
























































































































XXVIII(a).
La vita era la vostra lassù
io gettavo sguardi qui e là
e ora che non confermo maschere
cos’altro posso dire
Era un’alba di fiducia il giorno
solo così si poteva scegliere
di dire qualcosa, di girare altrove.
Ora che l’ozio risale a vertigine
passato quel che si ha da dire
cosa rimane, a che punto siete
del giro di silenzi tra le malghe
Ricordo quando avevano la mia età quelli
che giravano dando un sorriso a chi cercava.
Nulla pare di tutto questo rientrare
o forse è solo il tempo che ancora
deve venire da un altro punto a bussare
Non c’è nient’altro che questa occasione
che fonde la vita e fa vibrare i ricordi.
Come una bici che serpeggia e costeggia
mille volte, tentando di non dire niente
ma solo facendo il solletico
facendo luccicare una cresta
troppo dura a coprire la vallata
Portarsi a estranei tra altri gruppi
a quelle quote, tra il Cornetto e il Carega
dove tutto il silenzio si fonde
la tosella e la fioretta
Dove ti sembra di toccar l’altro versante
che invece rimane opzione ardita
e lasci lì un ricordo di chi non sei ancora
Ricordi papà quando ti scattai quella foto
con la Olympus e il fuoco automatico
mi dicesti di inquadrar molto vicino
Eccomi con tutti estranei ora
dove si ripresenta la vita
Là in un giro piano
attorno al silenzio dei falchi
e alle radici mostri, ai caprioli nascosti
a tutta la vita che senti saltar fuori
da un momento all’altro
lasciato indietro per un attimo da solo
Dove gira un sentiero e la luce si abbassa
tra le conifere e prima del tramonto.
All’Ossario mi parve di rivedere gli amici
che più non vi erano, e le amiche sepolte
e quel grande monumento parevi tu
in mezzo al blu terso
E quel grande monumento era rovesciato
con la bandiera di nonna al museo
il blu terso eri tu, sopra tutto il dolore
e dentro di esso, in avanti e indietro
ribaltando quella foto che capii
di aver fatto solo ora e che era
molto più in là di farla dopo come
avevo detto di quando avrei fatto
qualcosa di giusto e importante
Rividi il rifugio tra le rocce davanti
E noi invece non trovammo mai
bel meteo se non a casa.
Che è tutto l’autismo del tempo
che ora divora e poi accetti,
prendendo quel che rimane
di un’ottima compagnia casuale.
Che mai nemmeno quello
si trovò tra le nostre
Afriche in quota dopo
XXVIII(b).
La vita era la vostra lassù
io gettavo sguardi qui e là.
E ora, non confermando maschere
cos’altro posso dire di più
Era un’alba di fiducia il giorno,
solo così si poteva scegliere.
Ora che l’ozio risale a vertigine
passato quel che si ha da dire
cosa rimane, a che punto siete
del giro di silenzi tra le malghe
Ricordo quando avevano la mia età quelli
che giravano dando un sorriso a chi cercava.
Nulla pare di tutto questo rientrare
o forse è solo il tempo che ancora
deve venire da un altro punto a bussare
Non c’è nient’altro che questa occasione
che fonde la vita e fa vibrare i ricordi.
Come una bici che serpeggia e costeggia
mille volte, tentando di non dire niente
ma solo facendo il solletico,
un luccichio a una cresta
troppo dura a coprire la vallata
Portarsi a estranei tra altri gruppi
a quelle quote, tra il Cornetto e il Carega
dove tutto il silenzio si fonde
la tosella e la fioretta
Dove ti sembra di toccar l’altro versante
che invece rimane opzione ardita
e lasci lì un ricordo di chi non sei ancora
Ricordi papà quando ti scattai quella foto
con la Olympus e il fuoco automatico,
mi dicesti di inquadrar molto vicino
Eri in tuta negli stessi punti sotto il Pasubio.
Mi ero ripromesso di scattarne altre quando
il tempo si sarebbe fermato ad età simili.
E poi via a numerosi disastri
che solo una ragazza di allora poteva ricordare
Tutto questo vortice o forse nemmeno
eccomi con tutti estranei ora
Dove si ripresenta la vita
là in un giro piano
attorno al silenzio dei falchi
e alle radici mostri, ai caprioli nascosti
a tutta la vita che senti saltar fuori
da un momento all’altro
lasciato indietro per un attimo da solo
Dove gira un sentiero e la luce si abbassa
tra le conifere e prima del tramonto.
All’Ossario mi parve di rivedere gli amici
che più non vi erano, e le amiche sepolte
e quel grande monumento pareva ora
tuo in mezzo al varco flesso
Quel grande monumento un pennone,
la bandiera di blu terso eri tu.
Rividi il rifugio tra le rocce davanti.
E noi invece non trovammo mai
bel meteo se non a casa.
Che è tutto l’autismo del tempo
che ora divora e poi accetti,
prendendo quel che rimane
di una casuale salda compagnia.
Che mai nemmeno quello
si trovò esteso tra le nostre
Afriche in quota dopo
XXIX.
Cosa ci fai in un posto come questo,
se tornassi indietro non lo rifarei.
Il futuro è la non terra sotto i piedi,
è la grande macchia che avete lasciato.
Grande fu la resa da parte di tutti.
Noi dovemmo ripercorrere tutto,
e poi alcuni come me rifare
i grandi livori, le madide are
ed è ancor troppo presto per pensare
a splendidi ritorni di arazzi
troppo presto rispolverati
Gli alti e i bassi del mio vuoto generazionale
si sommano spesso a questi altri inni spersi.
Cosa volevate costruire che poi alla fine
tutto è silenzio, e dove siete arrivati
Nell’eterno non-nulla del dato di fatto,
delle posizioni prese eccomi a vagare
ancora solo, questa la circostanza ultima.
Ma nondimeno un greve sentore giunge
come un odore di gelsomino inaspettato
camminando tra i palazzi
che non si sa da dove viene
Nelle nostre opere imperfette
che a leggerle troveremo qualcosa
di inesatto ma solo per entrarci
e innamorarci di una nuova solitudine
Quando gli ultimi strali degli astra siderali
furon messi a tacere a vedere andai
dove volge adesso il giorno
in queste ciclicità spumose
ma alle fatiche noi che nomi diamo
quali possiamo ancora dare
Andai a vedere di persona,
quando tutto era finito e tutte
le coppie di carte svelate
un capitello tolto a una parete non rasata
un cancello aperto, di una casa mai sorta
Queste sicurezze strappate
che nessuno osò abitare
in anfratti più anfratti delle noie
laggiù nel cratere immenso del silenzio
adesso non provinciale né nulla
come di formiche trafitte per sbaglio
languide bonbons fourrés à la cannelle
comme prêt à verser, ecco venire
un nulla ancora diverso
Perché il dialogo interrotto…
Dove tutto non fu più possibile…
Domande perché noi dovemmo
ritornar ciclicamente dalle luci abissali
e dalle terre ormai scomparse
che scomparse mai non furon