Categoria: Diari / Appunti

  • Amerigi. Vita longa (ritrovamento Parte I, manoscritto 2010, romanzo sperimentale recuperato per ulteriori riflessioni in laboratorio sulla composizione)

    Egli [Amico Aspertini] è, semmai, come fu Vitale da Bologna, in pieno parallelo agli spiriti del nord, segnatamente ai tedeschi, che del Rinascimento segnano l’antipodo più pronunciato; un Cranach, un Grunewald, che fanno appello a una sorta di “libero esame” umano ed artistico sconosciuto allo spirito sublimalmente gerarchico, “cattolico”, del maturo Rinascimento”
    F. Arcangeli, Natura ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, 1970.

    Personaggi tanto ricchi, i due, da essersi prestati nella storia delle interpretazioni alle più differenti simbologie. Assumendole tutte e al tempo stesso sottraendosi proprio in forza della loro grandezza artistica che finisce per renderli qualcosa di personale ad ogni lettore. Proprio in forza del loro essere vivi, umani, sempre ricchi di dignità tanto nelle disavventure che nella loro incessante e a un certo momento comune queste (la ricerca dell’ideale, per recuperare un termine e un concetto dei romanzi cavallereschi) tra realtà e fantasia, calcolo e illusione, entro una dimensione di cordiale disponibilità alla vita. (…) Come opera che addita la rottura d’un mondo fondato sulle certezze, ordinato e sostenuto da rigorose categorie logiche e concettuali. E che delinea – al modo di quanto in altro campo era toccato al Montaigne degli Essais, ma senza il suo scetticismo – un impensato theatrum mundi che, da qualunque ottica lo si guardi, svela il mondo (oggettivo e soggettivo) quale teatro di apparenze, nel quale gli uomini si muovono insensatamente; disegnando quindi un labirinto di problematicità e di incertezze che invalidano o, quanto meno, mettono in discussione ogni ruolo interpretativo.
    (…) Un labirinto, se si vuole, certamente anche amaro e angustioso. Ma che può contare sull’inimitabile palliativo rappresentato da un sorriso carico di comprensione e di umanità. 
    E. Paccagnini, Introduzione, in M. De Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, trad. di F. Carlesi, 1995.

    Il punto infatti non è se i ritratti siano stati eseguiti all’aperto, ma quanto ci sia di autobiografico nel porsi come un pittore che dipinge dal vivo, come un pittore conquistato dal naturale.
    A. Ottani Cavina, Un paese incantato. Italia dipinta da Thomas Jones a Corot, 2002.

    Vivessimo tempi differenti. Fossimo capaci di studi diversi e interdisciplinari.
    A memoria di Neri Pozza, autodidatta, mai finito il liceo, uno dei più significativi editori del Novecento in Italia.

    Una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento
    P. P. Pasolini, Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia, in Lettere luterane, 1976.

    Anche il minimo atto, in apparenza semplice,
    osservatelo con diffidenza! Investigate se
    specialmente l’usuale sia necessario.
    E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
    Non trovatelo naturale.
    Di nulla sia detto: è naturale
    In questo tempo di anarchia e di sangue,
    di ordinato disordine, di meditato arbitrio,
    di umanità disumanata,
    così che nulla valga
    come cosa immutabile.
    B. Brecht, L’eccezione e la regola, 1963.

    Nei suoi anni giovanili Delfini ha potuto assistere alla trasformazione della letteratura in facciata culturale borghese. I libri assumono nuovi valori, nuove formule di prestigio: «nella borghesia, massime tra le signore [si] ammettono solo due specie di libri: quelli per pubblico sollazzo (…) e quelli coi quali ci si fa una cultura». La «cultura» diventa un balletto di nomi famosi, con lo «spiritoso vociare di qualche salotto mondano». Fantasia, naturalezza, spregiudicatezza diventano il frutto di «cattive letture».
    Il modernismo si diffonde come stile della nuova vita borghese; e tutto tende a trasformarsi in posa, atteggiamento, culto, cliché, stile decorativo. Dietro questa facciata infuria la concorrenza tra gli autori – per lo più miserabili, tranne gli «arrivati» che fanno lega contro «quelli che arrivando potrebbero soppiantarli»; e gli uni e gli altri incarnano le più classiche patologie sociali: «falsità, invidia, piccoli dispetti, camorre, sistemi di massonerie».
    Nei Diari del 1930 troviamo un abbozzo di racconto fantascientifico dove il narratore va a trovare l’inventore della Macchina del Tempo, H. G. Wells, chiedendogli di usare la sua macchina per visitare il «tempo dell’ultimo degli scrittori». E una volta sbalzati in quel tempo futuro, vediamo una massa di allegroni col monocolo da società, intenti a far l’occhiolino a donne molto più alte di loro, le quali paiono essere le loro padrone o dominatrici, e non smettono mai di singhiozzare. Queste sono le figure del «nuovo» e rappresentano il pubblico di lettrici borghesi a cui sono consacrati tutti i nuovi libri di successo, al pari dei nuovi modelli di vestiario o di pettinatura. Intanto l’ultimo scrittore è un solitario davanti a un muro bianco sul quale ha scritto Non so. La trasformazione della letteratura si riassume in una scena di donne gigantesche e trionfanti assieme ai loro fessi corteggiatori.
    (…) e una congiura del silenzio avvolge l’individuo ancora sensibile a ciò che gli altri non riescono più a sentire, per impotenza o per spirito di gregge.
    G. Celati, Introduzione, in A. Delfini, Autore ignoto presenta, 2008.

    Incipit

    Se si prende la curva che da piazza Almerigo porta al centro del paese ci si accorge che in quel punto la strada fa una curva secca, molto stretta.
    Lì davanti si erge il Duomo. Si può avere la stessa visuale andando in macchina
    perché in quel punto anche volendo non si può andare che ai venti all’ora.
    Il rallentamento fa concentrare la visione in quel pozzo di luce che si crea davanti per terra anche col sole non completamente alto.
    Qualsiasi luce sia d’estate o d’inverno quella è una luce che come densità rimanda subito all’aria tersa di montagna. Sono colori luminosi e opachi insieme, non sono mai appiattiti come una luce emiliana, che si staglia invece tutta piatta e uniforme. In quel caso allora prende importanza il colore per tracciare delle differenze. Lì no. La luce dà il volume alle cose, ma non rimanda mai completamente a se stessa, cioè alla luce.
    Quel pozzo di luce ora è lì perché scivola sulla scacchiera di porfido recente e soprattutto perché il taglio che si ha entrando da quella curva è molto bello e aperto.
    Si ha la sensazione di entrare in uno spazio non molto grande ma ribassato nel punto in cui si chiude la visuale all’orizzonte. Come se scivolasse via là dietro, continua a persistere anche andando verso la stazione. È una bella immagine spaziosa, specialmente come sensazione ma non solo.
    Ho pensato una volta, mio papà è così.

    Viale Orazio

    Ci arrivai una sera in bicicletta. Non ricordo la stagione. Nemmeno il tempo. So solo che era sera. Dove andavo? Ci sbucai da non so quale parte, ma quando fui lì mi si manifestò subito una gradevole sorpresa. Le case che attraversavo erano normali case d’abitazione che avevo sempre visto. Quello che mi riportava la memoria indietro erano soprattutto quei poggioli non molto alti, forse neanche appena un metro e mezzo, che si sporgevano sui giardini stretti davanti. Dietro, piantato, un platano e poco più.
    Ricordo che da ragazzino giocavo in mezzo a case del genere. Una festa di compleanno, lezione a casa di amici.
    Guardando un condominio non molto alto dietro casa mia, mi posso accorgere che la sensazione con cui guardo è la stessa. La mia mente e tutto me stesso si attacca sopra quella visione di quel condominio col sole alto d’estate o d’inverno. Un angolo divide una metà in penombra dall’altra appena sotto il cornicione, con il resto esposto alla luce.
    È geometria pura adesso. Una massa data solo da luce e spazio, ma anche da massa fisica propria presente. La geometria non è solo se stessa. Prende un senso vivo. Che importa come.
    Sono volumi netti. Netti non di bene o di male, ma netti come sensazioni. Mi bastava.
    E lì dietro c’è ancora tutto.


    Vita longa

    1

    A metà aprile le magnolie erano già fiorite in via Raspelli. Non molto lontano, al di là del breve passo che separa i due tronchi della città, Franco scendeva a piedi la strada bagnata. Era un giorno molto insolito per lui. Brevi folate di vento mescolate all’umidità e a un cielo terso di passaggio tra due stagioni davano la sensazione di trovarsi di fronte a uno spazio inaspettato, non calcolato seppur desiderato con la mente. Scendendo senza bicicletta Franco aveva così deciso il corso di quella giornata almeno in parte: svegliarsi lo stesso e passare le ore di svago seguendo il ritmo di una giornata di lavoro. Durante la settimana Amerigi, così lo chiamavano gli amici, faceva di mestiere il calzolaio ma il suo laboratorio conviveva anche con spazi dedicati ad altre riparazioni cosicché in città si era fatto un certo nome senza essere per questo soggetto ad attenzioni particolari riguardo la sua persona e la sua sfera privata. Di lui si sapeva solo che era vedovo e che aveva voluto un gran bene alla moglie pur non dimostrandolo sempre nella maniera giusta. Ogni tanto il pensiero cadeva su di lei ma non con l’amarezza montata sopra dei sentimenti che oggi accompagnano i pensieri di quel triste paese in conflitto. Lei ripeteva sempre al marito: «Tu hai i miei occhi». Ed è per questa ragione che Franco, arrivato ora in prossimità del corso del fiume Aspre, aveva avuto l’idea di fabbricarsi un’imbarcazione versatile e leggera per poter visitare posti per la moglie e assieme a lei. La sua abile manualità, conseguita comunque con anni di lavoro duro e non osservato da essere alcuno, gli aveva consentito di pensare subito a delle forcelle di recupero da alcuni vecchi attrezzi agricoli. Per strada lo innervosì solo per un istante il ricordarsi di essersi costruito tante cose senza l’aiuto almeno affettivo di nessuno. E contemporaneamente la presenza in città di persone che vagheggiavano una qualche utilità sempre esposta in ogni caso al consenso di qualcuno. L’età, pensava Franco, porta con sé la considerazione di alzarsi le maniche senza nessuno ma anche senza troppo rancore. Lo aveva visto dai vecchi che ancora venivano su dalla terra nuda. La presa sulle spalle è molto difficile e viene fatta con pazienza. Lui era dovuto ripartire diverse volte da capo anche affettivamente. L’amore conduce tutto, ne era convinto, ma aveva avuto anche lui momenti duri. Tutto è staccato da un peso che non è dato da questo e tutto il resto era la città con le sue inutili nevrosi che si mescolavano a momenti di perdita di lucidità della fase di adulto. «Vogliono tutti ammattirci e farci staccare da noi stessi, politici, professori». Era vero e lo pensava ma pensava anche alla gente onesta. I pensieri si diradavano ora, con maggiore lucidità da parte sua di anziano abbastanza consapevole della vita. Tuttavia non erano quei pensieri che scacciavano quelli cattivi, ma il pensiero della moglie. L’unico che lo staccasse da tutto. Per il suo amico Carlo, pensava, era forse il ricordo di quel grand’uomo che era stato Antonio. Ma era lo stesso. Era l’amore, la passione, la vita senza maschere anche dentro i paradossi. Per lui era la moglie. Tutto qui. Lo innervosì dunque quel ricordarsi di aver fatto tante cose senza l’aiuto di nessuno ma poi pensò a lei. Alle persone che ti vogliono bene senza niente. 

    2

    Avevo visto per strada, pensava, un sacco di cose, un sacco di particolari insignificanti per i più. Quei particolari insignificanti non sarebbero mai andati dentro un quadro omogeneo nella mente di qualcuno se spinto, condizionato a guardarli. Quei particolari, il filo metallico di una rete di un giardino, il metallo fuso per una pensilina, la rosa che si rampicava tra due confini di case, tutto non sarebbe mai andato bene per una visione sforzata d’insieme. Intanto Franco pensava a quei pezzi per la barca. Quei particolari qua e là gli ricordavano i particolari di alcuni piccoli quadri di vedute che ammirava molto. Ci riconosceva i suoi ingranaggi lì dentro sparsi che solo lui avrebbe rimontato. Infatti pensava: «Con una tela più grande quei punti microscopici fanno cascare tutto l’equilibrio, mentre in dimensioni ridotte sono granelli che tengono su un equilibro sottilissimo». 
    Così anche quando qualcosa è un po’ stonata in un piccolo quadro le dimensioni non fanno perdere niente della trama generale. Bastano quei due tre interventi. Il ragionamento però dovrebbe essere il medesimo anche su larga scala, pensò, come ora infatti andava ragionando. Trovare per ogni cosa la propria giusta melodia. Larga scala, ma smontabile. La prua e l’albero. Era un bel mettersi alla prova. 
    Ora Franco aveva in mente solo di costruire quell’imbarcazione leggera e smontabile. Ci mise del tempo per trovare i pezzi. La prua la trovò smontando un’impalcatura pericolante dalla casa della madre. Per salire fino a lì la strada era abbastanza comoda. Dove partiva il corso del fiume, là dietro una curva secca dopo il ponte e il selciato continuavano in linea retta con una staccionata. Si passava una torbiera sulla destra e la casa si apriva dietro quella curva. La casa di Antonio, procedendo a ritroso dopo la strada di magnolie, seguiva le sue camminate come in quei giorni dal fiume oltre il dosso che spaccava la parte alta e bassa della città per un paio di chilometri. Lì abitava anche Franco.
    Dietro il cortile il suo laboratorio era invaso di oggetti apparentemente disposti casualmente. Molti di essi erano solo attrezzi. Tuttavia una bella e antica sensazione pervadeva l’ambiente, nonostante gli utensili fossero abbastanza nuovi. Li aveva dovuti ricomprare quasi tutti dopo l’incendio dell’estate precedente. In mezzo erano sistemate anche la prua rifusa e riverniciata con l’impregnante e alcuni disegni preparatori per una lancia, ma aveva in mente qualcosa più a metà tra una barca a vela e un fuoribordo. 

    3

    Ai primi di maggio si udì la porticina che conduceva al laboratorio emettere uno strano gemito. Franco stava lavorando di buona lena. Si girò improvvisamente attirato da quel rumore inconsueto. Sentì il vento spirare muovendo dolcemente quella porta. Il contrasto tra quel movimento delicato e il rumore stridulo di anziana arteriosclerotica che ne uscì mise il sorriso in faccia a Franco che continuò imperturbato subito dopo nelle sue operazioni. Stava scaldando un bel vetro con venature cobalto per lavorarlo ed ottenerne la parte anteriore del suo progetto.
    La casa dove abitava non esisteva quasi più per lui. Tutte le sue attenzioni e i suoi ricordi erano dentro quel laboratorio. Tra il disordine poteva ancora scorgere tracce dell’affetto delle persone per la sua operosità. Superata una porta su un lato della casa si accedeva ad una pensilina abbastanza lunga da superare il cortile sul retro e far accedere alla porta del laboratorio. Quest’ultimo aveva una planimetria e un prospetto indefinibili: c’erano angoli smussati ovunque, parti costruite successivamente e parti semiabbandonate. Tuttavia si aveva l’impressione di qualcosa dall’aria dignitosa e da guardare con trasporto e rispetto, anche se non ben riconoscibili erano tutti quegli strumenti e quegli scarti buttati in ogni angolo. La sensazione si consolidava e si arricchiva di sentimenti di percezione di un passato che aveva ancora seguito la storia seppur senza indicarlo in nessun modo. Questo era dato dall’acero a fianco del capanno da cui partiva anche un muretto di cinta che seguiva il filare di qualche nocciolo. Al di là del muro svettava un magnifico carpine con qualche colore di prugno in fiore che andava diradandosi.
    La porta per il vento era rimasta aperta a quel punto, quando due zoccoli di donna un po’ consunti con un bel disegno floreale su un lato, poco dopo attraversarono il camminamento di morsetti, pinze, chiavi e viti d’ogni sorta. 
    Franco non si era accorto di niente. Iniziò a sentire che qualcosa si muoveva solo da un riflesso arancio su una sega da carpentiere appesa alla sua destra, che ad un certo punto prese a brillare. Fu in quel momento che si voltò.

    4

    La piccola figura avanzò e fece per togliersi il berretto dal capo. Fu solo allora che Franco mise a fuoco quella persona. Dietro la mantellina color arancio si fece avanti una donna di media statura dall’aspetto buffo e un po’ tetro per via del leggero trucco scuro, ma che subito riconobbe come gradevole.
    «Avevate fretta eh» disse.
    «Di solito non lavoro così».
    «Avete qualche scadenza in vista?»
    «Veramente…» rispose Franco, ma a quel punto lei lo interruppe di nuovo.
    «Mi riferivo a quello» fece lei, facendo incespicare sulle parole il calzolaio per poi riportarlo alla tranquillità più assoluta, maggiore ancora di quando stava terminando le saldature poco prima. Da quei pochi tratti forse aveva già capito un po’ quella donna. 
    «Quei tulipani in giardino andrebbero ripiantati» interruppe ancora sapendo questa volta dagli occhi di Franco di non dar fastidio. 
    «Quest’anno non ho ancora ben capito» rispose lui. 
    «È tutto fiorito in anticipo, ma ho già tagliato gli steli per la primavera».
    La donna restò per un momento perplessa. Poi accennò ad un sorriso. 
    «Avevate bisogno di qualcosa in generale?»
    Franco era abituato alle visite in laboratorio. Queste avvenivano con buona frequenza. Il fatto che non fossero mai troppo eccessive gli aveva fatto pensare di lasciare la porta aperta così com’era. 
    «Non sono mai entrata qui». 
    Seguì un breve silenzio. 
    «Come vi chiamate?»
    «Angela».
    «Bel nome. Io sono Franco». 
    «Che cosa state fabbricando?»
    «Un timone, se riesco».
    «Avete intenzione di andarvene?»
    «Mi piacerebbe».
    «Ma per sempre?»
    «Avrei un’idea…». 
    Franco si voltò quasi sul punto di una confessione riservata e discreta, ma adesso Angela era già distratta.

    5

    La donna era abbastanza minuta al contrario di Franco, slanciato e robusto, con una barba già brizzolata. A vederli insieme forse li si sarebbe potuti scambiare per padre e figlia, con in più il fatto che Franco sarebbe risultato molto più giovane di lei con un bel vestito nero e i capelli sistemati all’indietro. Messi uno accanto all’altra sembravano davvero bizzarri, almeno solo in quanto ad accostamento. Ognuno portava in sé tutti i requisiti per muovere una simpatia o una risata liberatoria, ma poi la cosa si fermava sul piano della normalità sempre, sul suo piano più bello e gradevole.

    L’idea di Amerigi era quella di una traversata del Tirreno in direzione delle coste del Faso. L’arcipelago non era molto distante dalle coste di Volterra cosicché lì avrebbe potuto decidere se sostare o fare base per poi ripartire. C’era dell’ottimo legno di faggio aveva sentito dire. Ciò coincideva con le sue preoccupazioni su eventuali pezzi di ricambio.
    La donna intanto se n’era andata dopo aver fiutato angolo dopo angolo tutto il laboratorio ed averlo registrato nella mente. Non si udì niente a parte un saluto educato prima di uscire. Nemmeno di questo si accorse Amerigi.

    Gli ultimi giorni dei preparativi furono frenetici. Era ormai già maggio inoltrato, la prua era perfettamente saldata a forma di piramide irregolare sul rivestimento dello scafo. Sopra al fasciame e a una piccola cabina si trovavano una sottile randa e una boma smontabili, cosicché in caso si sarebbe potuto veleggiare. In fondo, dall’altra estremità, il cassero terminava su un’apertura in cui era installato il motore di un gommone alleggerito e cinto da una membrana removibile che andava a formare la poppa. Ai fianchi sugli scalmi erano poggiati su superficie concava anche un paio di remi.
    Franco stava ora lavorando su alcuni filtri di pompaggio dell’acqua, quando si rese conto di aver bisogno di una figura in più su cui appoggiarsi che ne sapesse quanto lui in caso di problemi alle parti meccaniche. Aveva insomma bisogno di un mozzo. Fu in quel momento che la sua mente iniziò a vacillare. Non era un problema da poco.

    6

    João era stato il maestro di carpenteria di Franco, uno tra i tanti da cui aveva imparato, sicuramente l’uomo più strano che fino a quel momento avesse conosciuto. Fu a lui che pensò dopo qualche esitazione. Avere João a bordo corrispondeva ad avere un problema non di gestione complessiva, si fidava abbastanza di lui e delle sue capacità, ma di controllo sui suoi sbalzi umorali ed eccessi. Era infatti perennemente in preda ad accessi d’ira. Per una ragione non ben definita sembrava più giovane di lui. Anche con quei due enormi baffi bianchi arruffati, come del resto per quei pochi capelli spiantati che si ritrovava sulla nuca. Forse ciò era dato dalla sua corporatura.

    Decise che era l’unico uomo a cui poteva affidarsi in ogni caso, rimpiangendo così un po’ sommessamente la solitudine felice che aveva contemplato e immaginato di poter trovare.
    A questo punto Amerigi mollò le bussole e le carte di navigazione che aveva per le mani, si discostò dal tavolo con i bozzetti che stava revisionando e scattò verso l’ingresso di casa per precipitarsi da João. 
    Non lo sentiva oramai da qualche anno. Anche questa incognita lo preoccupava. Non sapeva se l’avrebbe rivisto davvero.

    7

    Strada facendo Franco, preso nella concitazione della partenza, stava pensando tra le altre cose al carattere di João. Si ricordò in particolare di un suo vecchio zio che gli somigliava. 

    Ricordo delle discussioni:

    Franco: «Abbasso il potere temporale dei chierici. Tutti in una fossa assieme ai nostri politici».

    Nessuna risposta

    Zio Craco: «Un orso si aggira sulle nostre montagne».

    Un anno dopo

    Franco: «Bisogna fare qualcosa».

    Nessuna risposta

    Passarono due mesi.

    Riformato il nuovo governo

    Franco: Nessuna risposta.

    Craco: «Accidenti a loro. Mollarli su un binario cieco e smaltarli tutti contro un muro quei bistecconi».

    L’orso arriva in città

    Mese successivo.

    Craco: «Basta al muro tutti anche i chierici lazzaroni».

    Suo fratello, che tornava proprio in quel momento da una funzione religiosa: «Abbasso il potere politico dei chierici. Tutti in una fossa assieme ai politici».

    Una settimana dopo

    Craco: «Bisogna dare un segnale, la gente è stufa, ha paura di parlare».

    Qualche tempo dopo (un giorno dopo)

    Treno merci si schianta
    Finisce la corsa dell’orso
    Testa mancante per entrambi

    Suo zio aveva molto in comune con João.

    8

    Di pomeriggio il sole già picchiava sulle teste dei passanti. 
    Amerigi uscì di casa prendendo l’imbocco del vialetto laterale per uscire poi sulla strada principale. Salutò la signora Silva, la proprietaria della piccola pelletteria oltre la farmacia e si andò ad infilare prima dell’inizio del camminamento sul lungo dosso entrando direttamente nel cortile della casa di João. 
    Dalla strada aveva sentito un frastuono provenire da quelle parti, ma non era del tutto sicuro. 
    Più avanti l’impressione di consolidò.
    Dal giardino infatti si poteva sentire un uomo di mezza età cantare gracchiando un pezzo molto romantico alla maniera di Juliette Greco. Amerigi non riuscì ad afferrarne il titolo. 
    A quel punto aprì la porta deciso. Aveva voglia di tagliar corto. 
    «Non credevo di trovarti qui» disse Amerigi.
    «Le troverai mio amor la sera» intonò l’uomo davanti a lui facendo finta di non accorgersi minimamente che la persona entrata fosse quel suo amico.
    Franco si accorse che qualcosa usciva dalla bocca del carpentiere.
    «Ciucio aposto baby?»
    «Parla español?»
    La voce era catatonica. 
    João il maestro estrasse una lamella di legno che teneva poggiata sul labbro. Borbottò qualcosa tra sé. La voce era molto ben impastata, cosa che poteva indurre a pensare con sufficiente esattezza a una gran quantità di vino ingurgitata dal nostro.
    «Questo mi servirà per passare la frontiera».
    «Senti capitano, ma mi riconosci ancora o no?» scherzò adesso Amerigi non sapendo ancora se aveva capito, nonostante quella confidenzialità scattata subito.
    «Certo che ti riconosco. Metti la mano qui».
    Indicava con chiarezza i segni che portava sul braccio. Erano segni eroici che il capitano, così si faceva chiamare João, si era procurato tentando di solcare i mari al di sotto dell’arcipelago del Faso. 
    Amerigi ci pensò su per un istante. Quel segno in particolare, il morso del barracuda, quello non contava niente con la loro storia personale, perciò restò abbastanza disorientato.
    «Ho un occhio nuovissimo sai» disse il capitano ammiccando sempre più.
    Fece a quel punto girare un’ancia posizionata a ridosso delle tempie: la pupilla sinistra si girò del tutto dentro l’orbita e un’altra pupilla, quella vera stavolta, fece la sua comparsa. 
    «Aaah!» ci fu subito un grido stridulo del capitano: «Maledetti te e i tuoi taschini anteriori. Ti avevo scambiato per Iris».
    «Iris?» chiese Amerigi.
    «Iris, quel bel fiore selvatico che è arrivato in paese non l’hai vista?».
    A quel punto risero tutti e due abbandonando per un istante la conversazione e abbracciandosi.
    Il capitano salutò così: baciamano per rispetto ossequioso, nei confronti di una persona di cui aveva stima infinita, ma che mai per un motivo o per l’altro non dipendente da loro due era riuscito ad avvicinare con costanza. Erano anche molto diversi caratterialmente ma questo non toglieva nulla. 
    Normalmente si sarebbe detto: quei due si stanno antipatici e così non era. Era bello per quello.

    9

    Aveva creduto di non trovarlo più. E invece era sempre là dov’era stato il capitano. 
    «Come vanno gli affari? Intendo i tuoi affari». Sorrisero entrambi.
    «Brevetto chincaglieria come questa vedi, che allocchi del governo comprano rivendendo al netto. Ma il fatto è che ne ho bisogno io per circolare ancora senza che mi possano fermare».
    Girandosi sulla destra estrasse da un’anta un vecchio sassofono, al cui interno alcuni tubi sapientemente nascosti erano collegati all’imboccatura. Questi tubi passavano nel fusto terminando in delle sacche ripiene d’alcool.
    «Con un sol # ho dell’ottima tequila vedi».
    Suonò a quel punto a gran velocità l’attacco di Scrapple from the apple, un ingarbugliato solfeggio con molte note, rischiando subito di schiantarsi sul pavimento per lo stordimento procuratogli dalle risacche. 
    «Non ho niente da offrirti purtroppo».
    «Ti devo parlare di una cosa seria» disse Amerigi.
    «Cosa seria?» chiese il capitano.
    «Se non fosse per queste diavolerie qui c’è da ammattire mio caro. Diavolerie senili ecco tutto. Ah!».
    Amerigi intonò un la minore. 
    Poi si mise a sedere.

    10

    Il posto era accogliente nonostante anche il suo vecchio maestro ammassasse grandi quantità di svariati materiali come scorte per sé e per i suoi lavori. 
    Ormai in paese si doveva recuperare tutto e arrangiarsi per restare a passare degli inverni molto rigidi senza alcuna assistenza. I mezzi a disposizione erano pochi, più scarsi che in passato dato che molti se ne erano andati. 
    «Devo raggiungere l’arcipelago» disse Amerigi.
    Il capitano sputò improvvisamente ciò che stava ingurgitando di buona lena. 
    «Ancora con queste faccende! Mio caro sono tutti passati per l’arcipelago. Hai avuto una dico una cartolina da qualcuno in tutti questi anni?».
    «Siamo rimasti solo noi ormai, è vero, ma io non mi riferisco a quella gente quando te lo dico».
    Il capitano ci pensò un po’ su. Solo in questi casi e pochissimi altri si poteva vederlo aggrottare le ciglia e diventare manifestamente credibile. Aveva capito al volo. La cosa allietò molto Amerigi, che non lo diede a vedere. Si trattava della donna che aveva amato João. 
    Anche lei era partita e come la moglie di Amerigi, morta in altre circostanze, non aveva mai fatto ritorno. Entrambi nutrivano un rispetto sacro per questo genere di cose, anche se le loro vicende rimanevano molto diverse. Ci pensò su. Poi, con gesto roteante della mano prese a gesticolare come a voler dire ecco hanno bisogno di me un’altra volta. Ecco che casca l’asino. Gran daffare per mettersi il vestito buono. Più niente. Ci tocca di nuovo. Guai a chi alza un dito. Silenzio e mosca… Caval donato… Una rondine non fa primavera…
    Amerigi se ne andò lasciandolo nel suo sproloquio. Aveva capito che sarebbe venuto. Ora se la prendeva anche con lui, ma questo ormai non lo preoccupava più. Con gli anni aveva imparato a farsi la pelle su questo genere di cose.
    Rifece la stessa identica strada, girò il vialetto, ma stavolta trovò che qualcosa era cambiato. Davanti alla porta di casa, sopra lo zerbino, qualcuno aveva poggiato a terra lo stampo per il sestante e il cannocchiale che Amerigi aveva cercato per giorni.

    11

    Chi poteva essere stato? Questo non fu il primo pensiero che gli passò per la testa. Fra sé e sé sapeva che l’unica persona che gli avrebbe potuto vendere un buon cannocchiale era probabilmente Jean-Paul, il francese che un tempo gestiva un importante punto di ritrovo per i compaesani, il Rosa Rosa. 
    Al Rosa Rosa si poteva trovare di tutto, meglio che da un rigattiere. Jean-Paul era un uomo splendido, alto e brillante nei modi. Un uomo d’altri tempi che non perdeva mai la calma, dallo charme unico. La sua costanza stava nell’avere sempre lo stesso stile, lo stesso modo di fare e trattare con la gente, non con freddezza ma con autorità e controllo. Il problema era che il Rosa Rosa ora stava cadendo a pezzi. Jean-Paul era morto e perfino l’insegna non esisteva più.
    Solo a questo punto Amerigi poté chiedersi chi mai fosse stato. Aprì la porta di casa. Tutto era in ordine. Abbandonò ogni pensiero e si lasciò sprofondare sul lungo divano in un profondo sonno. Ormai da anziano quale stava diventando, lasciava cadere anche questi complessi interrogativi. Del resto aveva conosciuto troppe persone per mettersi ora lì a ripensarle con lucidità una ad una.

    Per giorni Amerigi lavorò per portare a termine la costruzione del sestante e del cannocchiale. Tuttavia l’aria di quel mistero aleggiò nella sua mente nel momento in cui si trovò a dover decidere il nome per la barca. Non ci pensò due volte e la rinominò Rosa Rosa. Più tardi quel giorno, dopo aver dipinto il nome su un fianco della poppa, decise di far sistemare l’imbarcazione direttamente al porto, cosicché fosse visibile per qualche altro giorno, così sperava, al misterioso donatore.
    Tutto era pronto e quel pomeriggio il sole dava l’impressione di accogliere bene tra i fianchi delle colline quella partenza. La luce si stagliava alta, nessun’ombra arrivava alla vista guardando l’insenatura del porto, cosicché si sarebbe potuto vedere anche il più lontano e timido camoscio passare a chilometri da lì attraverso la boscaglia fitta.

    12

    Il clima era ancora temperato nella regione in cui si trovavano. Così anche in prossimità del Faso. Amerigi, tuttavia, non avrebbe giurato che non ci sarebbe stato da battere i denti per il freddo. Le correnti giocavano brutti scherzi in quella zona di mare. Così decise di inserire tra i pochi bagagli qualche lunga coperta di lana molto pesante. Aveva preso anche lezioni di cucito da una sua zia cosicché sul momento avrebbe potuto utilizzare dei sacchi di nylon e cucirli insieme a vecchie coperte in caso di burrasche prolungate.

    Non tutti i lavori manuali si somigliano tra loro. Il lavoro di fabbro, quello di idraulico, così come quello di Amerigi hanno in comune il fatto di non essere più recepiti da nessuno. Non hanno nessuna codificazione, se non quando uno si trova lì a fare questo mestiere. E nessuna condivisione in società nel pubblico interesse.
    Ma poi, in più, c’è il fatto che questi sono anche molto diversi l’uno dall’altro e ognuno a seconda delle persone che lo svolgono.
    Così Amerigi svolgeva sì tutti quei lavori, ma trovava un filo logico, seppur non pensandolo del tutto, tra quelle sue particolari materie. Suo nonno era stato un ottimo sarto e nonostante anche lui se la cavasse sentiva in cuor suo più un legame con l’atteggiamento di precisione, pazienza e manualità sciolta da sforzi eccessivi e rapidi, comunque pazienti a modo loro. Così questo si trasmetteva in altri campi ma sempre con la stessa parallela attenzione.
    Il lavoro era per lui una questione di manualità in questi termini, diversi e legati allo stesso tempo da altri simili, ad esempio quello di un fabbro.

    Alle sei e cinquanta antimeridiane del ventuno maggio Amerigi stava guardando bene il calendario e l’ora soprattutto per concentrarsi. Il vecchio calzolaio sarto carpentiere si accingeva a mettere piede fuori dalla porta di casa una volta per sempre, così com’era nelle sue intenzioni. Osservò quasi fosse stata la prima volta il pavimento, ispezionò la mobilia e infine salutò.

    13

    Siamo ora in prossimità della darsena che porta all’insenatura sul porto.
    Amerigi ha camminato svelto.
    Dov’è João? Amerigi puntò in direzione della sua imbarcazione. João doveva esserci arrivato per primo. Lo scorse con la punta del suo sguardo accorgendosi della sua presenza da lontano da un granello di luce proveniente dalla cabina.
    Probabilmente era già lì da alcuni giorni.
    «Allora capitano, ti piace?»
    «Gran bel pezzo di…». Andarono avanti così un po’ a parlare di quella barca. Si divertivano ad atteggiarsi come due buttati fuori dal mondo, anche se al di là di questa ironia avvertivano di poterlo essere davvero.
    Tuttavia qualcosa non quadrava istintivamente ad Amerigi, che nel frattempo era ancora voltato dentro la cabina a sistemare le ultime cose portate da casa. La voce gli sembrava quella del capitano, ma aveva ormai sviluppato una sensibilità molto accentuata verso i materiali per non badare a un certo fischio. Subito gli ricordò un suono ligneo brillante e profondo.
    Nessuno, né la polizia di frontiera né le persone comuni, era più in grado di distinguere un suono dall’altro così come per tutto il resto. Quel fischio, che sottolineava la pronuncia, poteva indurre a pensare a uno sberleffo da parte del capitano verso tempi andati in malora, ma anche a un suo particolare motivo d’orgoglio.
    Sulle prime pensò al legno di palissandro, poi si ricordò di striscio della lamella in bocca al capitano, dello stesso materiale. Tutto avvenne molto rapidamente e così anche il suo voltarsi tra la meraviglia e la sensazione di uno smarrimento allucinato.
    «Buongiorno signor capitano».
    Era sbigottito Amerigi. Voltandosi aveva trovato con la coda dell’occhio il capitano steso a dormire su una branda con in grembo il suo sassofono. Lì davanti a lui invece c’era una persona che non si aspettava minimamente di vedere e che a malapena ricordava. Si trattava di Angela, la Iris del capitano. 
    «Veramente il capitano sarebbe lui, quel cadavere».
    «D’accordo signor Amerigi».
    «Amerigi?» pensò. Nessuno conosceva quel nome al di fuori di una cerchia stretta di amici e di compaesani della sua età. 
    Seguì un accenno di sorriso da parte di Iris. 
    «Che cosa ci fai qui?» chiese Franco.
    «Ho visto il vostro scafo. Era molto ben fatto e ho pensato di aiutarvi. Nella stanza mancava un disegno di un cannocchiale, non vi siete accorti?» rispose Iris aumentando ancor più la confusione dentro la testa del povero Amerigi, che nel frattempo non si era ancora ripreso dallo stupore.

    14

    Iris era rimasta orfana a sette anni. Era arrivata da una città vicina. Conosceva bene, e aveva nel sangue, le movenze, gli atteggiamenti, i difetti, i pregi più invisibili degli abitanti del paese in cui si era insediata ancora da piccola.
    «Senti, vuoi dirmi che quel disegno sulla porta, quello l’hai messo tu?».
    Iris si era già voltata. Prese una coperta dalla valigia di cuoio ancora aperta che Franco aveva poggiato poco prima vicino al tavolo con le carte nautiche.
    «Quando si parte?» chiese.
    Iris collegava fatti che non erano affatto collegati. Questa era una sua particolarità. La sua era pura curiosità, così come aveva notato quel disegno quando ci si era trovata davanti. Quella curiosità un po’ assurda e appassionata legava però bene le personalità di Franco e Angela. Non aveva idea che mancasse tra le carte un disegno simile. Per questo, tali fatti scollegati disorientavano Amerigi, seppur non ne fosse minimamente turbato. Anzi lo faceva sentire sereno quel modo di sorprenderlo.
    «Dove hai trovato quelle carte?».
    «I miei fratellastri conoscono un rigattiere ma io ne diffido. Quello che c’è adesso in paese ha tutto ma non è per niente piacevole entrare in quel posto. Nessuno supererà mai la Rosa Rosa».
    Ecco di nuovo sbigottito Franco. 
    «Non è solo un luogo legato alla mia infanzia qui. Forse tu mi puoi capire. Mi capisci?»
    Capiva sul serio adesso Amerigi.
    Per lui quella ragazza era già arruolata a bordo, se solo avesse voluto partire, ma sapeva che era giovane e così non era.
    Erano anni, decine di anni che non sentiva un discorso simile. Era quasi commosso con poche parole. Iris lo notò ma non riuscì bene ad afferrare tutto questo sul momento.
    Amerigi, da parte sua era ora improvvisamente contento di avere quella persona accanto. Chiese, in leggero contrasto con i suoi principi ferrei: «Hai intenzione di restare in questo posto?»
    «Perché?» fece lei.
    Franco pensò di aver passato un limite ragionevole.
    «No…no. È che io sto per partire. Un mio desiderio che si avvera dopo molto tempo. Solo, come posso ringraziarti del regalo?».
    «Perché?» fece di nuovo Iris: «Non si parte più?».
    A quel punto Amerigi stabilì un’interrogazione serrata. Si sedettero dove trovarono spazio e iniziarono a parlare. Non doveva preoccuparsi dell’ora o del capitano. Ciò metteva la giusta tranquillità a Franco per poter discutere, seppur così in maniera non prevista.
    «Da dove vieni?»

    15

    «Ho ventidue anni e ho appena finito le scuole di addestramento. Non sono servite a niente…».
    «Non sai davvero quello che dici. Ti porto con noi solo per l’estate. Se lo riterrò opportuno al termine ti riporterò ad imbarcarti».
    Iris storse il naso ma sapeva che in fondo era una decisione saggia alla quale anche lei era arrivata, ma che abbisognava di una conferma in qualcun altro.

    Verso metà mattinata quella strana imbarcazione prese il largo. Iris indossava i soliti zoccoli con disegno floreale e una mantellina arancione sopra un vestito di fiori ricamati a quadri. Il capitano un lungo cappotto rivestito di ovatta impermeabile giallo. Sotto indossava un panciotto e dei pantaloni verdi. Il giallo e il verde poi andavano ad unirsi come impressione generale ai suoi lunghi baffi bianchi, che però per uno strano motivo lo facevano sembrare giovanissimo. Parevano attaccati artificialmente. Amerigi portava un poncho a scacchi da cui fuoriuscivano dei pantaloni neri consunti che terminavano molto più in alto delle caviglie. Ai piedi apposite scarpe fatte da lui erano ricoperte esternamente con un rivestimento preso da stivali da pesca dalla linea molto elegante a modo loro.

    Tutto procedette bene il primo giorno. Iris leggeva molto e apparecchiava qualche brodo ricostituente per il capitano. Amerigi restava molto autonomo in tutte le cose che faceva, ma nonostante questo discuteva animatamente con tutti e due partecipando in ogni occasione con disponibilità.
    L’intesa tra tutti era speciale.

    16

    Ci furono tre giorni consecutivi di burrasca e cielo coperto. Il capitano raccontò una storia per passare il tempo e far dimenticare le giornate uggiose.

    Nei suoi racconti il capitano inseriva sempre vicende con incontri amorosi scabri ed essenziali. Stavolta optò per un tema che gli tornò alla mente uscendo dal bagno, dopo tutta quella umidità. 

    “Io alla mattina appena mando giù un po’ di latte devo subito correre al bagno. Sono regolare come un orologio svizzero tutte le mattine, però a volte mi capita di aver degli impegni e di dover rinunciare. Allora vado a fare quel che ho da fare e cerco di restare il più indifferente possibile per non far capire che ho mancato l’impegno. Però se una mattina mi sveglio nervoso o con molto sonno non riesco bene a controllare la situazione e allora va a finire che ci devo andare per forza.
    Una volta è successo che la mattina avevo rinunciato ad andare perché dovevo andare a Cersipath col mio amico Randolph. Allora poi io sono andato a prendere il battello e siamo arrivati a Cersipath che saranno state le nove. Io avevo iniziato ad avvertire dei sintomi ma non ci badavo perché tentavo di restare il più indifferente possibile. 
    Poi quando eravamo là io gli ho detto a Randolph se prima di accompagnarlo in giro andavamo a pagare un debito mio vecchio. Allora Randolph mi ha accompagnato e siamo andati lì. Il programma della giornata prevedeva che passassimo un po’ di tempo insieme visto che non ci vedevamo mai per via degli impegni diversi che avevamo, e poi io sarei andato a trovare una certa ragazza che lavorava anche lei lì e aveva un appartamento. Randolph invece ci andava e tornava ogni mattina. Quel giorno non faceva il turno e doveva comprare un regalo per sua sorella.
    Quando io avevo risolto coi pagamenti i sintomi avevano iniziato a farmi venire i sudori freddi e a farmi sbiancare. Allora ero andato avanti ancora indifferente come non mai. Eravamo arrivati davanti a un buon posto per il regalo. Io non mi reggevo più in piedi. Avevo atteso anche troppo e quando capita di attendere troppo in situazioni del genere o la fai lì, o perdi la testa. Ma dato che io sono testardo a volte anche in situazioni per cui non c’è da essere per niente orgogliosi, con assoluta indifferenza ho detto a Randolph dopo che lui mi aveva anche accompagnato in giro che io allora andavo via dalla mia tale ragazza, che era stato un piacere e che magari ci sentivamo per tornare indietro insieme. Randolph mi ha salutato ed è tornato a fare le sue cose. Lui non fa mai trasparire troppo quello che pensa perché se uno c’arriva in certe occasioni c’arriva sennò è stupido. Però poi si comporta di conseguenza e non ti rivolge la parola per un pezzo. Questa è la cosa più normale del mondo e infatti io ho sempre fatto come lui ma con meno convinzione perché forse son timido o un po’ più ingenuo a non arrabbiarmi con le persone perché penso sempre che tutto vada a finir male comunque se litighi. In ogni caso alcuni non son per niente neanche così perché in più hanno paura a veder uno che si arrabbia così senza dirtelo in faccia, e oggi tutti hanno paure stupide perfino come questa.
    Io mi sono messo in fuga verso casa della mia ragazza. Non sapeva nemmeno che dovevo essere lì e infatti dovevo fargli una sorpresa. Però se non fosse stata a casa penso che avrei sfondato la porta.
    Quando sono arrivato ho dovuto occuparmi delle cose di rito e fare la parte del formalista che bada sempre alle situazioni. Le davo due minuti non di più. Fortunatamente si era appena svegliata e perdeva anche lei poco tempo in chiacchiere anche se era molto contenta. Allora con una scusa le ho detto che ci bevevamo il caffè e poi, dato che ero già stato parecchie volte lì con assoluta nonchalance mi sono infilato nel bagno.
    Insomma quando quella giornata è finita Randolph non mi parlava più, e invece ero stato tutto il giorno con la mia ragazza, perché io dovevo passare tutto il giorno con Randolph e di contorno fare solo una sorpresa volante alla mia ragazza.
    Poi è passato un po’ di tempo è naturale. E allora abbiamo ripreso a parlarci. Quando è stata l’occasione di chiarirci io non gli ho detto niente perché non c’era neanche più bisogno visto che ci intendiamo al volo quando facciamo stupidaggini e allora quando capita non si nascondono o si giustificano con delle parole ma deve solo passare del tempo lentamente. Non gli ho detto niente io a Randolph ma ho pensato tra me e me, abbiamo litigato davvero per una…”

     A quel punto si commosse anche un pochino. 

    17

    La navigazione era stata eccellente nonostante quegli ultimi giorni. Dall’insenatura da cui erano partiti si erano ritrovati in mare aperto. Niente di straordinario fino a lì, ma grande eccitazione da parte di tutti. Superate le correnti del Machigia erano arrivati all’arcipelago costeggiando prima una costa spiovente dalla sensazione un po’ tropicale, per via anche del contrasto tra la luce del giorno e la luce invece di quelle rocce dal colore solo lievemente richiamanti l’amaranto.
    Passate queste era iniziata una fitta vegetazione con alberi da frutto molto solidi e slanciati, dalla forma di pini marittimi. Gli alberi sembravano portare a un camminamento coperto come dentro una pineta. Questi arbusti si aprivano poi in un dato punto a raggiera per lasciare spazio non allo sbarco ma addirittura alla prosecuzione della navigazione.
    I tre erano molto meravigliati da tutte queste sensazioni. Amerigi scelse una zona d’ingresso qualunque e poi la barca s’inoltrò lungo questo percorso quasi fluviale cinto da quegli stessi alberi visibili lungo la costa.
    Il percorso seguiva un paio di curve molto snelle e agili da percorrere per poi affrontare un breve tratto apparentemente di disimpegno.
    Ci fu invece proprio in questo momento un sobbalzo e si udì un tonfo provenire da sotto lo scafo.
    Amerigi prese ad agitarsi e a salire con molto affanno la scala oltre la cabina per ispezionare da posizione rialzata il fondale marino.
    Il capitano cambiò completamente personalità prendendo il timone senza nessun segnale tra lui e l’amico. Iris drizzò le antenne in stato di allerta.
    Nonostante la velocità di reazione e la sicurezza di Amerigi sulla difficoltà di rompere lo scafo, regnò per un momento il panico soprattutto perché niente si era mosso subito dopo e ad Amerigi era parso che non vi fosse nulla di distinguibile su quel fondale.
    L’acqua era leggermente torbida e ciò ostacolava ogni sensazione di sicurezza e fiducia in lui. Amerigi si precipitò a discutere col capitano sul da farsi. Entrambi erano troppo occupati in quel momento perché solo Iris scorgendosi su un lato notò che il corso dell’acqua era cambiato improvvisamente e che la barca stava procedendo con una leggera pendenza di qualche decina di gradi. I suoi sensi molto affinati le permisero di percepire che si trattava di una salita. Iniziò a sudare freddo e non riuscì a richiamare l’attenzione di nessuno dei due.
    Tutto era perfino troppo surreale. Figurarsi poi la velocità con cui tutto stava accadendo. Il fatto è che erano ancora in movimento mentre tutto succedeva. Si doveva per forza badare anche e soprattutto a dove si stava inoltrando la barca. Iris era sbiancata, ma trovò la forza di avvertire il primo che trovò con lo sguardo. Ne fu informato il capitano. Non l’avesse mai detto, questi constatò e passò al contrattacco sferrando un colpo terribile al timone che prese a girare all’impazzata. Improvvisamente si udì un frastuono e poi ci fu l’inferno.
    Tutti si ribaltarono in cabina, Amerigi restò lievemente ferito al polso, ma non fece in tempo ad accorgersene che già si era precipitato a vedere: stava accadendo l’impensabile. La barca si era girata su se stessa, si era arrestata, ma tutto procedeva all’incontrario. Come se ciò non bastasse un forte rumore di parti saldate, di giunzioni metalliche sottoposte a pressione e un devastante cigolio proveniente dalle valvole dei motori, tutto questo prese a farsi strada mescolandosi al panico generale. Poi, altro colpo durissimo, la barca s’inclinò di nuovo. Amerigi sull’orlo della follia gridò che stavano per precipitare da una cascata. Il capitano a quel punto salutò tutti.

    18

    La barca fu attraversata da una corrente d’aria fortissima. La cascata arrivò e si portò via tutta la scialuppa. 
    Cadeva di tutto e tutti andavano a sbattere ovunque. Per fortuna, dal rigiramento precedente, a prua la cabina era stata invasa da qualsiasi cosa creando un cuscino contro l’esterno.
    Quando presero il volo i tre si trovarono urtati contro quel tappo salvifico già prima di cadere nel vuoto. Ma accadde dell’altro.
    Volando giù per il dirupo il frastuono dei cigolii aumentò talmente tanto che i tre già tramortiti non si resero conto che l’imbarcazione si era arrestata proprio dopo aver perso ogni speranza di evitare lo strapiombo.
    Se ne accorse appena un istante successivo Iris, come già aveva fatto, con anticipo su tutti. A quel punto l’adrenalina le era corsa lungo tutto il corpo fino ai piedi e trovò la velocità per avvertire Amerigi e il capitano.
    Tutto rimaneva sospeso. Adesso c’era solo un lamento cigolante che dopo la sfuriata precedente stava riprendendo a salire d’intensità. Amerigi si riebbe dopo un po’. Non riuscì ad alzarsi per via del polso indolenzito. Il capitano si alzò in quell’istante e cercò disperatamente il suo sassofono. Sapeva come gli altri due compagni che doveva uscire di lì al più presto.

    19

    Qualcuno aveva costruito delle passerelle lungo la scarpata che correva su un fianco. Il primo a notarle fu il capitano, che ormai non badava più allo stupore di tutto quello che stava accadendo. L’imbocco della passerella partiva esattamente a lato della prua e i tre ebbero solo a lottare per salire quei pochi metri in verticale e aggrapparcisi sopra. Il capitano si aggrappò a una gamba del tavolo che fortunatamente era fissata sul pavimento della cabina. Dietro, Iris da seduta fece salire Amerigi su una spalla, mentre il capitano si occupò di tenergli la mano ancora sana e di portarlo con l’altro piede oltre il tavolo. Amerigi era anche molto preoccupato per le sue carte, ma si ricordò di avere ancora delle bussole nei taschini dei pantaloni. Iris fece quasi un balzo per aggrapparsi. 
    Il capitano ruppe un oblò con un colpo di tenaglie, quindi tutti e tre riuscirono a mettersi in salvo. La passerella era raggiunta e sembrava reggere bene ai loro pesi. Non fecero in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ecco subito il frastuono metallico aumentare e poi con sconcerto di tutti si vide sparire la barca e apparire da sotto lo scafo.

    La barca si era ribaltata ed era finalmente possibile vedere cosa fosse successo. Un enorme magnete aveva letteralmente agganciato l’imbarcazione. Questo era collegato a una cinghia d’acciaio che correva lungo un binario che a intuito doveva proseguire sul letto del corso d’acqua, anche se ciò non era visibile.
    Amerigi provò a toccare con un ferro che gli si era conficcato nel rivestimento di gomma delle scarpe una vecchia passerella in rovina sotto quella in cui si trovavano. Osservò e capì. Attorno all’area si era creato un enorme campo magnetico. Intuì dunque il motivo del ribaltamento. Girando a centottanta gradi verso la direzione opposta il magnete aveva ruotato lungo il suo asse per poi tornare nella sua direzione ma rovesciato, rovesciando così anche la barca. Tuttavia quel magnete era stato la loro salvezza bloccandoli poco dopo il ciglio della cascata. Probabilmente, pensò Amerigi, avrebbe dovuto trattenerli poco prima dell’imbocco, visto che le passerelle proseguivano da lì a poco sopra le loro teste. Quelle su cui si trovavano dovevano essere per così dire passerelle di sicurezza. Altri indizi facevano pensare a prototipi costruiti molto prima, alcuni dei quali diroccati lungo la scarpata. Se così era la loro era stata una doppia fortuna.

    Ripreso per un momento il controllo della situazione Amerigi constatò le condizioni del suo polso. Avrebbe resistito ma occorreva una fasciatura rigida al più presto. Iris stava benone, solo il capitano stava dando segni di cedimento. Era stupefacente la prontezza di João di recepire una situazione eccezionale e di assorbirla così rapidamente, ma viveva tutto in una maniera molto strana, anche se con profondo coinvolgimento. Così, dopo essere caduto per l’ennesima volta al suolo trovò il coraggio di ammettere che si trovavano nei guai. Ormai la situazione aveva dato il la alla sua follia.

    Una carcassa di animale era accostata lungo una palizzata in ferro battuto. Aveva tutto l’aspetto di un maiale, ma si trattava in realtà di un cane piuttosto robusto. Le tracce indicavano chiaramente che si era fermato dopo la corsa. Con tutta probabilità si poteva pensare che era andata così, ma Amerigi accertò che non vi erano segni di ematomi o emorragie.

    A forza di cadere, nel frattempo, la lamella del capitano si era guastata e le lingue che erano programmate nel sensore apposto sopra erano saltate all’impazzata.
    Fu l’inizio di un giallo-thriller.

    Marieto l’era ‘ndà fora col mulo col ga sentio un slandron vegner zo dal finestro de la casa del Lino. Coza falo qua ste ore? Convinto che’l fuse laorare. Gninte gninte. Sta ‘stimana gaen el masciaro ghe dize l’Antonieta. E el Lino drio che seitava dire: masci!…Marieto!… Zò n’altro slandron fin che i ze drio parlare. Se gavrà inseminio gà pensà Marieto. Valà valà, che no i se assa copare no. Sarà mia stajon far saladi. Coa se metei fare? Ghe corei drio? Zò intanto n’altra palosà tel muro col finestro, ma el muro someiava un fià masa molo. I se ga inseminii tuti e do ga pensà. E l’è nà via. Intanto che l’altro l’era tutto intiero drio el strodo. L’era scapà fora da solo dal spaurasso.

    ‘A che te sì un bel masceto però an se sentiva vegner dentro da l’Antonieta. Và che bel masceto. Và che bel masceto ghe ga dito el Marieto. Col Lino spacà in tochi puareto. L’era sta for tuta la note zugar con Bepi e carte. Metaghe el covercio. Metaghe el covercio. Tacherà a far bronse el tacarà. Domandaghe puareto la storia de quando che ‘l ga fato el bacalà.

    Amerigi e Iris compresero a malapena. Erano certi che il loro amico avesse perso qualche rotella, ma si sentiva anche che probabilmente tutto ciò costituiva per lui una sorta protezione dal mondo esterno quando non voleva farsi riconoscere. Quella lingua ormai veniva usata così, si poteva pensare.

    20

    Il camminamento procedeva. 

    Si trattava di assi di diverso materiale fissate su rami di carpino. Il percorso era protetto da altri rami, probabilmente presi altrove, tagliati e intrecciati a formare un angolo retto tra la passerella e la scarpata. 
    La attraversarono quindi lungo tutto un fianco. Poi un sentiero si faceva largo su un nuovo dislivello, questa volta tutto in piano. Si raggiungeva così una fitta vegetazione terminante in un percorso scavato nella roccia. Da lì partiva una nuova passerella sospesa in aria. La sensazione era quella di fare un giro completo attorno al corso d’acqua che avevano imboccato dalla costa. Di questo si accorse solo Amerigi. Il capitano camminando lungo la passerella gridò: «Alt!». Tutti si fermarono. Iris dietro con Amerigi prese a guardarlo. Poi guardarono in direzione del suo sguardo. Si scorsero un poco su un lato e videro a quel punto una casa costruita completamente in pendenza sul dirupo. Il tetto era perpendicolare alla scarpata. Un camino usciva nella stessa direzione. Saliva del fumo. I tre non sapevano più come comportarsi di fronte a quello scenario, i loro sentimenti stavano facendo il callo a certe assurdità, sempre secondo le loro percezioni. Tuttavia erano meravigliati e carichi di stupore in un certo senso inibito ma non preoccupato, proprio come quando ci si appresta a visitare una nuova città, un nuovo territorio. L’ultimo asse posato sul camminamento dava sull’ingresso dell’abitazione. La porta era sistemata in asse con il visitatore. Era così a sua volta perpendicolare con il piano della casa. Il capitano aprì agevolmente ruotando la maniglia. Si aprì davanti a loro uno spazio famigliare ordinato e senza più percezioni di instabilità, seppur la casa fosse sistemata su un dirupo.
    L’abitazione disponeva di diverse comodità. Un sontuoso divano si faceva spazio tra file ordinate di libri incassati sulla parete. Una piccola cucina si sporgeva dalla parete sullo sfondo. L’arredamento ricordava un po’ lo stile impero, come le incisioni sul camino e le decorazioni della mobilia. Amerigi estrasse le bussole che teneva nelle tasche. Erano fuori uso tutt’e due. Dovevano aver risentito del campo magnetico. Uscì un momento tentando lo stesso esperimento di poco prima e scoprì che non vi era alcun campo lì. Iris cercò dell’acqua da scaldare. Il capitano portò le braci che stavano ardendo nel camino in cucina evitando di accendere un altro fuoco, dato che non c’era abbastanza legna in casa. Amerigi si sistemò molto bene il polso con una fasciatura abbastanza stretta. I tre si sedettero e bevettero del buon brodo caldo preparato da Iris.
    «Cosa si fa capitano?» disse Amerigi.
    João rimase perplesso di sentir parlare così il compagno. Avrebbe voluto subito attaccare lui un discorso del genere. Mai si sarebbe aspettato di sentirselo dire da Amerigi. Per lui questo voleva dire essere nei guai. 
    «Rimaniamo qui per la notte. Non sappiano ancora che altre sorprese ci può riservare questo posto» rispose con molto più nerbo Iris.
    «È una follia!» attaccò ora il capitano: «Metteteci in un manicomio sì avanti! È più sicuro dormire qui. Sono fuori i matti…».
    «Chiudi quella bocca» si spazientì Amerigi. Solo quelle risposte ascoltava il capitano. Parlare la sua lingua serviva molto ad azzittirlo. Ma Amerigi stava perdendo davvero la pazienza con lui. Intervenne Iris a sedare ogni contrasto.
    «Aspettiamo solo che faccia giorno. Chi vuole può girare qui intorno ma deve rimanere nel raggio».
    Tutti furono d’accordo. Il capitano si piazzò fuori con una sedia. Preparò una torcia strappandosi un pezzo dei larghi pantaloni rimasti bagnati di carburante al momento degli urti della barca. Sembrava girare con un gonnellino. Si sedette all’ingresso della casa intento a sfregare un pezzetto di selce per preparare la punta di una lancia di difesa. Tuttavia non successe nulla quella notte. Prevaleva l’angoscia e quella frase del capitano non era stata fuori luogo se non per il tono. Era stare appartati in un posto in cui si sapeva di non potersi fermare. La tensione fece crollare Amerigi che dormì almeno un’ora. Iris si era già sistemata in un angolo vicino al camino. Il capitano fece un po’ il duro, poi si addormentò anche lui.

    21

    L’indomani Iris e Amerigi si svegliarono, si stiracchiarono velocemente e con molta apprensione andarono ad aprire la porta d’entrata. Di spalle notarono che il capitano lavorava ancora alla sua lancia. In quell’istante la sedia si girò. Non era il capitano.
    «Ah ah!».
    Una donna piuttosto corpulenta ridacchiava con un leggero tono isterico davanti a loro.
    «Sono la cugina del capitano. Il capitano è di sotto. Ah ah».
    Era tuttavia cordiale quella donna che ridacchiava tra sé. Portava un grande orologio ciondolante attaccato alla cinghia dei pantaloni. La cinghia faceva un giro attorno alla vita e poi il ciondolo cadeva su un lato. 
    «Abiti qui?» fece Iris.
    «Perché quel vigliacco non mi ha detto che aveva una cugina qui?» disse Amerigi.
    «Dove sono quegli uomini che fumavano sigarette dall’aspetto giovane sotto i pastrani seppur più vecchi della loro età. Così eleganti e costanti. Ah ah».
    «È il tempo atmosferico che si li è portati via» rispose Amerigi riferendosi al capitano.
    Quel giorno era più freddo. Il clima effettivamente era cambiato da un giorno all’altro.
    «Non è stato l’uomo. Qui è davvero così. Ah ah» diceva la cugina, che non riusciva a non ridere.
    Amerigi faticava a star dietro a tutte queste cose, ma in fondo capiva sempre. 
    I convenevoli erano già finiti per la cugina che aprì una botola proprio sotto la sedia dove era posizionato il capitano.
    «Seguitemi» disse, mentre la risata echeggiò con ben altro tono più profondo dentro il cunicolo sotterraneo in cui si apprestavano a inoltrarsi. Iris andò davanti.
    «Allora il capitano deve aver scoperto il passaggio stanotte».
    «È molto probabile» rispose Amerigi.
    «C’è da fidarsi di lei. Lo sento subito» fece Iris.
    «Resta pur sempre la cugina del capitano».
    «Ma allora deve averlo visto stanotte, o forse lei ti conosce già?».
    «Può anche darsi, ma non ricordo di aver mai parlato col capitano di una cosa simile. Il capitano ha sempre detestato i legami di sangue. Suo fratello l’ha mezzo ammazzato una volta preso da un’ira come la sua. Sono quelli i segni del braccio, il barracuda…».

    22

    I due insieme alla nuova compagna di avventure procedettero ad attraversare un cunicolo non molto largo ma sufficientemente agevole. Dopo qualche minuto anche quell’attraversamento terminò e finalmente i tre presero a camminare immersi in una radura che a un certo punto si aprì a volo d’uccello sotto i loro occhi. Ampie colline si stagliavano con un ritmo e una muscolatura piacevolissime sotto un leggero dislivello. La vista si apriva del tutto e la luce che arrivava come piovendoci sopra faceva il resto. Si trovarono di fronte a un paesaggio che aveva del neoclassico. Alcuni spruzzi di betulle qua e là, il verde della fitta vegetazione contro il cielo ampio e rischiarato da nuvole bianchissime suscitavano molto questa idea armonica un po’ sospetta di reticenze, ben riconoscibile e gradevole. Era proprio così. Ciò faceva da base per diverse sensazioni sopra, ma quel paesaggio era avvertito da tutti, chi più chi meno. 
    Amerigi capì finalmente l’articolatura di quel lembo di terra e quindi dell’arcipelago. Tutto era tenuto in equilibrio su falsi piani, alcuni di questi poi inclinati o spioventi a loro volta. Non capiva ancora l’effetto elettromagnetico. Pensò ad un effetto simile alla gabbia di Faraday, ma notò che comunque le correnti e la vegetazione seguivano il senso dell’illuminazione solare e della gravità terrestri. Il clima cambiava per le esposizioni asimmetriche dei diversi piani e la condensazione delle particelle d’aria in alcuni punti corrispondeva a quella visibile durante la stagione estiva.
    Era come la loro sensazione. Li spaventava essere lì nella terra dei loro desideri anche se questi splendevano di luce propria. Per anni gente precedente alla sua generazione, pensava Amerigi, aveva sognato quella terra. L’aveva raggiunta forse solo negli ultimi anni di vita, c’era stato troppo da faticare prima di andarsene. Ora invece c’era la situazione di ragazzi e ragazze come Iris, responsabili fin da quell’età di quella scelta. Era comunque una decisione gravosa.
    Amerigi notò un altro corpo abbandonato lungo la spianata. Non si vedevano sempre, ma ce n’erano. Uno qui uno là, la situazione impensieriva tutti. Dovevano tentare di capire finché fossero stati lì.
    «Caccio in questa zona da oltre vent’anni» attaccò la cugina. «Non dovete preoccuparvi. Se decidete di rimanere vi mostrerò dove procurarvi il vostro pasto».
    «Quando sei arrivata qui?» disse Iris.
    «No, io SONO nata qui. Ah ah. Il nostro povero trisavolo aveva dei figli con opinioni molto diverse».
    «Quindi il capitano è nato fuori di qui, ma in realtà viene da qui» provò ad intuire Amerigi.
    L’intuizione era corretta.
    «Sì abbiamo avuto generazioni molto spaccate».
    «Penso dipenda da quello» disse Iris.
    Amerigi intese che parlava della follia del capitano ma con tono disteso e scherzoso.
    «Non saprei. Mistero della genetica» ribatté.

    23

    Quella terra davanti a loro era piuttosto fertile. Lì intorno a causa di quei dissesti e di quegli assestamenti, quella zona aveva costituito un suo microclima particolarissimo. Non mancavano proteine, carboidrati, antiossidanti per non parlare del fatto che il terreno era del tutto adatto ad ospitare specie volatili dalle più difficili condizioni di adattamento. Forse apparteneva all’era mesozoica, ma non esistevano codificazioni al riguardo. Potevano anche esserci stati fenomeni recenti, come erosioni dovute a incurie. Resta il fatto di questa particolarità. Dalla collina si scorgeva un villaggio costruito attorno a poche strade. Amerigi si informò anche sull’esistenza di documenti al riguardo. Voleva compiere subito alcuni studi. La cugina garantì a lui e alla ragazza ospitalità in una vecchia casa che sorgeva lungo una strada in posizione abbastanza centrale all’interno del villaggio. La quota alla quale si trovavano non doveva essere esageratamente alta, perché nessun pascolo si scorgeva all’orizzonte. Iris, Amerigi e la cugina si inoltrarono nella radura toccando da vicino quegli arbusti molto simili a pini marittimi. La cugina fece un giro diverso dal solito per rientrare a casa, un giro più panoramico attraversando diverse colline. Tutti, compresa lei, provavano sensazioni molto piacevoli di tranquillità, dovute anche al fatto di costituire l’uno per l’altro una compagnia gradevole e rassicurante in quel momento. Amerigi faceva molte domande alla cugina, che rispondeva con piacere ad ogni quesito, soprattutto in fatto di fauna locale. Iris stava bene con tutt’e due, anche se un po’ la ingelosiva quell’intesa. Era comunque del tutto naturale e lei dal canto suo non provava che un sentimento non così manifesto poi nemmeno a se stessa. Poi tutti in silenzio contemplarono quel posto. La tranquillità era assoluta. La strada segnata da ciotolame vario simile a una mulattiera svanì poco dopo e tutti e tre si apprestarono a entrare in paese.

    Era uno strano assemblaggio di ferraglia non visibile dall’alto. Quei pezzi saldati assieme in più parti davano l’impressione di percorrere una città più che un piccolo borgo solitario. Quelle impalcature e quei listoni attaccati alle pareti servivano da scolo per le esondazioni, spiegava adesso la cugina. Nella parte più alta invece partivano delle deliziose murature articolate che alleggerivano di molto il peso della struttura guardandola di sotto in su. La vita scorreva comunque più frenetica in quelle parti, cosa che accresceva l’impressione di tumulto e operosità proprie della grande città. La cugina attraversò con i due un lungo viale di questo tipo, che raddoppiò a sua volta la sensazione di affastellamento, per poi infilarsi in una stradina laterale poco prima della cinta muraria che chiudeva il viale e il paese.
    Improvvisamente, dal silenzio che li circondava camminando attraverso la radura, li accolse un brusio a tratti frastornante di voci, anche per il fatto della ristrettezza di quelle strade e per il risuonare delle voci contro le pareti lastricate.

    24

    La cugina andò avanti con passo sostenuto una volta superata la cinta muraria del villaggio, mentre Amerigi e Iris vollero fermarsi un momento ancora per capirne di più. Allora la cugina li accompagnò per un breve tratto fino a farli accomodare nella terrazza della locanda da Gipro.
    «Questi sono amici di João» disse al proprietario, un uomo alto, stempiato, senza altri tratti particolari.
    «Ah il capitano, sapessi in che condizioni era il tuo caro cugino».
    «È stato qui?» chiese Amerigi inserendosi nella conversazione.
    «È uscito poche ore fa. Sembrava molto agitato».
    Amerigi si ritrasse pensieroso.
    «Ti ha parlato di niente?» chiese la cugina.
    «Non proprio. Ho solo potuto sentire che parlava di certe carcasse abbandonate con Stilme, il guardiacaccia. Passa sempre di qui all’ora di pranzo».
    «Ti lascio qui questi due amici per un po’. Sono molto mansueti non ti devi preoccupare».
    Poco dopo Iris e Amerigi erano presi dalla vista sotto la terrazza. La normalità di quel luogo li rassicurava. Solo, il mormorio infastidì abbastanza Amerigi, che per via del rimbombo iniziò a fare l’orecchio a certi discorsi che rimbalzavano letteralmente nell’aria.

    25

    Discussione risonante iniziata proprio in questo momento a lato di una strada.

    «Hai letto la classifica dei libri?»
    «Armando è un gran recensore».
    «Ogni lunedì e che non sia mai che ne salti uno».
    «Guarda che oggi è martedì guai che non ti vedo a teatro eh!»
    «Perché non viene Sempronio cos’è che ha da fare?»
    «Io mi pago l’affitto e vivo con altre trenta persone in uno spazio di 2mx2 e vado tranquillamente a teatro ogni martedì».
    «Bravo!» (giunta dell’autore)

    Parlano adesso di certe letture critiche su un tale Jules, presumibilmente Jules Verne.

    «Jules piace a tutti. Giusto bene rivederlo subito».
    «Il Marecchi ha firmato un bel pezzo mercoledì. L’autoarrangiarsi aspettando l’apocalisse…»

    Altri casi: (giovedì)

    «Ma non potevi evitare quella parolaccetta e quella bestemmietta tra i denti? Non sono filopapale ma non ti sembra di aver fatto brutta figura dicendo che i nostri capi hanno tagliato tutta l’informazione già tagliata e ridicolizzata dall’ascesa di qualsiasi borghesia industriale…
    Non ti sei vergognato un po’ della tua espressione.
    Non tutto è finito no, ci sarà una legge che ti manderà in carcere ora se ahi! Ti azzardi a scrivere che uno è stato colto in flagrante a rubare allo Stato.
    Non ti è dispiaciuta la tua bestemmietta.
    In ogni caso con la democrazia bisogna essere moderati, servili un po’ sempre no? Ma anche se rifaranno la legge elettorale, il sistema repubblicano, la magistratura e la prima cosa che hanno fatto i fascisti è stata proprio…ops!
    Ssh parliamo piano… compila tu perfavore… non posso parlare…»

    Il giornalista a questo punto è fuggito per un attacco di emorroidi.

    Queste discussioni si ripetevano ciclicamente, con una cadenza quasi settimanale, per cui era possibile identificarne dei nuclei.

    Tipologia di discussione su resoconti di fatti politici pubblicati in forma di libri:

    «Mi sei piaciuto ma hai fatto il birichino, eh no eh… troppo birichino!» 
    «Finiamo l’analisi sulla stupidità dei nostri governanti attraverso un collegamento inutile sulla stupidità dell’uomo irrazionale con una citazione kantiana».

    Altri casi con prelati:

    «No quel prete non ha mai…!»
    «Guardami, guardami negli occhi».

    Nessuna risposta

    «Il Signore diceva… si attacchi una macina al collo».
    «La Chiesa è perseguitata nel mondo. Ricordiamo l’India!»
    «C’è stata grande apertura».
    «Sempre stata aperta, ricordiamo infatti la grande apertura medievale».

    Resoconto di un autore honoris causa: 

    «Visto che parliamo solo di politici corrotti parliamo anche di sentimenti, del silenzio che ci governa, della fiducia che non abbiamo più e di quelli che hanno detto tutto, MA SOPRATTUTTO DELLA GENTE CHE HA PARLATO DI LORO, VENENDO PRESA a sassate sui denti anche dai loro stessi colleghi».
    (un finanziere dopo aver avuto il suo dividendo – A.D. 2009).

    Ripresa su Verne:

    «Leggiamo gli apparecchi scientifici (scienza pura) di Verne come metafore di supervirtuosismo letterario e celebriamo l’autore come un eroe della letteratura che sapeva tutto nonostante di questa scienza avesse solo un gran interesse».

    Discussione sull’olocausto:

    «No i nostri giovani hanno un futuro, certo! E ora tutti su con quelle mani! Street life! It’s the only life I Know! Street life!»
    «Sì sono d’accordissimo».
    «Mondo cane».
    «Dai dai»
    «Ahshlh»
    (bava alla bocca)

    Poi la discussione prende un’altra piega:

    «sono stato lasciato. Mi sono sempre arrangiato. Sei un deficiente».
    «Hai mai visto morire qualcuno? Non poter far niente?» 
    «Mio padre era un imbecille. Ma se ti lamentavi? Ma se hai sempre detto…via via, no no… imbecille… inetto pure tu… sei un uomo di merda».

    Quello era un amico suo.

    26

    Sotto la terrazza della locanda da Gipro si estendeva una piazza a forma ovale tagliata dal corso principale, di dimensione non molto grande. Una delle parti era più lunga dell’altra e si incuneava in una strada anch’essa di media grandezza, anche se qui le pareti degli edifici erano più slanciate ai margini. Sopra ci scivolava un cielo ormai al tramonto che per il colore rossastro di quegli edifici accendeva tutta una serie di sensazioni nei passanti, in particolare a Iris e Amerigi appena arrivati. I rossi, anche quelli dei muri ritinteggiati di recente, si stratificavano dando un’impressione più viva e accesa che non aerea e vaporosa. C’era un’impressione di aria di tempi passati vivi e resuscitati. Le foglie dei prugni diventavano viola parendo quasi autunnali. Tutte sensazioni che già Iris aveva fiutato.
    Ora lei camminava per strada con Amerigi. La cugina aveva detto loro di proseguire su quella strada e di fare un giro a destra poco prima che questa terminasse.
    Amerigi era dal canto suo molto concentrato sull’architettura generale di quel posto, da mezzo scienziato qual era, ma sempre con uno spirito molto empatico con quello di Iris.

    Arrivarono alla curva. Lì notarono un piccolo negozio con l’ingresso sulla strada da cui erano venuti, che faceva angolo con quell’altra strada. Sulla principale era posto l’ingresso ma in più come in vivisezione si poteva vedere tutto quel locale per esteso lungo l’altra via. Questo infatti pareva un normalissimo negozio di modista, ma poi oltre l’ingresso, andando in profondità, si notava nell’interno uno spazio dedicato a testi sacri, forse induisti, con tanto di statuette in vendita. La cosa divertì subito entrambi, i quali ora iniziarono a far convergere del tutto le loro affinità elettive.
    Salendo più avanti si accorsero di altre particolarità: un cinema molto piccolo ma accogliente e con film recentissimi segnalati in vetrina; un barbiere anziano; un tavolo di scuola davanti alla sua bottega con una rosa in vaso; uno strano negozio di vecchi libri con oggetti del tutto particolari tra cui un’insegna di un circolo di molti anni passati forse del posto; uomo corpulento dentro con lunga barba e capelli canuti che leggeva seduto in un divano coperto da scaffali; stop.
    Qui c’era un taglio netto dato da una strada che si infilava su un lato, creando una fascia di mezzo congiunta a una piazzetta di un vecchio convento. Ciò non era facilmente percepibile dall’inizio della strada. Notarono anche che questa procedeva in salita.
    Iris e Amerigi si fermarono.
    Davanti a loro vi erano un alimentari gestito da alcuni uomini, uno più vecchio di nome Salim e due più giovani dall’apparenza del tutto simpatica. C’era anche l’ingresso di un’università che doveva ad intuito essere stata ricavata da un convento.

    Come si accorsero Iris e Amerigi che quella doveva essere un’università?
    Successe così. Più o meno a questa altezza in quel momento attraversava la piazza una piccola schiera di studenti tutti molto riconoscibili con cartelline a tracolla.
    Tra questi si distinse un certo giovane che gli amici intorno chiamavano Randonio. Questo era un ragazzo dallo sguardo molto profondo ma disteso e con un viso che mostrava tutta la vitalità delle persone della sua età. Si distinse perché d’un tratto, senza nessun preavviso e nessun segno ai compagni si portò in un angolo molto messo male tra cui spuntavano resti di tubi metallici e quant’altro, tra cui alcune pietre scure.
    Ci fu un numero di prestigio.
    Randonio, ragazzo alto che nonostante questo indossava abiti sempre un po’ troppo lunghi, si tolse con rapidità i sandali, si tirò su l’orlo dei pantaloni e prese a camminare sopra quei mucchi di pietre nere.
    I bambini, gli adulti, tutti lo guardavano un po’ straniti a lato della strada.
    Mentre camminava a piedi nudi Randonio faceva schioccare le dita tenute nascoste dalle lunghe maniche a penzoloni. Faceva finta di camminare sopra dei tizzoni ardenti e i bambini si divertirono da matti.
    Alcune mamme fecero un applauso e così pure Rupio e Claumio, gli avventori che vivevano, si può dire, nel bar all’incrocio. Questi si incontravano ogni domenica con Salim all’angolo a metà strada. Salim aveva ben poco a che fare con loro, aveva una personalità spiccata del tutto serena e distesa, ma continuava anche la domenica a fungere da asse di equilibrio, senza il quale tutta quella parte di strada non avrebbe certo retto la simmetria di tutte quelle situazioni strane, con i loro rispettivi personaggi. Situazioni che, una accanto all’altra, si dipanavano passo dopo passo lungo tutta l’intera strada. In questi casi ad esempio, come avrebbero notato in seguito Amerigi e Iris, la sua funzione corrispondeva semplicemente nel tenere le birre nel congelatore del negozio per Rupio e Claumio d’estate, ma bastava questo per tenerli a bada e contemporaneamente confermare ancora una volta l’aria di assurdità fatata di quel luogo, come si può ora immaginare su due piedi pensando a quelle bottiglie esposte (ma non in vendita) tra il banco dei surgelati.

    Intorno a Randonio, intanto, non c’era nessuno.
    Aveva compiuto quel gesto per il puro piacere di farlo durante un breve guizzo di spensieratezza.
    Iris era tra quella gente e camminò dall’altra parte del porticato scorgendo con lo sguardo Randonio proseguire tra un pilastro e l’altro. Quel ragazzo gli piacque subito. Si accorse che stava rientrando a casa e che abitava nella stessa strada.
    Amerigi, che era rimasto dall’altra parte, osservò divertito quella strana esibizione, ma non capì perché Iris ne rimase così impressionata. Tuttavia non disse niente pizzicandola solo un po’ sulla sua giovane età e su quei giovani tutti uguali che buttano ami alle ragazze.
    In cuor suo sapeva che non era così, ma era infastidito appena un po’ dal fatto che Iris badasse a quel genere di cose mescolandole con un senso di poesia più ampio che si stava creando in quel luogo e di cui si stavano accorgendo entrambi assieme.
    Proseguirono ancora e trovarono un’altra bottega di un altro barbiere. E un’altra osteria.
    Rimasero per un attimo di sasso. Sembrava uno specchio, un gioco di specchi. Decisero così di rinominare F. bassa e F. alta rispettivamente le parti divise da quella linea ipotetica data dalla strada di mezzo e dall’alimentari.
    Poi tornarono a scendere nella parte bassa, raggiungendo la casa della cugina.

    27

    Dopo aver citofonato Amerigi e Iris passarono attraverso la spessa porticina d’ingresso e si incamminarono lungo la scala del palazzo da cui filtrava una luce naturale senza riflessi. Lì per lì non vi prestarono attenzione. L’abitazione era all’ultimo piano, aveva detto la cugina.
    Poco dopo camminando si accorsero di un fatto alquanto bizzarro: la scala era uscita dall’edificio e si portava sopra il livello dei tetti delle case. Era proprio così. Stavano lì sospesi in aria una volta superato il livello delle coperture che si estendevano tutte alla stessa altezza sotto di loro come in un piano aperto.
    Quella scala era del tutto coerente con la spazialità scombinata di quelle case tutte ammassate ma della stessa altezza. Iris e Amerigi se ne accorsero nello stesso istante. Ciò allietava entrambi ed era in più per loro un elemento come un tocco del pennello che rimarca una certa bellezza all’interno di un paesaggio dipinto già di per sé meraviglioso.
    La vista si allargò per la prima volta da quando erano entrati in città, con il loro sguardo che aveva adesso come punto di fuga l’orizzonte davanti a loro. Salirono ancora e scoprirono che la scala si raccordava a una palazzina da cui partivano altri diversi ingressi.
    «Buonasera» disse la cugina. La sua faccia simpaticamente si sporgeva tra le bardature metalliche di una finestrina. «Il campanello è da sistemare».
    Iris poggiò un gomito contro il costato di Amerigi. Avrebbe detto se avesse parlato: guarda, quello sarebbe proprio un gesto carino da fare, vista l’ospitalità della cugina e la tua abilità manuale. Questo sarebbe un gesto carino sì, ma io sono poco incline a questo genere di cose, avrebbe probabilmente pensato lui. (L’avrebbe comunque riparato più con disponibilità che per predisposizione).
    Il dialogo faceva parte dell’interrogazione nascosta che aveva suscitato quel luogo di poesia tra Iris e lui. Ogni cosa partecipava a un respiro armonico costante, muscolare e senza peso. Tutti i suoi pensieri e quelli degli altri attorno a lui prendevano fiato a vicenda in quel luogo.

    La cugina stava dando da bere a un paio di gerani e a un arancio in vaso quando i due entrarono. Osservarono quel nuovo ambiente molto carino e confortevole. All’ingresso sulla scala, che proseguiva ancora in alto, seguiva una cucina stretta che terminava in un salottino attraverso uno spazio contiguo interrotto solo da un piccolo bagno. Dietro vi erano le camere. Amerigi si portò oltre le ante con le stoviglie e notò che sul muro del salotto erano dipinte delle strisce di un colore verde acceso che parevano una sorta di carta da parati trompe l’œil.
    «La casa era una torretta di guardia durante la guerra. È stata costruita in quel periodo. Se guardi bene i muri sono da interni». 
    La cugina spiegò che aveva appreso molte notizie come questa anche grazie al libraio di quella strada. Quel luogo, le aveva spiegato lui, un tempo era una strada di botteghe che stavano tra grandi palazzi con giardini. Era il cuore pulsante della vita popolare. Ora era diventata una strada di scorrimento perdendo questo aspetto.
    Il libraio era una sorta di depositario del sapere del posto ed era molto appassionato di storia. Aveva raccolto oggetti, testimonianze, reperti, alcuni dei quali difficilmente classificabili, come l’insegna di un circolo cattolico che sorgeva un tempo in quella strada, insegna che non ha alcun valore ma che ha la storia attaccata addosso solo a se stessa e a nessun tipo di catalogazione o esauriente spiegazione. Oppure, su tutte, una grammatica di lingua francese appartenuta ad Anteo Zamboni, con tanto di firma ben visibile, il quale abitava proprio lì davanti quando era uscito una mattina per compiere il suo attentato storico al Duce. Era partito da lì, dove ora non c’era alcuna targa, ma solo una coppia di portoni metallici ben chiusi.
    Un giorno di non molti anni fa il libraio ha scorto alcune donne delle pulizie uscire dai portoni e buttare alcuni sacchi pieni di cose vecchie. Ecco dunque come è avvenuto il recupero del volume: il libraio non ci ha pensato due volte e si è buttato nel cassonetto. Troppo poco accademico.
    Davanti alla sua bottega ogni giorno passano orde di studenti che vanno all’università eppure resta difficile pensare a una persona come lui anche attraverso una contrapposizione. Gente della sua generazione, aveva intuito la cugina, era venuta fuori da tribolazioni eterne e perciò come aspetto generale era poco propensa a far dei discorsi sulle proprie inclinazioni.
    La sua passione per gli studi storici su quei reperti restituiva il senso di una quotidianità d’altri tempi.

    28

    «C’est la rue F.».
    Si vive come in un sogno qui. Iris staccò il citofono. Sotto due passanti attraversavano a piedi anche loro il villaggio. Amerigi e la cugina stavano intrattenendo una discussione appena fuori dalla porta rivolti verso un monastero in lontananza coperto da querce. La punta del campanile del convento che ospitava l’università era alla loro sinistra. Iris aveva sentito alcune note di sassofono provenire da sotto di loro. Allora, con il citofono ancora in mano rialzò la cornetta e si mise seduta ad ascoltare. Quel sassofono stava improvvisando sopra un ostinato di note gravi. Il contrabbasso. Sarà lui? E così fantasticò un po’ pensando a quel Randonio con pensieri del tutto normali davanti a quel citofono. 
    Procedeva con questa regolarità la vita in quello spaccato di mondo, intuiva con incanto adesso Iris e di ciò si rallegrò iniziando a mostrarsi scanzonatamente ad Amerigi piano piano, in maniera del tutto inaspettata.

    Il capitano era finito nel frattempo all’osteria alta. Lì sopra la cugina aveva una seconda casa ereditata a seguito di diverse controversie notarili tra i numerosi parenti insediati nella zona.
    In quell’abitazione il capitano trovava anche il tempo di terminare alcune nuove invenzioni. Un amico di bicchiere, Almugi, gli passava quasi quotidianamente resti di vario genere dalla discarica.
    L’ultimissima si trattava di un radar costituito da un microchip appeso alla coda di un cavallo. Il cavallo era stato istruito a passare attraverso la città per percorsi diversificati con scadenza settimanale durante il giorno di mercato. Non c’era da stupirsi. Diversi maneggi del posto avevano in quell’occasione a disposizione diverse postazioni che davano sulla strada, montate sotto gazebo. E dato che non vi erano pascoli, ma solo un gran commercio di bestiame, il cavallo non si notava per niente.
    L’animale compiva le sue spedizioni seguendo un percorso dato, aiutato da zuccherini lungo la strada. Di ciò si occupava personalmente il capitano. Lo scopo stava nel trovare altri corpi inanimati. Il radar conteneva infatti un calcolatore istantaneo che individuava un’unità di massa corporea minima. Questo era collegato a un rilevatore termico a infrarossi. Se tutto coincideva un segnale arrivava all’orologio da polso del capitano. Il cavallo era seguito a sua volta da un altro rilevatore di posizione, così il capitano (con una corsetta) poteva raggiungere agilmente la zona al momento opportuno. Tutto ciò avveniva in punti abbastanza circoscritti. 

    29

    Passò qualche tempo e i due, Amerigi e Iris, scesero alla ricerca del capitano. Iris era rimasta molto ammaliata da quel Randonio, ragion per cui senza foie eccessive, ma con un attenzione felina, prestava molta attenzione adesso alle strade che attraversavano. Amerigi nel frattempo si preoccupava giustamente di non recare disturbo alla cugina per altre notti, dato il suo carattere discreto.
    Non se ne fece niente. Il capitano non aveva lasciato tracce nemmeno nella mansarda dove aveva trasferito i suoi arnesi.
    Al punto in cui si trovavano, Amerigi camminò un po’, poi fu preso da un momento sconsolato e decise di fare dietrofront, rassicurando Iris e dicendole di proseguire con ciò che si era prefissata per la giornata. Attraversò quindi di nuovo il corso principale gettando occhiate qua e là per ampliare il suo bagaglio di conoscenze su quel posto.

    Il Faso era un nomignolo che i popolani avevano dato a quella terra che aveva preso tutta la sembianza oramai di un mito. L’isola esisteva davvero ma per via di diverse contese demaniali e di regolamenti sospesi nel vuoto era finita per essere abbandonata e conosciuta solo da qualche studioso specialista, o qualche casuale e curioso turista. L’isola era scomparsa anche dalle mappe dopo poco tempo, dimenticata a seguito delle gravi congiunture politiche, economiche e sociali che stavano attraversando il territorio.
    La cugina una volta spiegò che il flusso delle persone che entravano nell’isola si era notevolmente ridotto. Anche per quello le zone d’ingresso adesso franavano o erano state abbandonate o esposte a incuria.
    Molti ci arrivavano sospinti da quell’aura magica cantata da tanti poeti sotto diverse forme. Rappresentava per loro un simbolo quanto lo era stata la luna per i romantici.
    Amerigi e Iris avevano scorto un’aria di apparenza attorno a quel luogo dopo qualche tempo. C’erano per loro piuttosto molto calore vivo, freschezza e poesia nel vero senso del termine in quella strada in cui erano finiti ad abitare. Ognuno dei due sapeva di aver cercato di uscire da un quadro ideale, così rifuggivano da illusioni che sapevano fugaci per restare sulla linea della vita. Ma ad un certo punto questa linea si stava disperdendo nella nebbia. Amerigi pensava che pure per Iris forse doveva essere così e si dispiacque un poco solo per non avere la possibilità di spiegarsi bene con lei al riguardo.
    Per lui si sa la cosa più importante nella vita era la passione, e quindi la poesia, ma ciò non era mai un ragionamento staccato dalla realtà anche quando sembrava esserlo del tutto. Forse stava da qualche parte tra i suoi pensieri e la realizzazione dei suoi lavori, come quando aveva costruito quell’imbarcazione per arrivare o quell’ingegnoso sistema di drenaggio delle acque piovane per il suo giardino.
    Permanevano numerosi angoli del paese in cui ci si intratteneva a parlare di argomenti poetici, a volte anche animatamente con pubblici dibattiti. Iris andava spesso ad assistere alle discussioni e ciò era del tutto normale.

    Vide passaggi pieni di frastuono mescolarsi a stradine silenziose, dove sembrava sempre di sbucare da un momento all’altro in uno spazio spianato o rumoroso.
    Si annotò mentalmente la posizione di alcuni negozi di ferramenta e utensili vari. Guardò con interesse dei mobili antichi e delle vetrine con alcune porcellane smaltate.
    Era ormai arrivato.
    Passando da via del Piombo notò una bottega di arrotino che gli era sfuggita camminando su e giù per via F., piena di utensili da lavoro molto difficili da trovare. Gli tornò per un momento l’entusiasmo ed entrò subito. Però, una volta entrato, ebbe la sfortuna, si può dire, di trovarsi di fronte un individuo stralunato e altalenante nei modi, poco o per niente incline ai rapporti con gli altri esseri umani. Forse ciò era il frutto ridondante dell’aria di lunaticità che si respirava tra quegli angoli di paese. Tuttavia aveva anche dell’ironia quel suo atteggiamento straniante.
    Amerigi chiese informazioni su alcuni utensili. L’individuo aggrottò la fronte alzando l’arcata delle sopracciglia e si mise ad osservarlo con labbro torto. Quindi Amerigi si voltò accennando a un grazie, aggiungendo poi tra sé: «Di niente salame d’un baccalà».
    Uscendo però notò uno studentello entrare sul retro, il quale si dà il caso passasse alcune ore lì dentro apprendendo i rudimenti di quel mestiere.
    Allora Amerigi fece finta di niente, uscì e si diresse sul retro. Scavalcò un cancello, cosa che non era da lui e chiamò fuori il ragazzo.
    «Bss, pss ragazzino».
    Il ragazzo lo notò e accampò una scusa per chiudere la porta.
    «Chi è questo mattoide?».
    «Mai saputo di essere al mondo quel barabba» rispose lui. «Cosa ci fate qui? Bisogno di qualcosa?».
    Il ragazzo gli sembrò un tipo a posto e perciò Amerigi cercò di attaccar bottone con lui.
    «A che ora stacchi? Io faccio questo lavoro che fai tu da una vita. Sono appena arrivato in città».
    Al ragazzo non dava timore Amerigi, nel quale aveva notato subito un’insolita mansuetudine, rara tra le persone che aveva conosciuto, e dal momento che era consapevole delle difficoltà della gente appena sbarcata, come lui.
    «Io sono arrivato da qualche mese. Aspettatemi da Gipro all’osteria, sarò lieto di fare due chiacchiere con qualcuno. Conosco poche persone qui».
    Quel ragazzo era spigliato ma molto molto riservato. Amerigi aveva capito da qualche battuta scambiata tra questi e l’arrotino che il suo modo di porsi era diretto, ma più come per una sorta di scorza contro il mondo esterno. Scorza dura, pensava, di chi se la cavava da solo. Ciò accresceva ulteriormente una certa simpatia di fondo.
    «Io sono Sindoito».
    «Amerigi».

    30

    «Il capitano? Sì certo quell’uomo l’ho visto entrare e uscire diverse volte dal laboratorio» disse Sindoito.
    «È strano».
    Adesso Amerigi aveva incontrato quel Sindoito all’osteria da Gipro sulla punta nord-est dell’isola. Aspettandolo gli era venuto in mente il capitano e così aveva attaccato subito con quella domanda una volta entrato Sindoito.
    «Si è portato via un paio di ferri per montare i cavalli, una punta di un piccone e un paio di led smontati da vecchi cruscotti di automobili».
    Ci capiva più un accidente Amerigi, che perciò stizzito virò subito il discorso sulle sue attività predilette. 
    «Non c’è modo di recuperare le imbarcazioni alle foci?»
    «Si potrebbe, ma le esondazioni gonfiano i corsi d’acqua soprattutto da quelle parti» 
    «Sono molto frequenti?»
    «Quanto basta. Chi arriva capisce solo da quell’istante che deve ripartire da zero»
    «Mmmm» Amerigi alzò le ciglia come per gettare la spugna, poi esclamò:
    «Si potrebbe recuperare il percorso della ferraglia… Non c’è documentazione locale qui sull’isola?»
    «Temo di no. Quella ferraglia di cui parli è roba vecchia. Tutti quelli che ho conosciuto sostengono di averla già trovata così quando sono arrivati»
    «Si sarà persa traccia di quella storia» disse Amerigi.
    «Sono tutti troppo occupati a cavarsela da qui in poi per mappare bene la zona e trovare rimedi sicuri. Poi molta gente se n’è andata, molta è scomparsa e qui c’è quasi sempre solo un ricambio continuo».
    Amerigi chiese infine notizie su lui e il proprietario della bottega dove lavorava.
    «Io vengo da molto lontano. Sono stato già in molti paesi. Nell’ultimo sono riuscito a finire le scuole di addestramento e a trovare la mia strada prendendo su questo lavoro».
    Tuttavia una scintilla di rancore si accese negli occhi di Sindoito, cosa che non aveva visto ad esempio in una persona girovaga e giovane come Iris.
    Aveva capito che si riferiva alla sua famiglia. Forse una separazione. Amerigi non insistette e continuò a parlare di quegli stessi interessi.
    «Molti ragazzetti parlano di lavoro, non sapendo minimamente a cosa si riferiscono. Per loro una famiglia alle spalle è scontata. Un lavoro estivo, un lavoro qua, un lavoro là, io studio. Cose che non sanno ancora pesare».
    Amerigi fu molto stupito di quel discorso.
    Per lui il lavoro era dignità, dignità che si acquista solo col tempo e senza dimostrazioni di titoli o quant’altro. Era comunque un tentennamento continuo per uno più anziano come lui e per questo detestava le persone della sua età cosiddette “serie” che sanno esattamente cosa fare ostentandolo.
    Quei discorsi in ogni caso doveva farseli quand’era preso dalle ansie. Superato un suo rancore personale stavolta, era del tutto concorde con il ragazzo.
    Adesso tra una sfiammata e l’altra si era comunque creato un filo di intendimento perfetto tra i due.

  • Tredici poesie scelte (versificazione a partire da monitor, no mobile phone screen, *rotate if necessary), 2025-2026

    I.
    Volgeva il sole al tramonto
    con te che parevi statica
    conta solo ciò che eravamo
    Da sempre… un merletto
    scolorito un orlo appena rammendato
    una spalletta di elastici
    slavati via, senza accorgercene
    Rimettevamo quelle vesti
    Perché non ora?
    Cosa ci fece il tempo
    ingannandoci ancora

    II.
    Siderale vuoto e nulla
    siderale cosmico, astratto e puro
    tutti e due insieme       – “Toccarsi non è mai!” –
    Il nulla fu per te andare dentro
    apparenze con trasportata eleganza
    o anche muffa, decomposizione
    di carni dal sapore prelibato pervicace
    in pentola per altri il cui veleno
    viene dopo. Lascia che tutti abbiano tutto
    hai sempre saputo ciò
    che altri conobbero come te
    e io non resto estatico, lascia che si sposino
    gli appetiti soliti                 – “Destino è marcire!” –
    Ribollendo al contrario
    Di un intenso profumo d’erbe cipolline
    Calendula, timo, gelsomini
    che gli altri in fin dei conti
    spostandoti il profumo non poterono

    III.
    Sempre così parrà lo scrivere
    argomento che si fa ora scienza
    diviso il mondo in due tre specie
    che leggendo il terzo incomodo
    sempre scambierà per vero il tutto
    non potendo sapere il sentimento
    né tirando la spada a croce sulla pelle
    potendo lasciare un qualche suo nome o segno
    Un mistico evangelico a risolvere
    nel bene qualche equazione,
    così la tua esitazione si farà nel tempo giusta
    Decidere bisogna soltanto, il tempo
    che si riordina

    IV.
    D’un qualche arco verrà lo spunto
    solo per respiro femmineo
    di una sorta di camminare:
    sul filo, sui soliti aggrappi di ulivi
    Così i pensieri d’un non scrivere
    non respirare, stare laggiù
    Dopo tutto l’aspettare gli altri
    i soliti treni non originali
    ricopiature malamente smentite
    e più in là un abisso
    Di non comprensione
    Anche questo secolo
    in fondo sarà come l’altro
    E torneremo a passeggiare
    sul nostro profondo pieno vuoto operativo
    fino a che la barca arenerà su un’isola
    e poi rimetteremo tutto in sesto
    l’archibugio, il sestante
    per trovare un altro avanti del sogno
    Che del genere non v’è nulla, tutt’attorno

    V.
    Cosa vedesti Lidia a Mirano
    in fondo alla piazza dietro l’arboreto
    che non dicono ora queste case
    sicuramente meno decentrate
    svuotate, pochi giornali a terra
    Poche foto sparse, con un ordine
    da fine del mondo. E tutto
    continua a parlarmi nella fine
    delle cose lasciate a terra
    ripulite un po’ almeno
    Come potati i pioppi
    certo duri senza tutto il prima
    degli architettonici progetti
    che ancora forse sono da fare
    E pare che non sia solo il vissuto
    ma un ordine delle cose
    che ancora deve silente
    parlare dopo

    VI.
    Taglia meno di “M”
    In un vestibolo lasciato aperto
    dove tu, per evaporati umori
    e destini e vite vedesti dentro
    un giorno qualsiasi dove tutto
    oramai era finito. Mobili di rovere
    ora stinti al sole, ma ancora acerbi
    se non maturi e anche prestanti.
    Antiche forze, con aria di violetta dalle finestre
    non più ora la vite o il fieno posato
    se non nel rimescolamento sotto
    che non pungente ti attraversa guardando
    questi resti di civiltà da cui tutti giungemmo.
    Un museo arriva così, ai sensi che leggono
    senza poterli usare. Un alfabeto nuovo giunge
    ai bordi delle strade sino a disfarsi.
    Cicli lunari assolvono ancora
    al loro antico compito

    VII.
    “Che disgregazione sia!”
    Ma quando ascoltasti quella nota…
    dov’è ora per te Claudia?
    Come ti prese la vita
    il tuo sorriso ha seguito non le tue idee
    ma il tuo sapere il non senso
    – “Perché mi trovo solo… anche ora a ricordare questi attimi?”
    Risposte che stettero nel maledetto mondo
    che tutti attraversammo. Il discernimento
    come alambicchi di stravolti alchimisti.
    Così non si fonderà anche la mia 
    definitiva solitudine, “sta scritto”,
    nel tuo sposarti non sposarti
    nel nostro incedere silente e non funebre.
    Nel viso che riportasti a casa
    e che non vidi quasi mai

    VIII.
    Altri giorni leggeri sopra i frassini
    posati come cuscini i pensieri
    Le nuvole, in una luce non più di qualche stagione
    Così avanzando il tempo
    e una betulla ricoperta come d’edera
    che le verdi spore ora dicevano
    di un aspetto conservativo oppure no?

    Mossi da una luce non tersa
    i passi ancora avanti cercando
    nel porfido qualche increspatura
    che mi riportasse a significato
    il ricordo di mille attraversamenti
    con i miei affetti dentro
    E il tempo invece
    grande ingannatore che non dava soste
    o risparmi ma solo un giro
    a confermare l’otium
    non senechiano ma ora solo vuoto
    che a simulacri rotti
    e a vita non militaris est
    solo ci dicevano quanto
    ancora dobbiamo considerare
    il superfluo di tutto

    Giri alle campagne fredde
    Non molta voglia di vedere niente
    Appena un rumore di traffico
    subito un’allerta di irrigidimento
    di sbaglio di tempo
    di ossessione fotografica nulla
    E il chiedersi cosa è stato
    che è corso così rapidamente
    prima di un altro squillo
    non di trombe trionfanti
    ma di telefono in una blandizie

    Generalizzati i colori
    E poi tornando via ancora dagli ocra, i rossi
    i lapislazzuli, le bifore rifatte o no
    Venivamo via dal mondo
    e ciò che ne rimane
    come di un non più visto
    (le belle antiche querce, i faggi)
    che di industrioso oltre l’archeologico
    e quello spirito mai sopito operaio
    e non ancora politico
    chissà se fecero poi sognare
    ancora qualcuno
    Come un mito infantile
    Una… pervicace-coscienza-del-tutto-cangiante
    ancora accanto a qualche scescia,
    un kumparan, certamente oggi già veri

    IX.
    Ricordo Valentina
    un’estate zero zero
    salita la curva della contarina
    superate le rugiade nascoste
    le serpi e le ciclovie.
    Che non-ridere, lavoravo anche allora
    via in motorino fine turno
    che imbracciata la mia musa
    gli amici mi dissero: “Vogliono vederti”
    “Ma chi?” – “Le due ragazze D. Molly”
    “Ma perché?”. Insomma andai,
    e Vale mi tenne un discorso
    due o tre anni più matura
    e mi fece poi vedere La maschera di ferro
    Ma cosa c’entravo?
    Non ero così in forma
    Entravo nell’introverso
    ma mi avevano riconosciuto.
    Nella penombra, nello stare: appartato
    E così parlammo tutto il pomeriggio
    che gli altri aspettavano
    il mio accordo. La Vale e la Sere
    bellissime acque di rugiada
    in un pomeriggio qualsiasi
    di estate morbida non a valle
    ma lassù stranamente
    per i pendii non era tesa l’aria.
    Non potevamo certo stare insieme
    Me lo insegnò così per prima

    X.
    Vorrei che la notte più non fosse la stessa
    un Euripide slavato, una Medea attonita
    Ambra, a cosa valse non il nostro incontro
    ma tutto il successivo
    Un non detto mentre più
    era vero l’avvicinamento nostro
    sempre di più, come schegge del tempo
    rimaste fossili al mutevole
    Un sentore di ribes
    una catenina leggera
    un taglio sfrangiato
    e tutto l’essere che usciva
    come da un altro mondo
    Il Venezuela di Maduro, una ballerina di Wenders
    sentori di placenta ancora senza nome
    ovattati che poi dovettero rimanere
    senza un bacio, che fu solo sfiorato
    una carezza, che fu solo data in un attimo
    non distratto ma fugace
    E ancora una volta rimasi inerme
    non dalla vicenda, dagli errori dopo,
    dal volersi scolpire, dai traumi che mi allontanarono,
    ma dalla poesia come di agnelli
    che fummo, in quei circoli
    in cui la sera con giacche di pelle
    e occhiali scuri, per la prima volta ci guardammo.
    Quella foto di H. non falsa
    e non reale, sul solito giornale
    Un Trintignant voltatosi all’ennesima stazione
    dopo il giro di boa del ciclo umano
    che sempre solitamente – avvenne al matrimonio
    deve stabilire le sue gerarchie
    Un leader carismatico solo
    dall’altra parte della barricata
    e non un sapore post-Moro
    che non sappiamo più essere liberi
    così in realtà noi invece ci incontrammo
    e conoscemmo

    XI.
    Solo devo trovare un’altra forma
    in cui inserire l’esperienza mia
    ora che pare finita, svanita nel giorno.

    Così il nostro andare di oggi
    tra mille lavori e pensieri
    il Pirandello dei crociani
    nei racconti tutto il giusto
    e nel teatro solo il restante.

    Era tutta visione sbagliata,
    opera piena di trame era un laboratorio
    dove poi all’occasione
    che tardi arrivò per caso  – come tutte le cose,
    ci si costruiva quello che serviva.

    O ancora il Maffei del maestro
    tutto giusto fin lì…
    poi le spume del barocco
    il provinciale che risputa il contrario
    come modo di fare
    nell’umorismo e nelle pose
    celate, come compendio di lingua
    che mai si osservò bene

    Perché bisognava rifare uno storicismo
    anche dopo la guerra
    per la nostra nazione.
    Come adesso, ma tolta quella spinta
    che ancora era passione
    di discutere le idee
    così ora torno, aspettando di riprendere una qualche
    parvenza e finita anche la spinta della mia (?)
    generazione perduta,
    occupandomi del vuoto
    ma con molta più disinvoltura

    Tra queste quattro mura
    si tolgon e rivernician fondamenti
    Ora più non ho paura
    dei precetti che sbagliati furon messi
    su s’accorda l’anima
    a una tonalità da prime fasi
    mattoni/ tramezzi/ intonachino
    E rimane leggera ora l’ansia
    del non sapere ancora

    XII.
    Padova era un martirio da dentro
    salivo sul treno la domenica sera
    tutta gente uscita dal sabato prima
    faceva sessanta chilometri
    ed era di nuovo come a casa

    Adesso sono passati vent’anni
    a un giro di ore di permesso
    continuando a fare tutti i lavori
    incontri casuali di Ale e Albe.
    Troppo in gamba, amici di sempre
    ognuno ha tirato su famiglia
    E invece cosa ne è degli altri
    sordidi rituali e amicizie
    perse nel torbido

    Un rimescolamento dove conta solo
    anche dall’altra parte essere coppie essere maturi
    e che dire di chi l’aveva vista almeno
    quindici anni prima e non c’era nessuno
    a svegliarli che era così, che sarebbe andata,
    tutto anche il contrario vissuto all’osmosi.
    Ma ricordo Ale un giorno
    qualsiasi di inizio gennaio
    dopo che avevo visto Albe
    al terzo, dopo i gemelli
    che ci incrociammo per caso
    per i saldi e non ci sfiorammo
    mi bastò uno sguardo
    per sapere poi dell’amicizia

    XIII.
    Quelle autostrade che dovevano andare a Giove
    e a Saturno con i nomi tutti sbagliati sui riflessi
    di qualche città famosa, Londra Berlino Pittsburgh 
    cosa sono ora, se non un avanti e indietro affettivo
    un passaggio con altri
    un ricordo lontano, di pochi anni soltanto

    Da Brendola a Soave
    e dire che tutti hanno letto Shakespeare
    lì a Montecchio, in un’auto
    sul sedile posteriore
    tutta la pianura si apre scorrendo
    come sale alla luce del mattino
    Brilla un non so cosa
    forse cosa rimane del sogno?

    No la presenza oltre tutte
    le illusioni che queste traiettorie
    hanno disegnato per noi
    fin dalla nascita e così ancor oggi
    aspettando un uchikake
    O un sarafan
    Erano piste di decollo
    di longitudine per il Brennero
    E su in Germania o Svezia
    Oppure dritte, con una Milano sotto
    volando verso il sogno americano

    E ora tutto è quiete, la gente lontana
    qualche cassonetto antropologico
    sozial ultime frammentazioni
    E invece morandianamente
    a guardarle sempre, anno dopo anno,
    corsa dopo corsa, queste cose
    diventano silenzi
    che mai ci siamo detti

    Un circuito di Papez
    un’amigdala, un mistero da cui
    scavando con uno scalpello
    si può attraversare una montagna
    un mondo, una vita

    Realtà di penna stessa
    dove la realtà è realtà
    se lo decidiamo ancora
    queste cose diventano “i silenzi
    che mai ci siamo detti”

    Cè talmente poco
    ancora da dire
    che saltano ora dal mistero alle equazioni
    della meta-mente come blocchi
    di esperienze da sistemare
    senza più ragnatela dello scrivere
    che possa dispiegare qualcosa

    Che di terzo o quarto grado
    poi facilmente queste matematiche
    ritornano al primo, o al secondo al massimo
    come scrivere di:

    • Morte
    • Soluzione
    • Inquietudine
    • Pace di qualcosa

    Come un punto su un discorso
    rimandandolo a mediocre
    come se non fossimo esistiti
    caduto il primato del dire
    e che così è, ma molto più
    nell’ampiamente del senso

  • “Oh PEC”, un’opera aperta in musica. Tre sinossi, due di romanzi sperimentali. Inizi del pensare alla composizione. Opere sperimentali, un’introduzione

    Agli inizi del 2000, in quel periodo sperimentavo le prime forme di scrittura, cercando già di rompere con le ritmiche tradizionali, serializzate oramai in mille pubblicazioni tutte uguali e insapore, riprendendo il gusto della buona lettura.
    Dal romanzo sperimentale, all’opera teatrale in musica derivata dalle vecchie slapstick del muto.
    Molta parte è inedita e spero di riprenderla in mano e ripubblicarla.

    Eucardio (2005, pubblicato per sito universitario bolognese, gruppo di ricerca, fratellanza/amicizia e rottura, in fase di recupero e restauro)

    Come dice il titolo del romanzo sperimentale, un uomo di buon cuore si trova a fare delle ricerche sui suoi genitori, da sempre per lui degli sconosciuti dati per dispersi. L’uomo è animato dalla fede, e alla fine s’imbatterà in una verità che potrebbe risuonare come una Lettera scarlatta, con la messa in discussione delle sue stesse credenze, o una visione più ampia.
    Si trattava di dare anima a una struttura retta tutta su quarte di copertina serializzate.
    Ogni storia è in realtà quindi la sua sinossi, il suo riassunto.
    Il lettore può leggere delle pagine a caso, oppure scoprire il finale della storia mettendo assieme tutti i pezzi.

    Amerigi. Vita Longa (2010, inedito, in fase di recupero e restauro)

    Un romanzo sperimentale con una struttura più fedele alla prosa tradizionale, guidata pagina dopo pagina dalla ricerca di quest’uomo che ha appena perso la moglie, e che parte per una strana avventura.
    Le abitudini e ciò che riteneva valori vengono anche qui messi in discussione dal fatto di trovare in un luogo nuovo la riproduzione malvagia e inafferrabile di tutte le dinamiche di tutte le città umane.
    In realtà il decorso della storia ha un effetto allucinatorio – le strade coi bugnati alti rivestiti per le inondazioni, in cui si amplifica il rumore di tutti i discorsi inutili -, come un climax ascendente fino ad uno strano rinvenimento che potrebbe essere una metafora della presunzione – arte come esperienza filtrata ma falsificata – oppure la causa vera della macchinazione dietro gli strani eventi cittadini.
    La prosa piana si rifà alla miglior tradizione narrativa dei poeti e degli scrittori fuori dai canoni dei filoni, che seguono la luce cangiante e chiara del raccontare, filtrata senza stilismo, ma con grande maestria invero sotto la superficie e grande veduta e ricerca.
    Questo omaggio, dagli americani Hawthorne e Poe, a Mann, a Chiara e tanti altri, segue poi una sperimentazione per andare verso una sorta di analisi psicologica interna dove chiarezza e deformazione/grottesco convivono in maniera straniante come oggi nel mondo.

    Tra le estati del 2004 e del 2006, partendo dall’ultima, immaginai la vita di questo impiegato a episodi tragicomici che esce da un turno sfiancante di lavoro (come oggi che si fanno i doppi, tripli lavori fino a notte), in cui deve azionare un macchinario con la forza meccanica del suo stesso corpo, girare su una ruota come uno schiavo, azionando tutta l’elettricità per la città sopra.
    A fine turno, non avendo più materia grigia va quindi una sera a ballare con le ultime energie rimaste.
    Qua sviene dalla fatica, mentre tutti attorno ridono e basta.
    Uno tra la folla, volendo fare lo splendido, gli ruba i pantaloni, strusciandoli a poco a poco di sopra a sotto senza farsi sentire dal malmesso (qua partiva una ballata jazz che spiegava tutta l’indifferenza, con emotività alle stelle, e col charlie che in pochi rintocchi di pedale mimava il furto).
    Il nostro, chiamato allora Ezio, che poi invece ricordai come Pec, gioco di parole con Oh Pec-OPEC, risvegliatosi vaga a questo punto per la città di notte rientrando a casa, senza accorgersi che è senza pantaloni, intontito completamente.
    La polizia lo nota immancabilmente, e inizia a seguirlo lentamente a passo d’uomo.
    Ezio, Pec, è immerso nei suoi pensieri e piano piano inizia a sospettare di aver combinato qualche guaio, fino all’inevitabile fuga, con la rincorsa della volante.
    Pec viene messo dietro le sbarre, gli viene dato un potente sedativo, e inizia a immaginare marzipan bars e lisergiche meta-cognizioni cangianti come ice cream/a scream.
    A questo punto la famiglia va a trovarlo ma il poveretto è stramazzato e risulta clinicamente morto dalla paura. Gli organizzano un funerale, e nei giorni di questi ultimi fatti (brano 12), Ezio Pec si risveglia improvvisamente dalla sala dove è appena stato spostato e stordito esce tranquillamente andando stavolta davvero verso casa.
    Che ore sono? Come in un Fuori Orario, non c’è tempo per pensare a cosa diavolo è successo, ignaro di tutto. E così via di nuovo a saltare sulla sua bicicletta per andare al lavoro.
    Passando accanto al cimitero scorge i suoi parenti in attesa di un epilogo che invece è la ciclicità stessa della comedia umana.

    L’opera doveva essere tutta registrata dopo Forgive me rain come traccia nascosta alla ballad commerciale. Più tardi appunto pensai al titolo Oh Pec, con la voce narrante di tutto questo canovaccio come una meta opera a svolgersi, un Otto e ½, e integrando gli episodi con nuove canzoni, come una crociera andata a male con la fidanzata ai Caraibi in cui succedono altri pasticci keatoniani stile The Navigator, oppure un suo compleanno in cui di nuovo nessuno lo riconosce perché si è tolto i baffi, e così rischia di nuovo di ripetere tutta l’odissea di malintesi di Oh Pec.
    Ad ogni brano c’era un gioco di parole, come Ingabbia la mia raggia/ In gabbia la mia rabbia, Il faisat froid/ Freud, Desire, just an ice cream/ is just a scream.
    L’ultimo brano, Mon petite velo, è pieno di questi rimandi, e per anni mi sono venute in mente mille varianti, tanto che oggi dell’opera ho un’idea modificata, anche negli accordi, senza però stravolgere il ricordo.
    Registrammo una versione demo del lavoro complessivo.
    All’epoca, non esisteva nulla come oggi. Lo facemmo completamente da soli senza chiedere a nessuno, e utilizzammo così quella sorta di demo per sentire anche altri pareri di amici o rifletterci sopra.
    Ci venne fornita una commissione per suonare l’opera nel perfetto scenario della Fabbrica Alta scledense, ma per rodare le canzoni facemmo prima alcuni concerti, molto belli e pieni di gente nei locali limitrofi. Poi tutto si arenò, troppa tossicità e contrasti e vita ancora da fare a vent’anni.
    Avremmo dovuto registare tutto in maniera indipendente e poi fare un allegato per un giornale altrettanto indipendente locale, una sorta di fanzine prima del loro rilancio.

    I testi spaziavano dall’inglese al francese, con un rimando alla commercializzazione delle lingue.
    Per prepararmi andai a lezione di solfeggio per batteria. Dovevo fare quella parte lì, oltre che l’autore. Infatti dopo mi rimase sempre la scansione in testa delle metriche anche dei testi, che infatti ricordo meglio così – sul Fa e il Do – che non su spartito integrale. Mi aiuta a memorizzare meglio e tenere a mente anche per lunghissimi anni piccole idee.

    (Musiche assieme a D.G.)

    1. Forgive me rain
    2. A little lemon
    3. Mon amour, mon ami et amour
    4. Danzo tutta la noche
    5. (strum 1)
    6. Funny summertime
    7. In gabbia
    8. The island
    9. (strum 2)
    10. Mon petite velo

    Il nostro era un tentativo di mettere assieme tutti i generi, dal jazz, al blues, al pop, al rock demenziale, al teatro canzone, senza più vederli come entità distinte e separate.
    Ma questo con al centro la musica. La composizione doveva parlare da sola, eravamo stufi dei cantautori che non sanno scrivere niente.
    Ad esempio la title track Forgive me rain, rimandava alle luci e ombre delle bombe e delle ideologie nuove sempre pronte (Forgive me rain/ if I ask for you too late/ I’m tired please and wash the world away/ Forgiving sun/ watching from the sky/ the new lights… of bombs/ Forgive us time/ if we exchange the day light/ the night is white for fight/ the day’s black in people’s eyes/ blind so close ashine.), dell’autodistruttività dell’essere umano, con un rimando agli equivoci dopo della storia, ma anche con un grande senso di autoanalisi. I giochi di parole erano permeati da scatti di humor ma tante volte da una sottile malinconia.
    Volevamo descrivere come stavamo, all’alba del 2000, con tutto quello che già di violento era accaduto, il contatto col mondo sacro millenaristico che veniva ad assotigliarsi, il peso di sentire in anticipo rispetto ad altri di anni diversi cose che sarebbero poi accadute puntualmente, come il disfacimento dei valori, della dignità del lavoro e i giochi economici globali.
    Erano prime composizioni semplici, ispirate dal gusto dei nostri ascolti, che però dopo sarebbero, almeno per me, cresciute molto di più, portando ad altre strade plastiche più ampie.
    La memoria mi porta appunto sempre a modificarle, limarle o ottenere una tonalità leggermente diversa, perché effettivamente quel lavoro non era ancora chiuso.
    Oggi quando sono in regia, devo avere tutto in testa da un bel po’ per ragionare a una certa velocità.
    Spero di non alterarne così il senso profondo, perché è rimasta per me l’ideazione condivisa – a soli vent’anni – di un mondo meraviglioso, che già raccontava quasi tutto di quello che sta accadendo.

    Titolo: Oh Pec, bozza 2004-2024, ultima revisione 2024
    Musiche di D.G. e G.R.
    *i brani aggiunti oltre ai dieci in scaletta vennero provati con altra formazione, altezza 2010-11

    1. Forgive me rain

    *versione trasposta in italiano da originale inglese, 2007-2008

    Forgive Us

    Pioggia perdonami
    se chiedo di te troppo tardi,
    sono stanco, ti prego,
    lava via il mondo.

    Un sole clemente,
    guarda ora dal cielo
    a una nuova luce,
    quella delle bombe.

    Perdonaci tempo
    se invertiamo la luce del giorno.
    La notte chiara per i combattimenti,
    il giorno buio negli occhi della gente,
    ciechi, troppo vicini alla luce.

    2. VOCE NARRANTE 1:  “Iniziava così il disco nascosto… rumore di pioggia e tuoni… pausa un minuto… i rumori esterni si confondono via via con il rumore di macchinari… ha inizio la storia” 

    Dopo la rottura con la fidanzata, proprio durante un viaggio preliminare a una futura luna di miele, Ezio Sgorgo torna a casa e trova un lavoro assai strano, azionare il macchinario di un magnate della nuova industria per far funzionare la città in piena crisi”.

    (Rumore pioggia, tuoni e rumori)

    3. Oroscopi favorevoli

    4. I Sali

    5. Profumo

    6. Mica m’hai detto (L’animatore)

    (Ritornano i fulmini e il rumore di macchinari…) —> flashback e flashforward senza ordine lineare

    7. Ep. 1 A little lemon

    *versione mista originale 2004-2024

    Trovato ho un piccolo limone
    He told me ‘bout the world upside
    Viveva in un lemon tree
    But now he has to work in drinks

    Quando premo start
    e la mia machine runs
    su può vivere anche un bar
    below the stars

    So i pedal my dear
    ‘cause the dish machine
    can’t work alone
    And I pedal for years
    the electricity costs more and more
    And to my boss that’s wrong

    L’elemento era magia
    Sfuggiva all’allegria (sfuggiva l’allegria)
    L’AI (lei) sempre on my back

    La gente in armonia
    Sotto turni di follia
    Working class di cortesia

    Quando premo start
    e la mia machine runs
    su può vivere anche un bar
    below the stars

    So i pedal my dear
    ‘cause the dish machine
    can’t work alone
    And I pedal for years
    the electricity… more and more

    And to my boss that’s unlikely
    Unfortunately… for me

    *versione trasposizione più fedele in italiano dall’inglese, 2007-2008

    Storia di un tale che lavora sotto un disco-bar

    Ho trovato un piccolo limone                  
    che mi ha parlato del mondo su di sopra:
    lui viveva sugli alberi
    ma ora è costretto a lavorare nei drink.

    Quando premo lo “start”
    e i miei macchinari circolano
    sopra può vivere un bar
    sotto le stelle

    Così pedalo mio tesoro                                                  
    perché la lavapiatti mica funziona da sola
    e pedalo ormai da un anno
    l’elettricità costa sempre di più

    (e il mio capo pensa non sia giusto)

    Così se il tuo bicchiere è pulito,
    o magari il toast che stai mangiando è caldo,
    o se la tua pipì sparisce
    per favore manda un grazie qui giù, da me

    Quando mi sento così stanco                                
    io continuo a darci dentro
    così che tu possa ballare
    sotto le lampade luminose

    Così pedalo mio tesoro
    perché la lavapiatti mica funziona da sola
    e pedalo ormai da un anno
    l’elettricità costa sempre di più

    (e al mio capo ciò non piace…
    sfortunatamente…
    per me!)

    8. VOCE NARRANTE 2: “Sfinito dal lavoro, mentre la città sopra si diverte, Ezio esce per distrarsi ed entra in un locale dove tutti stanno ballando. Dopo aver bevuto un drink ed essersi accorto che anche quello lo avevano azionato automaticamente le macchine da lui stesso comandate, si scrolla di dosso i malumori e si getta nella mischia.
    Dopo poco, cade a terra sfinito, mentre qualcuno ne approfitta per sfilargli i pantaloni acquistati per il viaggio di nozze”.

    9.. Ep.2 (montata più rapidamente, versione un paio di minuti) Toda la noche bailar (Danzo)

    Yo bailo
    tutta la notte stanco
    Cansado, toda la noche
    Yo bailo
    Bebiendo
    los esfuerzos de mi dia
    Bailo

    Stanco

    (Ran_to_lo)

    *versione 2007-2008

    Storia di un tale che balla tanto da perdere i sensi

    Danzo tutta la notte stanco           
    Tu al mio fianco
    ma… sono innamorato

    Stanco tutta la notte canto
    Tu al mio fianco
    ma… sono innamorato

    Canto tutta la notte salto
    Tu al mio fianco
    ma… sono innamorato                                                     

    E salto
    in alto
    E alto
    E stanco
    E danzo
    E stanco
    canto
    Ran-to-lo.

    10. Ep.3 strum (1), il charlie simula l’atto del rubare i pantaloni

    Storia di un tale che, svenuto, viene derubato dei pantaloni

    11. VOCE NARRANTE 3: “Ezio S. esce per strada in piena notte dopo essersi svegliato di soprassalto. Non si accorge però che è rimasto senza pantaloni. La polizia lo avvicina fino a rincorrerlo per la città”.

    12. Ep. 4 Mon amour, mon ami et amour (Froid/Freud)

    Mon amour, mon ami et amour
    Au jour d’oui
    Tout le monde et très jolie (tutti quanti molto carin)


    Dans le rue
    Faceva froid
    Non più blues
    C’ètait froid

    E ora ma peau
    Uh, le pantalon
    Mes couvertures
    D’un temp, ils ne sont plus bons

    La police
    il m’a regarde
    Mais c’était vrai
    c’était different froid

    C’était froid
    C’était Freud

    *versione trasposta in italiano dal francese 2007-2008, dove la scena prevedeva poi una gamba che parlava all’altra

    Storia di un tale che viene arrestato per oltraggio a pubblico pudore

    Amore mio, amica mia e amore 
    oggi tutto il mondo era felice,
    per le strade faceva freddo
    ma tutti quanti impazzivano per me

    solo la polizia non sorrideva
    erano freddi, era freddo

    Amico mio, amico mio e buon figlio                         
    io sono tua madre e provo soltanto Amore materno
    per le strade non è che facesse freddo,
    è che le tue gambe eran nude, svegliati!

    Dove hai la testa? Dove i tuoi pantaloni?
    Erano freddi?! Era Freddo?!

    Fratello incantevole
    come in uno specchio vedo me stesso
    per le strade soffrivamo il freddo
    e le altre gambe ti sfottevano…

    …no, sfottevano te…
    …no, te…
    …te!…
    …ho detto te…
    …TE!…
    …TE!…
    …TE!…TE!…TE!…TE!…TE!…

    13. VOCE NARRANTE 4: “Ezio viene quindi condotto in Caserma dove è costretto a passare la notte”.

    14. Ep. 5 Cages, Marzipan bars

    It’a funny summertime, my dear
    rainy days again drawn cages
    Sleep under the neon light
    and please dream
    sugar cells and marzipan bars
    The boogie man don’t be in time
    Desire… is just a scream

    Desire… just an ice cream

    *versione trasposta in italiano dall’inglese 2007-2008

    Storia di un tale che non riesce a prender sonno perchè disperato

    É una buffa estate                          
    tesoro mio,
    ancora giorni piovosi
    che disegnano gabbie.

    Dormi, sotto la luce dei neon
    e ti prego di sognare
    una cella fatta di zucchero e
    sbarre di marzapane

    Desidera… solo… Gelati

    Nessuno ti sentirà gridare 
    nella pioggia
    ma se arriva l’ uomo-nero
    non aver paura.

    Non ti preoccupare, non farlo        
    è solo un’ ombra
    Non ti preoccupare, non farlo
    è solo un sogno

    E desiderare… è solo un grido

    15. Ep. 6 Ingabbia

    E sono qui che
    ricambio il sorriso allo specchio
    da un letto fradicio di me

    Asciugo il veleno e la solitudine
    evaporo sul mondo
    Dove calpesti i miei resti, piove

    Ingabbia la mia rabbia
    ho preso il volo, coloro il cielo
    In gabbia la mia rabbia
    coloro coloro che non mi han visto mai

    ridevano solo

    *versione originale riscritta 2007-2008

    Storia allucinata di un tale sedatosi in una notte di pioggia

    Sono qui che
    ricambio il sorriso allo specchio
    da un letto
    fradicio di me

    Asciugo il veleno e la solitudine
    evaporo sul mondo
    dove calpesti i miei resti
    piove…

    Ingabbia la mia rabbia
    ho preso il volo, coloro il cielo
    In gabbia la mia rabbia
    coloro coloro che non mi han visto mai

    (ridevano solo)

    Mi sveglia
    la calma dopo la tempesta
    ancora qui
    senza voglia di me

    lavato via dal cielo
    posato in un corpo già pieno
    stretto strido non m’infilo
    e non provo

    In gabbia la mia rabbia
    ho perso il volo tradito da solo
    Ingabbia la mia rabbia
    ho perso il volo, costretto al suolo

    16. VOCE NARRANTE 5: “Colpito da tutte queste situazioni disgraziate ed equivoci si fa portare un farmaco per calmarsi e addormentarsi”.

    17. Me e te

    18. VOCE NARRANTE 6: “Ezio cade in uno stato lisergico prodotto da una errata somministrazione, dove crede di essere morto”.

    19. Ep.7 Strum (2)

    20. Ep.8 The Island (versione veloce 1 minuto), dove ritorna il tono comico, dato che Ezio si crede nell’aldilà con i suoi idoli (ampliare nomi personaggi famosi in tono umoristico)

    21. VOCE NARRANTE 7: “La madre di Ezio va a trovarlo in carcere, e tutti lo credono clinicamente morto. Viene quindi organizzato il suo funerale.
    Ezio invece, una volta andati via tutti, si risveglia. Esce in strada senza essere notato e ritorna al lavoro, dimenticandosi quanto accaduto.
    Per strada sorride, pensando che in fondo E., il suo amore di gioventù, lo abbia tirato fuori dai guai dei suoi malumori nonostante tutto, e che la realtà sia solo un brutto sogno.
    Intanto più in là, numerose persone incuriosite iniziano a recarsi al suo funerale, che sembra sempre più assumere i contorni di una metafora rovesciata”.

    22. Ep. 9 Mon petite velo

    Les sons sur le vitraux,
    sur monorail
    metre stresse, je vroix
    Oh merde

    Dans le rue, les limousine
    Maman Oui, comme cette cuisine
    Et le jolies, les riserve, ma conduit,
    les trabajer

    Mon petite terreur c’est les trafique
    mais mon petit velo c’est le meilleur

    Zig zag dans le rue
    commse tout le jour
    Il man comme plus

    *trasposizione in italiano dal francese 2007-2008

    Storia del tale che, ignaro di aver dormito una settimana, si reca al lavoro

    Sul mio cuscino ci sono fiori e profumi
    assieme ai miei capelli stressati, merda!
    Giù in strada c’è una limousine
    e la mamma ride di là in cucina,
    è felice, l’ha prenotata
    perché mi conduca al lavoro?

    ma…                      

    il mio piccolo terrore è il traffico
    ma la mia piccola bici
    è la migliore
    a zig-zag per le strade
    a zig-zag come i giorni
    sì, perché oggi non è il 6

    “Scusi, quanti ne abbiamo oggi?”
    “Oggi è il 12”

    Grazie mille signor gendarme
    Ah, la prego, dia un’ occhiata a mia madre
    perché c’è un tipo vestito di nero
    che ho paura possa farle del male,
    così come i miei incubi di questa notte
    che m’ han fatto sudare
    e m’ han lasciato una fifa…

    e…

    il mio piccolo terrore
    è la mezzanotte
    ma la mia piccola bici
    è la migliore
    tutto il nero diventa luce
    tutte le mie paure sono spacciate
    non avremo più…

    altri incontri

    (…campane…) —> nozze o funerale o rintocchi di un’ora qualsiasi, sospensione e fine

  • Un 25 aprile di qualche anno fa

    25 aprile ’23

    Torrenti, rii montani e rogge di risorgiva.
    Pinete, boschi di latifoglie e castagneti, abete bianco e rosso accanto a sparuti alpeggi.
    Il larice e il mugo che sconfinano nelle faggete.
    Pietraie scheggiate e devastate dalla guerra (la Prima) che si configurano come colpi alla vista adesso tenui, macchiati dalle polveri delle alte conifere, marroni, verdi, talvolta voltati al blu o rosati appunto per il calcare della roccia dolomitica, che ha la particolarità di illuminarsi completamente al tramonto dopo aver assorbito tutta la luce, sciogliendo da distante il profilo delle montagne in una sorta di stratigrafia aerea, inconsistente (paradossalmente) dopo la durezza e la bellezza delle nervature giornaliere.

    Chi mi conosce sa che mi piace sfaticare come scalatore.
    L’anno della grande siccità, il 2022, tutto si presentava polveroso a circa 1000-1500m di quota.
    Uno scenario spettrale, senza neve né ghiaccio, per chi è cresciuto qui.
    Al Civillina rischiai una caviglia mettendo il piede a terra su un banco di foglie non superficiale.

    Salendo le radici sono arrivate sino alla strada asfaltata. Quasi introducendo il discorso, che cosa resta di quei legami oggi?
    Verso orario di pranzo raggiungo il Monumento ai Caduti, altezza Vallortigara, alcuni chilometri prima dello Xomo.
    Una corona depositata dall’amministrazione comunale.
    Non ho incontrato nessuno.
    Nessuno che scendeva o che saliva.
    Perché i ragazzi non vengono più portati in questi posti?

    Sui lastroni intagliati del memoriale mi fermo a leggere i nomi e le date di questi ragazzi.
    Agosto 1944, Settembre 1944, Aprile 1945.

    Cosa mi colpisce.
    Sono tutti cognomi che ho incontrato nella mia vita. Parenti di ragazzi di oggi con cui sono cresciuto, come in un filo ancora sotterraneo.
    Che cos’è oggi quel male oscuro della storia?
    È non stare più uniti, non avere più una radice storica, culturale, umana a legarci.
    È non notare quanto importante è diventato quel semplice monumento di pietre scolpite, già rispetto ad alcuni anni fa.
    Non c’è più niente che ci leghi come individui a un senso comune senza farla diventare un’affermazione. Ogni discorso caduto nel vento, saltati i limiti protettivi dell’infanzia, al di là delle fedi individuali.
    Io rivago per questi luoghi ostinatamente, in cerca di queste accensioni, qualche sprigionamento d’energia di senso che mi faccia risentire un essere umano non alienato a tutti i discorsi della modernità, che è l’unica cosa ma anche tutto ciò che ci manca, assieme a quei fratelli.

    Il vento di aprile si sposta rapido.
    Vengo investito da un manto netto grigio plumbeo.
    Ho ancora l’accortezza di sentire girare il tempo e di sapere dove va la corrente.
    Ridiscendo appena in tempo per il versante giusto.
    Altra acqua scende nelle valli, mentre da casa guardo questo inconsueto, tipico andamento stagionale tornare a combaciare per una volta con i miei umori.
    Più tardi è il silenzio. L’Europa e i suoi valori in disfacimento negli schermi e nelle televisioni.
    Una strana pace senza scrivere mi è tornata in mente.

  • Libri, antropologia, semiologia, ad inizio 2025

    “Arriva sempre un momento in cui, guardandomi attorno, mi sento un estraneo. Da quel momento in poi, so che devo andarmene, che è in gioco il mio equilibrio.”

    in Georges Simenon, L’America in automobile, Adelphi Edizioni, 2023

    Da anni mastico libri in continuazione. Quando ero giovane, un libro poteva durarmi settimane, mesi. Leggevo e rileggevo certi passaggi, avevo paura di lasciare segni, appunti, sulla pagina, tranne in alcuni splendidi esempi troppo abbacinanti.
    Ora la faccenda è diversa.
    Con il lavoro, la giornata ideale per la lettura è divenuta la domenica, in cui con sessioni di qualche ora riesco a mandar giù un libro intero, poco prima di coricarmi. 
    Un processo che ha del naturale, quasi dell’autonomo, come respirare l’aria. Che come sappiamo poi viene memorizzato in un comportamento pianificato nel sonno dal cervello.
    Come dice Simenon andandosene in giro per l’America appena finita la Seconda Guerra, c’è bisogno nella standardizzazione che tutto diventi un fatto comune. Non si può perdere tutti i giorni tempo al ristorante.
    Quello che voleva dire, parafrasando, era che la serialità in America era funzionale all’alleggerimento, alla freschezza.
    Quando parla dello stesso taglio di vestiti per tutti, di uomini altolocati che mangiano un panino in mensa come dei dipendenti, si riferisce a questo, lo intuisce senza darne un giudizio, ma con la sua allegria e vivacità di sempre. Dice ad un certo punto, per stare sull’esempio, che se con tre franchi e cinquanta si poteva mangiare in giro a Parigi antipasto, piatto di carne, verdure, formaggio, dessert e mezza bottiglia di vino, sicuramente non lo era da un punto di vista funzionale per l’organismo per più di una settimana.
    Il punto non è il consumo quindi, ma la possibilità di rendere più agile la giornata.
    Fa quindi l’antropologo più che lo scrittore in quel momento, o il traduttore come Vittorini, come Montale, come Pavese, che invece lavorano – anche loro giustamente – sulla freschezza della lingua, liberata dai contesti di questo o quel circoletto e dibattito passatista europeo.

    Usa quindi la scrittura come mezzo per fare un altro tipo di indagine, che sembra appartenere ad un’altra disciplina.
    La cosa mi affascina molto.
    Ecco un esempio di campo usato in un altro campo per ridare significato a qualcosa, restituirne il grado di attenzione e l’energia necessaria contro la falsificabilità.
    Quando fa così Simenon in realtà si butta a parlare del seriale, della ripetizione, utilizzando un mezzo come il reportage serializzato, ma trovandoci tutto un senso nuovo nell’antropologia libera da giudizio.
    Allo stesso modo, si può scrivere dappertutto, anzi forse è meglio farlo nei posti più scomodi, perché evidentemente ci si costringe in questo modo a badare solo a ciò che manca ovunque ora, l’energia cangiante del contenuto, supportato da esperienza di forma.

    Il concetto mi lega e mi riporta quindi a due libri immensi, in cui torno a ragionare sulla natura, rivista e ricollocata nella cultura.
    Henry David Thoreau mi ha sempre colpito tantissimo, poiché anche Schio, che dal latino trae ‘esculetum’ bosco di ischi, cioè querce, bianche, possiede il carattere ondivago di bosco di Walden, solo tramutata in più frammentazioni storiche soprattutto dell’epoca moderna, cioè quando capì il proprio valore di commercio del panno.
    Soprattutto Thoreau si lega proprio al periodo più dirompente e di memoria collettiva, che è la grande stagione animata dal Rossi ed oggi archeologia industriale, divenuta complementare in maniera indelebile con la natura di quel paesaggio arboreo che scende, in maniera perentoria, dalle valli delle Piccole Dolomiti o più dolcemente dal lato dell’Altopiano di Asiago, attraverso piccole concrezioni di media montagna dall’aspetto piano e contiguo col tratto orientale. 

    1856, 24 gennaio

    “Un diario è il racconto in cui si riportano esperienze e momenti di crescita, non un posto in cui conservare cose che sono state dette o fatte. Di tanto in tanto mi ricordo di un’affermazione che ho fatto una volta durante una conversazione e di cui subito mi sono dimenticato, che suonerebbe molto meglio di quanto invece ho riportato sul diario. È un frutto maturo e secco, di un’esperienza che cade lontano da ma facilmente, senza arrecare dolore né piacere. Il fascino del diario deve consistere in una certa freschezza, in una vivacità, e non certo nella maturità. Qui non posso permettermi di ricordare ciò che ho detto o fatto, bensì ciò che sono e aspiro a diventare.
    Leggendo negli anni del Rig Veda, tradotti da Wilson, che consistono in gran parte di semplici epiteti rivolti al firmamento, all’aurora o ai venti, che colpiscono il lettore nella misura in cui egli è attento e dotato di fantasia, e vedendo anche quanta differenza c’è tra le varie traduzioni, visto che i traduttori danno peso non alla poesia, ma alla storia e alla filologia, avendo a che fare con un sanscrito che è molto conciso e che quindi deve essere ampliato per poter essere compreso, a volte mi sento portato a nutrire il dubbio che il traduttore abbia creato qualcosa partendo dal nulla: mi chiedo cioè se un’idea o un sentimento reali ci siano stati trasmessi da un periodo così primitivo. Mi domando se dei tedeschi colti non abbiano trasformato dei sassolini raccolti in riva al mare in inni del Rig Veda facendo così in modo che i traduttori lavorassero su questi, tirando fuori il significato che il mare gli ha conferito in epoche assai remote. Mentre i critici e i traduttori se ne stanno a discutere sul senso di una parola, io odo solamente il rumore del mare e pongo al suo interno tutto il significato che possiedo, i mormorii più profondi che riesco a ricordare, perché non mi importa minimamente da dove provengano le mie idee né cosa sia a suggerirle.
    Ho visto molti raggruppamenti di enormi olmi che meritavano di essere rappresentati al Tribunale Generale più degli ometti al di sotto di loro: molto più delle osterie, dei negozi e delle cantine che sovrastavano. Quando vedo le loro fronde magnifiche, lontane miglia all’orizzonte, estendersi oltre vallate e foreste, mi suggeriscono la presenza di un villaggio, di una comunità. Ma in fondo, è del tutto secondario riflettere sul fatto se ci siano o meno delle dimore umane tra di essi: in effetti, queste potrebbero anche essere esistite per poi scomparire. Mi rendo conto che nella mia idea di villaggio è molto più presente l’olmo dell’essere umano. Meriterebbero un consiglio comunale dedicato a loro. In effetti, costituiscono una circoscrizione a sé. Il povero essere umano che rappresenta la propria fazione, uscendo fuori dalla loro ombra, non potrà mai suggerire neppure un decimo della dignità, l’autentica nobiltà e visione d’insieme, l’indipendenza e la solidità e la serena beneficienza espresse da questi alberi. È un distretto che guarda ad un altro. Un frammento della loro corteccia vale quanto tutte le schiene dei politici dei nostri Stati. Fanno parte del Free Soil Party nel vero e proprio senso del termine. Le loro radici vanno verso nord, sud, est e ovest anche verso le zone conservatrici, verso il Kansas e la Carolina, posti che non sospettano l’esistenza di vie sotterranee così estese. Essi lottano contro le tempeste di questo secolo. Guardate che cicatrici che portano su di sé, che rami avevano perso prima ancora che noi nascessimo! Eppure, non ritrattano mai: votano fermamente per i propri princìpi ed estendono le radici sempre partendo dallo stesso centro. Muoiono alle proprie postazioni, e lasciano un troncone indurito, che serve ai taglialegna per esercitarsi, e delle radici che fanno loro da monumento commemorativo. Non scendono a compromessi, non fanno politica. Il loro unico principio è la crescita. Uniscono un vero radicalismo ad un autentico conservatorismo. Il loro radicalismo non è costituito da un voler tagliar via le radici, ma da una moltiplicazione ed espansione infinita di queste al di sotto di tutte le istituzioni circostanti. Si aggrappano in maniera più salda alla terra per innalzarsi più in alto nel cielo. Il loro durame conservatore, in cui non scorre più la linfa, non rallenta la loro crescita, ma è anzi una solida colonna che la supporta; e quando i loro tronchi non ne hanno più bisogno, marcisce subito. Il loro conservatorismo è un durame morto ma solido, ed è il fulcro, la colonna portante di tutta questa crescita e non si appropria di nulla, ma supporta l’estensione dell’area del loro radicalismo. Cinquant’anni dopo che sono morti, le loro radici in qualche modo li fanno sopravvivere. Non fanno come gli uomini, non passano dall’essere radicali all’essere conservatori. La loro parte conservatrice si esaurisce per prima; la parte radicale, quella che cresce, sopravvive. Conquistano nuovi Stati, nuovi territori, mentre i vecchi domini decadono, e diventano la dimora di orsi, gufi e procioni.”

    Diari. 1856-1861, Ortica Editrice, 2021.

    Nel ’24 nella mia casa d’origine, sono finalmente riuscito ad allestire uno studiolo, che guardacaso da proprio sulla collina crostante di frassini, faggi, querce e rapide betulle tratteggiate.
    Quello scenario è stato anche il mio punto di immaginazione primordiale quando ero un infante.
    Passavo ore a fantasticare su alcuni edifici bizzarri lungo quel crinale di qualche centinaio di metri, svelto ma solido come una collina filmata da Kurosawa.
    Molti dei lavori li ho progettati ed eseguiti personalmente.
    Una fervida preparazione e una serrata progettazione, anche di date, fa posto ogni tanto al bisogno di risolvere situazioni inaspettate e di rimodularle, per aderire al piano originario, però nel frattempo cambiato.
    Ecco io credo che questa sia un po’ l’evidenza che non viene mai detta a fondo di tutti i linguaggi che hanno significato, e che non sono imitazioni, banalizzazioni, ritualistiche da mettere davanti a tutto.
    Partendo quindi dall’assunto che tutto ciò che pensiamo sia da rivedere, ecco che si apre un portale, di possibilità gioiose e libere, e di aria buona e non inquinata.

    Mario Rigoni Stern, Il libro degli animali, Einaudi editore, l’ho fatto collidere ad esempio nel ’24 proprio con i Diari di Thoreau.
    Come se la scrittura servisse a vivere, più che a fare gli scrittori.
    Come un repertorio d’esperienza per un approccio più legato al segno, al simbolo da portar fuori, che allo sviluppo della disciplina in sé.
    Ed ecco che torna l’energia, tutto si muove di nuovo.
    In un certo senso, facendo collidere questi libri come particelle è nato anche dell’altro, come ci spiega la fisica teorica.
    Se invece si trattasse di trattarle rigidamente, non si otterrebbe che un ampolloso e noiosissimo discorso vecchio di nuovo.
    Il punto è che non siamo più abituati a girare a caso come flaneur, lasciandoci ispirare dalle cose. Troviamo solo compartimenti stagni attorno a noi ovunque. Invece questo tipo di allenamento, partire da un punto qualunque e trovarne le connessioni e le rivelazioni cangianti, o riadattate al presente, è proprio la musica che manca in tutti i discorsi.

    Sempre per citare altri testi, anche far scontrare delle biografie è una tecnica che mi ha molto affascinato in questi anni.
    Che cosa possono avere in comune ad esempio, Dennis Rodman, Ozzy Osbourne, Al Pacino?
    La risposta è nulla, ma se si leggono tutte e tre le biografie, e non si ha la testa sempre ricoperta d’immondizia di giudizi, si scopre che per tutti e tre è trovare il modo di sopravvivere al mondo, a partire dal basso e rinnovando lo sguardo dal basso, il punto per iniziare a ragionare.


    Al Pacino. Sonny Boy. Un’autobiografia, La Nave di Teseo editore, Milano, 2024

    […] Le venne diagnosticata una nevrosi ansiosa, e cominciò a a precipitare. Le prescrissero elettroshock e barbiturici. Tutte cose costose, per cui mia madre cominciò a insistere perché lasciassi la scuola e mi trovassi un lavoro. Non avevamo soldi.
    Continuai i miei studi ancora per un po’, almeno fino a quando compii sedici anni e finiva l’obbligo scolastico. […] Sentivo che dovevo conoscere il mondo e cominciare a guadagnarmi da vivere. Mia madre aveva bisogno di aiuto. Feci una serie di lavori, tutti di breve durata. Passai un’estate a pedalare undici ore al giorno come pony express. A diciassette anni lavorai per l’American Jewish Committee e il suo giornale “Commentary”. “Mi piace stare in ufficio; adoro il rumore delle macchine da scrivere e del centralino,” recitai alla donna che mi fece il colloquio. Sono certo che capì che stavo raccontando un sacco di balle, ma mi prese lo stesso. La mattina presto entravo in redazione, pronto a scavalcare gli enormi tavoli d’un sol balzo. Mi mandavano a fare varie commissioni, e spesso non tornavo neanche. Avevo energia da vendere, e in quell’ufficio caotico mi feci tanti amici. Imparai a gestire il centralino e a occuparmi dell’archivio. Lì lavoravano intellettuali come Susan Sontag e Norman Podhoretz – dei pezzi da novanta – e, per quanto fossero amichevoli, sentivo di non fare parte del loro mondo. Ma quando ero a una delle loro feste con un bicchiere in mano, ero in grado di parlare con chiunque. […]
    Un mio amico del Bronx mi aveva parlato di questa scuola [Studio Herbert Berghof, ndr] e di un suo bravissimo insegnante, Charlie Laughton. […] Mi aveva già catturato. Mi ero allontanato dai miei vecchi amici, avevo incominciato a pensare di fare l’attore e a prendere sul serio la recitazione. Nessuno dei miei amici aveva qualcosa che potesse metterli su una strada diversa. E, passata una certa età, essere un giovane delinquente non è una bella cosa. […]
    Qualche tempo dopo, nello stesso locale [Martin’s Bar and Grill, all’angolo tra la 22ª Strada e la 6ª Avenue a Manhattan, ndr], conobbi Charlie. Era in un séparé, indossava un berretto da baseball e stava bevendo con altre persone. Appena lo vidi, pensai: è quello che fa al caso mio. Aveva una decina di anni più di me. […] E quando lo conobbi, pensai: ecco il mio maestro. Mi iscrissi all’Herbert Berghof Studio. Dato che non avevo soldi, pulivo i corridoi e le aule dove facevano lezioni di danza, e mi diedero una borsa di studio.
    Charlie aveva una cultura letteraria che invidiavo. Mi fece conoscere molti romanzieri e poeti di cui ignoravo l’esistenza. Era un cultore di William Carlos Williams, che, come lui, era nato a Paterson, nel New Jersey. Charlie stesso era un bravo poeta. […] Molti anni dopo, tanti aspiranti attori mi chiedevano: “Com’è che tu ce l’hai fatta e io no? Eppure io l’ho sempre voluto.” E la mia risposta era: “Tu volevi. Io dovevo.” […]
    In seguito persi il lavoro al giornale e mi ritrovai disoccupato. Mia madre andò a stare dai suoi, sulla 233ª Strada, ed ebbi per me tutto l’appartamento, a 38,80 dollari al mese. Ma ero sul lastrico. […]
    Charlie e io lavoravamo insieme come traslocatori: ci occupavamo soprattutto di mobili da ufficio e libri, tanti libri. Spostare roba altrui d’un edificio all’altro, da un piano all’altro, è una cosa che non assomiglia a nient’altro. Soprattutto quando non ci sono ascensori e devi fare rampe e rampe di scale con scatoloni di libri che sembrano non finire mai.
    A dirigere il lavoro era il nostro amico Matt Clark, un altro studente di Charlie. Aveva cominciato con un furgoncino, trasportando quadri al Greenwich Village, poi era passato ai traslochi e si era preso un furgone più grande per fare gli uffici. Era bravo sia come attore sia come traslocatore. E com’è che si diventa attori? Trasportando frigoriferi su per le scale. […] [Mio padre, ndr] non poteva capire che suo figlio voleva fare l’artista, il poeta, ed era un aspirante Čechov. E le ragazze non mi interessavano più di tanto – voglio dire, mi piacevano, ma non le capivo né mi accorgevo se piacevo a loro. […]
    Mentre vivevo da solo, dovevo trovare i soldi dell’affitto. Provai a fare il cameriere, ma mi cacciarono quando mi sorpresero a mangiare gli avanzi dai tavoli. Questo per dire la fame che avevo. Quando non avevo niente da fare, camminavo ore e ore, e poi mi riposavo in qualche biblioteca. All’inizio era solo per stare al caldo, ma poi divenni un lettore vorace. Senza insegnanti o compiti da fare, seguivo le mie passioni. Charlie Laughton mi consigliava gli autori da leggere e i posti dove andare, come la biblioteca sulla 42ª Strada, che era calda e aveva un distributore automatico di cibarie.
    Una tazza di caffè poteva durarmi tutta la mattina e potevo stare lì a leggere i miei tascabili dei grandi autori per cinque ore. Leggere era una cosa che mi assorbiva del tutto. Mi calmava la mente e mi offriva un altro mondo in cui immergermi. La televisione era troppo distante; i libri erano più intimi, come avere amici e godere della loro compagnia. Leggevo Festa mobile e pensavo: non voglio arrivare alla fine, è troppo bello.
    Se, a notte fonda, sentivi qualcuno per le strade del tuo quartiere che declamava pentametri giambici con voce stentorea, probabilmente ero io che mi esercitavo nei grandi soliloqui di Shakespeare. Procedevo per Manhattan recitando monologhi a gran voce. Lo facevo vicino alle fabbriche ai margini dell’abitato, dove non c’era nessuno. Dove potevo andare, altrimenti? […]
    Marty [Martin Sheen, conosciuto al corso di Charlie Laughton, ndr] venne a stare da me nel South Bronx, così potemmo dividere l’affitto. Insieme lavoravamo al Living Theatre nel Greenwich Village, dove pulivamo i gabinetti e stendevamo i tappeti per le rappresentazioni. Il Living Theatre era stato fondato da Judith Malina e Julian Beck, due visionari che avevano cominciato negli anni cinquanta, nel loro appartamento, prima di trasferirsi all’angolo tra la 14ª Strada e la 6ª Avenue. Dopo avere visto uno dei loro spettacoli, come minimo tornavi a casa, ti chiudevi in camera tua e te ne stavi per due giorni a piangere e guardare il soffitto. L’impatto era quello. Grazie a loro nacque il teatro off-Broadway, il cui successo fece nascere quello off-off-Broadway. Il che rese possibili anche gli spettacoli off-off-off-Broadway che facevo io in locali del Greenwich Village, dove gli attori recitano davanti a gente che beveva caffè o mangiava fette di torta. […]
    Era così che si andava avanti. Era come essere a Parigi all’inizio del Novecento o a Berlino negli anni venti. New York sembrava il centro di un nuovo rinascimento. Lo spirito e l’energia erano quelli. Sartre, Ibsen, Bertolt Brecht, Leonard Melfi, Allen Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac, Sam Shepard: i mondi che avevano creato diventavano nostri. […]
    Una volta, era estate, ero sulle scale di un edificio tra la 10ª Strada e la 2ª Avenue. Il caldo era micidiale, e mi stavo godendo la tregua della sera. Ed ecco che vedo arrivare Marty tutto allegro come se stesse camminando sulle nuvole. Mi voleva dire qualcosa. “Ehi, Marty!” lo salutai. Quando fu vicino, mi disse: “Al ho incontrato la ragazza con cui voglio passare il resto della mia vita. È una pittrice e diventerà presto mia moglie.” E io: “Bellissima notizia, Marty. ma dobbiamo ancora trovare i soldi per mangiare.” Fatto sta che Marty è sempre Marty, e Janet, sua moglie, è la ragazza di cui mi aveva parlato circa sessant’anni fa.
    Prima di andarmene da quell’appartamento, ci passarono molte altre persone. A volte era qualche fratello di Marty, a volte era un nostro compagno di corso che si chiamava Sal Russo e aveva una ragazza che si chiamava Sandra. La sua migliore amica era una cantante con i capelli lunghi e gli occhi penetranti, che a volte passava da noi e si metteva in un angolo, a gambe incrociate, a suonare la sua chitarra. Si chiamava Joan Baez, non si era ancora messa con Bob Dylan ma sapevamo che avrebbe fatto strada. Non penso che ci fossimo mai presentati. Semplicemente era una delle tante persone che andavano e venivano in quell’appartamento mentre il mondo girava intorno a noi.
    Nel quartiere era di nuovo in circolazione Cliffy. Lui e Bruce si erano arruolati. Bruce era arrivato fino al giuramento, ma poi cambiò idea, finse di essere diventato matto, minacciò di buttarsi da una finestra e lo lasciarono andare. Cliffy, invece, riuscì a fare qualche mese di servizio, ma poi ovviamente si cacciò in qualche guaio e lo sbatterono nella prigione militare prima di cacciarlo definitivamente. Quanto a me, non rischiavo di finire sotto le armi perché mantenevo mia madre. […]
    Comunque Cliffy era peggiorato. Adesso si bucava ed era incontrollabile. Disse che era nello stesso plotone di Elvis Presley, cosa che risultò vera. E che era andato in Canada, dove aveva messo in cinta una ragazza cattolica e aveva ripudiato la religione ebraica per poterla sposare. Ogni volta che passava a casa mia, andava in bagno a farsi di eroina – a volte da solo, a volte in compagnia di altri tossici. A malincuore dovetti dirgli che doveva andare da qualche altra parte.
    Nessuno si stupì quando Cliffy morì di overdose. […]

    [Mia madre] aveva il dono dello humour e un gusto innato, e per questo era diversa dal resto della sua famiglia. Ma era una donna sola. Cure adeguate, tranquillità, sicurezza economica avrebbero potuto aiutarla. E io sapevo che sarei stato capace di darle tutto questo, e anche di più.
    Non penso di averglielo mai detto. Non le dissi che avrei avuto successo e mi sarei preso cura di lei. E in che modo? “Mamma, un attimo di pazienza, ci sono quasi”? So che sembra un dramma di Clifford Odets, ma è così. Sapevo che nel giro di qualche anno sarei stato in grado di aiutarla. Ma come si fa a dire a qualcuno che sei sicuro di avere successo? Chi ti crederebbe? […]
    Ma io sapevo che ce l’avrei fatta. Fu questa la mia fortuna. Forse questa certezza risaliva a quando mia nonna mi imboccava e mi raccontava tutte quelle storie di cui ero protagonista. Forse ne erano responsabili gli amici della mia banda. Oppure Marty Sheen, o il mio grande amico Charlie Laughton. Quando è successo? Chi era quel ragazzo, così pieno di energia da illuminare il cortile di una scuola di notte? C’era qualcosa che mi indicava la strada. E dovevo seguirla, altrimenti non sarei mai riuscito a sopravvivere.
    Ma prima ci fu un periodo molto duro, un periodo di lutto, in cui andavo in giro come uno zombie. Non ero me stesso: in metropolitana scendevo alla fermata sbagliata, andavo a battere contro gli oggetti, pensavo solo a certe cose e altre le dimenticavo completamente. A quell’età perdere la propria madre era una cosa inimmaginabile, impossibile da accettare. […]

    Poi se leggo le biografie dei miei mostri sacri, Duke Ellington, e Mingus, ci cavo invece ben poco dal costruito (Duke Ellington. La musica è la mia signora. L’autobiografia, Edizioni minimum fax, Roma; Charles Mingus. Peggio di un bastardo. Edizione del centenario, Edizioni SUR, Roma).
    Monk è un caso a parte, iperletterario e maniacale, Ellington è un seguito di scuse che non parlano mai anche nella finzione della realtà, il contrario della sua scrittura musicale.
    Evidentemente allora, ancora una volta, non è tanto il mezzo che crea la disciplina nell’uomo, ma come la disciplina si trasmuta dentro un’altra e diventa un’altra cosa.
    Infatti non potremmo mai ascoltare Ellington solo dalla partitura. I colori e il dettato vanno a creare qualcos’altro, come la descrizione di un’aria che si respira e che viene incorniciata.
    Quando si affina la grammatica di queste operazioni, si sente il linguaggio di qualcosa di specifico che è stato arricchito. Tutto qui.
    Non si può mai parlare di stile, prima e dopo, in un certo senso.

    La situazione della Russia nel 1926 dopo aver assorbito la rivoluzione, reportage immenso per valore di I. J. Singer, e le suggestioni di una biografia di Dostojevskij raccontate puntualmente, ironicamente e con passione vera da Paolo Nori. Altro esperimento di particelle.
    I. J. Singer. La nuova Russia, Adelphi Edizioni, Milano, con Paolo Nori. Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fedor M. Dostoevskij, Mondadori, Milano.
    Gli studenti cinesi e il cambio di paradigma fiutato rispetto ai flussi imperialisti britannici, gli eterni dissapori rientrati in vigore tra tartari, turchi, armeni, greci e bulgari, la rigidità dell’esperienza post-rivoluzionaria, antitesi al ritorno della macchina burocratica di stampo zarista rimodulata.

    Sono tutti libri comprati, rigorosamente, a caso (come si faceva una volta), nelle tre librerie in progressione salendo dalla stazione.
    Compio questa operazione circa ogni tre mesi, raccogliendo almeno una decina di volumi sparsi.
    Chiaramente la fisarmonica, come una cassa naturale, del passare del tempo non è mai troppo rigida. Può trattarsi di un mese, di tre, di otto. L’importante è che rimanga un desiderio.

    La stazione ferroviaria della città, dove finiscono tutti i treni, sembra un fondale Far West.
    Ci sono delle incorniciature, nel lato sudovest che guarda alla caffetteria Carraro e al centro salesiano, dove si riunisce parte della comunità serba, che rimandano subito agli anni ’80. Grandi hallway scure con tappeti accesi e lampade ingrassate nel metallo, cemento con sottili sottolineature rosso acceso.
    Anche questo può rimandare alla mia infanzia.
    Rimane cristallizzato quello spirito, e si porta su lungo il corso principale che scende dal Duomo.
    La statua del Rossi e l’architettura del Negrin a Sant’Antonio che rifà un lombardo bizantino come il contrario del contrario sono coperte da una barriera perpendicolare di residui abitativi anni ’60, dove una volta si trovava lo storico negozio di dischi davanti alla stazione.
    Si sale per Via Battaglione Val Leogra, quindi si incontrano palazzine moderniste dei primi ‘900 ibridate tra la decorazione che sta per sparire e lo spazio funzionale che sta per emergere in maniera dirompente.
    Le facciate sulla strada sono come contenitori alleggeriti in layout eleganti e sobri, tra compagnie assicurative, scuole di guida, bar, gelaterie, articoli di cancelleria.
    A metà strada, sulla destra si entra nella prima libreria.
    La seconda marca lo snodo superiore nord dello slargo appena pronunciato del Duomo, e la terza si inserisce nell’elegante cornice cinquecentesca e legata al Conte Almerico – pioniere dell’aviazione – di Via Carducci.

    In tempi di frammentazione sociale, in cui manca un vero luogo di aggregazione, un vero tema comune, e una vera solidarietà che non sia di interesse a qualcun altro, queste realtà mi ricollegano anche in giornate negative al senso dello stare al mondo. I testi e le riedizioni in vari periodi catturano qualcosa nell’aria più altrove, che si lega alla città e alla natura della città, tra grande centro industriale e grande ultima fermata prima della montagna, tra la frenesia del lavoro metropolitano e cosmopolita e la ricerca di un rifugio.

    Franco Basaglia. Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina Editore, 2018.

    […] In Europa tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta sono emerse diverse proposte di alternativa al manicomio. Il primo paese a muoversi in questa direzione è stato l’Inghilterra, che aveva vinto la guerra ma perso tutte le colonie e aveva bisogno di rinnovare l’organizzazione della società, le sue infrastrutture. E infatti il partito laburista vince le elezioni proprio con un programma di rinnovamento sociale e istituzionale, in cui la salute pubblica è uno dei problemi prioritari. Nel 1959 il governo laburista promuove la riforma sanitaria e crea il servizio sanitario nazionale di cui la psichiatria fa parte. Così, per la prima volta nei paesi occidentali, medicina e psichiatria stanno insieme nel quadro di un sistema sanitario pubblico.

    […]

    In questo film [Il ponte sul fiume Kway di David Lean, ndr] si vede anche come un internato possa essere terapeuta di un altro internato più del medico, cosa che accade anche all’interno delle istituzioni, specie di quelle psichiatriche, e si vede anche come la direzione dell’organizzazione può passare dal gruppo dirigente alla comunità, con la partecipazione di tutti alla gestione dell’istituzione.

     È con questa logica che nasce in Inghilterra l’esperienza di apertura al manicomio e il primo concetto di comunità terapeutica. Una comunità diventa terapeutica perché funziona su principi condivisi […]

    Ma questo processo è stato di breve durata e presto i manicomi hanno cominciato a riempirsi di nuovo. Le braccia che l’industria aveva inizialmente richiesto vengono rifiutate e questa forza lavoro improduttiva deve trovare un’altra istituzione. La comunità terapeutica si riduce a piccole isole e i manicomi inglesi riacquistano le caratteristiche di istituzione repressiva, anche se più aperta e tollerante. […]

    Anche in Francia, negli stessi anni, successe più o meno la stessa cosa, ma con una cultura assai più politicizzata di quella inglese. Molti psichiatri francesi avevano infatti partecipato alla resistenza contro i tedeschi e i primi programmi di umanizzazione del manicomio erano nati in Francia in quel periodo.[…]

    In Francia ci fu una battaglia reale per l’apertura del primo manicomio. C’è un numero molto importante della rivista Esprit intitolato “La miseria della psichiatria” che raccoglie le idee e le proposte di quegli psichiatri che volevano umanizzare il manicomio. Un piccolo ospedale psichiatrico del massiccio centrale della Francia, a Saint-Alban, fu aperto per la prima volta da un esiliato spagnolo della guerra civile. È molto importante riflettere su questo ospedale dove si riuniva tutta l’intellighenzia francese… Bene, questo manicomio fu aperto e da qui la mobilitazione si diffuse ad altri manicomi francesi e nacque il movimento della “psicoterapia istituzionale”. Questa fu la prima ondata ma anche la fine di questa grande primavera. La contraddizione che l’apertura del manicomio aveva prodotto, con tutte le sue implicazioni politiche, fu avallata dalla scienza psicoanalitica, che diede poi origine alla psicoterapia istituzionale lacaniana. Questa fu la seconda ondata. La psichiatria inglese, con il suo pragmatismo scientifico, e la psichiatria francese, con l’ideologia psicoanalitica, hanno così coperto le contraddizioni che avevano evidenziato. […]

    La nostra tendenza è stata invece quella di far entrare l’assistenza psichiatrica in rapporto con le organizzazioni politiche che vogliono l’emancipazione del popolo. In questo modo abbiamo ottenuto dei successi perché, dopo aver smantellato in alcuni luoghi il manicomio, in collaborazione con la popolazione, i sindacati, e i partiti politici, è stata portata in parlamento una proposta di legge che modificava la vecchia legge repressiva e violenta sulla malattia mentale. […]

    Il bilancio della psichiatria è stato finora di competenza delle amministrazioni provinciali. L’Italia ha novantaquattro province e ogni provincia ha nel suo bilancio una somma destinata all’assistenza psichiatrica. Alla fine del 1978 è stata votata dal parlamento un legge per l’istituzione del servizio sanitario nazionale che comprende la psichiatria. L’Italia è divisa in regioni che hanno un governo proprio (abbiamo una specie di regime federativo), e ogni regione amministra l’organizzazione sanitaria secondo gli orientamenti del governo regionale, che naturalmente non possono essere in contrasto con la legge dello Stato. Comunque, ogni regione ha proprie caratteristiche nella gestione dell’assistenza sanitaria. Il ministero della Sanità fa la supervisione generale. Dopo la Seconda guerra mondiale c’è stato in Italia il tentativo di decentrare tutto ciò che era possibile, nell’idea che il decentramento permetta forme di partecipazione popolare: più la politica è decentrata maggiore può essere il controllo popolare. Quando parlo dell’Italia sembra stia parlando di un paradiso terrestre, e invece è una merda, ma è anche un luogo dove ci sono elementi che rendono possibile una dialettica molto interessante. […]

    Rio de Janeiro, 26 giugno 1979

  • Ricognizioni di un gennaio postCovid (versione integrale estesa), 2020-2021

    Dalla salita dietro Via Castello il traffico di discorsi e andirivieni pare soltanto un piccolo gorgo cezanniano, ridimensionato e incastonato tra mille altre visioni di case, abbaini, terrazzi vuoti, flebili luci d’interno, messo lì, in fondo alla provinciale, sulla rotonda del gran traffico quotidiano che vien giù da Santorso.
    A Piazzale Divisione Acqui c’è il retro scoperchiato d’un autobus in panne. Un uomo avanza strisciando con abiti insudiciati da lavoro avanti e indietro supino sotto il gran peso del mezzo azzurro.
    Sulla camionetta a fianco, completamente aperta, s’intravvedono pareti di utensili meccanici. Tronchesini, trapani, punzoni. Rivettatrici, morsetti, pinze, cesoie, chiavi. Giraviti e bulini.

    Per vedere quanto la città è cambiata bisogna prendersi un’ora d’aria e perdersi in un momento qualsiasi a camminare nel viavai generale di tutti i giorni.
    Sono pressappoco le cinque del pomeriggio.
    C’è chi è rimasto seduto questo pomeriggio, tra i tavolini, nel silenzio e la rassegnazione generali. Lo noto risalendo via Garibaldi.
    Un dialogo surreale di gente immobilizzata, più che un incontro come era prima, come se gli avventori fossero fusi coi camerieri del bar.
    Intorno tutti gli altri tavolini sono vuoti. L’attenzione di posa su tre che conversano a lungo giustamente su questa situazione che si è venuta a creare.
    Tutte le sedie intorno sono già alzate lì davanti, proprio nel momento solitamente contrario a queste abitudini, nel quadrilatero tra Garibaldi, Scledum, Baretto, Leoncino. Che poi, tipicamente scledense, scappa via a sua volta in salita ondulatoria verso altri posti ridefinendo tutto.

    Abitudini, già, è stato un attimo, ci è voluto poco tempo.
    L’aria è rarefatta e umida. Immense querce bianche che sembrano gelsi imbiancano l’orizzonte rialzato sopra Via Leonardo Da Vinci dalla Valletta.
    I colori malva, malva rosato, ceruleo con illuminazioni al neon si aprono nei ventri dei palazzi pastello sgualciti.
    Sono le vecchie madri costrette a partorire i nuovi figli del tempo. Alcuni vorrebbero uscire e inghiottire tutto, come in un destino segnato.
    Sembra che questo contrasto stia ora intonandosi con le città più a nord d’Europa, dove il recupero del tessuto urbano è netto e sembra uscire direttamente dalla fase di progetto.
    È meno italiano, cioè rarefatto, melodicamente scomposto e perifericamente civico.

    Una signora scende da una Fiat bianca a Via Romana Rompato, sotto l’insegna della storica tabaccheria. Sostituisce i necrologi.
    Più avanti, nel sottoportico in Via Capitano Sella, con l’insegna bianca e nera dell’ottica come una decorazione prospettica di provincia scamozziana, non c’è più posto per nessuno nell’altra bacheca, da quanto lo spazio dei cartelli è riempito affannosamente.
    L’incombenza del disastro e dell’abbassamento d’umore è alle porte, proprio prima di raggiungere il centro della città.
    Per la prima volta provo qualcosa di simile alle sensazioni lette nei reportage dall’altra parte del mondo.
    Nessuno sembra perdere tempo. Non ci sono le voci, non ci sono gli amici.

    Ciò che consideravamo all’aria aperta, il paesaggio di fuori, pare non esistere più.
    Ora, in questo giro di brevi anni, sembra ricacciato all’interno.
    Sembra anzi di dover andare a toccare una solitudine profonda, come le religiose vie che salgono sopra i Rossi sul Novegno, per trovare una qualche forma di comunicazione con il tutto e con tutti.
    Una spinta invertita per le soglie dell’attenzione, che tentennano nel trovare nuovi modi di vivere nella consuetudine di un’apnea sociale solo appena accennata.

    L’andare con i pensieri è più stratificato, perché pare ora di dover cacciar fuori quegli umori, che prima invece si dovevano sottrarre, tirar via, per un fuori più autentico, fotografato, e quindi intimo, di comunicazione con gli orologi interni dello stare tra la gente.
    Se l’esterno è ricacciato dentro, quest’ultimo grida per il fuori.
    E lo spazio della meditazione, della comunicazione, questo spazio dove l’architettura parlava se guardata in mezzo alla gente una lingua di sempre ritrovata pulizia dello sguardo, esercizio fisico e mentale che poi rimaneva, ora sembra a un crocevia, perché il fuori_per_il_dentro non è ancora un ascolto maturato di conclusione, ma uno spostamento in più. Rischia di diventare un fattore in più verso la distrazione e la confusione, verso un ennesimo nuovo realismo del niente da dire, dove ancora dal rosso si vede rosso, dal nero il nero, dove non filtra niente, non si sta bene o male, si galleggia nel simulacro vuoto e basta, come un dato di fatto stavolta di sempre.
    Dallo sguardo del panettiere appena arrivato a Piazza Almerico sino a quello delle veterane del Caffè Dante, un angolo tenta di ricostruirsi-tenersi una sua storia di comunità; il centro scommesse chiuso, e, più in là, la bottega delle scarpe fatte a mano.
    Tutti guardano fuori, e c’è quindi una complicazione di procedura del guardare.

    Il passato archeologico industriale, laggiù ad ovest, non è ancora recuperato, ma ora aiuta moltissimo a rompere questa determinazione.
    Le aperture, ad oggi, sono imprevedibili, oscure, non ancora periferiche, non ancora europee tagliate col coltello. E questo nonostante la grandezza, la vastità dell’area tracciata dalla sponda del Leogra, con i suoi aironi che nessuno vede se non scendendo dentro il Timonchio, più a valle ancora la domenica.
    Ecco un elemento certo di questa grandezza oggi che incredibilmente si manifesta. Una vera sospensione del tempo, anche drammatica nel suo ancora mancato recupero, però presente, da decifrare ancora tutta. Il frammento nel frammento che apre lo sguardo.
    Un lascito da continuare a ristudiare, rismontare, rimontare nelle sue logiche, nelle sue oggettivazioni. Misteriosamente intatto e superstite oggi, più vivo che mai anche dopo il fallimento del grande progetto dei primi anni 2000, prima che la crisi economica globale sgretolasse il sogno della Schio archeologica restituita, come punto di riferimento nuovo in ambito urbanistico nazionale e sovranazionale.
    Il progetto del Gregotti, che prevedeva di riportare alla luce la direttrice della Roggia intubata e di appaltare negli anni successivi i punti di raccordo con l’area, che cosa ci direbbe oggi?
    Ci racconterebbe di una città sfaldata, con un tessuto non più unitario a levante, anche se sempre più affascinante nelle sue risultanze di stili architettonici disgregati, invecchiati, smussati, ricuciti.

    Osservo le paraste sfumate. A memoria so che le troverò, o troverò i loro rimandi, in Via Pasini e Via Pasubio, le storiche vie del centro, piene di vita e nostalgie senza rimpianti, lisce e lavorate dal tempo. Piatte e scolorite come le colonnine di transito andando in quota.

    Paraste, intonaci, marmorine intorno, quanto Palazzo Valmarana, una delle mie opere preferite di Palladio, che se ne sta a Vicenza con una trovata scenica in una strada strettissima, piatta e pulita invece che ingorda sulla via, venendo dalla biblioteca e da San Lorenzo, dove ancora le arcate ogivali di finta o non finta profondità sono un segno caratteristico, aprono a spazi della mente, dal disegno, come la proiezione ortogonale, invece di astratte confabulazioni di idee, la pulizia e il richiamo all’abitabilità.

    Dalla chiesa parrocchiale di Poleo, andando per altopiani e distretti periferici e vegetali, al quartiere operaio di Schio, a Villa Rossi a Santorso, fino di nuovo a Schio nella chiesa di Sant’Antonio, c’è un sentimento che potremmo chiamare scledense nel Negrin, fatto di un filo conduttore invisibile che spazia non solo sui giardini e per il Rossi, ma più in là, nel giardino come lente che fotografa il movimento ondulatorio di Schio e di un territorio, tra la città e la montagna, né pianura, né acque, né boschi, tra il gusto esotizzante dell’Ottocento, che sognava le magnolie e le piante fuori posto, un pasticcio postmoderno prima del tempo secondo una traduzione dell’aria dell’epoca.
    Se con Palladio a Lugo è più la lingua di un secolo a parlare, a Schio, la bottega del Marinali e le sue statue, così come i progetti di Negrin costituiscono una corrente diversa, per morfologia e impianto storico, quasi a sé nel respiro.

    Un effetto di amplificazione delle sensorialità tenuto su toni quasi fermi, monocromi, perché il ‘500 delle forme tondeggianti e armoniche di profondità, degli oculi, dell’arco e dei timpani, deve sempre incontrare l’800 delle ghise, del ferro e dei mattoni sul versante occidentale del tessuto urbano. 
    Credo sia questo il modo di leggere il Negrin se si vuole capire anche Schio.
    La provincia, la citazione meno importante, non ha quasi niente a che fare con queste commistioni in senso più ampio.
    Allo stesso modo, a regolare il tutto non è una bulimia di concatenazioni. Al contrario sono un silenzio, un essere dimesso, una discrezione, che vengono giù dalle conifere del paesaggio più intorno, a dare il tono a tutto. Una ricorsività non di maniera, dove il silenzio, la fissità, parla moltissimo al contrario. E che oggi non si conosce, o meglio, si fatica a ritrovare e riconoscere come lingua comunicativa, segretamente celata e condivisa.

    Qui la linea morbida demarca, demarca anche con fermezza da queste parti, dove si arriva al confine della vita, ad Asiago, con i suoi militi ignoti che fanno pensare tutti i giorni nella pianura dei rimasti.
    Un confine labile, eppure eroico e sentitissimo.
    A Caregaro Negrin il Rossi affida il progetto futuristico della Fabbrica Alta del belga Vivroux.
    Siamo ancora austriaci, all’altezza del’62.
    Un modo di sentire intellettualmente italiano che troverà conferma di un suo linguaggio pochi anni più tardi con l’annessione del ’66, profondamente italiano perché riformula dal paradosso, dall’indeterminazione di più strati di storia e di idee e volge a qualcosa di ulteriore, più in là dell’europeo, nell’intersezione di segni piccoli e grandi.

    In giro per il Quartiere operaio, che qui ha un colore più di fatica che di appartenenza, trovo anfore segnate dal tempo atmosferico all’aperto, con l’ansa e la spalla che sembrano costituire un contraltare d’ordine a una confusione di piante ed erbe e intonaci sfigurati, lilla, verdi, turchesi, ocra.

    Il Seicento che arriva istituzionalizzato è un mondo di finzione e verità, di complessità, finte prospettive, mentre da queste parti è sempre stato un sentimento immersivo presente in tutto, una recita della vita, di teatro, basti pensare ai nomi illustri. Di costruzione, architettura. Soprattutto, di gesto.
    Il gesto è sempre andato a sostituire l’impossibilità di una lingua. La lingua era già parlata da tutti, e si parla ancora oggi con una diversità localistica che ha pochi termini di paragoni.
    Le ragioni sono sempre state pratiche, piuttosto le dimostrazioni di rappresentanza andavano al segno artistico della bellezza.

    Un atteggiamento, un costume che non è mai cambiato, e che oggi, con il mondo del consumo, si è tradotto tantissimo nel suo contrario, nella finzione pura, non celata.
    Che dire allora, se resta da andare all’aria aperta per risvegliarla, risvecchiarla, se all’aria aperta non si può andare?
    Lo sguardo verso il fuori per rivedere l’interno è ora uno sguardo che è forzato dal fuori e ricacciato al di dentro.
    Tutto ciò rimette ancora in discussione questo procedimento di recupero della melodia, di benessere legato alla persona, di condivisione, di vita.
    L’armonia è ora come un insieme di elementi da tenere assieme, cercando lo scarto su una bidimensionalità forzata, che è la consuetudine del solito anche nell’evasione.

    Il Redentore, dove la visione del prospetto, da davanti, è un insieme rapidissimo di frammenti di visione e pensieri, come la facciata, il transetto, le cupole, l’abside.
    E in un certo senso noi oggi siamo come quella visione soffocata da un tasso di complessità esistenziale che sfiora la follia dopo la pandemia (ancora in corso).
    Si legge a fisarmonica la faccenda, metaforicamente e non, solo guardando anche da un altro punto, di là del Canale della Giudecca, dove si osserva che tutti quegli elementi non sono in realtà schiacciati, ma tenuti insieme da un procedimento espertissimo e, secondo me, al massimo della sua espressione per tutti i secoli a venire a livello di pensiero. Un algoritmo al contrario. Dove dalla piattezza assoluta rivela a noi ancora il filo, apparentemente ora impossibile, dello scorrere della vita. 

    Prima mi pareva di dimenticarmi qualcosa d’importante. Ora è diverso.
    Anche la ripetizione è positiva, sempre diversa, la vivo molto bene, come diverso è il vedere quotidiano del medesimo oggetto per chi ha capito questo fondamentale assunto umano. Trovo addirittura più stimolante dimenticarmi e riformulare queste intuizioni, come se parlassero, e io stessi iniziando a intravvedere quella meta oscura, da una lingua fissa e sempre remota ma presente come il paesaggio stesso, puro e schietto, inquieto, insondabile sì, ma fermo là a guardarci andare avanti e indietro. Lo vedo ora come il più pettinato ciliegio d’inverno, con la sua chioma messa lì di un giorno qualsiasi, in posa per niente, questo niente, come se potesse far scorrere dappertutto la sua vita arteriosa stando sempre fermo – le Dolomiti davanti a lui lo specchio – nella sua massima, e imprendibile, consapevolezza del ripetersi di tutto e prima di esso, bello sempre e da ammirare prima di questo ripetersi.
    “Abbastanza ordinato, nonostante tutto”, sembra dire il ciliegio guardando la montagna, che a sua volta sembrava volesse parlargli, parendogli il suo specchio.

    Le risistemazioni sono piccole armonie che all’aperto stupiscono per il potenziale, come la refrattarietà a Largo De Pretto, sotto la novecentesca Via Marconi, dove puoi vedere prospetti d’ogni tipo grazie a un’improvvisa nuova apertura che inquadra l’abside del Duomo oltre il Palazzetto dello Sport.
    Più in là nostra Toscana, la nostra Val D’Orcia, quando il sole sale allo zenit d’inverno e le nebbie si diradano tra le cime. L’Enna, il Summano, Il Carega, il Pasubio.

    La sera sopraggiunge, e ha assunto un altro significato. Da oscuro e minaccioso si fa ora mistero per accogliere il silenzio, quello vero, non la desolazione diurna, e quindi far parlare da questa meditazione-mediazione i palazzi e le sue storie. Anche qua c’è una inversione che si fa strada.

    Il lazzaretto pestilenziale, poi con la croce rossa sopra, a San Francesco, fa un’altra sosta di secoli, senza parlare ancora la lingua di luce pianeggiante del Guercino, più vicino al silenzio del tempo delle steppe dell’Achmàtova.
    Prima di essere risvecchiato anche lui, rifotografato insieme a nuovi astanti, nuove occasioni, nuovi temi proposti da nuovi librai, nuove amicizie, nuove occasioni.

    Trent’anni di osservazione sono consolidati più in là, sui quartieri di Via Melette, con i profumi bacche e richiami di gelsomini che verranno. Dai palazzi residenziali e le case-villaggio addossati alle creste dei monti, i giardini scomposti, con i vasi da riordinare secondo una consueta procedura familiare.
    Che fanno il giro di boa, senza interesse o non interesse. Tenendo insieme tutto, per un giorno, e un’ora, ancora successivi.

  • Diario dell’ottobre ’22

    Mi sono ripromesso di non dire niente – e quando si dice niente si intende IL niente – per un anno.
    A gennaio ho scritto una sorta di reportage cittadino di provincia sulla dimensione del silenzio degli ultimi due anni. Poco prima, a giugno del ’21, me ne ero andato a riconnettermi coi fenicotteri rosa del Delta in un vecchio albergo che una volta era la casa dei pescatori di anguille.
    Proseguendo nel solco, me ne sono andato a scalare le strade di montagna. A mille metri di quota in pieno inverno non si trovavano che strade sdrulcite, polverose.
    Poco dopo, annus 2022, è successo di tutto nel mondo.
    In questo tempo, che mi è parso confuso, prima di tutto per me, mi è sembrato di diventare una persona normale, specchiato con me stesso e basta.
    Che va al lavoro, va all’extra-lavoro, fa ormai le stesse cose.
    Ma qual è l’eugenetica della persona normale? Non saprei.
    Penso di aver tentato un approdo nel niente di che, per una inversione di rotta nel sentimento dell’aria, essendo colpa stavolta dell’aria stessa.
    Penso di non essere l’unico.
    Nel frattempo tutto andava a gonfie vele, e la solidità degli anni si è fatta sentire.
    Vorrei approfondire però questo meccanismo, questo particolare. Perderci un attimo di tempo.

    Ora penso di averne individuato le cause.
    Se prima il fuori era il dentro delle cose, e la vita come si sa scorre in mille modi stratificati tali per cui persone sensibili come il sottoscritto, poco inclini al romanzo, inteso come interiorità che rivelano qualcosa del caos del vivere, devono spesso uscire di casa a vedere cose a caso, ora dicevo questo meccanismo, chiamiamolo così, si è inceppato.
    Il fuori non è più il dentro inverato, e si rivà al dentro, al romanzo, alla normalizzazione.
    Sono andato a interrogare alcuni colleghi professionisti di questo campo della mente e spiegando cosa avevo scoperto.
    Dopo una certa incredulità, valutando bene il mio discorso, non da subito afferrato, hanno dovuto ammettere che le cose stavano così.
    Ci hanno proprio trovato il modo di bloccare tutti i segreti boschivi con l’interruzione generale degli ultimi anni.

    Ma per fortuna sono mica nato ieri. Infatti penso che si tratti ancora dell’adattamento il problema, bisogna trovarci ogni volta un altro modo personale per uscire di nuovo da tutto e ripresentare le evidenze, riattivare il già visto.
    Tra tutte le sorprese, mi ha scritto un laureando della magistrale dell’università di Parma, che non conoscevo, per inviarmi, a titolo gratuito, il suo elaborato, evidentemente trovando qualche traccia che avevo lasciato alcuni anni fa.
    Questo mi ha fatto rinsavire subito, meglio di tutti i discorsi.
    A quante persone succede una cosa del genere nella vita?

    Il guardarsi dentro continuamente è stata una tortura che non rifarò, ma siccome sono anche spietato con me stesso, avevo deciso comunque di fermarmi.
    Guarda caso, pensavo di non aver fatto nulla nel frattempo, e invece ho anche fatto mille letture interessanti.
    Non sono riuscito a scrivere un mini saggio su Frankestein di Mary Shelley, solo perché mi ha sconvolto come non centri niente con la sua rappresentazione iconica assurta a sostituta immagine nell’interpretazione filmica di Boris Karloff.
    La cosa che fa più sorridere è che la copertina della nuova edizione Einaudi presenta una illustrazione, elaborazione grafica della locandina del mostro di Karloff.
    Proprio come ora, nella temperie romantica diciamo così nel generare un nuovo mondo guardando alle arditezze del dentro, di tutti i principi, di tutti i maestri (Godwin, il padre, Milton, Darwin e Galvani), la Shelley, quasi per gioco, visto come i suoi amici famosi lo considerano (Byron propone, Shelley marito incoraggia ad ampliare la prima stesura così da arrivare al pubblico), Shelley dicevo monta una macchina narrativa simile alla creatura del dottor Frankenstein, che infatti è il dottore, primo errore da rinfrescare.
    Le prime illustrazioni della creatura del libro si rifanno a Prometeo, come citato nel sottotitolo del testo, the Modern Prometheus.
    E qui veniamo al dunque… se anche assemblato (qua va bene assemblamento), per risonanza non può che ricordare prima della visione cinematografica le nudità scolpite del mito greco, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini.
    Quindi capiamo meglio nel libro perché egli cerchi come unico desiderio una figura come lui per avere uno specchio della sua situazione, poi negatagli.
    E una volta generata questa macchinazione della ragione, come si può controllare?
    Il di dentro forzato, bloccato, dei nostri anni e il limite di un’estetica prettamente interna della mente che si incontrano, dove chi è buono uccide perché non sa nemmeno di farlo nel tentativo di ricongiungersi agli altri imitandoli e sentendosi parte della vita.

    Essi sono i segnali, come l’ultima visita al Po del ’21 prima della dipartita di altri, ulteriori principi dell’umanità degli ultimi duemila anni.

    Altri titoli che ho letto nel periodo di interdizione/cortocircuito generale sono stati:

    – Nadar, Quando ero fotografo;

    – Giovanni Comisso, Gente di mare;

    – Marzio G. Pian, Artico. La battaglia per il Grande Nord;

    – Jan Morris, Trieste;

    – Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini;

    – Tullio Kezich, Su La Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno. La storia di un film che ha fatto epoca;

    – Tazinaki, Vita segreta del Signore di Bushu;

    – Anna Achmàtova, Poema senza eroe;

    – Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore;

    – Gemma Calabresi Milite, La crepa e la luce;

    – Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliatti Dezza, a cura di, La città che cura. Microaree e periferie della salute;

    – Franco Nero con Lorenzo De Luca, Django e gli altri. Molte storie, una vita;

    – Emily Dickinson, Questa parola fidata;

    – Hugo von Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti;

    – Fausto coppi, Non ho tradito nessuno. Autobiografia del Campionissimo attraverso i suoi scritti;

    – Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa;

    – Conrad, Tifone;

    – Pietro Scaramuzzo, Tropicalia. La rivoluzione musicale nel Brasile degli anni Sessanta;

    – Elio Pagliarani, Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984);

    – Mario Tobino, Le libere donne di Magliano;

    – Adolfo Giurato, Canzoniere Vicentino;

    – Ignazio Silone, Il seme sotto la neve;

    – Charles Mingus, Peggio di un bastardo. Edizione del centenario con due testi inediti dell’autore;

    – Lev Tolstoj, Infanzia. Adolescenza. Giovinezza;

    – J. G. Ballard, Tutti i racconti. Vol. III;

    – John Lennon, Yoko Ono, All we are saying. L’ultima grande intervista;

    – Joyce Carol Oates, Sulla boxe;

    – Enrico Crispolti, Burri «esistenziale»;

    – Michael Pollan, Come cambiare la tua mente;

    – David Halberstam, AIR. La storia di Michael Jordan;

    – Ada Gobetti, Diario partigiano;

    – Piero e Ada Gobetti, Tutto in me è amore. Antologia delle lettere 1918-1926;

    – Cristina Campo, Gli imperdonabili;

    – Raymond Chandler, Il grande sonno;

    – Tommaso Campanella, La Città del Sole;

    – Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Parmigianino, «peritissimo alchimista»;

    – Ulf Stark, La grande fuga;

    – Stephen King, Carrie;

    – Hermann Melville, Billy Budd;

    – Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Scialle nero;

    – Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Berecche e la guerra;

    – Samuel Beckett, Poesie in inglese;

    – Piero Chiara, La spartizione. La comica avventura di un uomo diviso fra tre donne;

    – Elizabeth Kolbert, La sesta estinzione;

    – Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Con le leggi fondamentali della stupidità umana;

    – Gianni Minà, Maradona: «Non sarò mai un uomo comune». Il calcio ai tempi di Diego;

    – Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij;

    – Mario Rigoni Stern, Trilogia dell’Altipiano. Storia di Tönle. L’anno della vittoria. Le stagioni di Giacomo;

    – Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa;

    – Sandro Penna, Poesie, prose e diari.

    Preso intanto dalla lettera ricevuta su Meneghello ho acquistato un giorno che ero a Vicenza con due affetti incorniciati (altri segni) le Nuove Carte (2004-2007) pubblicate nel 2012 e God bless che cosa ci ho trovato di nuovo, dopo averlo studiato tutto Meneghello. Al Libera nos a Malo si affianca una scrittura più libera dalla linguistica e dalla rievocazione, ma con la stessa geometria del frammento per progressioni di intuizioni fulminanti e significanti accostati che è la vera cifra della libertà tonale di Meneghello come veneto nel mondo, non a caso migliore amico di Licisco Magagnato, ex geniale direttore museale veronese ricordato in sordina nel 2021 («La conversazione più importante è quella con te». Lettere tra Luigi Meneghello e Licisco Magagnato 1947-1974). 
    Anche i ricordi nelle Carte sono sganciati dalla loro polarità temporale, e ora appaiono per quello che sono. La vita è questa e ce la dobbiamo tenere, senza tanti discorsi.
    Il fatto di mettersi già a scrivere, invitato come era in quegli anni di ritorno italiano su una colonna di un giornale – oggi sarebbe un blog et similia come nel caso del Campiello dato, anche giustamente, a Nori per la vita di Dostojevskij mischiata alla sua – è un esercizio lì puramente sano, inestetico, e diventa nelle Carte l’apprendistato finale di un fabbro di decennale attività di esercizio.Non è uno specchio vuoto a cui dobbiamo assomigliare, dell’interiorità, o esteriorità, e in cui si realizza il sogno del cronista-reporter di dare spessore e magma all’esperienza fotografata in pochi secondi senza fronzoli.Sembra che sganciare gli scrittori e rimetterli su dei binari qualsiasi, come le colonne di un giornale o il passo scorciato dello scroll, serva tante volte come la carica all’orbita dell’elettrone. Del resto il romanzo d’appendice avrà insegnato qualcosa.

    Non stupisce allora che me ne sia andato in bici per Malo (Ur-Malo in Pomo Pero è uno dei pilastri dell’umanità secondo me, assieme a Dante, Ligeti e pochi altri), là, dove ho trovato il modo di finire a Vicenza nell’ultimo periodo, sempre dagli affetti incorniciati, per le strade meno battute, passando per il capitello di Via San Giovanni (Battista, assieme al suo noto amico) e girando dentro lungo l’argine dell’Orolo.
    Vecchie case slavate, ora quasi romantiche come i balsami dei sessanta rustici, o i vecchi cortili immaginifici dietro portoni turchesi colonici.
    Si raggiunge il bosco delle Maddalene e quindi la Seriola dietro la città, col suo sedano d’acqua verdissimo tra le fonti che zampillano a cerchi perfetti. Si lasciano alle spalle le pietre di Castelnovo e le cornici montuose con le conifere, le durezze si fanno morbide e ridiscendono in orizzontale.
    Gli ontani disegnano un piccolo esercito lungo le ciclabili prima che i pioppi facciano da contraltare ai palazzi cittadini. Prendono un ritmo tutto loro d’ingresso al capoluogo, alla grande città. Quasi lo anticipano.
    Là, tutto scorre ancora a strati.

    Contrasto tra vitalità di un paese (un Paese) e la sua cultura. È importante simpatizzare con la vitalità del luogo in cui si vive, le cose che la gente fa, dice, vuole. «A catso di cane» magari.
    «Cioè come?» chiede perplesso l’amico inglese. Spiego alla meglio il senso generale. Lui annuisce: «Sì, ma che c’entra il cane? cosa c’è che non va col suo catso?». Ma questo io non lo so.
    Simpatizzare, perfino partecipare marginalmente ai ludi della Vitalità… Ma è anche importante, è praticamente essenziale, non immergersi. Non diventare dei pundits, cioè oracoli, bonzi, o anche solo dottori… Dottori del catso.

    (L.M., L’apprendistato)

  • Sirmione (Brescia), estate 2023

    Quanto lunga è Sirmione, la terra di mezzo, la lingua di terra tra le due metà, il Catullo dell’odi et amo?
    Quanto lunga è Sirmione? Quanto è lungo il suo nome, dal greco al latino, o dal gallico?
    Questa domanda mi segue da diec’anni, l’ultima volta che ci sono stato.
    E a specchio anche da quella metà dei dieci di prima.
    Passeggiate tra i colori più in là dei ritiri morenici, colori millenari, dei ritiri argillosi, dei sapori dolci, come dolce è la fertilità di quella terra, dei colori tiepidi, come levigati sono i gusti fruttati dei suoi vini.
    Un sedimento millenaristico, in cui resta il paesaggio per così com’è.
    Non di certo sintetizzabile, lungo casomai come la vita, forse.
    Era un novembre, uno dei primi insolitamente tiepido e quasi afoso.
    Incolonnamento per salire al castello dopo un’insolita sosta a pranzo a base di pesce.
    Forse l’unica che ci eravamo concessi io e D. dopo gli studi.
    La sensazione di aver dato già tanto, la sensazione di non essere mai presi sul serio come generazione, mentre quella, di generazione, valutava svolte destinate, lo abbiamo visto, a concludersi in un nulla di fatto, se non nel rimanere assieme, in qualche modo, a parlarsi.
    Forse l’ultima però così presa sui banchi, a studiare, a cercare di dare un significato anche inciampando al ritmo blando della ripetizione dello schema italiano della colonna infame, per così dire, mi suggerisce il lago, in una complessità sempre più frammentata, ma anche sempre più disattenta, violenta e ingenerosa dai posti di comando.
    Erano passati allora dieci anni, gli anni dei miei viaggi più profondi, e dopo ne dovevano venire altri dieci, a specchio appunto, quelli del fare, seme naturale che viene, che di viaggi ne avrebbe portati altri, già ravvicinati, più chirurgici, se di maturità si può parlare (ero della stessa profondità anche nei primi dieci), ma anche di nuovi incontri, incredibili, e di nuove potenzialità infrastrutturali, nel senso progressista del termine. Forse tutto ha un senso quando non vieni soffocato da tutti i pensieri del mondo, quando dai e qualcuno ti dà una mano senza chiedere nulla, le cose continuano a funzionare, ad avere un senso.
    Detriti morenici, carsici, di ritiri lenti.
    Quali erano i miei pensieri nella prima metà dello specchio?
    Forse il tirare a campare molto difficoltoso tenendo insieme quelli che già avvertivo come ultimi esemplari di umanità, poi tutti andati via violentemente.
    Trovare qualche entrata, forse perché pensavo che nessuno si sarebbe preso cura di un irregolare come me. Umili entrate comunque, ma quando sei così giovane si può intravvedere del fallimento se non hai trovato il modo.
    Mi pareva di aver fatto più un percorso di sforzo nell’atterraggio in una generazione nuova, la prima forse così diversa da quella dei propri nonni e genitori.
    Non mi aspettavo di dover reinventare tutto il senso delle cose date per ovvie, ma poi, lo ricordo alcuni anni fa era un 11 settembre, e mi trovavo, solo, ma con due delle persone per me più importanti al mondo, il cui legame era una crescita continua nel deserto delle emozioni a cui ci ha costretto l’esercizio utilitaristico degli ultimi vent’anni in senso globale.
    Ero anche in contatto con un sacco di gente che mi voleva bene, che viveva negli angoli più disparati del pianeta. Secondo me è tutto ancora una questione di relazione il mondo.
    Avevo forse scoperto la mia vocazione, che era quella di svecchiare e ri-leggere argomenti anche tecnicamente assai complessi e considerati proprietà esclusiva di questa o di quell’altra visione assoluta e immutabile, stampata e ristampata nei libri di ottocentesca scolastica, e ora starmene in disparte come i fotografi non mi fa così paura.
    Sommacampagna. Luogo di cose sovrapposte. Infanzia. Famiglia. Amore.
    Il paesaggio delle lunghe camminate morenico-romantiche italiane, un’accademia che si impara in due, sostituite con reiterate immagini del corpo, nella stabilità del consumo anche in epoca di permacrisi, così si vuole chiamare.
    Credo che ognuno sappia dove sta il trucco, e anche se l’umanità ci casca ogni volta, questo non mi fa più effetto, fino a che c’è relazione.
    I temi sostituiti dal moralistico. Il lavoro, il salario, che vengono lasciati da parte come forza non più identitaria, di bene comune.
    La guerra tra di noi, che dovevano farla gli algoritmi.
    Bene allora avevo fatto ad andare, se così si può dire, in esilio già nei primi dieci anni di questo ripensamento a specchio.
    Oggi, penso agli ulteriori dieci anni, a quell’altra metà del lago, a cosa rimane.
    Oggi di nuovo guardo quell’insenatura sottilissima dalla terrazza di San Giorgio, l’ingannapoltron, come viene chiamata la pieve longobarda o romanica, perché una volta vi si saliva a piedi.
    Da lì guardo questo macrocosmo, quest’insenatura che si è disegnata.
    Lunga è lo specchio di due decenni, come quelli appena descritti, che vanno l’uno dentro l’altro come vasi, come flussi vitali spesso indistinguibili, le due sponde del Garda.Lunga è, Sirmione, come le palizzate del parapetto che conta qualcuno quando la guarda dalla pieve?
    Lunga è quanto le persone in fila a guardarla al tramonto?
    Quanti gatti ci sono a San Giorgio? Forse sono loro la comunità quando l’umanità verrà dismessa?
    La verità, è che a me piace stare tra la gente.
    Sono felice quando sono felici anche gli altri, quando mi sembra di aver fatto star bene qualcuno.
    Non scrivo da un po’ di tempo, per fare delle verifiche, per ritrovare questa propensione, per non pensare che sia tutto scontato.
    Aspetto forse appunto come un fotografo, per vedere cosa succede, se quelli che guardano il paesaggio sono come me, gente che guarda e cerca ancora un altro.
    Aspetto per vedere cosa succede, per poi sapere che non succede niente e sorprendermi lo stesso, perché invece in mezzo a quelle metà sono passate mille vite, e di risultati e cambiamenti ce ne sono stati eccome; basta pensare all’aria che tira, anche se rimangono le bruttezze di un mondo invece poco immaginativo e rispettoso, anzi celebrativo perché fermo.
    Come il finale che mi raccontano le specchiate uguali di Sirmione.
    Star tra le gente, anche se si ritrova l’uguale. Essere e definirsi appartenente a un sentimento popolare in questo senso.
    No, non metterlo più in discussione.