• Considerazioni 2026. Escletum segreta continua in numerazione 699-756, fotografie per recupero in 50mm 1.4 su supporto digitale vintage APS-C. Esercizi e sperimentazioni attraverso il vetro, i vuoti, il doppio, stratificazioni di matrice scarpiana, trompe-l’oeil e riflessioni al seguito. Luogo deputato d’ispirazione Lanificio Conte.

    Negli ultimi tempi, ho iniziato a chiedermi che senso debba avere la formalizzazione di un testo, di un’immagine, di una partitura in un mondo come questo.
    Già poco prima, mi accorgevo di una replicabilità diffusa tutta uguale a sé stessa, dove la complessità del rapporto minerale con la realtà veniva meno.
    Veniva messo in dubbio dal nostro essere lanciati in un mondo privo di identificazione con il paesaggio della realtà.
    Ho inteso quindi iniziare un’avventura dei linguaggi che andasse più in là di quello che si intende per uno scavo nell’inconscio del linguaggio puro.
    I testi che ho iniziato a scrivere potrebbero avere il giusto grado di formalizzazione, oppure no.
    Possono anche soltanto essere e rappresentare spunti per altri spunti, per altri rifacimenti o rimaneggiamenti, anche per altre discipline.
    Una poesia potrebbe trovare un’imperfezione tra narrazione e bisogno di sintesi formale, o di stasi prima di essere riscritta in forma di canzone. Insomma come un testo aperto in laboratorio, che nulla ha a che vedere con le formulazioni di oggi.
    Così le immagini potrebbero dire lo stesso di loro stesse.
    O ancora, potrebbe essere significativo il rapporto tra queste e il testo, come una attivazione che nasce dal confronto, dall’accostamento tra discipline.
    La sezione centrale della progettazione della pagina troverà dunque questa sede particolare.
    Può darsi che mano a mano, in itinere, sorga un progetto unitario che meriti un suo spazio.
    Ho voluto infatti mantenere delle sezioni compatte in alto, anche per archiviare moli di materiali già accumulati, ma al tempo stesso appunto per sganciarmi e lasciar fluire il bisogno di dedicarmi nel tempo libero al laboratorio della sperimentazione. Tassello per tassello, come un mosaico e non più per categorie gerarchicamente e pesantemente e massicciamente elencatorie, perché mi accorgo che viene a mancare, nel mondo festivalizzato e riproducibile di adesso, questo movimento “sottoculturale” dei luoghi che si abitano, con le sue noie, contraddizioni, bisogno di riformulazione e di re-visione del dato che ci circonda.
    Sempre più spesso tutto è uguale a sé stesso senza essere ridigerito e riformulato.
    Le persone, ammesso che esistano ancora nel loro spessore, nella loro complessità, hanno sempre meno tempo, spazio, e possibilità, per intraprendere un discorso-percorso vitale, al di fuori delle proprie preoccupazioni.
    Molti di questi materiali sono infatti fuori del concetto di pubblicazione, servono di più come a un allenamento costante di una grammatica del vivere, che va di pari passo con la sopravvivenza quotidiana.
    Toccherà allora di andare per errori, intuizioni, rifacimenti, in un terreno ancor più inesplorato e a rischio pericolosamente del ridicolo probabilmente, dove si possa di nuovo però trovare un contatto con qualche autenticità, che, anche solo un briciolo, possa tornare a motivarci e a ricordarci come individui e collettività in vero movimento.

  • Resti sparsi, Escletum segreta n. 622-698, fotografie per recupero in 50mm 1.4 su supporto vintage digitale APS-C. 1 poesia scelta.

    XXX.
    Vago tra aie sperse che non esistono più.
    Tutto quello che tu hai fatto era giusto,
    non crucciarti, non abbandonarti
    alla tentazione di non aver fatto nulla.

    E daremo una nuova geometria
    a tutto l’esistente che più non v’è.
    Sospesi tra i prati, i piccioni
    sopra il deposito del bus a Fermi

    E tutte queste cose acerbe
    che non sono più antropologia.
    Non un quadro a fuoco,
    un Kokoschka rinato a una nuova
    vita che più artistica non fu

    Le folte erbe s’arrestano là,
    dove chiedono il permesso di andare.
    Ma non per qualche ragione lasciando
    quell’area così diversa dalle risorvige.
    Un accumulo di scavi che più non s’intendono

    A quelle sterpaglie bruciate dal sole
    attendere ora alle acque dolci e primitive
    serrati dietro un riparo d’un colle.
    Che poi puoi salirci dal sommo poeta.
    E prima del Bembo assorbirlo

    Là continuare ad andare avanti.
    In qualche modo, in qualche
    non anfratto di vita vera vissuta
    Mentre tutto attorno non tace
    per il troppo parlare

    Ti dissi di Anna Grigor’evna.
    Feci il mio solito riassunto.
    La risposta fu un tacito accordo.
    Eppure, che cosa ne sarà di noi,
    di questi esseri che non erano
    così etichettabili come si pensava

    Nel trovare icone o culti sempre da seguire
    così si riorganizzerà poi il tutto.
    E tutte le pubblicazioni e con che cosa
    di rimasto condiviso, queste le domande.

    In un riflusso millenario,
    dai laghi vulcanici al Sile
    uno sbollire di pensieri.
    E prima di rientrare in città
    e sopra quella confusione
    pur segnata da grandi cartelli
    “Per non investirsi”

    Come a Les Halles sostando
    Ulisse, Antinoo e compagnia.
    Un Pitt e un Bloom annuncianti
    non troppo ridendo il futuro nostro
    dei nostri fenomeni e sulla locandina
    l’enorme scritta parigina Troie

    E noi cosa dovremmo dire cara
    che ci trovammo oltre Fante
    oltre le aberrazioni che già venivano
    e che ancora dovevano vedersi.
    Rifacemmo tutto il discorso di affetto
    dei nostri padri e delle nostre madri.
    Quelle piccole scuole non umbre di certo,
    non bresciane nemmeno nei volti.
    Tutto noi capimmo assieme
    senza poter davvero proseguire.
    Quale Sartre e sua moglie e la compagine?
    Non fu questo il nostro dialogo profondo.

    Andando in cerca di un vero Pupin,
    forse un Sebastiano inesatto o solo,
    più di un Rocco all’incrocio con la torre
    elettrica pendente ecco le finestre lontane.

    Serrande mai sostituite
    e più in là sopra una casa ad angolo.
    E nel retro di un comignolo
    l’altro ritrovo dei piccioni.

    Ecco dunque dove essi si radunano.
    Scendono poi verso il piazzale della stazione,
    quindi a quel severo e hitchcockiano deposito bus.
    Qual funzione da viaggiatori che più non portano.
    Tutti i messaggi che più lo scrivere non porta
    in sé se non al tenere soltanto
    le proprie fila tematiche di tutto.

    Nel risalire poi al recupero delle lavandaie,
    tenui lapislazzuli sciolti da putrefatte marcescenze.
    Tra le case e le serrande
    più su in prospettiva incastonato un capitello.
    Tra vendite al dettaglio ormai in disuso
    antiche lampade al neon paiono aureole
    per quella Madonna, ferma allo spiazzo isola.
    Dietro al San Giacomo adempiere
    ancora una volta al sacro disperso.
    Dietro al San Giacomo rifare
    Ancora una volta il sacro disperso.

  • Giro estivo a Campogrosso, 1457m, Piccole Dolomiti (VI), Escletum segreta n. 501-621, fotografie in 50mm 1.4 su vecchio supporto digitale APS-C. Due poesie numerate con varianti.

    XXVIII(a).
    La vita era la vostra lassù
    io gettavo sguardi qui e là
    e ora che non confermo maschere
    cos’altro posso dire

    Era un’alba di fiducia il giorno
    solo così si poteva scegliere
    di dire qualcosa, di girare altrove.
    Ora che l’ozio risale a vertigine
    passato quel che si ha da dire
    cosa rimane, a che punto siete
    del giro di silenzi tra le malghe

    Ricordo quando avevano la mia età quelli
    che giravano dando un sorriso a chi cercava.
    Nulla pare di tutto questo rientrare
    o forse è solo il tempo che ancora
    deve venire da un altro punto a bussare

    Non c’è nient’altro che questa occasione
    che fonde la vita e fa vibrare i ricordi.
    Come una bici che serpeggia e costeggia
    mille volte, tentando di non dire niente
    ma solo facendo il solletico
    facendo luccicare una cresta
    troppo dura a coprire la vallata

    Portarsi a estranei tra altri gruppi
    a quelle quote, tra il Cornetto e il Carega
    dove tutto il silenzio si fonde
    la tosella e la fioretta

    Dove ti sembra di toccar l’altro versante
    che invece rimane opzione ardita
    e lasci lì un ricordo di chi non sei ancora

    Ricordi papà quando ti scattai quella foto
    con la Olympus e il fuoco automatico
    mi dicesti di inquadrar molto vicino

    Eccomi con tutti estranei ora
    dove si ripresenta la vita
    Là in un giro piano
    attorno al silenzio dei falchi
    e alle radici mostri, ai caprioli nascosti
    a tutta la vita che senti saltar fuori
    da un momento all’altro
    lasciato indietro per un attimo da solo

    Dove gira un sentiero e la luce si abbassa
    tra le conifere e prima del tramonto.
    All’Ossario mi parve di rivedere gli amici
    che più non vi erano, e le amiche sepolte
    e quel grande monumento parevi tu
    in mezzo al blu terso

    E quel grande monumento era rovesciato
    con la bandiera di nonna al museo
    il blu terso eri tu, sopra tutto il dolore
    e dentro di esso, in avanti e indietro
    ribaltando quella foto che capii
    di aver fatto solo ora e che era
    molto più in là di farla dopo come
    avevo detto di quando avrei fatto
    qualcosa di giusto e importante

    Rividi il rifugio tra le rocce davanti
    E noi invece non trovammo mai
    bel meteo se non a casa.
    Che è tutto l’autismo del tempo
    che ora divora e poi accetti,
    prendendo quel che rimane
    di un’ottima compagnia casuale.
    Che mai nemmeno quello
    si trovò tra le nostre
    Afriche in quota dopo

    XXVIII(b).
    La vita era la vostra lassù
    io gettavo sguardi qui e là.
    E ora, non confermando maschere
    cos’altro posso dire di più

    Era un’alba di fiducia il giorno,
    solo così si poteva scegliere.
    Ora che l’ozio risale a vertigine
    passato quel che si ha da dire
    cosa rimane, a che punto siete
    del giro di silenzi tra le malghe

    Ricordo quando avevano la mia età quelli
    che giravano dando un sorriso a chi cercava.
    Nulla pare di tutto questo rientrare
    o forse è solo il tempo che ancora
    deve venire da un altro punto a bussare

    Non c’è nient’altro che questa occasione
    che fonde la vita e fa vibrare i ricordi.
    Come una bici che serpeggia e costeggia
    mille volte, tentando di non dire niente
    ma solo facendo il solletico,
    un luccichio a una cresta
    troppo dura a coprire la vallata

    Portarsi a estranei tra altri gruppi
    a quelle quote, tra il Cornetto e il Carega
    dove tutto il silenzio si fonde
    la tosella e la fioretta

    Dove ti sembra di toccar l’altro versante
    che invece rimane opzione ardita
    e lasci lì un ricordo di chi non sei ancora

    Ricordi papà quando ti scattai quella foto
    con la Olympus e il fuoco automatico,
    mi dicesti di inquadrar molto vicino

    Eri in tuta negli stessi punti sotto il Pasubio.
    Mi ero ripromesso di scattarne altre quando
    il tempo si sarebbe fermato ad età simili.

    E poi via a numerosi disastri
    che solo una ragazza di allora poteva ricordare
    Tutto questo vortice o forse nemmeno
    eccomi con tutti estranei ora
    Dove si ripresenta la vita
    là in un giro piano
    attorno al silenzio dei falchi
    e alle radici mostri, ai caprioli nascosti
    a tutta la vita che senti saltar fuori
    da un momento all’altro
    lasciato indietro per un attimo da solo

    Dove gira un sentiero e la luce si abbassa
    tra le conifere e prima del tramonto.
    All’Ossario mi parve di rivedere gli amici
    che più non vi erano, e le amiche sepolte
    e quel grande monumento pareva ora
    tuo in mezzo al varco flesso

    Quel grande monumento un pennone,
    la bandiera di blu terso eri tu.
    Rividi il rifugio tra le rocce davanti.
    E noi invece non trovammo mai
    bel meteo se non a casa.
    Che è tutto l’autismo del tempo
    che ora divora e poi accetti,
    prendendo quel che rimane
    di una casuale salda compagnia.
    Che mai nemmeno quello
    si trovò esteso tra le nostre
    Afriche in quota dopo

    XXIX.
    Cosa ci fai in un posto come questo,
    se tornassi indietro non lo rifarei.
    Il futuro è la non terra sotto i piedi,
    è la grande macchia che avete lasciato.

    Grande fu la resa da parte di tutti.
    Noi dovemmo ripercorrere tutto,
    e poi alcuni come me rifare
    i grandi livori, le madide are
    ed è ancor troppo presto per pensare
    a splendidi ritorni di arazzi
    troppo presto rispolverati

    Gli alti e i bassi del mio vuoto generazionale
    si sommano spesso a questi altri inni spersi.
    Cosa volevate costruire che poi alla fine
    tutto è silenzio, e dove siete arrivati

    Nell’eterno non-nulla del dato di fatto,
    delle posizioni prese eccomi a vagare
    ancora solo, questa la circostanza ultima.
    Ma nondimeno un greve sentore giunge
    come un odore di gelsomino inaspettato
    camminando tra i palazzi
    che non si sa da dove viene

    Nelle nostre opere imperfette
    che a leggerle troveremo qualcosa
    di inesatto ma solo per entrarci
    e innamorarci di una nuova solitudine

    Quando gli ultimi strali degli astra siderali
    furon messi a tacere a vedere andai
    dove volge adesso il giorno
    in queste ciclicità spumose
    ma alle fatiche noi che nomi diamo
    quali possiamo ancora dare

    Andai a vedere di persona,
    quando tutto era finito e tutte
    le coppie di carte svelate
    un capitello tolto a una parete non rasata
    un cancello aperto, di una casa mai sorta

    Queste sicurezze strappate
    che nessuno osò abitare
    in anfratti più anfratti delle noie
    laggiù nel cratere immenso del silenzio

    adesso non provinciale né nulla
    come di formiche trafitte per sbaglio
    languide bonbons fourrés à la cannelle
    comme prêt à verser, ecco venire
    un nulla ancora diverso

    Perché il dialogo interrotto…
    Dove tutto non fu più possibile…
    Domande perché noi dovemmo
    ritornar ciclicamente dalle luci abissali
    e dalle terre ormai scomparse
    che scomparse mai non furon

  • Villa Godi Malinverni a Lugo (VI), 1537-1542 ca, Castello di Thiene, 1450 in avanti, un confronto sullo scardinamento della composizione dello spazio gotico e prima delle influenze romane di Palladio. Escletum segreta n. 388-440, fotografie su vecchio supporto digitale reflex APS-C in 50mm 1.4. Seguono sei poesie numerate 2026.

    XXII.
    Quando uscirà la melodia,
    che tutto è com-po-ne-re,
    gli attaccabrighe diranno
    suona questo come quello
    Un Palladio ai primi esordi
    quando sfondò il prospetto
    il piano medievale, e prima
    di Vitruvio e Roma e Pisani
    per passare ad Hollywood
    o a Washington dicono
    Lo Stendhal di Sciascia
    che aspettò una vita
    e poi mise al volo moduli
    in una impro che ancor più
    sapeva ben chiudere

    Ripartiranno gli sbagliati discorsi
    dove anche tu ti trovasti a passare
    ma la verità è molto più semplice
    tutto ciò che esisteva per me
    non esiste più, ma… ed ecco
    una buona armonia risuonare
    da qualche giro del cingolo
    che se ci credi, invece basta trovare
    ciò che poi sarà sui giornali scritto
    di belli annunci come “Ritorno a” 
    senza capirne se riverbera

    Mentre quella risuona tra la gente
    e tra gli alchimisti alle otto
    orario di tram, ritorno in ufficio
    o la sera dei regali a qualcuno
    o dopo la finta al secondo lavoro
    fino a notte e senza lamenti
    che tutto il resto assorbito rimarrà
    e tutti i cuori buoni stravolti
    e i mondi alieni, e altri ancora da venire
    i soliti scientifici cinquant’anni o più

    Che ridendo o piangendo
    pochi rimarremo a non esserci
    nella non giusta presa del singolo
    che deve essere lasciato solo
    e più in là questa manipolazione
    di variabile indipendente nel metodo
    ancora non spiegherà nulla
    della vita che sovrapposta giace muta

    XXIII.
    Il nome mio non comparirà
    in uno schedario alcuno
    magari solo per sbaglio
    in qualche ritrovo di affresco
    di composizione, di martoriata
    vita senza gemito pubblico

    che allora tocca tornare
    alle opere minori di
    e continuando in questi errori
    risuonerà intanto tra chi seppe
    e chi saprà, il racconto, qualcosa
    che affonda nella materia
    nel già sentito che ritorna
    che rivisto assieme ad altro
    furono quei libri in casa
    quella macchina che si sapeva
    dover usare, quella grammatica
    che sempre sarà lo sfondo
    per chi la vita sente pulsare
    tra tutti gli anni di tutti
    quelli che conobbe

    Ecco ora, oltre a quelle spume
    io là non so più niente e vedi
    inutili inviti fuori o non fuori
    camminate che tra i graniti
    che in realtà solo quelli c’erano
    e i lapislazzuli sono ricariche
    Aspettare quello che si sa
    come una scoperta dell’America
    dell’infanzia, che rimane
    di attesa del tempo che verrà
    per rendere ciò che nessuno dirà
    e conoscerà solo molto tempo
    dopo averti detto che conosceva
    così andavo ascoltando i consigli
    di quello e di quell’altro che già
    avevo pronto tutto e non lo sapevano 

    Quant’è difficile esser soli
    ereditare tali misteri alchemici
    come da qualche zio di paese
    che lavorare al tornio o saper tutti
    i rubinetti non ci pensava però
    a cinquanta aveva capito di averci
    preso con tutti i classici della meccanica

    E non è una moda la texture
    come lo sembra a venti in cui
    intervistato il fanciullo imberrettato
    suole spiegarti tutto ciò che già fece

    Così allora il ricordo di te
    che a vent’anni miei sembrava
    carico di troppe aspettative
    ora si scioglie in un più lento
    passare a sedimenti del tempo
    in un origami del procedere
    per piccoli costrutti o aforismi
    dove l’accumulo viene alla fine
    e ti viene poi quasi da ridere
    a riguardarli tutti, e che leggerezza
    che avevi addosso caro Maestro
    e tu, che eri felice sulla soglia
    dei quaranta caro amico mio
    che non importava questo per
    procedere per il mondo del dire

    XXIV.
    Esultanze ed allori alla fine del tempo
    solo cinque anni, come al college
    tutta la vita che ancora non si conosce

    Questo cielo di nuvole come palle di fieno
    tirate sul bianco sopra l’azzurro terso
    ma quanta banalità, ora respiriamo
    quando il raccolto non si è ancora atteso

    Le fatiche che mai vengono a disfarsi
    e poi le auto, lucidate davanti i garage
    la domenica sempre pronte

    Ecco vedi arrivare Rocky, cosa fa
    ondeggia tra la cera, ci vedevi la classe
    e poi un balzo e una risata dal proscenio
    Ve l’avevo detto che era tutto inutile

    XXV.
    Campanelli d’allarme alle porte del tempo
    vedesti com’era fatto che già soleva finito
    sequoie ultrasilenti tra i selciati al meriggio        
    e albe algide spostan ora le noie tra i passi

    Hai visto quanto tempo per finire
    che si fa presto, si svolta, altre soluzioni
    ad attendere è tutta questione di metodo
    quelle nature s’ammantan di esperienza

    Invece ad attendere sono solo prove
    e ancora prove a cicli compenetranti
    sempre certo legati dallo spazio scorto
    là esibito subito o dopo o come vecchie
    risultanze di lungo corso decennale
    di ancora supini adeguamenti grevi
    al sociale che più non vi è, ed allora
    a mai più rivederci collasso di tutti i modi

    Tutte le apparenze vecchie e nuove
    che la nuova ciclicità minerale ancora
    s’attende per tutti adesso mentre di fretta
    non ci accorgiamo di formalizzare nulla
    e con che tempo e ritmo e occasione
    sbagliando tutto e danzando loro ancora
    porteranno la Grecia distante dal Parnaso
    e il Parnaso da Casablanca e Mombasa

    Eccoci ad altre liete mete sporcate
    che poi con un altro colpo di spugna
    cancellati giaceranno tutti i rancori
    ma per inevitabilmente tornare a danza
    come una Cabiria solo a metà del tempo
    suo finiti i fulgori dei venti spostati
    che il canto monodico dell’ottone armonia
    più non emette ma solo ritorna al grado
    mentre alle arse radure di chi non parla
    la terra da sola rigira in foresta i campi

    XXVI.
    Ci rincorremmo al Nilo
    e come alle origini ad Assuan
    noi cambiammo ciclicamente
    i nostri nomi, le nostre vestali

    Solo che era tardi e tu lo sapevi
    bisognava che la tua tristezza
    girasse in dispendiosa allegria
    quella patina morale o forse
    avevano ragione quelli a ‘63
    ma dal rovescio, dallo scontento
    non sopito del cambio di rotta

    Ora che hai svelato le messali
    di Hatmehit e girato il giro 
    del non potere di Anput
    cosa provi e come ti senti

    Fammi sapere in qualche modo
    che sono morti a migliaia
    e dietro c’è l’irrecuperabile
    che tutte le notti bado agli estinti
    e non penso che vi sia alcun
    rifugio, o solenne promessa

    È come un tascabile in treno
    per coprire l’ozio che si deve
    ma vedi io sento anche leggendo
    i binari, ed i profili giallo e blu
    dell’orizzonte tagliato a fette
    per qualcuno che non deve venire
    per l’ospite mai più atteso

    E vado ora in cerca ancor più sotto 
    di questo male che ci unisce
    che è tutto lo sbagliato
    di un mondo senza più spessore
    la rabbia al posto delle attese
    e le occasioni, chissà che a venire
    siano altre coppie in visita
    agli Asburgo o altre colline
    più dolci e levigate come
    un romanico disperso negli oceani
    della storia ecco cosa non capivo
    di queste cose imprendibili
    troppo indietro una volta studente

    XXVII.
    Vedi cosa serve per governare
    tolto il sabaudo a Martellini
    ora ti fermi a Rozzo Covole
    e cosa ne è rimasto di tutto

    Girate le foglie per spezzarsi
    le caviglie e sanguinare
    al Civillina lasciar così le cose
    prima dell’ultima trincea

    Ci vedemmo coi tecnici
    l’efficere lì-o-là ehia è uguale
    solo che il dato analfabeta
    si misurava ora al contrario

    E mancava troppo per dire qualcosina
    o quelli vagavano, vedevi canticchiando
    in auto dopo aver passato mattine
    a muovere il loro passo senza storia

    Nulla è come un grandangolo
    a Tuscania puoi farlo o no
    puoi fare come vuoi ora
    ma non si può togliere tutto

  • Quattro poesie 2026, una fotografia (*rotate if necessary)

    Escletum segreta, fotografie in 50mm 1.4 su sistema digitale vintage APS-C reflex, no edit, mano libera, giugno 2026, n. 289

    XVIII.
    Quanti fiori su tombe sbagliate
    come parole dette se non giuste
    nel giusto momento, quindi vedi
    raccontarle è ancora il moto

    Languide rondini di San Lorenzo
    come anguille tra il cielo terso
    canto non ancora finito
    così quella danza che ricordava
    i bisbigli degli ocra che si accendono
    sul fluo, la sera bolognese

    Che ricordarne fu difficile
    tra quella gente ingessata
    che tra le magnolie, i pozzi
    Il cuoio lucidato, la sera da venire
    tutto doveva ancora essere rifatto

    Dimenticando i morti
    ed esaltando quelli sbagliati
    là la quiete si farà arsura
    un caldo prenderà alla gola
    ma più tardi; ora almeno noterai
    che la gente distratta non fu
    su un certo passare del tempo
    Alla maniera delle voci grosse grasse
    laggiù diradate a gruppetti,
    sinergici a stagni
    E si accendono le lanterne
    che anche le notti dovranno poi finire


    XIX.
    Passaggi nascosti nell’urbe
    dietro andavamo, io e Francesco
    sulla laterale di Marconi
    dietro l’uscita posteriore del teatro

    Lì un salto di traverso il cemento
    col fumo dei vicoli sporchi
    e non calcolata stava tutta
    la tettoia tra i palazzoni aperta
    Ecco gente arrivare a qualsiasi ora
    come una nottata in gita scolastica
    su quella strana copertura bassa
    la grata alla strada sul parcheggio sotto

    E per il vicolo dopo il ritrovo si andava
    tra le serpentine Venezie a zigzag
    come di case squadrate male
    sino all’ingresso posteriore
    sotto le alte absidi, e ora quel vicolo
    è chiuso e la sera l’alzare la testa
    al cortile e le cimase andato pure
    ma dietro quella casa di accoglienza,
    rimarranno ancora quesi due tre
    segmenti di pochi metri?

    Nel sottopasso di Fogazzaro
    più in là avanti le barchesse
    oggi appare un muro opaco
    Chissà se c’è, ancora pure quella L
    un sottopassaggio di pochi metri
    rimasto intrappolato nelle risulte
    O chiusa come il resto
    ad est come ad ovest
    anche se non è mai possibile

    XX.
    Calme piatte ad Helsinki
    come in una Mitteleuropa
    Più in là di Praga, lasciate le bellezze
    un tram senz’orario in un palazzo
    di luci fioche accese la sera-giorno

    E questa assenza s’intende ora per noi
    Meditiamo a distanza come randagi
    in un piccolo Eden di neuroni specchio
    l’entanglement che tra noi si prova

    E non sarà più una follia la poesia
    o la coordinazione mani occhio
    giro ippocampale, no ma da
    venire ancora sarà quel vorticoso
    nubi di gas e stelle di giri strani

    Che non di caramello o acqua di alghe
    verdastri di palude ferma lì in un angolo
    noterai rappresa una sera su tinte
    girata tutta la vita gli amici come nipoti
    estranee ma ad appartenerti,
    amorose estranee
    ora didascaliche ma ad averti

    XXI.
    Prendesti la rosa dal roseto
    anche se no era il tuo
    quanti di noi lo facemmo
    però fermo egli s’innalza
    alla fermata del bus chi aspetta?

    Nessuno ma la mettesti tra le clivie
    di Via San Bortolo o non ricordo
    Quel vostro andare senza tono
    sempre infastidì il mio sistema

    Ora un rumore tra i pitosfori
    del vicino tra i capanni
    più di tutti i cordiali non esserci
    mi riporta a femmineo paterno
    Sono i filari come crocifissi
    su questa terra che deve dare ancora