Sirmione (Brescia), estate 2023

Quanto lunga è Sirmione, la terra di mezzo, la lingua di terra tra le due metà, il Catullo dell’odi et amo?
Quanto lunga è Sirmione? Quanto è lungo il suo nome, dal greco al latino, o dal gallico?
Questa domanda mi segue da diec’anni, l’ultima volta che ci sono stato.
E a specchio anche da quella metà dei dieci di prima.
Passeggiate tra i colori più in là dei ritiri morenici, colori millenari, dei ritiri argillosi, dei sapori dolci, come dolce è la fertilità di quella terra, dei colori tiepidi, come levigati sono i gusti fruttati dei suoi vini.
Un sedimento millenaristico, in cui resta il paesaggio per così com’è.
Non di certo sintetizzabile, lungo casomai come la vita, forse.
Era un novembre, uno dei primi insolitamente tiepido e quasi afoso.
Incolonnamento per salire al castello dopo un’insolita sosta a pranzo a base di pesce.
Forse l’unica che ci eravamo concessi io e D. dopo gli studi.
La sensazione di aver dato già tanto, la sensazione di non essere mai presi sul serio come generazione, mentre quella, di generazione, valutava svolte destinate, lo abbiamo visto, a concludersi in un nulla di fatto, se non nel rimanere assieme, in qualche modo, a parlarsi.
Forse l’ultima però così presa sui banchi, a studiare, a cercare di dare un significato anche inciampando al ritmo blando della ripetizione dello schema italiano della colonna infame, per così dire, mi suggerisce il lago, in una complessità sempre più frammentata, ma anche sempre più disattenta, violenta e ingenerosa dai posti di comando.
Erano passati allora dieci anni, gli anni dei miei viaggi più profondi, e dopo ne dovevano venire altri dieci, a specchio appunto, quelli del fare, seme naturale che viene, che di viaggi ne avrebbe portati altri, già ravvicinati, più chirurgici, se di maturità si può parlare (ero della stessa profondità anche nei primi dieci), ma anche di nuovi incontri, incredibili, e di nuove potenzialità infrastrutturali, nel senso progressista del termine. Forse tutto ha un senso quando non vieni soffocato da tutti i pensieri del mondo, quando dai e qualcuno ti dà una mano senza chiedere nulla, le cose continuano a funzionare, ad avere un senso.
Detriti morenici, carsici, di ritiri lenti.
Quali erano i miei pensieri nella prima metà dello specchio?
Forse il tirare a campare molto difficoltoso tenendo insieme quelli che già avvertivo come ultimi esemplari di umanità, poi tutti andati via violentemente.
Trovare qualche entrata, forse perché pensavo che nessuno si sarebbe preso cura di un irregolare come me. Umili entrate comunque, ma quando sei così giovane si può intravvedere del fallimento se non hai trovato il modo.
Mi pareva di aver fatto più un percorso di sforzo nell’atterraggio in una generazione nuova, la prima forse così diversa da quella dei propri nonni e genitori.
Non mi aspettavo di dover reinventare tutto il senso delle cose date per ovvie, ma poi, lo ricordo alcuni anni fa era un 11 settembre, e mi trovavo, solo, ma con due delle persone per me più importanti al mondo, il cui legame era una crescita continua nel deserto delle emozioni a cui ci ha costretto l’esercizio utilitaristico degli ultimi vent’anni in senso globale.
Ero anche in contatto con un sacco di gente che mi voleva bene, che viveva negli angoli più disparati del pianeta. Secondo me è tutto ancora una questione di relazione il mondo.
Avevo forse scoperto la mia vocazione, che era quella di svecchiare e ri-leggere argomenti anche tecnicamente assai complessi e considerati proprietà esclusiva di questa o di quell’altra visione assoluta e immutabile, stampata e ristampata nei libri di ottocentesca scolastica, e ora starmene in disparte come i fotografi non mi fa così paura.
Sommacampagna. Luogo di cose sovrapposte. Infanzia. Famiglia. Amore.
Il paesaggio delle lunghe camminate morenico-romantiche italiane, un’accademia che si impara in due, sostituite con reiterate immagini del corpo, nella stabilità del consumo anche in epoca di permacrisi, così si vuole chiamare.
Credo che ognuno sappia dove sta il trucco, e anche se l’umanità ci casca ogni volta, questo non mi fa più effetto, fino a che c’è relazione.
I temi sostituiti dal moralistico. Il lavoro, il salario, che vengono lasciati da parte come forza non più identitaria, di bene comune.
La guerra tra di noi, che dovevano farla gli algoritmi.
Bene allora avevo fatto ad andare, se così si può dire, in esilio già nei primi dieci anni di questo ripensamento a specchio.
Oggi, penso agli ulteriori dieci anni, a quell’altra metà del lago, a cosa rimane.
Oggi di nuovo guardo quell’insenatura sottilissima dalla terrazza di San Giorgio, l’ingannapoltron, come viene chiamata la pieve longobarda o romanica, perché una volta vi si saliva a piedi.
Da lì guardo questo macrocosmo, quest’insenatura che si è disegnata.
Lunga è lo specchio di due decenni, come quelli appena descritti, che vanno l’uno dentro l’altro come vasi, come flussi vitali spesso indistinguibili, le due sponde del Garda.Lunga è, Sirmione, come le palizzate del parapetto che conta qualcuno quando la guarda dalla pieve?
Lunga è quanto le persone in fila a guardarla al tramonto?
Quanti gatti ci sono a San Giorgio? Forse sono loro la comunità quando l’umanità verrà dismessa?
La verità, è che a me piace stare tra la gente.
Sono felice quando sono felici anche gli altri, quando mi sembra di aver fatto star bene qualcuno.
Non scrivo da un po’ di tempo, per fare delle verifiche, per ritrovare questa propensione, per non pensare che sia tutto scontato.
Aspetto forse appunto come un fotografo, per vedere cosa succede, se quelli che guardano il paesaggio sono come me, gente che guarda e cerca ancora un altro.
Aspetto per vedere cosa succede, per poi sapere che non succede niente e sorprendermi lo stesso, perché invece in mezzo a quelle metà sono passate mille vite, e di risultati e cambiamenti ce ne sono stati eccome; basta pensare all’aria che tira, anche se rimangono le bruttezze di un mondo invece poco immaginativo e rispettoso, anzi celebrativo perché fermo.
Come il finale che mi raccontano le specchiate uguali di Sirmione.
Star tra le gente, anche se si ritrova l’uguale. Essere e definirsi appartenente a un sentimento popolare in questo senso.
No, non metterlo più in discussione.