Categoria: Fotografia

  • Villa Godi Malinverni a Lugo (VI), 1537-1542 ca, Castello di Thiene, 1450 in avanti, un confronto sullo scardinamento della composizione dello spazio gotico e prima delle influenze romane di Palladio. Escletum segreta n. 388-440, fotografie su vecchio supporto digitale reflex APS-C in 50mm 1.4. Seguono sei poesie numerate 2026.

    XXII.
    Quando uscirà la melodia,
    che tutto è com-po-ne-re,
    gli attaccabrighe diranno
    suona questo come quello
    Un Palladio ai primi esordi
    quando sfondò il prospetto
    il piano medievale, e prima
    di Vitruvio e Roma e Pisani
    per passare ad Hollywood
    o a Washington dicono
    Lo Stendhal di Sciascia
    che aspettò una vita
    e poi mise al volo moduli
    in una impro che ancor più
    sapeva ben chiudere

    Ripartiranno gli sbagliati discorsi
    dove anche tu ti trovasti a passare
    ma la verità è molto più semplice
    tutto ciò che esisteva per me
    non esiste più, ma… ed ecco
    una buona armonia risuonare
    da qualche giro del cingolo
    che se ci credi, invece basta trovare
    ciò che poi sarà sui giornali scritto
    di belli annunci come “Ritorno a” 
    senza capirne se riverbera

    Mentre quella risuona tra la gente
    e tra gli alchimisti alle otto
    orario di tram, ritorno in ufficio
    o la sera dei regali a qualcuno
    o dopo la finta al secondo lavoro
    fino a notte e senza lamenti
    che tutto il resto assorbito rimarrà
    e tutti i cuori buoni stravolti
    e i mondi alieni, e altri ancora da venire
    i soliti scientifici cinquant’anni o più

    Che ridendo o piangendo
    pochi rimarremo a non esserci
    nella non giusta presa del singolo
    che deve essere lasciato solo
    e più in là questa manipolazione
    di variabile indipendente nel metodo
    ancora non spiegherà nulla
    della vita che sovrapposta giace muta

    XXIII.
    Il nome mio non comparirà
    in uno schedario alcuno
    magari solo per sbaglio
    in qualche ritrovo di affresco
    di composizione, di martoriata
    vita senza gemito pubblico

    che allora tocca tornare
    alle opere minori di
    e continuando in questi errori
    risuonerà intanto tra chi seppe
    e chi saprà, il racconto, qualcosa
    che affonda nella materia
    nel già sentito che ritorna
    che rivisto assieme ad altro
    furono quei libri in casa
    quella macchina che si sapeva
    dover usare, quella grammatica
    che sempre sarà lo sfondo
    per chi la vita sente pulsare
    tra tutti gli anni di tutti
    quelli che conobbe

    Ecco ora, oltre a quelle spume
    io là non so più niente e vedi
    inutili inviti fuori o non fuori
    camminate che tra i graniti
    che in realtà solo quelli c’erano
    e i lapislazzuli sono ricariche
    Aspettare quello che si sa
    come una scoperta dell’America
    dell’infanzia, che rimane
    di attesa del tempo che verrà
    per rendere ciò che nessuno dirà
    e conoscerà solo molto tempo
    dopo averti detto che conosceva
    così andavo ascoltando i consigli
    di quello e di quell’altro che già
    avevo pronto tutto e non lo sapevano 

    Quant’è difficile esser soli
    ereditare tali misteri alchemici
    come da qualche zio di paese
    che lavorare al tornio o saper tutti
    i rubinetti non ci pensava però
    a cinquanta aveva capito di averci
    preso con tutti i classici della meccanica

    E non è una moda la texture
    come lo sembra a venti in cui
    intervistato il fanciullo imberrettato
    suole spiegarti tutto ciò che già fece

    Così allora il ricordo di te
    che a vent’anni miei sembrava
    carico di troppe aspettative
    ora si scioglie in un più lento
    passare a sedimenti del tempo
    in un origami del procedere
    per piccoli costrutti o aforismi
    dove l’accumulo viene alla fine
    e ti viene poi quasi da ridere
    a riguardarli tutti, e che leggerezza
    che avevi addosso caro Maestro
    e tu, che eri felice sulla soglia
    dei quaranta caro amico mio
    che non importava questo per
    procedere per il mondo del dire

    XXIV.
    Esultanze ed allori alla fine del tempo
    solo cinque anni, come al college
    tutta la vita che ancora non si conosce

    Questo cielo di nuvole come palle di fieno
    tirate sul bianco sopra l’azzurro terso
    ma quanta banalità, ora respiriamo
    quando il raccolto non si è ancora atteso

    Le fatiche che mai vengono a disfarsi
    e poi le auto, lucidate davanti i garage
    la domenica sempre pronte

    Ecco vedi arrivare Rocky, cosa fa
    ondeggia tra la cera, ci vedevi la classe
    e poi un balzo e una risata dal proscenio
    Ve l’avevo detto che era tutto inutile

    XXV.
    Campanelli d’allarme alle porte del tempo
    vedesti com’era fatto che già soleva finito
    sequoie ultrasilenti tra i selciati al meriggio        
    e albe algide spostan ora le noie tra i passi

    Hai visto quanto tempo per finire
    che si fa presto, si svolta, altre soluzioni
    ad attendere è tutta questione di metodo
    quelle nature s’ammantan di esperienza

    Invece ad attendere sono solo prove
    e ancora prove a cicli compenetranti
    sempre certo legati dallo spazio scorto
    là esibito subito o dopo o come vecchie
    risultanze di lungo corso decennale
    di ancora supini adeguamenti grevi
    al sociale che più non vi è, ed allora
    a mai più rivederci collasso di tutti i modi

    Tutte le apparenze vecchie e nuove
    che la nuova ciclicità minerale ancora
    s’attende per tutti adesso mentre di fretta
    non ci accorgiamo di formalizzare nulla
    e con che tempo e ritmo e occasione
    sbagliando tutto e danzando loro ancora
    porteranno la Grecia distante dal Parnaso
    e il Parnaso da Casablanca e Mombasa

    Eccoci ad altre liete mete sporcate
    che poi con un altro colpo di spugna
    cancellati giaceranno tutti i rancori
    ma per inevitabilmente tornare a danza
    come una Cabiria solo a metà del tempo
    suo finiti i fulgori dei venti spostati
    che il canto monodico dell’ottone armonia
    più non emette ma solo ritorna al grado
    mentre alle arse radure di chi non parla
    la terra da sola rigira in foresta i campi

    XXVI.
    Ci rincorremmo al Nilo
    e come alle origini ad Assuan
    noi cambiammo ciclicamente
    i nostri nomi, le nostre vestali

    Solo che era tardi e tu lo sapevi
    bisognava che la tua tristezza
    girasse in dispendiosa allegria
    quella patina morale o forse
    avevano ragione quelli a ‘63
    ma dal rovescio, dallo scontento
    non sopito del cambio di rotta

    Ora che hai svelato le messali
    di Hatmehit e girato il giro 
    del non potere di Anput
    cosa provi e come ti senti

    Fammi sapere in qualche modo
    che sono morti a migliaia
    e dietro c’è l’irrecuperabile
    che tutte le notti bado agli estinti
    e non penso che vi sia alcun
    rifugio, o solenne promessa

    È come un tascabile in treno
    per coprire l’ozio che si deve
    ma vedi io sento anche leggendo
    i binari, ed i profili giallo e blu
    dell’orizzonte tagliato a fette
    per qualcuno che non deve venire
    per l’ospite mai più atteso

    E vado ora in cerca ancor più sotto 
    di questo male che ci unisce
    che è tutto lo sbagliato
    di un mondo senza più spessore
    la rabbia al posto delle attese
    e le occasioni, chissà che a venire
    siano altre coppie in visita
    agli Asburgo o altre colline
    più dolci e levigate come
    un romanico disperso negli oceani
    della storia ecco cosa non capivo
    di queste cose imprendibili
    troppo indietro una volta studente

    XXVII.
    Vedi cosa serve per governare
    tolto il sabaudo a Martellini
    ora ti fermi a Rozzo Covole
    e cosa ne è rimasto di tutto

    Girate le foglie per spezzarsi
    le caviglie e sanguinare
    al Civillina lasciar così le cose
    prima dell’ultima trincea

    Ci vedemmo coi tecnici
    l’efficere lì-o-là ehia è uguale
    solo che il dato analfabeta
    si misurava ora al contrario

    E mancava troppo per dire qualcosina
    o quelli vagavano, vedevi canticchiando
    in auto dopo aver passato mattine
    a muovere il loro passo senza storia

    Nulla è come un grandangolo
    a Tuscania puoi farlo o no
    puoi fare come vuoi ora
    ma non si può togliere tutto

  • Quattro poesie 2026, una fotografia (*rotate if necessary)

    Escletum segreta, fotografie in 50mm 1.4 su sistema digitale vintage APS-C reflex, no edit, mano libera, giugno 2026, n. 289

    XVIII.
    Quanti fiori su tombe sbagliate
    come parole dette se non giuste
    nel giusto momento, quindi vedi
    raccontarle è ancora il moto

    Languide rondini di San Lorenzo
    come anguille tra il cielo terso
    canto non ancora finito
    così quella danza che ricordava
    i bisbigli degli ocra che si accendono
    sul fluo, la sera bolognese

    Che ricordarne fu difficile
    tra quella gente ingessata
    che tra le magnolie, i pozzi
    Il cuoio lucidato, la sera da venire
    tutto doveva ancora essere rifatto

    Dimenticando i morti
    ed esaltando quelli sbagliati
    là la quiete si farà arsura
    un caldo prenderà alla gola
    ma più tardi; ora almeno noterai
    che la gente distratta non fu
    su un certo passare del tempo
    Alla maniera delle voci grosse grasse
    laggiù diradate a gruppetti,
    sinergici a stagni
    E si accendono le lanterne
    che anche le notti dovranno poi finire


    XIX.
    Passaggi nascosti nell’urbe
    dietro andavamo, io e Francesco
    sulla laterale di Marconi
    dietro l’uscita posteriore del teatro

    Lì un salto di traverso il cemento
    col fumo dei vicoli sporchi
    e non calcolata stava tutta
    la tettoia tra i palazzoni aperta
    Ecco gente arrivare a qualsiasi ora
    come una nottata in gita scolastica
    su quella strana copertura bassa
    la grata alla strada sul parcheggio sotto

    E per il vicolo dopo il ritrovo si andava
    tra le serpentine Venezie a zigzag
    come di case squadrate male
    sino all’ingresso posteriore
    sotto le alte absidi, e ora quel vicolo
    è chiuso e la sera l’alzare la testa
    al cortile e le cimase andato pure
    ma dietro quella casa di accoglienza,
    rimarranno ancora quesi due tre
    segmenti di pochi metri?

    Nel sottopasso di Fogazzaro
    più in là avanti le barchesse
    oggi appare un muro opaco
    Chissà se c’è, ancora pure quella L
    un sottopassaggio di pochi metri
    rimasto intrappolato nelle risulte
    O chiusa come il resto
    ad est come ad ovest
    anche se non è mai possibile

    XX.
    Calme piatte ad Helsinki
    come in una Mitteleuropa
    Più in là di Praga, lasciate le bellezze
    un tram senz’orario in un palazzo
    di luci fioche accese la sera-giorno

    E questa assenza s’intende ora per noi
    Meditiamo a distanza come randagi
    in un piccolo Eden di neuroni specchio
    l’entanglement che tra noi si prova

    E non sarà più una follia la poesia
    o la coordinazione mani occhio
    giro ippocampale, no ma da
    venire ancora sarà quel vorticoso
    nubi di gas e stelle di giri strani

    Che non di caramello o acqua di alghe
    verdastri di palude ferma lì in un angolo
    noterai rappresa una sera su tinte
    girata tutta la vita gli amici come nipoti
    estranee ma ad appartenerti,
    amorose estranee
    ora didascaliche ma ad averti

    XXI.
    Prendesti la rosa dal roseto
    anche se no era il tuo
    quanti di noi lo facemmo
    però fermo egli s’innalza
    alla fermata del bus chi aspetta?

    Nessuno ma la mettesti tra le clivie
    di Via San Bortolo o non ricordo
    Quel vostro andare senza tono
    sempre infastidì il mio sistema

    Ora un rumore tra i pitosfori
    del vicino tra i capanni
    più di tutti i cordiali non esserci
    mi riporta a femmineo paterno
    Sono i filari come crocifissi
    su questa terra che deve dare ancora