Resti sparsi, Escletum segreta n. 622-698, fotografie per recupero in 50mm 1.4 su supporto vintage digitale APS-C. 1 poesia scelta.

XXX.
Vago tra aie sperse che non esistono più.
Tutto quello che tu hai fatto era giusto,
non crucciarti, non abbandonarti
alla tentazione di non aver fatto nulla.

E daremo una nuova geometria
a tutto l’esistente che più non v’è.
Sospesi tra i prati, i piccioni
sopra il deposito del bus a Fermi

E tutte queste cose acerbe
che non sono più antropologia.
Non un quadro a fuoco,
un Kokoschka rinato a una nuova
vita che più artistica non fu

Le folte erbe s’arrestano là,
dove chiedono il permesso di andare.
Ma non per qualche ragione lasciando
quell’area così diversa dalle risorvige.
Un accumulo di scavi che più non s’intendono

A quelle sterpaglie bruciate dal sole
attendere ora alle acque dolci e primitive
serrati dietro un riparo d’un colle.
Che poi puoi salirci dal sommo poeta.
E prima del Bembo assorbirlo

Là continuare ad andare avanti.
In qualche modo, in qualche
non anfratto di vita vera vissuta
Mentre tutto attorno non tace
per il troppo parlare

Ti dissi di Anna Grigor’evna.
Feci il mio solito riassunto.
La risposta fu un tacito accordo.
Eppure, che cosa ne sarà di noi,
di questi esseri che non erano
così etichettabili come si pensava

Nel trovare icone o culti sempre da seguire
così si riorganizzerà poi il tutto.
E tutte le pubblicazioni e con che cosa
di rimasto condiviso, queste le domande.

In un riflusso millenario,
dai laghi vulcanici al Sile
uno sbollire di pensieri.
E prima di rientrare in città
e sopra quella confusione
pur segnata da grandi cartelli
“Per non investirsi”

Come a Les Halles sostando
Ulisse, Antinoo e compagnia.
Un Pitt e un Bloom annuncianti
non troppo ridendo il futuro nostro
dei nostri fenomeni e sulla locandina
l’enorme scritta parigina Troie

E noi cosa dovremmo dire cara
che ci trovammo oltre Fante
oltre le aberrazioni che già venivano
e che ancora dovevano vedersi.
Rifacemmo tutto il discorso di affetto
dei nostri padri e delle nostre madri.
Quelle piccole scuole non umbre di certo,
non bresciane nemmeno nei volti.
Tutto noi capimmo assieme
senza poter davvero proseguire.
Quale Sartre e sua moglie e la compagine?
Non fu questo il nostro dialogo profondo.

Andando in cerca di un vero Pupin,
forse un Sebastiano inesatto o solo,
più di un Rocco all’incrocio con la torre
elettrica pendente ecco le finestre lontane.

Serrande mai sostituite
e più in là sopra una casa ad angolo.
E nel retro di un comignolo
l’altro ritrovo dei piccioni.

Ecco dunque dove essi si radunano.
Scendono poi verso il piazzale della stazione,
quindi a quel severo e hitchcockiano deposito bus.
Qual funzione da viaggiatori che più non portano.
Tutti i messaggi che più lo scrivere non porta
in sé se non al tenere soltanto
le proprie fila tematiche di tutto.

Nel risalire poi al recupero delle lavandaie,
tenui lapislazzuli sciolti da putrefatte marcescenze.
Tra le case e le serrande
più su in prospettiva incastonato un capitello.
Tra vendite al dettaglio ormai in disuso
antiche lampade al neon paiono aureole
per quella Madonna, ferma allo spiazzo isola.
Dietro al San Giacomo adempiere
ancora una volta al sacro disperso.
Dietro al San Giacomo rifare
Ancora una volta il sacro disperso.