• Diario dell’ottobre ’22

    Mi sono ripromesso di non dire niente – e quando si dice niente si intende IL niente – per un anno.
    A gennaio ho scritto una sorta di reportage cittadino di provincia sulla dimensione del silenzio degli ultimi due anni. Poco prima, a giugno del ’21, me ne ero andato a riconnettermi coi fenicotteri rosa del Delta in un vecchio albergo che una volta era la casa dei pescatori di anguille.
    Proseguendo nel solco, me ne sono andato a scalare le strade di montagna. A mille metri di quota in pieno inverno non si trovavano che strade sdrulcite, polverose.
    Poco dopo, annus 2022, è successo di tutto nel mondo.
    In questo tempo, che mi è parso confuso, prima di tutto per me, mi è sembrato di diventare una persona normale, specchiato con me stesso e basta.
    Che va al lavoro, va all’extra-lavoro, fa ormai le stesse cose.
    Ma qual è l’eugenetica della persona normale? Non saprei.
    Penso di aver tentato un approdo nel niente di che, per una inversione di rotta nel sentimento dell’aria, essendo colpa stavolta dell’aria stessa.
    Penso di non essere l’unico.
    Nel frattempo tutto andava a gonfie vele, e la solidità degli anni si è fatta sentire.
    Vorrei approfondire però questo meccanismo, questo particolare. Perderci un attimo di tempo.

    Ora penso di averne individuato le cause.
    Se prima il fuori era il dentro delle cose, e la vita come si sa scorre in mille modi stratificati tali per cui persone sensibili come il sottoscritto, poco inclini al romanzo, inteso come interiorità che rivelano qualcosa del caos del vivere, devono spesso uscire di casa a vedere cose a caso, ora dicevo questo meccanismo, chiamiamolo così, si è inceppato.
    Il fuori non è più il dentro inverato, e si rivà al dentro, al romanzo, alla normalizzazione.
    Sono andato a interrogare alcuni colleghi professionisti di questo campo della mente e spiegando cosa avevo scoperto.
    Dopo una certa incredulità, valutando bene il mio discorso, non da subito afferrato, hanno dovuto ammettere che le cose stavano così.
    Ci hanno proprio trovato il modo di bloccare tutti i segreti boschivi con l’interruzione generale degli ultimi anni.

    Ma per fortuna sono mica nato ieri. Infatti penso che si tratti ancora dell’adattamento il problema, bisogna trovarci ogni volta un altro modo personale per uscire di nuovo da tutto e ripresentare le evidenze, riattivare il già visto.
    Tra tutte le sorprese, mi ha scritto un laureando della magistrale dell’università di Parma, che non conoscevo, per inviarmi, a titolo gratuito, il suo elaborato, evidentemente trovando qualche traccia che avevo lasciato alcuni anni fa.
    Questo mi ha fatto rinsavire subito, meglio di tutti i discorsi.
    A quante persone succede una cosa del genere nella vita?

    Il guardarsi dentro continuamente è stata una tortura che non rifarò, ma siccome sono anche spietato con me stesso, avevo deciso comunque di fermarmi.
    Guarda caso, pensavo di non aver fatto nulla nel frattempo, e invece ho anche fatto mille letture interessanti.
    Non sono riuscito a scrivere un mini saggio su Frankestein di Mary Shelley, solo perché mi ha sconvolto come non centri niente con la sua rappresentazione iconica assurta a sostituta immagine nell’interpretazione filmica di Boris Karloff.
    La cosa che fa più sorridere è che la copertina della nuova edizione Einaudi presenta una illustrazione, elaborazione grafica della locandina del mostro di Karloff.
    Proprio come ora, nella temperie romantica diciamo così nel generare un nuovo mondo guardando alle arditezze del dentro, di tutti i principi, di tutti i maestri (Godwin, il padre, Milton, Darwin e Galvani), la Shelley, quasi per gioco, visto come i suoi amici famosi lo considerano (Byron propone, Shelley marito incoraggia ad ampliare la prima stesura così da arrivare al pubblico), Shelley dicevo monta una macchina narrativa simile alla creatura del dottor Frankenstein, che infatti è il dottore, primo errore da rinfrescare.
    Le prime illustrazioni della creatura del libro si rifanno a Prometeo, come citato nel sottotitolo del testo, the Modern Prometheus.
    E qui veniamo al dunque… se anche assemblato (qua va bene assemblamento), per risonanza non può che ricordare prima della visione cinematografica le nudità scolpite del mito greco, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini.
    Quindi capiamo meglio nel libro perché egli cerchi come unico desiderio una figura come lui per avere uno specchio della sua situazione, poi negatagli.
    E una volta generata questa macchinazione della ragione, come si può controllare?
    Il di dentro forzato, bloccato, dei nostri anni e il limite di un’estetica prettamente interna della mente che si incontrano, dove chi è buono uccide perché non sa nemmeno di farlo nel tentativo di ricongiungersi agli altri imitandoli e sentendosi parte della vita.

    Essi sono i segnali, come l’ultima visita al Po del ’21 prima della dipartita di altri, ulteriori principi dell’umanità degli ultimi duemila anni.

    Altri titoli che ho letto nel periodo di interdizione/cortocircuito generale sono stati:

    – Nadar, Quando ero fotografo;

    – Giovanni Comisso, Gente di mare;

    – Marzio G. Pian, Artico. La battaglia per il Grande Nord;

    – Jan Morris, Trieste;

    – Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini;

    – Tullio Kezich, Su La Dolce Vita con Federico Fellini. Giorno per giorno. La storia di un film che ha fatto epoca;

    – Tazinaki, Vita segreta del Signore di Bushu;

    – Anna Achmàtova, Poema senza eroe;

    – Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti, Lettere d’amore;

    – Gemma Calabresi Milite, La crepa e la luce;

    – Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliatti Dezza, a cura di, La città che cura. Microaree e periferie della salute;

    – Franco Nero con Lorenzo De Luca, Django e gli altri. Molte storie, una vita;

    – Emily Dickinson, Questa parola fidata;

    – Hugo von Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti;

    – Fausto coppi, Non ho tradito nessuno. Autobiografia del Campionissimo attraverso i suoi scritti;

    – Martin Pollack, Galizia. Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa;

    – Conrad, Tifone;

    – Pietro Scaramuzzo, Tropicalia. La rivoluzione musicale nel Brasile degli anni Sessanta;

    – Elio Pagliarani, Il fiato dello spettatore e altri scritti sul teatro (1966-1984);

    – Mario Tobino, Le libere donne di Magliano;

    – Adolfo Giurato, Canzoniere Vicentino;

    – Ignazio Silone, Il seme sotto la neve;

    – Charles Mingus, Peggio di un bastardo. Edizione del centenario con due testi inediti dell’autore;

    – Lev Tolstoj, Infanzia. Adolescenza. Giovinezza;

    – J. G. Ballard, Tutti i racconti. Vol. III;

    – John Lennon, Yoko Ono, All we are saying. L’ultima grande intervista;

    – Joyce Carol Oates, Sulla boxe;

    – Enrico Crispolti, Burri «esistenziale»;

    – Michael Pollan, Come cambiare la tua mente;

    – David Halberstam, AIR. La storia di Michael Jordan;

    – Ada Gobetti, Diario partigiano;

    – Piero e Ada Gobetti, Tutto in me è amore. Antologia delle lettere 1918-1926;

    – Cristina Campo, Gli imperdonabili;

    – Raymond Chandler, Il grande sonno;

    – Tommaso Campanella, La Città del Sole;

    – Maurizio Fagiolo Dell’Arco, Parmigianino, «peritissimo alchimista»;

    – Ulf Stark, La grande fuga;

    – Stephen King, Carrie;

    – Hermann Melville, Billy Budd;

    – Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Scialle nero;

    – Luigi Pirandello, Novelle per un anno. Berecche e la guerra;

    – Samuel Beckett, Poesie in inglese;

    – Piero Chiara, La spartizione. La comica avventura di un uomo diviso fra tre donne;

    – Elizabeth Kolbert, La sesta estinzione;

    – Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo. Con le leggi fondamentali della stupidità umana;

    – Gianni Minà, Maradona: «Non sarò mai un uomo comune». Il calcio ai tempi di Diego;

    – Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij;

    – Mario Rigoni Stern, Trilogia dell’Altipiano. Storia di Tönle. L’anno della vittoria. Le stagioni di Giacomo;

    – Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa;

    – Sandro Penna, Poesie, prose e diari.

    Preso intanto dalla lettera ricevuta su Meneghello ho acquistato un giorno che ero a Vicenza con due affetti incorniciati (altri segni) le Nuove Carte (2004-2007) pubblicate nel 2012 e God bless che cosa ci ho trovato di nuovo, dopo averlo studiato tutto Meneghello. Al Libera nos a Malo si affianca una scrittura più libera dalla linguistica e dalla rievocazione, ma con la stessa geometria del frammento per progressioni di intuizioni fulminanti e significanti accostati che è la vera cifra della libertà tonale di Meneghello come veneto nel mondo, non a caso migliore amico di Licisco Magagnato, ex geniale direttore museale veronese ricordato in sordina nel 2021 («La conversazione più importante è quella con te». Lettere tra Luigi Meneghello e Licisco Magagnato 1947-1974). 
    Anche i ricordi nelle Carte sono sganciati dalla loro polarità temporale, e ora appaiono per quello che sono. La vita è questa e ce la dobbiamo tenere, senza tanti discorsi.
    Il fatto di mettersi già a scrivere, invitato come era in quegli anni di ritorno italiano su una colonna di un giornale – oggi sarebbe un blog et similia come nel caso del Campiello dato, anche giustamente, a Nori per la vita di Dostojevskij mischiata alla sua – è un esercizio lì puramente sano, inestetico, e diventa nelle Carte l’apprendistato finale di un fabbro di decennale attività di esercizio.Non è uno specchio vuoto a cui dobbiamo assomigliare, dell’interiorità, o esteriorità, e in cui si realizza il sogno del cronista-reporter di dare spessore e magma all’esperienza fotografata in pochi secondi senza fronzoli.Sembra che sganciare gli scrittori e rimetterli su dei binari qualsiasi, come le colonne di un giornale o il passo scorciato dello scroll, serva tante volte come la carica all’orbita dell’elettrone. Del resto il romanzo d’appendice avrà insegnato qualcosa.

    Non stupisce allora che me ne sia andato in bici per Malo (Ur-Malo in Pomo Pero è uno dei pilastri dell’umanità secondo me, assieme a Dante, Ligeti e pochi altri), là, dove ho trovato il modo di finire a Vicenza nell’ultimo periodo, sempre dagli affetti incorniciati, per le strade meno battute, passando per il capitello di Via San Giovanni (Battista, assieme al suo noto amico) e girando dentro lungo l’argine dell’Orolo.
    Vecchie case slavate, ora quasi romantiche come i balsami dei sessanta rustici, o i vecchi cortili immaginifici dietro portoni turchesi colonici.
    Si raggiunge il bosco delle Maddalene e quindi la Seriola dietro la città, col suo sedano d’acqua verdissimo tra le fonti che zampillano a cerchi perfetti. Si lasciano alle spalle le pietre di Castelnovo e le cornici montuose con le conifere, le durezze si fanno morbide e ridiscendono in orizzontale.
    Gli ontani disegnano un piccolo esercito lungo le ciclabili prima che i pioppi facciano da contraltare ai palazzi cittadini. Prendono un ritmo tutto loro d’ingresso al capoluogo, alla grande città. Quasi lo anticipano.
    Là, tutto scorre ancora a strati.

    Contrasto tra vitalità di un paese (un Paese) e la sua cultura. È importante simpatizzare con la vitalità del luogo in cui si vive, le cose che la gente fa, dice, vuole. «A catso di cane» magari.
    «Cioè come?» chiede perplesso l’amico inglese. Spiego alla meglio il senso generale. Lui annuisce: «Sì, ma che c’entra il cane? cosa c’è che non va col suo catso?». Ma questo io non lo so.
    Simpatizzare, perfino partecipare marginalmente ai ludi della Vitalità… Ma è anche importante, è praticamente essenziale, non immergersi. Non diventare dei pundits, cioè oracoli, bonzi, o anche solo dottori… Dottori del catso.

    (L.M., L’apprendistato)

  • Sirmione (Brescia), estate 2023

    Quanto lunga è Sirmione, la terra di mezzo, la lingua di terra tra le due metà, il Catullo dell’odi et amo?
    Quanto lunga è Sirmione? Quanto è lungo il suo nome, dal greco al latino, o dal gallico?
    Questa domanda mi segue da diec’anni, l’ultima volta che ci sono stato.
    E a specchio anche da quella metà dei dieci di prima.
    Passeggiate tra i colori più in là dei ritiri morenici, colori millenari, dei ritiri argillosi, dei sapori dolci, come dolce è la fertilità di quella terra, dei colori tiepidi, come levigati sono i gusti fruttati dei suoi vini.
    Un sedimento millenaristico, in cui resta il paesaggio per così com’è.
    Non di certo sintetizzabile, lungo casomai come la vita, forse.
    Era un novembre, uno dei primi insolitamente tiepido e quasi afoso.
    Incolonnamento per salire al castello dopo un’insolita sosta a pranzo a base di pesce.
    Forse l’unica che ci eravamo concessi io e D. dopo gli studi.
    La sensazione di aver dato già tanto, la sensazione di non essere mai presi sul serio come generazione, mentre quella, di generazione, valutava svolte destinate, lo abbiamo visto, a concludersi in un nulla di fatto, se non nel rimanere assieme, in qualche modo, a parlarsi.
    Forse l’ultima però così presa sui banchi, a studiare, a cercare di dare un significato anche inciampando al ritmo blando della ripetizione dello schema italiano della colonna infame, per così dire, mi suggerisce il lago, in una complessità sempre più frammentata, ma anche sempre più disattenta, violenta e ingenerosa dai posti di comando.
    Erano passati allora dieci anni, gli anni dei miei viaggi più profondi, e dopo ne dovevano venire altri dieci, a specchio appunto, quelli del fare, seme naturale che viene, che di viaggi ne avrebbe portati altri, già ravvicinati, più chirurgici, se di maturità si può parlare (ero della stessa profondità anche nei primi dieci), ma anche di nuovi incontri, incredibili, e di nuove potenzialità infrastrutturali, nel senso progressista del termine. Forse tutto ha un senso quando non vieni soffocato da tutti i pensieri del mondo, quando dai e qualcuno ti dà una mano senza chiedere nulla, le cose continuano a funzionare, ad avere un senso.
    Detriti morenici, carsici, di ritiri lenti.
    Quali erano i miei pensieri nella prima metà dello specchio?
    Forse il tirare a campare molto difficoltoso tenendo insieme quelli che già avvertivo come ultimi esemplari di umanità, poi tutti andati via violentemente.
    Trovare qualche entrata, forse perché pensavo che nessuno si sarebbe preso cura di un irregolare come me. Umili entrate comunque, ma quando sei così giovane si può intravvedere del fallimento se non hai trovato il modo.
    Mi pareva di aver fatto più un percorso di sforzo nell’atterraggio in una generazione nuova, la prima forse così diversa da quella dei propri nonni e genitori.
    Non mi aspettavo di dover reinventare tutto il senso delle cose date per ovvie, ma poi, lo ricordo alcuni anni fa era un 11 settembre, e mi trovavo, solo, ma con due delle persone per me più importanti al mondo, il cui legame era una crescita continua nel deserto delle emozioni a cui ci ha costretto l’esercizio utilitaristico degli ultimi vent’anni in senso globale.
    Ero anche in contatto con un sacco di gente che mi voleva bene, che viveva negli angoli più disparati del pianeta. Secondo me è tutto ancora una questione di relazione il mondo.
    Avevo forse scoperto la mia vocazione, che era quella di svecchiare e ri-leggere argomenti anche tecnicamente assai complessi e considerati proprietà esclusiva di questa o di quell’altra visione assoluta e immutabile, stampata e ristampata nei libri di ottocentesca scolastica, e ora starmene in disparte come i fotografi non mi fa così paura.
    Sommacampagna. Luogo di cose sovrapposte. Infanzia. Famiglia. Amore.
    Il paesaggio delle lunghe camminate morenico-romantiche italiane, un’accademia che si impara in due, sostituite con reiterate immagini del corpo, nella stabilità del consumo anche in epoca di permacrisi, così si vuole chiamare.
    Credo che ognuno sappia dove sta il trucco, e anche se l’umanità ci casca ogni volta, questo non mi fa più effetto, fino a che c’è relazione.
    I temi sostituiti dal moralistico. Il lavoro, il salario, che vengono lasciati da parte come forza non più identitaria, di bene comune.
    La guerra tra di noi, che dovevano farla gli algoritmi.
    Bene allora avevo fatto ad andare, se così si può dire, in esilio già nei primi dieci anni di questo ripensamento a specchio.
    Oggi, penso agli ulteriori dieci anni, a quell’altra metà del lago, a cosa rimane.
    Oggi di nuovo guardo quell’insenatura sottilissima dalla terrazza di San Giorgio, l’ingannapoltron, come viene chiamata la pieve longobarda o romanica, perché una volta vi si saliva a piedi.
    Da lì guardo questo macrocosmo, quest’insenatura che si è disegnata.
    Lunga è lo specchio di due decenni, come quelli appena descritti, che vanno l’uno dentro l’altro come vasi, come flussi vitali spesso indistinguibili, le due sponde del Garda.Lunga è, Sirmione, come le palizzate del parapetto che conta qualcuno quando la guarda dalla pieve?
    Lunga è quanto le persone in fila a guardarla al tramonto?
    Quanti gatti ci sono a San Giorgio? Forse sono loro la comunità quando l’umanità verrà dismessa?
    La verità, è che a me piace stare tra la gente.
    Sono felice quando sono felici anche gli altri, quando mi sembra di aver fatto star bene qualcuno.
    Non scrivo da un po’ di tempo, per fare delle verifiche, per ritrovare questa propensione, per non pensare che sia tutto scontato.
    Aspetto forse appunto come un fotografo, per vedere cosa succede, se quelli che guardano il paesaggio sono come me, gente che guarda e cerca ancora un altro.
    Aspetto per vedere cosa succede, per poi sapere che non succede niente e sorprendermi lo stesso, perché invece in mezzo a quelle metà sono passate mille vite, e di risultati e cambiamenti ce ne sono stati eccome; basta pensare all’aria che tira, anche se rimangono le bruttezze di un mondo invece poco immaginativo e rispettoso, anzi celebrativo perché fermo.
    Come il finale che mi raccontano le specchiate uguali di Sirmione.
    Star tra le gente, anche se si ritrova l’uguale. Essere e definirsi appartenente a un sentimento popolare in questo senso.
    No, non metterlo più in discussione.

  • Dal Diario del Po di Volano, Comacchio (Ferrara), giugno 2021

    Ricognizione dell’oasi faunistica a Volano. Completa impossibilità del dominio dell’uomo sulla natura selvatica. Area protetta da Volano a Cervia, sotto Ravenna, per circa 80 km. Visti per la prima volta i fenicotteri rosa (mattino ore 7:30 circa tra i ponti delle insule, un’oretta di marcia a piedi in solitaria a ridosso delle Valli di Comacchio). Nella pineta è da osservare il silenzio assoluto. Discesa a Comacchio nel seicentesco ponte papale. La Pina di Rossellini storia vera. Ancora Mastroianni e Sophia tra le anguille. Vecchie foto moderne. Il turistico prende il posto dello sperso. Ancora dominio del dato naturale faunistico. Incursione a Pomposa. Guido il musico nel 1000 vi inventò la notazione musicale scritta. UT queant laxis REsonare fibris MIra gestorum FAmuli tuorum SOLve pollute LAbii reatum Sance Iohannes. Preghiera ascendente per San Giovanni. Schema a righe tra visivo e memoria.
    Vitale da Bologna superbo nel sopravvissuto affresco absidale lato sinistro. Restauro delle scene testamentali ai lati della navata centrale. Il giallo non è più l’oro bizantino, è cromia che fonde assieme gli altri colori in un’armonia che straborda la quadratura delle scene. Grande lavoro di recupero della controparete del Giudizio. Dettagli infernali ad altezza d’uomo appena all’ingresso.
    Grande lavoro anche dei riminesi nella sala del Refettorio, ingresso e discesa verso la parete nord vuota da sindrome di Stendhal. Libertà pur nell’osservanza benedettina. Riforma camaldolese e Pier Damiani. Tutto come una Venezia. Infatti Guido il musico addirittura troppo, subito espulso. Poi Arezzo e a Roma. Uno dei più grandi rivoluzionari e innovatori. Non mandare al macero la trasmissione orale. Canto, melodia, centrale nella forma. Sembra fondersi con la bottega di Vitale. Continua mutazione idrica e salina, continua mutazione del colore erbaceo. Ultime visioni fluide nell’acqua tra i suoni di anatidi e aironi. Quasi indistinguibili. Richiami del tornare verso casa. Richiami del passare tra mondi. Un dentro fuori dalle acque certe, che si muove.

  • Napoli, aprile 2024

    J. W. Goethe, Viaggio a Napoli, trad. di E. Zaniboni, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2019

    25 febbraio 1787

    “Nel pomeriggio si è aperta innanzi a noi una bella campagna pianeggiante, mentre la via maestra tagliava in due i solchi delle messi verdeggianti. Il grano si stende come un tappeto alto non meno di una spanna, i pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti. Questo spettacolo continua fino a Napoli.
    Il terreno è meravigliosamente pulito, friabile ed egregiamente lavorato. Le viti sono di un vigore e di un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo. Il Vesuvio si manteneva sempre alla nostra destra, fumigando con violenza, ed io mi compiacevo con me stesso di poter finalmente contemplare coi miei occhi anche questo meraviglioso spettacolo. Il cielo si rasserenava sempre di più, tanto che alla fine il sole batteva fin troppo caldo su quella nostra cameretta a quattro ruote. Avvicinandoci a Napoli, l’atmosfera si era completamente liberata dalle nubi e noi ci trovammo veramente in un altro mondo. Le abitazioni coi tetti a terrazza facevano comprendere che eravamo in un clima diverso, ma non credo che all’interno le case fossero molto ospitali. Tutti sono sulla strada, tutti seggono al sole finché finisce di brillare.
    Il napoletano crede veramente di essere in possesso del paradiso e dei paesi settentrionali ha un concetto molto triste: “Sempre neve, case di legno, grande ignoranza, mai denari assai”. Questa è l’idea che essi hanno delle cose nostre.”

    28 maggio

    “Il mio buono e prezioso Volkmann mi costringe di quando in quando a dissentire delle sue opinioni. Egli afferma tra l’altro che a Napoli vi possono essere dai trenta ai quaranta-mila oziosi, e quanti non lo han ripetuto dopo di lui! Dopo essermi procurata una certa conoscenza delle condizioni sociali del Mezzogiorno, ho supposto che quello potesse essere un modo di vedere tutto proprio del Settentrione, dove si considerano come oziosi tutti coloro che non s’arrabattano a lavorare tutto il santo giorno. Per questo ho rivolto la mia attenzione particolare al popolo, a quello che si dà da fare e a quello che si mantiene tranquillo, e ho potuto osservare bensì molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato.”

    3 marzo

    “Se i napoletani non vogliono saperne di lasciar la loro città, se i poeti decantano con iperboli esagerate la felicità della sua posizione, bisognerebbe scusarli, anche se nei dintorni sorgessero due o tre Vesuvi di più. In questo paese non è assolutamente possibile ripensare a Roma; di fronte alla posizione tutta aperta di Napoli, la capitale del mondo, nella valle del Tevere, fa l’impressione di un vecchio monastero mal situato.”


    Come si fa a raccontare una città così?
    Da dove partire?
    Non si sa esattamente da dove parte, da che punto parta una città come Napoli.
    Potremmo affermare che ci sono dei grandi segni, solchi riconoscibili, ma obliqui. Come Via Toledo, Spaccanapoli, la Circumvesuviana.
    Lontani però totalmente – come segni alieni – da un cardo e un decumano precisi, da ascrivere al concetto in senso tradizionale di città almeno nei suoi minimi termini.
    Anche questo non esaurisce infatti per niente, ancora una volta, il suo posizionarsi, stagliarsi improvvisamente, dolcemente, vivacemente, ma pure voracemente e monumentalmente a suo modo sul mare, come prima impressione, come riferimento per iniziare a prendere le misure, se così si può dire.
    L’impressione che si ha, dai Quartieri Spagnoli, fino a scendere a Plebiscito, tagliando per Umberto I, i torrioni iconici tra Francia e Spagna di Castel Nuovo, i palazzi di Toledo, di Cavour, è quello di un sentimento plastico, turchese, sbiancato e ancora colorato, agganciato al popolano e alle salite di tufo, al modellamento vulcanico e a una erosione lenta di acque.
    Un modellamento largo, quanto basta per tenere assieme una vivacità che non ha riscontri.
    Non ci sono punti di traffico stradale troppo lunghi da attraversare, nemmeno a Medina o a Armando Diaz.

    Potrei ricordarmi ora dell’impressione della risalita a Tarsia al tramonto coi suoi rossi sgretolati alla luce, illuminati di traverso davanti al Teatro Bracco. La salita rutilante tra le case appena dietro Toledo.
    Il tufo giallo napoletano di Castel Sant’Elmo e i marmi e il piperno della Certosa a picco su Montesanto e la funicolare, dove tutti i secoli moderni convivono insieme, ad una occhiata sola.
    L’architettura angioina vista dall’alto o di fronte, con la freschezza prevalente del cielo di fondo, invece dello slancio gotico tipico dal basso verso l’alto.
    Ancora, il bianco e il verde, dallo smeraldo al lapislazzuli, modellati dall’alta luce tersa, prima di entrare ai Chiostri di Santa Chiara. Forse una delle prime cose che mi hanno colpito, perché quella luce mi ha dovuto ricordare ancora una volta lo sguardo di quella cultura lontana dal mondo a Nord, e diretta invece in Spagna, alle coste d’Africa, e così via, nella sua stratificazione principale.
    Il quartiere Stella e poi in generale Sanità, coi suoi vicoli, i suoi gradini, i suoi slarghi appena accennati, i palazzi incastrati come pedine lasciate giù d’istinto ma con peso e decisione durante una partita col destino. Le oscurità, laviche e ombrose che poi finiscono per sollevarsi sempre d’improvviso su un cielo limpidissimo. I vestiti svolazzanti dalle terrazze che sembrano alleggerire lo spazio. La sensazione che non calerà mai il freddo assieme alla notte.
    Il ragù lasciato andare in interminabili ore specie nei giorni di festa, un addensato che ricorda in realtà le origini nobili e delle varie corti internazionali di questa cucina, col suo trionfo di sapore al sole mediterraneo, spostato nel suo spessore ad abitudine popolare diversa da altrove.
    Il manzo e il maiale a fette grosse farciti ancora una volta di pinoli, uvetta ed erbe aromatiche, poi legati con uno spago, cucinati assieme ai pomodori San Marzano, quindi divisi per il primo, con sugo, e secondo di carni.
    Il pensiero a quello che dovettero trovare appeso per le strade i visitatori secoli fa.
    Il bugnato liscio, la pietra levigata, che assieme ai balconcini e alle sottolineature delle lisce lesene conferiscono a una camminata su Toledo, con scorcio sul mare, una visione unica, monumentale ma anche effimera, appena appoggiata a una linea piana e aperta sulla costa quasi a non voler disturbare quel carattere mite del paesaggio, e ad animarlo invece nella forza collettiva del suo popolo.
    Leopardi che passava gli ultimi suoi momenti proprio su Via Toledo, forse a metà tra la solitudine di Goethe – che a Napoli veniva proprio da lui reinterpretata come uno starsene soli ma come individui pieni in mezzo alla felicità della gente, al contrario dell’anonimato della folla altrove – e il vuoto dell’umanità.

    Mi stupisce quindi, ancora dopo secoli e dopo i Grand Tour celebrativi, immediatamente, proprio l’impatto del riversarsi della gente e dei giovani per strada. Un mondo dove i colori sgargianti e i profumi esacerbati di agrumeti rimangono tutti in linea con quel mondo e con le sue regole.
    Ma soprattutto un mondo dove la gente si parla, attende per la strada senza guardare il suo smartphone. Una tale vivacità di movimento che basta ai sensi per perdersi costantemente a tutte le ore del giorno e della notte, lontana dai cliché dell’esclusività.
    In nessun modo Napoli è stata alterata nel suo vivere all’aperto dall’invasione linguistica e tecnologica moderne.

    A Campi Flegrei, domenica il treno metropolitano, risalendo dalle viscere della terra ci porta davanti allo stadio e alla Mostra d’Oltremare, una vasta area di stampo propagandistico del ventennio, in cui simbolicamente gli edifici dovevano richiamare le colonie conquistate, in un contesto bizzarro fatto di fontane, parchi, arene razionaliste di stampo greco-romano, centri congressi, torri e quant’altro.
    Ricorderemo in particolare la Torre delle Nazioni (ex Torre del Partito Nazionale Fascista), realizzata nel ’40 da Ventura. Un tozzo parallelepipedo di cemento armato che nel suo sgretolarsi davanti all’ingresso dell’area e della mostra sembra richiamare tutta la stanchezza e la miseria di questi discorsi, davanti allo scorrere della vita e del tempo.
    Qui ci attendono quarantamila persone, l’equivalente di una città vera e propria, tutte perfettamente distribuite nelle loro casualità tra questi spazi che sembrano non finire mai, ora in senso gioioso.
    Negli stand del Comicon acquisto un volume illustrato su Fats Waller e l’edizione riunita e tradotta in italiano dei quattro diari autobiografici di Fabrice Neaud (ottocento pagine, diari dal ’92 al ’96, con un progetto di scrittura a fumetti riaperto trent’anni dopo per altri quattro volumi).
    Non a caso forse, si parla di Angouleme, la città oggi simbolo della celebrazione europea del fumetto moderno, come di una provincia spersa, sporca e ancora periferica, in cui fare esperienze forti.
    I bar esclusivi di genere, tutti divisi, da cui farsi buttare fuori, la precarietà (attualissima) e la disoccupazione, gli amanti e i tentativi di inserimento come in Diario 3, come scriverà giustamente a post-fazione il critico-metalmeccanico Battaglia.
    Mi tornano alla mente allora i discorsi serali, in quei giorni.
    Parliamo del marito di I., laureato in filosofia, che lavora ad un negozio di animali. Parliamo di un cugino, che ha lasciato un lavoro da grafico prestigioso ma patinato per fare il piastrellista, A.D. 2024. Parliamo del nome del protagonista di Neaud, con un lavoro sicuro, che si è fatto ricoverare qualche giorno, senza più nessuno su cui contare. Parliamo di questo, forse per la prima volta senza filtri.

    Volumi di grandezza assoluta.
    Li divoro, assieme ad alcuni introvabili libri – tra cui “Il Monaciello di Napoli” della mia scrittrice italiana preferita, Anna Maria Ortese, la cui grandezza nello scrivere merita un saggio a parte – tra martedì e mercoledì al mio ritorno.
    Alle quattordici di domenica, assistiamo all’intervista del grande disegnatore newyorkese John Romita Jr., figlio dell’altrettanto grande e celeberrimo John Romita, autori, tra gli altri, amatissimi di Spider Man, di cui proprio il padre contribuì a portare al grande pubblico. 
    Regna, sopra i microfoni del palco allestito in mezzo alla sala conferenze principale, l’immagine a monitor di un ritratto dello stesso sotto la pioggia a Piazza del Plebiscito, dove pare essere appena atterrato sopra una delle statue dei leoni, dopo aver attraversato la città.
    A John Jr. viene chiesto di raccontare un celebre episodio legato all’infanzia e al rapporto, sacro, con suo padre.
    Inizia raccontando di una notte di pioggia in città con lui che, preso dagli incubi, si mette a scalpitare e piangere.
    Raggiunta la mansarda dove il padre lavorava con il suo tavolo e i suo cavalletto, gli dice che non riesce a dormire.
    A questo punto suo padre gli spiega la storia di Daredevil, che nonostante sia cieco, combatte e si sbarazza di decine di nemici.
    Non riesce a trattenere le lacrime, e noi pure, io per primo.
    Si ferma un attimo.
    Quello, racconta, è il momento in cui restò a bocca aperta e capì il lavoro di suo padre, compreso quello che avrebbe voluto fare anche lui nella vita.
    Cerca di riprendere tono come può, e poi ci fa ridere per più di mezz’ora, soprattutto quando racconta della moglie bodybuilder e della mamma siciliana, usata come minaccia verso il regista di Spider Man 1, passando per gli intercalari regionali “Capisc?”, fino alle serate coi suoi amici muratori, ma soprattutto la minaccia comica agli organizzatori di spezzarli in due se obbligato a rispondere delle sue disavventure editoriali.
    Un genio, che ci ha buttato addosso, regalandocela, una energia pazzesca, probabilmente la medesima che ha animato la rinascita di Punisher attraverso le sue tavole.
    Alcuni, ragazzi e ragazze, si alzano solo per ringraziarlo al microfono in inglese di esistere.
    Uno di loro parla di positive force, forza positiva di questo mondo.

    Peccato non aver potuto portare a casa quell’immagine di Plebiscito, pezzo unico, ma mi rifarò con una delle stampe fotografiche della mostra dedicata all’immaginario di Santo Diego in città, che è anche la locandina della mostra presente al festival, dal sottotitolo Viaggio fotografico nella teologia maradoniana.
    L’immagine riporta un vecchio televisore/monitor Philips ancora a tubo catodico in un garage/officina, forse di un artigiano, ma forse anche di un uomo qualunque, dove il quadro quasi sbiadito dal sole di Diego in cravatta arancione capeggia incorniciato sopra al grande pannello blu a parete degli attrezzi, con le chiavi, i martinetti, le brugole ecc.
    Conosco Alessandro, il giovane e cortesissimo fotografo, che è lì con suo padre, e il suo progetto di fotografare l’evoluzione urbana di Napoli partendo da questo soggetto, riprodotto migliaia di volte, in qualsiasi forma, anche solo un foglio tutto strappato di carta A4 composto a mano e appeso davanti a un carrello della spesa in un ingresso, invenzioni urbane come un triclinio in scala con una sciarpa sopra, e così via.
    Mi racconta come, nel mezzo del progetto, sia capitato lo scudetto, il terzo per la città, a fine 2023, delle sensazioni lì davanti a Fuorigrotta allo stadio ed in città e delle sue perlustrazioni.
    Anche la dimensione calcistica assume un significato unico in questo caso. Ad ogni gol del Napoli, ad ogni partita, pare che non solo i cinquantamila del San Paolo, ora Maradona, proprio davanti alla Mostra, ma tutto il di fuori dell’un milione di persone si coordini in un urlo collettivo di festa. Questo avremo modo di testarlo noi stessi una volta rientrati quella sera.
    La metropoli si trasforma improvvisamente in un salotto di casa, in un cortile di palazzo, mettendo tutti insieme in una dimensione rituale che ricorda lo stare in una piccola comunità e non pensare troppo individualmente. Come un rito domenicale, un pranzo tra simili, dove il costume diventa dimensione intima e disinnesco delle forzature settimanali. Si ha l’impressione che i valori fondativi siano ancora gli stessi per tutti, senza conflitti identitari. Che la propria casa, il proprio giaciglio in cui posare la testa al termine di una giornata sia la stessa di tutti, e perciò abbracci la sera un invito a rimanere aperti. Improvvisamente una città metropolitana di un milione di persone sembra un unico minuscolo isolato con tutte le porte aperte, la visita ai genitori la domenica, il sentimento di un’unica grande nutrice che è la stessa di tutti in cui riposare i pensieri.
    Al termine, A. mi scatta una foto davanti a un suo quadro della mostra con la mia stampa in mano.

    Scendendo a Montesanto ci regaliamo una salita finale tramite la storica e ottocentesca funicolare che si abbarbica dalla strada a strapiombo su fino a Castel Sant’Elmo.
    La luce del tramonto a quell’ora ci suggerisce tutta una sua dolcezza e una possibile ulteriore lettura, una visione che taglia da nord-ovest, più o meno dalla tangenziale, fino a sud-est la città, passando per i suoi colori subito al di sotto, quelli in particolare della Pedamentina, la storica scalinata, sino al porto che allunga il suo abbraccio a Portici e Capri.

    Lunedì infatti ci attende la traversata del golfo e dell’isola in tour panoramico dal mare.
    Appena il tempo di scattare qualche foto al Vesuvio, che lì, da quel punto, sembra proprio impressionarci per la prima volta per la sua pericolosità, il suo ergersi tranquillo ma minaccioso sopra la baia, ed ecco che attracchiamo a Torre del Greco dove s’imbarcano decine di turisti di ogni stampo, forse più vicini ai siti archeologici e con quel tipo di viaggio organizzato.
    A Capri, la flebile foschia del mattino che ci aveva accompagnato dal porto, con una visuale migliore alle spalle verso Napoli e Sorrento, si dirada di colpo lasciandoci attoniti di fronte ad un mare improvvisamente blu come il cielo infinito, come poi ci ricorderà l’altoparlante. E a un’imponente scogliera a picco sul mare, con Procida e Ischia in lontananza di poco, sorprendentemente collegate, maestosità del dato naturale che ritrovo, non ridondante e non seicentesco in senso convenzionale, e che capisco meglio da lì per quanto riguarda Napoli, collegate dicevo a un canale magmatico sotterraneo che le rimodella, le annerisce, le rifortifica, le rimodifica come niente si direbbe, se ne ha voglia, di contrasto ai colori sgargianti dei pescatori.
    Si tratta in particolare per Procida dell’Isola di Arturo della Morante.

    Veniamo subito quindi travolti dai sudamericani, che in barba a qualsiasi regola locale non scritta, con monili sgargianti, portafogli a vista e quant’altro iniziano a scattarsi foto, mentre dagli altoparlanti parte Funicolì funicolà, e a quel punto Fellini è a bordo con noi.
    Travolto dalla sindrome di Stendhal, le mie sensazioni si mescolano a quel punto alla visione di una signora con bastone, che, travolta anche lei dall’emozione, si alza senza nessun motivo dimenticandosi tutto improvvisamente per fare una foto, rischiando perciò di cadere in mare, e finendo poi tra le braccia dei turisti sudamericani.
    Jerry, la guida turistica del traghetto, che parla mescolandole inglese, spagnolo, napoletano e italiano, parte subito a precisare che vedremo, circumnavigando l’isola, un Gennarino seduto su uno scoglio, che ha un’espressione felice perché è single. Say Hi to Gennarino, he’s not married.
    Ci avverte quindi di usare A little bit of immagination, o two bottles of red wine per vedere il formarsi di un promontorio, un arco naturale a proboscide di elefante.
    Passiamo per la casa rossa sul mare dello scrittore Curzio Malaparte, l’improvviso volgersi al verde delle acque, la spiaggia esclusiva con vista sui Faraglioni, dove una notte può costare fino a qualche migliaio di euro. I don’t remember if breakfast is included, Jerry says.
    At my three, chi è in coppia può scambiarsi un bel bacio sotto l’Arco dell’Amore. Attraverseremo il Faraglione.
    Who is not married can come upstairs with me.

    Jerry è un ragazzo tarchiato, con pizzetto, occhiali da sole, irresistibile al mic, che sembra uscito da un fumetto del giorno prima, come le propaggini di Napoli, che sembrano estendersi dovunque senza limiti, sapienti ed esuberanti.
    Continuiamo così ubriacati dal sole, dal caldo, dalle onde e dal microfono fino all’attracco a nord.
    Una volta sbarcati, decidiamo di proseguire a piedi, cosa che nessuno sembra intenzionato a fare.
    Scopriamo invece tutto un camminamento ben curato tra le case, i lievi e sonnacchiosi tornanti appoggiati al sole come terrazze, e il costante richiamo degli agrumeti, dove in particolare gli odori dei limoni e dei cedri e dei pini ci inebria e ci spinge a proseguire nella bellezza di un ripido selciato.
    I gatti ci osservano senza timore alcuno, totalmente assorbiti nella calma placida di quello spirito mediterraneo.
    Raggiungiamo la piazzetta, quindi ridiscendiamo all’altro versante passando per i giardini di Tiberio, con Villa Jovis poco distante.
    Veniamo nuovamente travolti dai profumi, amplificati ad ondate si penserebbe dalle brezze asciutte del mare.
    Un rapido sguardo alla scogliera e una breve sosta per iniziare a metabolizzare questo luogo e questa giornata.


    Siamo infine a martedì, dopo varie cene in Via dei Tribunali, tra cui una in un locale appena aperto all’interno di una chiesa, Santa Maria Porta Coeli del XIV secolo. La scritta al neon, altro elemento tipico di Napoli, illuminata in corsivo riporta sotto incroci appena ripuliti di antichissime volte: “There’s a story behind every dream”. Subito sull’altro lato, l’apertura di una finestra gotica, che pare una bifora di cui rimanga solamente il contorno, lascia intravvedere nuovamente un bugnato stavolta più annerito, con il classico mezzanino e il portone sul fronte della strada, schiacciato a pochi metri. Qualche colore sventola nella notte che non inizia e non finisce mai, che pare piuttosto appunto soltanto un tramonto più allungato, un momento di eclissi temporaneo di un giorno di luce ciclico.
    Salutiamo i ragazzi molto affiatati e cortesi con questa loro nuova avventura, e osserviamo invece quasi come una conclusione naturale la Napoli dipinta nelle gallerie prima di partire.
    Per ragioni pratiche legate ai bagagli, la metro e per il giorno d’apertura, optiamo per le Gallerie d’Italia su Toledo.
    Nonostante la malinconia della ripartenza e una concentrazione altalenante, mi colpiscono molto gli influssi della scuola pittorica, tra virgolette impressionista, di Posillipo e di Resina, il legame con la luce esso stesso come un fatto naturale e solamente aggiornato di prospettiva, rispetto a un ribaltamento radicale delle regole di carattere teorico nordeuropeo.
    Scopro un altro genio, Paolo Vetri, da approfondire. Nel suo dipinto esposto sembra che il segno e il gusto nel costume di un italiano come Boldini lasci spazio allo sgargiante sapore visivo di Napoli attraverso il suo barocco ridigerito e puramente reimpastato nei colori sgargianti e primari, come i blu e i gialli di un Luca Giordano riattivati di senso in un altro tempo. Ad aggiunta un talento puro, così come la scala del soggetto, ovvero due signore che si fermano a guardare due mummie dalla vetrina di un museo.
    Finisco con Gemito, straordinario autore napoletano di terrecotte, bronzi e disegni, che visse una vita all’apice del successo, e anche travagliata, ritirandosi in condizioni di salute mentale molto difficili dalla vita pubblica per quasi vent’anni nella sua casa di Via Tasso, molto scosso dagli status intellettuali lontani dalla realtà e con un bisogno di tenersi legato alle sue origini, al popolo.

    Proprio questo mi rimanda a un ultimo momento di riflessione, che tento di sviluppare senza creare troppe frizioni – senza riuscirci – davanti al tavolino di un’osteria dietro il Teatro Bellini.
    Ricordo la mia sorpresa nel vedere annullata l’iperconnettività in un luogo come questo, che si tiene stretta la sua lingua, il suo costume e che niente e nessuno è riuscito a scalfire, nella voglia di parlarsi e stare assieme tra una moltitudine senza fine e senza ora.
    Poi cerco di affondare nel mio personale desiderio che è proprio questo, ricominciare a parlarsi, per ricostruire un orizzonte multidimensionale e non piatto di esperienze. Ne sono venute fuori posizioni tutte diverse, e la solitudine ha avuto la meglio.
    Ammettendo il fatto di aver calcato un po’ la mano per conoscere i pareri della questione, trovo interessante che però alla fine ci si è capiti e non scornati nelle proprie differenze, forse bene così, riportandole proprio a galla dove devono stare, e senza fare finta di niente.
    Il nostro essere legati, inteso come gruppo in particolare in questo caso di tre amici e affetti di una vita, in viaggio ma anche in senso più generale, rimarrà sempre un mistero, come il mistero di Napoli.
    Come il mistero di tenere insieme miseria e nobiltà, viceregno, capitale e sciagure, ma con un’idea di voglia di camminarci in mezzo un’altra volta, anche se tutto pare terminato, anche se plus rien existe, anche se bisogna ricominciare tutto daccapo.