Un 25 aprile di qualche anno fa

25 aprile ’23

Torrenti, rii montani e rogge di risorgiva.
Pinete, boschi di latifoglie e castagneti, abete bianco e rosso accanto a sparuti alpeggi.
Il larice e il mugo che sconfinano nelle faggete.
Pietraie scheggiate e devastate dalla guerra (la Prima) che si configurano come colpi alla vista adesso tenui, macchiati dalle polveri delle alte conifere, marroni, verdi, talvolta voltati al blu o rosati appunto per il calcare della roccia dolomitica, che ha la particolarità di illuminarsi completamente al tramonto dopo aver assorbito tutta la luce, sciogliendo da distante il profilo delle montagne in una sorta di stratigrafia aerea, inconsistente (paradossalmente) dopo la durezza e la bellezza delle nervature giornaliere.

Chi mi conosce sa che mi piace sfaticare come scalatore.
L’anno della grande siccità, il 2022, tutto si presentava polveroso a circa 1000-1500m di quota.
Uno scenario spettrale, senza neve né ghiaccio, per chi è cresciuto qui.
Al Civillina rischiai una caviglia mettendo il piede a terra su un banco di foglie non superficiale.

Salendo le radici sono arrivate sino alla strada asfaltata. Quasi introducendo il discorso, che cosa resta di quei legami oggi?
Verso orario di pranzo raggiungo il Monumento ai Caduti, altezza Vallortigara, alcuni chilometri prima dello Xomo.
Una corona depositata dall’amministrazione comunale.
Non ho incontrato nessuno.
Nessuno che scendeva o che saliva.
Perché i ragazzi non vengono più portati in questi posti?

Sui lastroni intagliati del memoriale mi fermo a leggere i nomi e le date di questi ragazzi.
Agosto 1944, Settembre 1944, Aprile 1945.

Cosa mi colpisce.
Sono tutti cognomi che ho incontrato nella mia vita. Parenti di ragazzi di oggi con cui sono cresciuto, come in un filo ancora sotterraneo.
Che cos’è oggi quel male oscuro della storia?
È non stare più uniti, non avere più una radice storica, culturale, umana a legarci.
È non notare quanto importante è diventato quel semplice monumento di pietre scolpite, già rispetto ad alcuni anni fa.
Non c’è più niente che ci leghi come individui a un senso comune senza farla diventare un’affermazione. Ogni discorso caduto nel vento, saltati i limiti protettivi dell’infanzia, al di là delle fedi individuali.
Io rivago per questi luoghi ostinatamente, in cerca di queste accensioni, qualche sprigionamento d’energia di senso che mi faccia risentire un essere umano non alienato a tutti i discorsi della modernità, che è l’unica cosa ma anche tutto ciò che ci manca, assieme a quei fratelli.

Il vento di aprile si sposta rapido.
Vengo investito da un manto netto grigio plumbeo.
Ho ancora l’accortezza di sentire girare il tempo e di sapere dove va la corrente.
Ridiscendo appena in tempo per il versante giusto.
Altra acqua scende nelle valli, mentre da casa guardo questo inconsueto, tipico andamento stagionale tornare a combaciare per una volta con i miei umori.
Più tardi è il silenzio. L’Europa e i suoi valori in disfacimento negli schermi e nelle televisioni.
Una strana pace senza scrivere mi è tornata in mente.