
I.
Volgeva il sole al tramonto
con te che parevi statica
conta solo ciò che eravamo
Da sempre… un merletto
scolorito un orlo appena rammendato
una spalletta di elastici
slavati via, senza accorgercene
Rimettevamo quelle vesti
Perché non ora?
Cosa ci fece il tempo
ingannandoci ancora
II.
Siderale vuoto e nulla
siderale cosmico, astratto e puro
tutti e due insieme – “Toccarsi non è mai!” –
Il nulla fu per te andare dentro
apparenze con trasportata eleganza
o anche muffa, decomposizione
di carni dal sapore prelibato pervicace
in pentola per altri il cui veleno
viene dopo. Lascia che tutti abbiano tutto
hai sempre saputo ciò
che altri conobbero come te
e io non resto estatico, lascia che si sposino
gli appetiti soliti – “Destino è marcire!” –
Ribollendo al contrario
Di un intenso profumo d’erbe cipolline
Calendula, timo, gelsomini
che gli altri in fin dei conti
spostandoti il profumo non poterono
III.
Sempre così parrà lo scrivere
argomento che si fa ora scienza
diviso il mondo in due tre specie
che leggendo il terzo incomodo
sempre scambierà per vero il tutto
non potendo sapere il sentimento
né tirando la spada a croce sulla pelle
potendo lasciare un qualche suo nome o segno
Un mistico evangelico a risolvere
nel bene qualche equazione,
così la tua esitazione si farà nel tempo giusta
Decidere bisogna soltanto, il tempo
che si riordina
IV.
D’un qualche arco verrà lo spunto
solo per respiro femmineo
di una sorta di camminare:
sul filo, sui soliti aggrappi di ulivi
Così i pensieri d’un non scrivere
non respirare, stare laggiù
Dopo tutto l’aspettare gli altri
i soliti treni non originali
ricopiature malamente smentite
e più in là un abisso
Di non comprensione
Anche questo secolo
in fondo sarà come l’altro
E torneremo a passeggiare
sul nostro profondo pieno vuoto operativo
fino a che la barca arenerà su un’isola
e poi rimetteremo tutto in sesto
l’archibugio, il sestante
per trovare un altro avanti del sogno
Che del genere non v’è nulla, tutt’attorno
V.
Cosa vedesti Lidia a Mirano
in fondo alla piazza dietro l’arboreto
che non dicono ora queste case
sicuramente meno decentrate
svuotate, pochi giornali a terra
Poche foto sparse, con un ordine
da fine del mondo. E tutto
continua a parlarmi nella fine
delle cose lasciate a terra
ripulite un po’ almeno
Come potati i pioppi
certo duri senza tutto il prima
degli architettonici progetti
che ancora forse sono da fare
E pare che non sia solo il vissuto
ma un ordine delle cose
che ancora deve silente
parlare dopo
VI.
Taglia meno di “M”
In un vestibolo lasciato aperto
dove tu, per evaporati umori
e destini e vite vedesti dentro
un giorno qualsiasi dove tutto
oramai era finito. Mobili di rovere
ora stinti al sole, ma ancora acerbi
se non maturi e anche prestanti.
Antiche forze, con aria di violetta dalle finestre
non più ora la vite o il fieno posato
se non nel rimescolamento sotto
che non pungente ti attraversa guardando
questi resti di civiltà da cui tutti giungemmo.
Un museo arriva così, ai sensi che leggono
senza poterli usare. Un alfabeto nuovo giunge
ai bordi delle strade sino a disfarsi.
Cicli lunari assolvono ancora
al loro antico compito
VII.
“Che disgregazione sia!”
Ma quando ascoltasti quella nota…
dov’è ora per te Claudia?
Come ti prese la vita
il tuo sorriso ha seguito non le tue idee
ma il tuo sapere il non senso
– “Perché mi trovo solo… anche ora a ricordare questi attimi?”
Risposte che stettero nel maledetto mondo
che tutti attraversammo. Il discernimento
come alambicchi di stravolti alchimisti.
Così non si fonderà anche la mia
definitiva solitudine, “sta scritto”,
nel tuo sposarti non sposarti
nel nostro incedere silente e non funebre.
Nel viso che riportasti a casa
e che non vidi quasi mai
VIII.
Altri giorni leggeri sopra i frassini
posati come cuscini i pensieri
Le nuvole, in una luce non più di qualche stagione
Così avanzando il tempo
e una betulla ricoperta come d’edera
che le verdi spore ora dicevano
di un aspetto conservativo oppure no?
Mossi da una luce non tersa
i passi ancora avanti cercando
nel porfido qualche increspatura
che mi riportasse a significato
il ricordo di mille attraversamenti
con i miei affetti dentro
E il tempo invece
grande ingannatore che non dava soste
o risparmi ma solo un giro
a confermare l’otium
non senechiano ma ora solo vuoto
che a simulacri rotti
e a vita non militaris est
solo ci dicevano quanto
ancora dobbiamo considerare
il superfluo di tutto
Giri alle campagne fredde
Non molta voglia di vedere niente
Appena un rumore di traffico
subito un’allerta di irrigidimento
di sbaglio di tempo
di ossessione fotografica nulla
E il chiedersi cosa è stato
che è corso così rapidamente
prima di un altro squillo
non di trombe trionfanti
ma di telefono in una blandizie
Generalizzati i colori
E poi tornando via ancora dagli ocra, i rossi
i lapislazzuli, le bifore rifatte o no
Venivamo via dal mondo
e ciò che ne rimane
come di un non più visto
(le belle antiche querce, i faggi)
che di industrioso oltre l’archeologico
e quello spirito mai sopito operaio
e non ancora politico
chissà se fecero poi sognare
ancora qualcuno
Come un mito infantile
Una… pervicace-coscienza-del-tutto-cangiante
ancora accanto a qualche scescia,
un kumparan, certamente oggi già veri
IX.
Ricordo Valentina
un’estate zero zero
salita la curva della contarina
superate le rugiade nascoste
le serpi e le ciclovie.
Che non-ridere, lavoravo anche allora
via in motorino fine turno
che imbracciata la mia musa
gli amici mi dissero: “Vogliono vederti”
“Ma chi?” – “Le due ragazze D. Molly”
“Ma perché?”. Insomma andai,
e Vale mi tenne un discorso
due o tre anni più matura
e mi fece poi vedere La maschera di ferro
Ma cosa c’entravo?
Non ero così in forma
Entravo nell’introverso
ma mi avevano riconosciuto.
Nella penombra, nello stare: appartato
E così parlammo tutto il pomeriggio
che gli altri aspettavano
il mio accordo. La Vale e la Sere
bellissime acque di rugiada
in un pomeriggio qualsiasi
di estate morbida non a valle
ma lassù stranamente
per i pendii non era tesa l’aria.
Non potevamo certo stare insieme
Me lo insegnò così per prima
X.
Vorrei che la notte più non fosse la stessa
un Euripide slavato, una Medea attonita
Ambra, a cosa valse non il nostro incontro
ma tutto il successivo
Un non detto mentre più
era vero l’avvicinamento nostro
sempre di più, come schegge del tempo
rimaste fossili al mutevole
Un sentore di ribes
una catenina leggera
un taglio sfrangiato
e tutto l’essere che usciva
come da un altro mondo
Il Venezuela di Maduro, una ballerina di Wenders
sentori di placenta ancora senza nome
ovattati che poi dovettero rimanere
senza un bacio, che fu solo sfiorato
una carezza, che fu solo data in un attimo
non distratto ma fugace
E ancora una volta rimasi inerme
non dalla vicenda, dagli errori dopo,
dal volersi scolpire, dai traumi che mi allontanarono,
ma dalla poesia come di agnelli
che fummo, in quei circoli
in cui la sera con giacche di pelle
e occhiali scuri, per la prima volta ci guardammo.
Quella foto di H. non falsa
e non reale, sul solito giornale
Un Trintignant voltatosi all’ennesima stazione
dopo il giro di boa del ciclo umano
che sempre solitamente – avvenne al matrimonio
deve stabilire le sue gerarchie
Un leader carismatico solo
dall’altra parte della barricata
e non un sapore post-Moro
che non sappiamo più essere liberi
così in realtà noi invece ci incontrammo
e conoscemmo
XI.
Solo devo trovare un’altra forma
in cui inserire l’esperienza mia
ora che pare finita, svanita nel giorno.
Così il nostro andare di oggi
tra mille lavori e pensieri
il Pirandello dei crociani
nei racconti tutto il giusto
e nel teatro solo il restante.
Era tutta visione sbagliata,
opera piena di trame era un laboratorio
dove poi all’occasione
che tardi arrivò per caso – come tutte le cose,
ci si costruiva quello che serviva.
O ancora il Maffei del maestro
tutto giusto fin lì…
poi le spume del barocco
il provinciale che risputa il contrario
come modo di fare
nell’umorismo e nelle pose
celate, come compendio di lingua
che mai si osservò bene
Perché bisognava rifare uno storicismo
anche dopo la guerra
per la nostra nazione.
Come adesso, ma tolta quella spinta
che ancora era passione
di discutere le idee
così ora torno, aspettando di riprendere una qualche
parvenza e finita anche la spinta della mia (?)
generazione perduta,
occupandomi del vuoto
ma con molta più disinvoltura
Tra queste quattro mura
si tolgon e rivernician fondamenti
Ora più non ho paura
dei precetti che sbagliati furon messi
su s’accorda l’anima
a una tonalità da prime fasi
mattoni/ tramezzi/ intonachino
E rimane leggera ora l’ansia
del non sapere ancora
XII.
Padova era un martirio da dentro
salivo sul treno la domenica sera
tutta gente uscita dal sabato prima
faceva sessanta chilometri
ed era di nuovo come a casa
Adesso sono passati vent’anni
a un giro di ore di permesso
continuando a fare tutti i lavori
incontri casuali di Ale e Albe.
Troppo in gamba, amici di sempre
ognuno ha tirato su famiglia
E invece cosa ne è degli altri
sordidi rituali e amicizie
perse nel torbido
Un rimescolamento dove conta solo
anche dall’altra parte essere coppie essere maturi
e che dire di chi l’aveva vista almeno
quindici anni prima e non c’era nessuno
a svegliarli che era così, che sarebbe andata,
tutto anche il contrario vissuto all’osmosi.
Ma ricordo Ale un giorno
qualsiasi di inizio gennaio
dopo che avevo visto Albe
al terzo, dopo i gemelli
che ci incrociammo per caso
per i saldi e non ci sfiorammo
mi bastò uno sguardo
per sapere poi dell’amicizia
XIII.
Quelle autostrade che dovevano andare a Giove
e a Saturno con i nomi tutti sbagliati sui riflessi
di qualche città famosa, Londra Berlino Pittsburgh
cosa sono ora, se non un avanti e indietro affettivo
un passaggio con altri
un ricordo lontano, di pochi anni soltanto
Da Brendola a Soave
e dire che tutti hanno letto Shakespeare
lì a Montecchio, in un’auto
sul sedile posteriore
tutta la pianura si apre scorrendo
come sale alla luce del mattino
Brilla un non so cosa
forse cosa rimane del sogno?
No la presenza oltre tutte
le illusioni che queste traiettorie
hanno disegnato per noi
fin dalla nascita e così ancor oggi
aspettando un uchikake
O un sarafan
Erano piste di decollo
di longitudine per il Brennero
E su in Germania o Svezia
Oppure dritte, con una Milano sotto
volando verso il sogno americano
E ora tutto è quiete, la gente lontana
qualche cassonetto antropologico
sozial ultime frammentazioni
E invece morandianamente
a guardarle sempre, anno dopo anno,
corsa dopo corsa, queste cose
diventano silenzi
che mai ci siamo detti
Un circuito di Papez
un’amigdala, un mistero da cui
scavando con uno scalpello
si può attraversare una montagna
un mondo, una vita
Realtà di penna stessa
dove la realtà è realtà
se lo decidiamo ancora
queste cose diventano “i silenzi
che mai ci siamo detti”
Cè talmente poco
ancora da dire
che saltano ora dal mistero alle equazioni
della meta-mente come blocchi
di esperienze da sistemare
senza più ragnatela dello scrivere
che possa dispiegare qualcosa
Che di terzo o quarto grado
poi facilmente queste matematiche
ritornano al primo, o al secondo al massimo
come scrivere di:
- Morte
- Soluzione
- Inquietudine
- Pace di qualcosa
Come un punto su un discorso
rimandandolo a mediocre
come se non fossimo esistiti
caduto il primato del dire
e che così è, ma molto più
nell’ampiamente del senso