
sulla laterale di Marconi
dietro l’uscita posteriore del teatro
inghiottiti i nostri ricordi del tempo
chi prima e chi dopo
Lì un salto di traverso il cemento
col fumo dei vicoli sporchi
e non calcolata stava tutta
la tettoia tra i palazzoni aperta
Ecco gente arrivare a qualsiasi ora
come una nottata in gita scolastica
su quella strana copertura bassa
la grata alla strada sul parcheggio di sotto
E per il vicolo dopo il ritrovo si andava
tra le serpentine Venezie
come di case squadrate male
sino all’ingresso posteriore
sotto le alte absidi
E ora quel vicolo è chiuso
e la sera l’alzare la testa
al cortile e le cimase andato pure
ma dietro quella casa di accoglienza,
rimarranno ancora quesi due tre
segmenti di pochi metri?
Nel sottopasso di Fogazzaro
più in là, avanti le barchesse
oggi appare un muro
Chissà se c’è ancora pure quella L
un sottopassaggio di pochi metri
rimasto intrappolato nelle risulte
come un errore non voluto
O chiusa come il resto
ad est come ad ovest
anche se non è mai possibile

Calme piatte ad Helsinki
come in una Mitteleuropa
Più in là di Praga, lasciate le bellezze
un tram senz’orario in un palazzo
di luci fioche accese la sera-giorno
E questa assenza s’intende ora per noi
Meditiamo a distanza come randagi
in un piccolo Eden di neuroni specchio
l’entanglement che tra noi si prova
E non sarà più una follia la poesia
o la coordinazione mani occhio
giro ippocampale, no ma da
venire ancora sarà quell’alieno vorticoso
nubi di gas e stelle di giri strani non marcescenti
Che non di caramello o acqua di alghe
verdastri di palude ferma lì in un angolo
noterai rappresa una sera su tinte
girata tutta la vita gli amici come nipoti
estranee ma ad appartenerti,
amorose estranee
ora didascaliche ma ad averti

Prendesti la rosa dal roseto
anche se no era il tuo
quanti di noi lo facemmo
ma fermo egli s’innalza
alla fermata del bus chi aspetta?
Nessuno e lo mettesti tra le clivie
di Via San Bortolo o non ricordo
Quel vostro andare senza tono
sempre infastidì il mio sistema
ora un rumore tra i pitosfori
del vicino tra i capanni
più di tutti i cordiali non esserci
mi riporta a femmineo paterno
Sono i filari come crocifissi
su questa terra che deve dare ancora