
In questa operazione, ho ripreso alcuni versi da vecchi taccuini risalenti al 2003-2004, più di vent’anni fa. A volte ne ho estrapolato letteralmente il contenuto, altre volte l’ho riscritto a partire da quella idea. In ogni caso, sono andato ad aggiungere la visione degli anni successivi dopo aver lasciato il materiale a riposo per moltissimo tempo, con questo procedimento di sostituzione o giustapposizione di strati.
XIV.
Rosso s’accende il tramonto la sera
gres che non lavati infiammano
il passaggio ad un’ora casuale
Su terrazze lasciate spesso vuote
erotiche nubi si scordano
d’un finire di maggio
Toccando la terra come il seme
che nuovo dovrà sembrare ancora
di là si dirada una rosea linea
Ricomincia ora la vita
con i figli o da soli
Einstein e Bohr ancora parlano
e ai rigetti d’un blu cobalto
entro questi sfinteri materici
viene a tutto una normalità
che ora pare impossibile
a questo mondo disgiunto
E d’un tratto riemergono le creste
un’onda beta spuntata
qua e là da nuovi faggi
o carpini ulivi ciliegi
non accortisi del tempo
un giorno, vedrai, a modulare
anche questa armonica vallata
Richiamando forse a prima di prima,
muovendo un dubbio nascente
o crescente d’altro tipo
di prima credenza di fissità o moto
Richiamando forse al bosco di prima
e tra le due visioni rimarrà il dubbio
nascente o crescente d’un nuovo tipo
proprio sopra la prima credenza
d’aver trovato fissità o moto,
vere ancora sopra il nero dei disegni
XV.
Abbattimenti scorti tra le fronde
un’altra quercia malata lungo la strada
Osservasti che ti piacevano i cipressi qua e là
invece io guardavo il tronco più spesso
contando i giri a mente per gli anni
Tutto era ordinato e abnorme quel giorno
sul ciglio del sentiero, tra i faggi che riportavano
a casa dopo modulazioni a infittire l’urbano
E sono sempre meno adesso queste memorie
di secolari alberi che diedero il nome e non
un comitato, un nonnulla, così come noi
viandanti una domenica, schivando il carnevale
senza protezioni protundere verso un prospettico
e casuale si spera abbaglio controluce
Più in là il villino giace anch’esso scordato
la cornice marmorea levigata a lesena
intarsiata prima della volta che si specchiava
con le fioriture dei parapetti, tutto quello
che non riuscii a fotografare tra le macerie
della demolizione che mi colpì altrettanto
come dimenticanza ulteriore d’alfabeto
Là ora qualcuno ha lasciato gli stivali
giallastri dove sabbia e cementi
e fango di scavi increspano e
le sigarette, una radio, prima di tornare
dopo il fine settimana all’alba a riprendere
che spazi tra gli spazi sempre meno
e metafore ancor più s’intende
E La mente a Fermi, l’acqua che tracimava
scavammo da soli un pomeriggio d’estate
Più in là una scavatrice pericolosamente
china sul bordo prima dell’invaso
vuoto tolte le grandi cisterne
metri sotto terra e sotto il cielo
E così rimane nuda l’azione del paesaggio
come il fondo d’oceano mentre noi
schivando tutto scivolavamo via
dalle ultime sensazioni come quei
luoghi e immagini sospese
riprendendole come dagli schermi
Cortina o Milano di quei giorni
in realtà di cicli ben più ampi
e senza sguardo o premio alcuno
rimettendo la linea, la dimensione
proprio assieme al paesaggio nudo
Tutti quelli sono andati via di là
ed è chiara la fine di questi versanti
protesi verso ovest come aperture
tra creste minacciose e passaggi e Vallarse
E poi cominceranno quelli altri
come queste nuove duplici
triplici scomposizioni logiche
che massimo ci sono proprio due o tre
coscienze sopra quanti testimoni
che girano in tutto questo roteare
che non bisogna mai perderci la concentrazione
nel contrario del magma di questo mondo
XVI.
Se metti una conchiglia in un orecchio
e poi tra il frusciare sospeso di Fellini
senti un passo, anzi no, il tuo ritmo circadiano
Che cosa pensi di aver sentito?
Si ridurrà tutto così per noi che cerchiamo?
Come una svendita di tutti i libri
la domenica all’angolo di Sella
tra cartoni ammuffiti e scritte sbiadite
o solo quelle… copertine ancora intatte
e i volumi fuori edizione tutti
Ci sentiremo così mi chiedo
che trovata una forma tutto collassa
e il potenziale poi si ferma
che devono stare forse di nuovo
sugli scaffali per vederci qualcos’altro
che quanto tempo passa non è dato
tra l’una e l’altra era del rivederci
XVII.
Scialle giallo sdrulcito
la via che riporta non più a casa ora
Avanti e indietro, come mulattiere
le strade che una volta erano il tempo
gambe che fanno da compassi spersi
e dolori e femori che ottundono le ossa
come ciondoli impassibili
su dolci nudi petti tintinnanti
con i curvilinei cancelli lasciati a ruggine
su case piane e cappotti rientranti
blocchi di una nuova maniera giusta
così si sposa ora quel gusto
come sottile Vienna di provincia
davanti ora un’epoca quasi sbagliata
che invece era vero il contrario
ma senza dare nel giudizio
così noi pure non più trovandolo